la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “aprile, 2013”

V domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,21-27; Sal 135; Ap 21,1-8; Gv 13,31-35

Per Paolo il vangelo è qualcuno: ha un nome, è un volto. Il vangelo è Gesù. Nella prima lettera ai Corinti lo specifica dicendo che vangelo è “che Gesù morì secondo le Scritture fu sepolto, ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e si diede ad incontrare a Cefa e ai dodici” (1Cor 15,3-5). L’annuncio del vangelo si fa così parola ed esperienza che sgorga dalla Pasqua di Gesù. Da qui ha origine il viaggiare di Paolo guidato dall’annunciare questo ‘vangelo’ che è Gesù morto e risorto. Spinto dallo Spirito – ricorda il testo di Atti – Paolo annuncia il vangelo e lo accompagna con due azioni: confermare ed esortare. Non intende il suo compito come quello di chi fa da padrone sulla fede, piuttosto vive lo stupore di scoprire come le porte della fede si aprano oltre ogni calcolo e programma, oltre le chiusure e le barriere di ogni genere. Così le comunità che sorgono accogliendo questa parola sono indicate come autentica chiesa. Chiesa locale, Chiesa presente nei luoghi, generata dall’accoglienza della Parola e dalla fede, ‘chiesa di Dio’. Così il primo volto della chiesa è quello di una ‘chiesa di chiese’ dove le porte si sono aperte ai pagani, a chi era ritenuto escluso dalla salvezza. La difficoltà e la prova, nella esperienza di queste chiese, non sono assenti e la predicazione di Paolo offre una chiave di interpretazione tratta dalla Pasqua di Gesù, passione morte e risurrezione: “E’ necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”. ‘Passare attraverso’: c’è una dimensione di viaggio propria dell’esperienza del credere. La prova viene letta come un luogo in cui scoprire la comunione con Gesù che è passato attraverso la passione e la morte e ha reso anche la morte esperienza di un amore vissuto fino alla fine. Ha trasformato i luoghi dell’ingiustizia, della violenza e del male in luoghi in cui, nonostante tutto, opponendosi al male, alla violenza e alla morte, ha continuato ad amare, aprendo la via nella fiducia nel regno di Dio.

Nel momento dell’ultima cena, dopo che Giuda uscì ‘era buio’. E’ paradossale che nell’oscurità del rifiuto e del tradimento, Gesù parli di ‘gloria’: “Il figlio dell’uomo è stato glorificato… anche il Padre è stato glorificato”. La vicenda della passione e morte di Gesù è qui letta come momento in cui si attua una glorificazione e si manifesta la gloria del Padre. Gloria nel Primo testamento indicava la presenza inafferrabile di Dio che accompagnava Israele nel cammino del deserto, nella liberazione dall’Egitto. Era presenza, operante e vicina, eppure nascosta, nella nube, invisibile e inafferrabile. Nei gesti di Gesù della cena inizia ad attuarsi ciò che si compie sulla croce. Gesù racconta con i suoi gesti un amore talmente umano e profondo che rivela i tratti di Dio stesso: si china su Pietro e sui discepoli e lava i piedi. Offre il pane anche a Giuda, che lo tradiva, dicendo ancora, fino alla fine, la sua offerta di amicizia. Gesù vive i gesti dell’amore anche nel buio che lo attornia. Si attua quanto la prima pagina del IV vangelo esprime con le parole: “la luce era venuta nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta”. Mentre attorno è buio, Gesù manifesta che tutta la sua vita si racchiude in un dono, in una offerta di amicizia: nei suoi gesti si rende trasparenza del volto del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui se ne è fatto l’esegeta, lui lo ha raccontato”. Le tenebre non possono trattenere questa libera offerta di gratuità. La croce in sé è supplizio, segno del male e della cattiveria umana, di ingiustizia, di umiliazione. Da Gesù è resa luogo in cui si manifesta un amore oltre ogni logica che non viene meno neppure in quel buio. Tutto questo dice il termine ‘gloria’. Gesù non evita lo scandalo della sofferenza e della morte, ma vive la sua pro-esistenza ‘passando attraverso’, entrando nella morte e narrando proprio lì, l’amore che non viene meno ed più forte del male e della morte: lì il Figlio ha raccontato il volto di Dio.

Possiamo leggere questi tratti colti dalle letture in rapporto al nostro presente.

