la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica di Pasqua – anno C – 2013

grdw4

(Gerhard Richter, vetrata, Cattedrale di Colonia)

At 10,34-43; Sal 117; 1Cor5,6-8; Gv 20,1-9

Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando ancora era buio e vide…

Era buio dentro il suo cuore ed era buio perché ancora la luce dell’aurora di quel mattino di primavera non era spuntata. Il IV vangelo presenta un gesto di amore in apertura di questa pagina: il primo passo della fede sorge da un amore che spinge, da una nostalgia di stare vicino, dal recare nel cuore il desiderio di ritrovare il volto di Gesù. Maria è testimone di un rapporto profondo umanissimo e tenero con Gesù, testimone della scoperta che nella sua vita quell’uomo ha aperto speranza, senso e gioia ai suoi giorni. L’ha chiamata per nome e Maria non può dimenticare quella voce e quello sguardo. Da qui nasce l’alzarsi presto e il cammino che la conduce a vedere. E’ il vedere di una donna – sottolinea Giovanni – e la sua parola il primo germoglio della fede pasquale. Maria di Magdala prende il coraggio, forse insieme ad altre – ma il suo nome è ricordato dal IV vangelo – di alzarsi e andare al sepolcro e vide…Si ritroverà Maria in un altro racconto, sola nel giardino davanti al sepolcro vuoto, in un incontro in cui lei viene accompagnata a spostare la sua ricerca. Maria sta cercando, ma rivolta al Gesù del passato, è legata al ricordo e presa dalla tristezza della morte. Ora dovrà aprirsi a ricercarlo in modo nuovo, vivente, senza trattenerlo…

Il vedere di Maria si fa annuncio e comunicazione: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. La tomba vuota di per sé non dice nulla, è segno anche contraddittorio ed apre a pensare varie ipotesi: un trafugamento, oppure uno spostamento. Tuttavia Maria parla di Gesù come ‘Signore’ e così già dice qualcosa della sua identità di colui che ha vinto la morte. Ma dice anche il suo smarrimento di fronte al non sapere…

Da questo primo cammino che è cammino di visita e di attesa, un cammino segnato dall’amore, prende avvio un secondo cammino, quello di Pietro e del discepolo che Gesù amava. Inizia dal vedere di donna, e sorge dal desiderio di amore recato nel cuore da Maria di Magdala. Pietro e l’altro discepolo uscirono insieme e correvano. Non più un cammino ma una corsa. Insieme. Ma l’altro discepolo correva più veloce e arrivò per primo. In questa corsa l’autore del IV vangelo descrive un’esperienza profonda che riguarda i rapporti tra i due, ma non solo, anche tra diverse componenti della comunità credente: Pietro, il primo dei dodici, diviene simbolo dell’istituzione. L’altro discepolo, quello che Gesù amava, è il discepolo segnato dallo sguardo dell’amore, diviene simbolo del carisma, del dono che apre il cuore e lo rende capace di vedere oltre. Pietro diviene così simbolo dell’istituzione, e il discepolo dell’intuizione e del dono di chi ama. Il discepolo giunto al sepolcro vide i teli posati e si arresta sulla soglia, ma non entra. Attende Pietro che vede i segni presenti: i teli, il sudario avvolto in un luogo a parte. “Allora –dice il IV vangelo – entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo, e vide e credette”. Era giunto per primo e si era fermato sulla soglia, attendendo che fosse Pietro per primo a fare ingresso nel sepolcro. Quando però entra per primo ‘vide e credette’ – dice Giovanni – . Il suo vedere non si ferma alla superficie, sa leggere dentro. E’ un vedere nutrito di un rapporto profondo con Gesù, e si apre al credere. Quei segni che di per sé sono ambigui indicano che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma la sua fedeltà all’amore sino alla fine ha vinto la morte. Dio non lo ha liberato dalla morte ma lo ha liberato nella morte. Il discepolo compie così il passaggio dai segni al credere.

Ma l’annotazione finale è tagliente: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risuscitare dai morti”. Sembra che tutta la Scrittura sia racchiusa e sintetizzata in questa necessità: che egli doveva risorgere dai morti. E’ una chiave di lettura di tutta la Scrittura, ma è anche una indicazione alla comunità per tornare alla Scrittura e scoprire, proprio partendo dalla Scrittura che tutta la vicenda di Gesù s’inserisce nel cammino dell’alleanza e dell’incontro del Dio di Abramo Isacco e Giacobbe, dell’esodo e dei profeti con l’umanità.

Vorrei suggerire due annotazione per leggere questa pagina nel nostro tempo.

Questa pagina ci parla di cammini che sorgono dall’amore: sono cammini di ricerca. In un tempo in cui ci si chiede come si può trasmettere la fede e come la fede può essere generata nei cuori questa pagina può essere illuminante per scorgere come la fede non può andare senza una gradualità e una fatica di ricerca: come per Maria che si apre alla fede nel risorto solo poco alla volta, passando attraverso la sua nostalgia di Gesù, lasciando spazio a quella spinta che è ricerca nella sua vita, e incontrando la parola di Gesù ‘chi cerchi?’ solo ad un certo punto. E così anche per Pietro e l’altro discepolo, in modi diversi, in una corsa che li porta ad incontrare segni ambigui e ad essere illuminati dall’amore che fa leggere i segni e andare oltre, accogliendo la Parola che illumina i segni, riandando alla Scrittura che parla di una fedeltà di Dio oltre la morte. Ogni sorgere del credere deve passare attraverso un andare, una relazione insieme che genera nuovi percorsi e un vedere. Ma anche tutto questo a nulla apre se non vi è il respiro della relazione viva. E’ quella nostalgia che spinse il recarsi presto di Maria e lo sguardo del discepolo che Gesù amava: è l’amore ricevuto ciò che genera ogni percorso del credere nel risorto. Per passare dalla nostalgia, sguardo al passato, in apertura ad un incontro da vivere ancora…

Una seconda osservazione: la fede nel risorto è esperienza che sorge da una assenza. C’è un vuoto e ci sono i segni di una assenza nel vedere di Pietro e dell’altro discepolo. Gesù non è più da ricercare nel luogo della morte, ma sarà da ricercare come presenza nuova. Quel vuoto deve rimanere però al cuore della fede, perché la farà rimanere sempre umile, la farà rimanere sempre in movimento, cammino spinto dall’amore e talvolta corsa per vedere e per vedere segni, per aprirsi ad un nuovo vedere. Mai però un vedere presuntuoso e autosufficiente. Sarà sempre un vedere chiamato ad andare oltre, che porta le ferite di una attesa e di una tensione. Rimarrà sempre cammino di ricerca che rende vicini e capaci di avvertire la sofferenza di tutti coloro che cercano e che sperimentano il dolore di una assenza e di un vuoto nella vita. Rimarrà sempre ricerca che mai può possedere ma sempre sarà sfidata nel leggere i segni e nell’ascoltare una Parola che si fa vicina in parole umane. Sempre alla ricerca di una presenza viva eppure non disponibile, in attesa della sua venuta. Se il grande tesoro della fede pasquale è l’annuncio che Gesù ha vinto la morte, questo tesoro è da custodire nella memoria della via seguita da Gesù, nel custodire la parola della croce, non con la presunzione di chi possiede, ma nella consapevolezza di un dono di presenza da accogliere continuamente.

Alessandro Cortesi op

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