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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3264Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Avvenne che dopo queste parole, circa otto giorni dopo, avendo preso con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, salì sul monte a pregare”.

Sul monte, luogo tra cielo e terra, avviene un cambiamento. In questa narrazione si esprime innanzitutto una risposta alle domande: ‘chi è Gesù?’, ‘Quale è la sua via?’ ‘Quale il cuore della sua esistenza?’. Seguendo una traduzione letterale del testo si possono cogliere alcuni rinvii preziosi nascosti tra le pieghe e inseriti da Luca come indicazioni di un percorso.

“Otto giorni dopo – dice Luca – dopo queste parole…”. Sono le parole pronunciate nella domanda rivolta ai suoi “chi dicono le folle che io sia?”, e ancora “ma voi chi dite che io sia?”. Sono ancora le parole con cui Gesù aveva annunciato la sua via, non una via di successo e di affermazione politica, ma la via del figlio dell’uomo, la via del servo sofferente, e aveva così indicato anche la via di chi vuole seguirlo, del discepolo: “se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda  ogni giorno la sua croce e mi segua”. E’ specifico di Luca (nel confronto con Matteo e Marco) l’aggiunta ’ogni giorno’, un richiamo ad una fedeltà che non è di un momento ma diviene un cammino che attraversa il tempo e trova la sua verifica nella quotidianità, nel tempo che si prolunga.

Dopo queste parole sul monte Gesù sale con Pietro Giacomo e Giovanni, per pregare. Anche l’attenzione al pregare di Gesù è insistenza propria di Luca. L’evangelista non si stanca di fissare i momenti del pregare di Gesù, un pregare vissuto in spazi di solitudine ed anche facendosi accompagnare da alcuni tra i suoi. Sul monte, proprio “mentre pregava”, avviene qualcosa che genera uno stupore nuovo nei testimoni. Si tratta di un momento vissuto dai discepoli di Gesù, durante il suo cammino? Si tratta forse di una pagina che esprime in una narrazione l’indescrivbiile e il non dicibile dell’incontro con lo sguardo e con la persona di Gesù che per i suoi amici è stata esperienza interiore e reale quando accolsero la sua chiamata e si misero a seguirlo? Si tratta forse di un racconto che Luca scrive dopo la Pasqua rileggendo il percorso di Gesù e anticipando l’esperienza dell’incontro con lui dopo la risurrezione? Possiamo lasciare aperti tali interrogativi e seguire il racconto come comunicazione di un evento – che va oltre il dato di cronaca – vissuto nelle profondità dell’esistenza e che ha segnato la vita dei testimoni. E’ un evento indicato con il nome di trasfigurazione.

Nel suo vangelo Luca non utilizza il verbo usato da Marco e Matteo: ‘fu trasfigurato’. Usa un linguaggio molto diverso: “l’aspetto del suo volto divenne un altro e il suo abito bianco sfolgorante”. Cerca così di evitare una descrizione che dia adito a pensieri di tipo magico. Cerca di mantenere la distanza rispetto a tutto ciò che potesse richiamare facilmente uditori – che conoscevano i racconti della mitologia greca e romana – alle metamorfosi delle divinità capricciose. Luca parla di un ‘volto altro’. Il suo volto trasfigurato indica una realtà profonda che si rende visibile: riluce di una luce diversa. C’è un cambiamento ma è un cambiamento particolare, unico: c’è una luce che rifulge e cambia ma sta dentro il volto umano e vicino di Gesù.

E con Gesù due uomini, Mosè e Elia, che parlavano del suo esodo: Gesù è accostato ai due grandi profeti che sintetizzavano nella loro vicenda tutta la storia dell’alleanza, della comunicazione di Dio con Israele, la storia della promessa e dell’attesa. Mosè, la guida del popolo verso la terra promessa, Elia, il profeta del fuoco, atteso negli ultimi tempi. Gesù con loro parla del suo esodo, dice Luca: c’è un esodo che si rinnova. La via di Gesù viene così indicata come esodo richiamando la memoria di quell’esperienza di passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla servitù degli schiavi al servizio di uomini liberi. E’ il cammino di Gesù, un esodo, ma esso coinvolge anche quanti hanno ascoltato le sue parole: “se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la sua corce e mi segua…” Gesù parla del suo esodo, dopo le parole dette a chi desidera seguirlo.

E Pietro e quelli che stavano con lui “videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Quell’evento è nel cammino del figlio dell’uomo, un momento di luce e di gloria. Luca introduce questo termine, ‘gloria’, proprio sul monte, mentre i tre stanno dialogando. ‘Gloria’ indica qualcosa che appartiene a Dio, è la ‘pesantezza di Dio’. La presenza di Dio si rende vicina nel cammino dell’esodo in alcuni segni, la nube, il fuoco. Questi la velano e la nascondono, ma la rendono anche presente. Ed è presenza, lontana e vicinissima, che non può essere trattenuta e che pure si rende vicina, segue il cammino e sosta insieme. La gloria di Dio scendeva e si rendeva presente nella tenda dell’incontro. Così mentre Pietro dice “maestro è bello stare qui, allora facciamo tre tende…venne una nube e li copriva con l‘ombra … e venne una voce dalla nube che diceva. Questi è il mio figlio l’eletto ascoltatelo”.