Abbiamo ascoltato in questi giorni la notizia che la causa di beatificazione di mons. Romero sarà sbloccata superando le difficoltà di ordine ideologico che l’avevano fermata. Per i popoli del Sudamerica e per molti Romero indipendentemente dai riconoscimenti ufficiali, è modello ed esempio di un uomo che ha vissuto una conversione ai poveri come luogo di fedeltà al vangelo e di ascolto di Gesù. Di Romero si parla come di un ‘vescovo fatto popolo’, tanto la sua vicenda personale è divenuta vicenda condivisa di chiesa e di popolo oltre i confini visibili della chiesa. Vedrei nella figura di Romero i tratti dell’uomo di fede che vive la sua missione di fortificare ed esortare coloro che condividono con lui il cammino faticoso del credere, nella prova, nella tribolazione, nel farsi carico della storia e delle vittime. Un esempio vicino per comprendere il servizio reciproco di tutti i credenti di essere persone capaci di confermare, dare forza e aprire alla speranza i compagni di cammino, nell’apertura e disponibilità alle spinte dello Spirito. Un esempio che apre a considerare l’urgenza di una profonda revisione e riforma di stili di chiesa e di modalità di intendere e di vivere la guida delle comunità nella logica del servizio, nella relazione di conforto e di cammino insieme, e reciproco, di popolo, nell’ascolto delle fatiche e nell’incoraggiamento.

La gloria si manifesta nella croce, là dove l’amore è vissuto senza riserve. Viviamo tempi segnati da difficoltà talvolta pesantissime nella vita dei singoli e delle società, con una crisi economica che pesa soprattutto sui più deboli. A livello ecclesiale spesso si avverte il desiderio di esperienze gratificanti e di successo, a fronte invece di tanti motivi di perdita di speranza e di effettive difficoltà. La ‘gloria’ che si manifesta sulla croce, di cui il IV vangelo parla, non è la riuscita mondana, non è il successo facile, non è vivere senza problemi e trovando tutto facile attorno: piuttosto gloria è intendere la vita così come l’ha intesa Gesù. Le situazioni di difficoltà, le esperienze di buio, dove non si vedono risultati e non vi sono successi, possono diventare luoghi in cui la luce del servizio, di quell’amore che vince la morte non può essere trattenuta. Le vicende della croce della nostra storia, possono divenire luogo in cui vivere quel tipo di amore e di servizio che Gesù ha testimoniato. La gloria è presente non nella grandiosità di chi ha risultati ma nei piccoli gesti dell’amore di chi si china e vive anche la tribolazione come luogo di un amore da offrire come unica ricchezza. Anziché cercare la gloria del mondo nella direzione di pretendere un ruolo di guida nella società e di riconoscimento sta forse qui la chiamata a vivere da cristiani nel tempo presente: nella insignificanza rimanere fedeli ad una testimonianza che fa stare vicini ai dimenticati e ai crocifissi scoprendo che lì è la gloria di Dio, nel vivere uno stile di relazione con gli altri ‘come’ quello di Gesù. “Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate come io ho amato voi”.

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,43-52; Sal 99; Ap 7,9-17; Gv 10,27-30

Ascoltare la voce, conoscere, seguire. Sono tre verbi al cuore della pagina del vangelo. Gesù parla di se stesso come pastore che conosce le sue pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Ma è importante accogliere queste parole di Gesù nel contesto in cui sono poste. Gesù – dice Giovanni poco dopo è nel tempio e sta camminando nel portico di Salomone, in un giorno di festa, la festa della Dedicazione (Gv 10,22-23). Contrappone in modo drastico ladri e briganti a colui che è autentico pastore. Parla di se stesso come di un pastore, che ha tante pecore, anche oltre il suo recinto. “Ed esse ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16). Sono parole che suscitano la reazione dei Giudei (termine che nel IV vangelo viene usato per indicare gli oppositori a Gesù, che non si aprono all’ascolto). Gesù richiede di riconoscere nelle sue opere, nel suo stile un segno del suo essere Figlio, una sola cosa con il Padre. Ma allora ciò significa la rottura di recinti, il richiamo ad un ascolto di Dio che si attua nel seguire Gesù. E il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore. Questo non è sopportabile per chi è preoccupato di un sistema religioso e non di seguire Gesù sulla via della concretezza della custodia e della cura.

