la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Quaresima anno C – 2013

DSCF1707Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11:

Camminare, percorrere strade verso la libertà, è esperienza al cuore della fede: un cammino che distoglie dal passato e apre al futuro: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”

Nel buio dell’esilio la parola profetica indica orizzonti di speranza: è uno sguardo che non solo registra i segni del cambiamento politico in atto ma ne indica il senso profondo. C’è un agire creativo di Dio che non smette la sua opera: creatore di novità nella storia e creatore in modi nuovi di un popolo che cammini alla sua luce. Il profeta intravede nel quotidiano una nuova esperienza che tocca la fede della comunità: la riporta al senso del viaggio, la provoca a tornare alla radice della sua identità.

Nella strada che ora si apre si delinea il ripetersi di un cammino antico: un ‘esodo’, questa volta con caratteri di novità. E’ un nuovo esodo, il ripetersi di passaggio vissuto dal popolo d’Israele dalla schiavitù alla libertà, dalla condizione servile alla scoperta di un Dio che si china sulle vittime e ascolta il grido dell’oppresso. E’ la scoperta di Dio che scende a liberare: la sua fedeltà e la sua compagnia nel cammino è la grande scoperta vissuta nel deserto, laddove non ci sono templi, non c’è sacerdozio, non istituzioni di potere, ma solo la cura di Dio che si fa vicino e solidale e la sua compagnia: non il Dio del tempio, ma il Dio della tenda, che plasma e si crea un popolo nel percorso verso la libertà. Un esodo si rinnova ed è occasione per scoprire ancora il volto di un Dio che fa nuove le cose. E’ Lui il creatore e colui che può ricominciare una storia di alleanza: il Dio che ha plasmato l’uomo dal fango è colui che plasma un popolo capace di ascoltare e di camminare verso la comunione: ‘aprirò anche nel deserto una strada’. Come nel deserto Israele aveva camminato verso la terra promessa ora ancora dovrà vivere questa esperienza del ritorno scoprendo ancora e in modo nuovo l’alleanza con Dio: ‘il popolo che io ho plasmato canterà le mie lodi’. L’alleanza si allarga a comprendere popoli e terre lontane. La grande novità, ciò che sta per germogliare è un rapporto nuovo con Dio stesso, opera del suo amore e del suo perdono. Anche di fronte al peccato d’Israele, alla sua infedeltà e al fascino esercitato dagli idoli antichi e nuovi, si ripropone la promessa del Dio fedele: ‘avrò fornito acqua al deserto fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto’.