Il cammino del ‘figlio dell’uomo’, il profeta di Nazaret rifiutato e sofferente, dal punto di vista umano è un fallimento. Luca indica che lì in quel volto sta la gloria di Dio: nella storia di Gesù, nel suo corpo, si manifesta l’amore che perdona e salva, il volto di Dio come amore pieno di compassione.  Gesù parla ai suoi della sua strada indicandola come esodo in cui si espone a subire il rifiuto e la sofferenza in fedeltà alla testimonianza di un amore di Dio senza confini, che guarda agli umili, si distanzia dalle logiche dei poteri umani e rompe con  tutti i sistemi religiosi divenuti luoghi di potere umano. Dentro a questo cammino sta qualcosa d’altro: nel volto umano di Gesù, che vive il suo esodo di sofferenza è presente una luce inafferrabile e vicina: è il ‘volto altro’ di Gesù. Lì, nella sua debolezza, nella sua scelta di percorrere fino in fondo la strada del dono di sé e del servizio, della vicinanza ai poveri, si manifesta una luce unica, la presenza di Dio. E la nube e l’ombra e la voce rinviano ad un esodo che si rinnova: è esodo di Gesù, ed è esodo di chi lo segue.

‘Ascoltatelo’ è l’imperativo finale: ascoltare Gesù e lui solo dovrebbe essere il riferimento unico per coloro che hanno scoperto come la sua parola non esprime un sistema di pensiero ma rivela il senso più profondo della vita umana, ciò a cui siamo chiamati.

Alcune  osservazioni per noi oggi.

L’episodio della trasfigurazione ci parla di una conversione da attuare: conversione che è innanzitutto un modo nuovo di pensare al volto di Dio. La gloria, la presenza di Dio si fa vicina nel volto fragile di colui che vive la sua vita come offerta al Padre e solidarietà con gli altri. Sta qui il significato profondo della croce e ad esso rinvia tutta la pagina della trasfigurazione sul monte: la croce, che di per sé è conseguenza dell’ingiustizia e della cattiveria umana, è vissuta da Gesù nella libera scelta di trasformare il rifiuto e l’ingiusta condanna subita nello spazio in cui attuare un amore senza confini. E’ uno svelamento del volto di Dio come amore, ma anche del vero volto dell’uomo, della sua immagine più nitida, l’immagine che respira della chiamata al dono di sé.

Il volto altro di Gesù dovrebbe indicarci come seguirlo sulla sua via: è questa la preoccupazione di Luca nel situare questo evento proprio all’inizio del cammino verso Gerusalemme. Gesù indica la via per ritrovare se stessi, il senso profondo dell’esistenza. Non è una metamorfosi ma un vivere uno sguardo altro, un cogliere un volto altro in se stessi e negli altri… Non è un cambiamento dovuto ad una scelta volontaristica, si tratta piuttosto di lasciarsi illuminare, lasciarsi aprire ad un modo di vedere tutto in un’altra luce. Ci dice che lo sguardo sulle persone, sulle situazioni e sulla storia è questione di un volto altro, di uno sguardo altro, che si è lasciato permeare da luce, che si è aperto all’ascolto.

C’è nella nostra vita un profondo desiderio di cambiamento. Cambiamento di condizioni di vita, cambiamento nella società, nella vita politica, cambiamento nella chiesa. L’evento della trasfigurazione ci parla di un cambiamento che non è andar dietro all’ascolto di facili venditori di illusioni. Non è neppure inseguire un cambiamento come capovolgimento di tutto, come in un atto magico, in una metamorfosi istantanea. Gesù indica un cambiamento che coinvolge interiorità e genera percorsi nuovi di una comunità chiamata a seguirlo. Rinvia ad un cammino.

“Ascoltatelo” è l’invito della voce: un invito ad entrare nella sua preghiera. Tutta la vita di Gesù sta nell’ascolto del Padre per cogliere il suo disegno e la sua chiamata nella sua vita. Ascoltare è il verbo di una relazione in cui si dà spazio all’altro. Ascoltare Gesù dovrebbe essere il primo atto di una chiesa che ritorna a lui, alle sue parole, che ritorna al vangelo. Solo nell’ascolto e non in altre strategie è possibile scoprire come le crisi e le difficoltà del presente possono essere lette come tempo favorevole, occasione per una trasformazione profonda dell’esistenza. E’ un cambiamento possibile perché si lascia spazio all’altro, e il volto, come quello di Gesù, diviene ‘altro’. Ascoltare è scoprire la parola più tenera e profonda che trasforma l’esistenza, la parola della relazione: ‘tu sei figlio, tu sei figlia, tu sei amato, tu sei amata’. E’ la parola che rompe la solitudine e la distanza, che cambia le esietnze perché le apre ad una ospitalità originaria e ad una attesa accogliente. E’ la parola che rivela quell’ascolto all’origine dell’esistenza, e che attende. E’ un ascolto impegnativo ed esigente perché implica anche il tralasciare tanti altri tipi di ascolto: ‘ascoltatelo’ indica una direzione ben precisa, ed un rapporto da coltivare nel quotidiano. In questo percorso sta la nostra conversione non opera nostra, ma dello Spirito in noi e nostra nello Spirito, apertura a lasciarsi cambiare la vita nell’incontro con Gesù, dalla sua Parola.

Alessandro Cortesi op

 

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