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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

IV domenica di Quaresima – anno C – 2013

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Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Un gesto attorno ad una tavola; una storia di fratelli che per diversi percorsi sono spinti a riconoscere il senso della loro vita; l’immagine di una casa. Attorno a questi tre poli vorrei leggere la meravigliosa pagina di Luca che si può percorrere come un piccolo vangelo essenziale.

Il gesto di Gesù: attorno ad una tavola, in un banchetto Gesù condivide l’accoglienza che gli è offerta e accanto a lui siedono – dice Luca – ‘pubblicani e peccatori’. Luca è attento nel sottolineare questo motivo come causa di uno sguardo sospettoso che diviene mormorazione: mormoravano tra loro. E sono i farisei e gli scribi a mormorare. Ma anche sottolinea una distanza. Mentre pubblicani e peccatori ascoltavano Gesù, scribi e farisei mormoravano. Non ascoltano, non si lasciano mettere in discussione dall’agire di Gesù, non sanno leggere dentro quella ospitalità che è segno di una condivisione che abbatte barriere, che esce dalla mentalità di una religione che divide e rende superiori. O forse proprio per questo, perché comprendono che il clericalismo che sta alla base del loro modo di vivere la religione  è posto in discussione dall’ospitalità di Gesù. L’annuncio di Gesù si rende innanzitutto vicino nel suo stare a tavola con gli esclusi, nel suo andare oltre le logiche del merito e dell’osservanza. Si rende ospite e condivide l’ospitalità rimanendo accanto, facendosi accogliente. Il banchetto è così segno di un incontro con Dio che sta dentro la vita, passa attraverso gli incontri e il gesto umano dello stare a tavola insieme. Ed è anche incontro che vede la possibilità di accoglienza per chi è tenuto lontano. Gesù accoglieva pubblicani e peccatori, gli esclusi dal punto di vista sociale e religioso. Ci potremo chiedere oggi in quale modo la cena del Signore, lo stare a tavola nel suo nome è luogo di accoglienza o è divenuto luogo di separazione e di allontanamento. Così nella sua ultima intervista testamento il cardinale Carlo Maria Martini ricordava la sofferenza vissuta da tanti che non sono accolti alla mensa del Signore e ai sacramenti e si chiedeva: non sono forse i sacramenti stessi, memoria dell’agire di Gesù, mezzi di guarigione? Sono aiuti nel cammino per orientare la vita verso il Signore e non luoghi in cui si stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori. Gesù, un rabbi che amava i banchetti, viveva il momento dello stare a tavola come gesto che parlava di Dio, della sua accoglienza delle persone, del suo sguardo che in modi diversi va incontro e offre perdono e solo così suscita stupore e conversione.

Una storia di fratelli, non la parabola del figliol prodigo. Perché al centro sta la figura del padre che va incontro, per primo, al figlio che si era allontanato rivendicando la sua emancipazione lontano dalla casa ed esce poi incontro in modo anche al secondo figlio, quello che era rimasto, incapace di liberarsi da una logica di rapporto servile e di inautenticità. Una parabola che parla quindi innanzitutto di un padre e che è pronunciata da Gesù quando viene criticato perché accoglie gli esclusi. Nel suo agire egli afferma la pretesa di rendere gesto quello che è l’agire stesso di Dio il Padre nella gioia di vivere un banchetto che possa accogliere tutti i suoi figli e li possa condurre in modi diversi a quel cambiamento che per ciascuno è scoperta di un dono, di una presenza appassionata di amore al cuore della loro esistenza.  E’ una pagina che racconta l’amore sofferto di un uomo in ricerca di costruire fraternità e di aprire i cuori alla fraternità possibile. In questo senso è racconto di una fraternità possibile che si fondi sullo stupore di una scoperta nuova: la relazione con un tu che si prende cura e sa attendere, proporre e accogliere. Perché non è sufficiente, ci dice questo racconto, vivere il passaggio della scoperta di essere accolti e considerati unici e di essere guardati con quello sguardo consumato del Padre che da lontano vede il figlio tornare e gioisce e gli corre incontro. Non basta: il sogno del padre è anche una nuova fraternità, aprire i cuori dei due a scoprire che la casa è incontro di fratelli. E’ una pagina che rompe con la logica dell’individualismo e spalanca la possibilità di una fraternità nuova, vissuta non come dipendenza ma come accoglienza dell’altro, nell’attesa e nell’ascolto del suo cammino.

E’ infine la storia di una casa. In un film da poco uscito nelle sale ‘Tutti contro tutti’ (regista Rolando Ravello), è raccontata in modi leggeri una storia drammatica del nostro tempo che tratteggia la situazione di lotta tra poveri in una periferia multiculturale di città dove s’incrociano povertà e differenze. Una famiglia, ritornando dalla prima comunione del figlio trova il proprio appartamento, in un palazzone popolare, occupato da altri. Da qui una vicenda dai tratti grotteschi, comici e drammatici, che porta all’ occupazione, da parte degli sfrattati, del pianerottolo delle scale e di qui ad uno sgretolamento di rapporti mentre attorno si scatena una lotta di tutti contro tutti: nel quartiere popolato da immigrati lo scontro di italiani contro stranieri, gli affari dei delinquenti contro gli onesti, l’ostilità nei confronti dei rom, il bullismo tra i ragazzi a scuola, fino al disgregarsi dei rapporti nella famiglia. Ma forse il punto su cui il film concentra l’attenzione e su cui ritroverei un’interessante provocazione in rapporto alla parabola del padre e dei figli è l’interrogativo sull’importanza della casa. In un tema scritto a scuola dal piccolo Lorenzo mentre viveva questa intricata vicenda si concentrano alcune semplici riflessioni nel cogliere come la mancanza di casa aveva condotto ad un frammentarsi di relazioni: e così dice che una casa non è solo alcune stanze, la cucina, il salotto e il bagno. Una casa è qualcosa di molto di più: la casa è la quotidianità fatta della presenza di ognuno, tessuta dei gesti di ognuno, del suo lavoro, dei suoi sentimenti, dei suoi difetti ma del dono di presenza di ognuno.

Oggi la questione della casa angoscia tanti: la mancanza di un luogo dove vivere, la difficoltà di pagare il mutuo o l’affitto, l’attenzione alla gestione della casa e il peso di tutti i pagamenti per poterci vivere. Potremmo legare queste considerazioni alla casa del padre della parabola: è una casa in cui il suo sogno è che non vi sia lotta di tutti contro tutti, ma apertura a vie di fraternità, scoprendosi perdonati. Tutta la fatica del padre è aprire a cogliere che il peccato è non riconoscere l’amore offerto, vivere una vita chiusa alle relazione. Da tale riconoscimento potrà nascere un cambiamento di direzione, una conversione, ma è movimento di gioia che apre a fare festa e a scoprire il gusto di stare in una casa come luogo di incontro, di incrocio, di comunità. Fare casa è il sogno del padre: in questo desiderio potremmo ritrovare radice per costruire case comuni di fraternità possibili.

Alessandro Cortesi op

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