L’annuncio della misericordia e del perdono di Dio sta al centro dell’agire di Gesù: la pagina del cap. 8 di Giovanni è un testo che risente il linguaggio di Luca e che forse proviene dal vangelo stesso di Luca: una pagina che ha fatto difficoltà ad essere accolta per la dismisura della misericrodia che in essa respira. Gesù va oltre la legge. Davanti ad una donna sopresa in adulterio e condotta a lui per metterlo alla prova scribi e farisei fanno riferimento alle procedure previste: le prescrizioni della Legge  (Lv 20,10.13) prevedevano misure crudeli. La questione è posta a Gesù per verificare se si permetteva di andare contro la legge di Mosè, oppure si dimostrava duro esecutore delle prescrizioni. La vita di una persona, il volto di una donna, la vittima più debole, viene posta a servizio di un dibattito sui principi.  E’ una provocazione in cui nessuno spazio è lasciato nel considerare la vita di una persona, i suoi sentimenti, la sua fragilità. E Gesù non risponde. Sceglie il silenzio, non accetta di entrare in questa logica. Si china e si alza ripetutamente per rispondere a testa alta davanti a coloro che lo mettono alla prova. Accetta di stare davanti a quella donna, in silenzio e solo facendo un  gesto: ‘Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito per terra’. Questa enigmatica annotazione rinvia ad un testo di Geremia: “Sarà scritto sulla polvere chi si allontana da te, poiché essi hanno abbandonato il Signore, la fonte dell’acqua sprizzante” (Ger 17, 13b). Scrive per terra che quegli scribi e farisei sono come polvere. Prigionieri della loro logica sono allontanati da Dio. Così Gesù disorienta gli orgogliosi detentori delle soluzioni teologiche e di una morale che avvilisce le persone. Pone i presenti nella condizione di chi deve interrogarsi per primo sulla propria condizione: è troppo facile essere accusatori di altri, soprattutto nei confronti della donna, vittima ella stessa. Piuttosto il peccato è la condizione di tutto il popolo e si annida nei comportamenti più irreprensibili o nello zelo religioso che condanna gli altri. Profeti, come Osea, avevano parlato di Israele come di una sposa adultera (Os 2). Gesù compie così un gesto profetico che è richiamo alla lontananza da Dio. Ma al medesimo tempo di fronte alla donna comunica la sua compassione e vicinanza: sta qui la novità di Dio che apre al futuro, richiamando alla responsabilità. ‘Chi di voi è senza peccato, scagli la pietra contro di lei’. Per primo si rivolge a lei, parla alla donna, la riconosce come un ‘tu’ che gli sta di fronte. La sofferenza e l’umiliazione di lei sono cariche di senso; la riconosce con quella dignità che le era stata tolta due volte, dalla accusa pubblica e dall’indicarla come peccatrice da parte di chi si riteneva giusto. E le apre il futuro del dono di Dio che non è di condanna ma di vita: ‘Neanch’io ti condanno, va’ e non peccare più’. Gesù non guarda al passato e indica di non fermarsi al passato. Apre invece ad un futuro nuovo, vede i germogli di una vita nuova nel cuore di quella donna. Le sua parole sono così promessa di possibilità di una storia nuova. Non c’è condanna ma attesa, non solitudine ma fiducia nella relazione. Nei suoi gesti Gesù è testimone del volto di Dio vicino, che prende su di sé la miseria umana e la trasfigura.

Un messaggio importante per noi oggi si può trarre da queste letture. Vi sono segni, i germogli che siamo anche oggi invitati a leggere. In essi è da cogliere un agire di Dio che è agire creatore e agire creativo nella storia. Nonostante le contraddizioni e il buio i germogli invitano ad un cammino da riprendere, da continuare e che si apre.

Non è cammino solo di singoli ma di popolo ed è un cammino in cui si plasma qualcosa. Oggi è cammino di una chiesa chiamata a riscoprire l’essenziale, a vivere in modo più semplice spogliandosi di tanti orpelli di potere e di compromesso. I passaggi della rinuncia da parte di Benedetto XVI e la scelta di un nuovo papa che si è presentato con il nome di Francesco, in modo semplice, sottolinenado di essere ‘vescovo di Roma’, chiesa che presiede nella carità, sono segni che rinviano ad un cammino comune che apra una stagione di riforme nella chiesa stessa. Cambiamenti che riportino alla semplicità del vangelo e al cammino di un popolo, un cammino insieme, che testimoni la fraternità. Una chiesa centrata sul vangelo, che cammina sulle orme del suo Signore, che vive il dialogo e la misericordia, accogliendo innanzitutto lo sguardo di Gesù sull’umanità. E’ un cammino che s’incontra e condivide il cammino di popoli invitati a scorgere i segni di modi nuovi di vivere, di liberazione da sistemi che generano ingiustizia e schiavitù, di comunicazione nuova nella solidarietà. Un cammino in cui vi possa essere fiducia e futuro così come le parole di Gesù sono state per la donna apertura di libertà e dono di fiducia. C’è una creazione continua a cui offrire attenzione e dare respiro, è l’agire di Dio che fa nuove persone e situazioni e cammini e attende accoglienza fiduciosa.

Alessandro Cortesi op

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