la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle Palme – anno C – 2013

DSCF1885Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Ascoltare ancora una volta il racconto della passione è come ritornare agli inizi, ai primi passi della comunità dopo la Pasqua. E’ riandare a quel primo nucleo di ricordi di Gesù, della sua passione, una narrazione di eventi, scolpiti nella memoria e consegnati allo scritto. Gli inizi stanno in un racconto, dove, al primo posto è la memoria di una condanna ingiusta, di un complotto di potere contro un innocente, un giusto. Al centro rimane quell’uomo, profeta di Nazareth. Fino all’uccisione. Ma il buio di quella vicenda e di quella morte non è l’ultima parola. “Dio ha costituito Santo e giusto quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36) è l’affermazione coraggiosa di Pietro negli Atti che formula l’annuncio della fede pasquale. Proprio la vicenda della passione di Gesù e il racconto che la custodisce svelano contraddizioni: una grande opposizione compare tra il male causato dall’azione convergente dei poteri religioso e politico e il bene e la vita che è l’opera di Dio: “voi avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita ma Dio lo ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni” (At 3,14).

Il primo brusio dell’annuncio cristiano è affermazione che Dio lo ha risuscitato. Ma il risorto è il medesimo Gesù, il giusto, che è stato condannato e ucciso alla morte infamante della croce. In questa affermazione scandalosa sta il paradosso del credere e la vita di coloro che cercano di seguire Gesù sulla sua via. Per questo è importante ritornare sempre a quel racconto.

Tornare ai primi passi, alla memoria di un succedersi di eventi a Gerusalemme nella festa di Pasqua, nella primavera dell’anno 30. E’ questa la prima attenzione da avere nell’ascoltare il racconto della passione. Nelle diverse redazioni dei vangeli il racconto offre anche sottolineature specifiche che dicono sguardi particolari, sprazzi di luce in una pluralità di interpretazioni e di elementi sottolineati.

Ci sono alcuni tocchi propri di Luca su cui sostare: il primo è il modo in cui Gesù muore.

Luca al momento della morte di Gesù non fa cenno come Marco alle parole del salmo 2: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Riporta invece le parole di un altro salmo: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. E’ ancora indicazione che Gesù anche nel momento della morte vive questo momento estremo nella preghiera. Rimane fedele sino alla fine al pregare ripetendo le parole del salmi, la preghiera del suo popolo. Luca dice che Gesù muore in una situazione di preghiera. Ma in questa sottolineatura invita a cogliere come tutta la vita di Gesù sia entro la grande linea di un affidamento. Anche la sua morte  come l’intero percorso della vita. E’ la preghiera nel suo senso più profondo: affidamento e consegna al Padre, è lo stare nello spazio del Padre che Luca aveva suggerito proprio all’inizio del vangelo. “Io devo rimanere nelle cose del Padre mio” (Lc 2,49) era stata la risposta di Gesù dodicenne a Maria e Giuseppe che lo cercavano e lo trovarono nel Tempio.

Tutta la vita di Gesù si pone in questo affidamento e parla del volto di Dio ma anche del volto dell’uomo. Parla del volto di Dio perché Gesù viene indicato come il Figlio in rapporto al Padre. Nel momento del battesimo aveva accolto la voce del Padre che diceva “Tu sei il mio Figlio, l’amato…” (Lc 3,22). Ora Gesù si presenta come il Figlio che si rivolge a Dio chiamandolo Padre con una intimità unica: “Padre nelle tue mani…”. Ma il morire di Gesù in atteggiamento di preghiera parla anche del volto dell’uomo. Ci dice che anche la morte può essere vissuta come ultima consegna della vita a Dio, e può essere vissuta in quella fiducia che le mani del Padre non vengono meno. Gesù ha vissuto l’ingiusta condanna e la stessa morte non sottraendosi, ma trasformandole da realtà subita in esperienza della consegna e dell’essere uomo per gli altri sino alla fine. Non vive in un atteggiamento di sottomissione passiva, ma nella libera decisione di rendere anche quel momento come esperienza di affidamento senza riserve a Dio e dono di salvezza e servizio. La sua morte non è scissa da tutto il suo cammino di vita e per questo le prime comunità vivranno il percorso del ricordare quanto Gesù aveva fatto e detto nella sua vita.

C’è un secondo tratto importante. Lo si coglie nel leggere il vangelo di luca in continuità con gli Atti degli apostoli. Luca ci dice che la vicenda di Gesù continua in tutti coloro che come giusti sono condannati e in tutti coloro che vivono il martirio nel fare della propria morte il luogo di un affidamento  A Dio nella fiducia che la sua vicinanza non viene meno. Gesù muore come un giusto e come un testimone. E’ il giusto che diviene esempio per i testimoni che lo seguono perché coloro che lo hanno seguito nel suo cammino possano seguirlo anche nel modo in cui ha vissuto la morte. Ecco perché Luca vede il martirio di Stefano, negli Atti come un riproposizione del martirio di Gesù. Anche Stefano è ritratto mentre prega e mentre si affida a Dio anche nel momento in cui la violenza ingiusta si scatena contro di lui (At 7,59-60).

