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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3260Es 3,1-15; Sal 102; 1Cor 10,1-12; Lc 13,1-9

Un roveto, una torre, un albero di fico che non germoglia. Tre immagini che aprono a tre percorsi di riflessione sui testi di questa domenica di quaresima, una domenica segnata da una grande parola: ‘se non vi convertite, perirete…’

Di cambiamento si tratta, in un tempo in cui si avverte l’urgente necessità di cambiare, nella società, nella chiesa, nel modo di vivere anche a livello personale troppo condizionato da poteri e modelli imperanti. Gesù invita alla conversione richiamando la pazienza di Dio, il suo sguardo colmo di attesa.

Mosè, mentre segue il gregge è incuriosito dal bruciare di un roveto che è avvolto dal fuoco ma non si consuma. Il roveto è segno di aridità e di desolazione, eppure anche lì Dio si rende presente. Il roveto nel deserto è arbusto poco attraente, inospitale, irto di spine. Eppure proprio tra quelle spine, simbolo della condizione di un popolo oppresso, si fa vicino Dio. Dio rivolge la sua parola a Mosè dal roveto.  E Mosè vive due atteggiamenti di fronte al roveto: innanzitutto si lascia colpire da questo fuoco e si avvicina con curiosità e interesse. Mosè non vive in modo indifferente, ma si lascia interrogare dalle situazioni, da ciò che accade vicino a lui. E’ un uomo con gli occhi aperti, in ricerca. Prima di accostarsi al roveto si toglie i sandali. Percepisce che per ascoltare e comprendere ciò che interroga si deve vivere in una attitudine di rispetto e di accoglienza. Assume l’atteggiamento di chi apprende e si lascia stupire da quanto incontra. Togliersi i sandali: gesto che esprime la scoperta che quel luogo è terra visitata, e il suo entrarvi chiede ascolto e riverenza. In quella terra così inospitale, laddove Mosè si scopre straniero, Dio si comunica: quella terra è il deserto, sono le spine, è terra per molti aspetti profana. Proprio lì Mosè scopre che ci si deve togliere i sandali, così come Giacobbe quando disse ‘Qui c’era Dio e io non lo sapevo’. Il Dio di Abramo, il Dio dei padri, si fa vicino in modi non programmabili, che spaesano le costruzioni umane. E chiede di avere occhi che scrutano e piedi nudi per camminare e attraversare una terra profana e tutta di Dio, che diviene terra visitata, in cui Dio rivolge la sua parola. E’ il paradosso di un comunicarsi che passa dentro la fragilità, dentro la normalità, spesso negletta, di ciò che accade, nella natura e nella storia. Mosè accoglie così il nome di Dio: il suo essere promessa, ‘ci sarò’, sarò vicino. Si farà conoscere in un incontro vitale solo nel cammino, solo nel coinvolgimento, e si manifesterà in quel nome ‘io sarò con te’ che dice apertura al futuro e incontro da accogliere sempre in modi nuovi.

Una torre è il secondo simbolo. Gesù nel suo parlare accenna ad un fatto triste di cronaca, il crollo di una torre che aveva provocato molti morti. Ma invita a non fermarsi al fatto di cronaca cercando di far rientrare la fede dentro ad un calcolo di sicurezze. Dietro a quel fatto si potrebbero ricercare tante risonanze: forse il crollo di una torre aveva dato origine a quella riflessione che sta al cuore della vicenda di Babele, la grande città che pretendeva di costruire una torre che giungesse sino al cielo, a sostituirsi al cielo, a divenire il cielo per un popolo uniformato e reso schiavo. E quel crollo non era rimasto un dato di cronaca ma era stato letto da persone capaci di cogliere un messaggio profondo di conversione, una parola importante sul volto di Dio e sul volto dell’umanità. Una torre che crolla non è solo un fatto di cronaca ma reca messaggi profondi. E così quanti crolli di torri nella storia possono rimanere dati di cronaca oppure essere letti come passaggi che aprono al cambiamento. Il crollo delle torri gemelle, per molti apsetti è rimasto icona mediatica: una terribile immagine ripettuta migliaia di volte in ogni schermo di due aerei guidati da terroristi che si schiantano contro luoghi simbolici. Un evento che dal punto di vista della cronaca ha dato inizio al XXI secolo. Un evento che poteva generare riflessione ripensamenti, conversione e poteva generare un’altra storia. Dietro a quel crollo un monito, per lo più inascoltato e tenuto lontano. Così di fronte ai crolli delle torri di un sistema di capitalismo finanziario basato su mammona del denaro e sull’inseguimento dell’utile particolare uno sguardo di fede può leggervi un monito di conversione, di cambiamento. Davanti lo spettacolo della devastazione della violenza, ma anche di fronte alla considerazione dei frutti perversi di una seminagione di disprezzo e superiorità, di ingiustizia  globale e di mentalità di scontro di culture un monito su possibili strade diverse che l’umanità potrebbe percorrere: ‘se tu comprendessi la via della pace…’. La parola di Gesù è invito a non fermarsi al contingente, a vivere la ricerca propria di Mosè, il suo lasciarsi interrogare, la sua disponibilità a togliersi i sandali per cogliere quali chiamate di Dio si rendono presenti in una storia segnata dal male, dall’oppressione, dall’ingiustizia. Sono chiamate per un cambiamento  per germogliare frutti nuovi, diversi…

Un albero di fico rinsecchito. Così appre per tanti aspetti la nostra vita, la vita di una società incapace di comunicare vita e futuro, la vita di una chiesa bloccata in giochi di potere, nella sterilità di non accettazione del cambiamento, della necessità di purificazione. Nella parabola del fico è centrale la figura del vignaiolo: ‘padrone attendi…’. E’ l’attitudine di chi si pone in mezzo, di chi intercede e si fa voce della pazienza del Padre. Il tempo e le occasioni di ogni giorno sono lo spazio della pazienza di Dio che per primo attende il nostro fiorire alla vita, il nostro aprirci ad un cambiamento che non dovrebbe far temere.  Ma è cambiamento esigente ed urgente, soprattutto nel tempo in cui la situazione drammatica della povertà e della iniquità a livello globale provocano la chiesa a rivedere le forme anche esteriori della sua testimonianza. Forse si potrebbe leggere anche il passaggio nella vita della chiesa che stiamo viendo come momento che potrebbe aprire novità impensate alla luce di un gesto di debolezza e di riconoscimento di ciò che è essenziale. Questo ha indicato il ritiro di Benedetto XVI che nei suoi ultimi discorsi ha offerto squarci di semplicità di vangelo richiamando al fatto che la chiesa non è organizzazione, ma corpo vivente, popolo di Dio in cammino, fatto di relazioni. Ciò che ha suscitato attenzione in questi giorni non è stata la sottigliezza di argomentazioni ma la semplicità di gesti di spossessamento e di fragilità, la capacità di comunicazione nel riconoscimento di comune umanità. E’ forse apertura ad un cambiamento non solo interiore indispensabile e essenziale, ma anche esteriore, di stili di vita, di modi di governo condivisi in una chiesa che scopre la chiamata alla conversione nel divenire più umile e povera, più capace di essere rivolta al suo Signore e di compassione e condivisione con l’umanità, capace di pazienza e fiducia ad immagine del Padre?

Alessandro Cortesi op

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