Infine Luca evidenzia che la croce è un evento da guardare: si tratta di uno ‘spettacolo’ (Lc 23,48) a cui le folle accorrono ed è un evento da ‘contemplare’. Di fronte alla visione del crocifisso ognuno ritrova il senso della sua esistenza e la verità su di sé. Così Luca parla di Pietro che piange (Lc 22,62) del ladrone che riconosce il male che ha fatto (Lc 23,40-42) delle folle che, ‘dopo aver visto’, tornano battendosi il petto, consapevoli della compromissione con male nella loro vita (Lc 23,48) e aperte ad un nuovo cammino. La visione della croce apre a cogliere il buio ma anche la possibilità di uscita dal buio nel riconoscere il male e nel vederlo vinto nella mitezza di Gesù. Luca presenta Gesù come nonviolento e inerme che entra a Gerusalemme come un re che non ha potere, ‘umile che cavalca un asino’ (Lc 19,28-40), che non salva se stesso ma salva gli altri, che porta pace, che desidera il bene e la felicità per le persone. Di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi stanno pensosi osservando (Lc 23,35) e tale osservare porta ad una possibilità nuova di impostare la propria vita e apre ad un futuro di cambiamento.

Infine Luca vede proprio sulla croce nel momento della morte non la vittoria della solitudine , ma il germogliare di una comunione: “oggi sarai con me nel paradiso” è la promessa di Gesù al buon ladrone che riconosce in lui il giusto. Il morire di Gesù non è luogo di solitudine, ma evento di incontro e comunione. Ed è evento che segna in modo nuovo il tempo: l’oggi di ogni momento della vita, ma anche l’oggi che è il momento della morte diviene un oggi trasfigurato.

Tre tratti propri della lettura di Luca che possono richiamarci a tre riflessioni per la nostra vita

Si presenta spesso la preghiera in modi che la confondono con pratiche di meditazione, con metodi di rasserenamento psicologico o con forme di devozione: ma la preghiera è dimensione ben più profonda della nostra esistenza e forse presente in molti modi diversi anche in chi non pensa di pregare. E’ una apertura di fondo del cuore, è in radice intendere la vita non come possesso e opera nostra o nella linea dell’attivismo e dell’efficienza anche religiosi. Preghiera è in radice affidamento del cuore, un comprendere la vita nei suoi momenti quotidiani come esperienza del gratuito, del dono e dell’incontro. Quante persone pregano senza saperlo ogniqualvolta portano nel loro pensiero e nel loro ricordo la cura di altri, l’amore per qualcuno, lo sguardo di premura a situazioni, la preoccupazione per i deboli, il senso della gratuità e della bellezza, l’affidamento della propria vita a Dio quando le forze vengono meno… La preghiera passa attraverso tutte le mani a cui ci si consegna e in tutti i gesti che accolgono un affidamento. Il morire di Gesù pregando offre un senso e un valore al nostro vivere nei suoi anfratti più quotidiani e spesso trascurati nelle considerazioni religiose. Ed offre senso anche al morire di chi proprio nel venir meno delle forze vive la consegna agli altri e attraverso di loro l’affidamento al Signore stesso.

Gesù è il testimone mite. Nel tempo dell’aggressività la mitezza è virtù da riscoprire: il mite non è affatto un impaurito e sottomesso. Gesù oppone alla violenza che si concentra attorno a lui, la mitezza del forte che vive in profondo la sua libertà. Solo così rompe la catena della violenza. La sua mitezza è una testimonianza ancora non recepita nei cammini di chiesa. Il modo di intendere l’impegno è spesso nei termini della domanda su come vincere, su come affermare in modo forte una presenza per via di imposizione e in termini politici o attraevrso una dottrina che pone limiti ed esigenze e non apre a percorsi di responsabilità. Gesù capovolge questa pretesa e indica la via della inermità, che è invece autentica profezia: è un modo di vivere che non impone ma si propone e proprio per questo suscita fascino e contagio. La testimonianza del mite reca in sè un segreto profondo che è possibilità di riconoscimento e di accoglienza dell’altro come uomo debole e fragile. Tale riferimento appare tanto più attuale nell’anniversario vicino della Pacem in terris (aprile 1963-2013) documento in cui per la prima volta si parla della guerra come follia, scelta contraria alla ragione umana: la mitezza è l’attitudine attiva della nonviolenza che unica può sconfiggere la vacuità della violenza nelle sue diverse forme. E’ capacità di passione e compassione.

Gesù vive la sua morte come evento di comunione: offre un senso alla vita del ladrone vicino a  lui dciendo che c’è un futuro e sarà un futuro di stare insieme.  La vita può cambiare nella linea della cura e dell’attenzione ai poveri, alle vittime, a chi lasciato escluso e in disparte. Gesù accoglie il ladrone che accanto a lui era punito come malfattore. Accogliendo lui dice una accoglienza possibile  e aperta per chiunque si apra alla visione della croce scoprendo il senso profondo della sua vita come incontro, per chiunque sperimenti il rifiuto del male che si esprime nelle diverse forme di violenza e di esclusione e la possibilità di un futuro nuovo.
Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

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