La questione di fondo si accentra sull’ascolto. La voce innanzitutto. Tante voci si affollano attorno a noi ed è importante riconoscere la voce a cui prestare ascolto. Non è cosa scontata: molte sono le voci di ladri e briganti, di chi è solo interessato ad un proprio vantaggio e non accoglie né incontra ma utilizza gli altri. Viviamo nell’esistenza esperienze in cui una voce dice qualcosa di più di un soffio – flatus vocis, soffio che va e si disperde-: Sostare per riconoscere nella confusione una voce familiare, propria, è esperienza che apre il cuore. Nella lontananza ascoltare e riconoscere voci che richiamano alla casa, nel pericolo percepire voci che si avvicinano per offrire soccorso, in un ambiente estraneo improvvisamente udire voci che recano parole comprensibili, voci vicine. La voce è qui molto più che la voce sola. E’ dono di presenza, comunicazione, possibilità di incontro. Lascia tracce profonde nel cuore. Ed è anche esperienza quotidiana il riconoscere nel tono di una voce amica, nelle sue sfumature, i sentimenti che stanno dietro, le ansie o le stanchezze, le speranze o le richieste, il desiderio di comunicazione o la richiesta di aiuto. La voce è sempre voce di qualcuno, di un volto, di una presenza, di un tu che, proprio nella sua voce inconfondibile, si fa appello e getta un ponte. Il suono e il tono di un voce è ben di più di un fenomeno fisico: dice apertura e promessa, possibilità di incontro. La voce di qualcuno non è solo il suo pensiero, la sua parola, ma è esperienza di sensi, possibilità di contatto profondo, intimità e comunicazione di quanto si rivela solo a chi distingue le sfumature di una voce. La voce non è parola fredda ma reca con sé colori unici di sentimento, di moti profondi. La voce, il suo tono, il timbro, l’accentuazione comunicano un’interiorità.

Le voci che occupano le giornate sono tante: nel tempo della sovrabbondanza di voci che si accavallano e non lasciano spazi al silenzio non è facile ascoltare e non è immediato distinguere le parole autentiche, riconoscere le voci importanti.  Colpiti da tante voci, diverse ed anche opposte tra loro ascoltare è arte difficile, che non s’improvvisa. Gesù contrappone diversi tipi di ascolti: nel IV vangelo evoca le pecore che ascoltano la voce mentre attorno opposizione e ostilità stanno crescendo contro di lui. Le voci delle autorità religiose si alzano per ridurre la sua voce al silenzio. E Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del pastore e sanno riconoscere quella voce come indicazione per i loro percorsi. ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono’: forse il suo pensiero andava al gesto dei pastori che dopo aver riunito pecore di diverse greggi in un ovile radunavano le proprie con la voce spingendole verso il pascolo. Riconoscere la voce è per Gesù richiamo a saper distinguere una chiamata che si colloca dentro la propria esistenza, voce dell’unico pastore che ha cura delle pecore che desidera per loro la vita. In Apocalisse (seconda lettura) si parla dell’agnello, immagine di Gesù Cristo morto e risorto, come ‘pastore che guida alle sorgenti della vita’. Gesù evoca l’ascolto della sua voce in contrasto con tante altre voci che pretendono di sovrastare la sua o di sostituirsi. Sono le voci di chi pretende di mettersi al posto di Dio senza rimanere in un ascolto che de-centra e contesta ogni pretesa di potere come dominio e non come servizio.

Ascoltare: è la prima attitudine del credente. Ascolta Israele… Se ascolterete le mie parole… Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta…

Ascolto è rimanere in attesa, è attitudine di apertura ad una parola da ricevere, a cui offrire accoglienza e custodia. E’ in fondo riconoscimento di due strutture fondamentali dell’esistenza umana: siamo infatti innanzitutto poveri e  bisognosi di una parola che sia riconoscimento, bisognosi di un volto che parla, come un bambino ha bisogno di potersi riconoscere in un volto e in una parola che lo precede. E siamo esseri di risposta, chiamati a rispondere, a dare ascolto nell’ascolto che ci precede e ci custodisce: la parola accolta è sempre appello, invito, e domanda sospesa ad una risposta e ad un cammino verso l’altro.

Chi ascolta non pretende innanzitutto di prendere spazio e di imporsi, ma ascoltare è attitudine di mitezza. Chi ascolta lascia spazio agli altri e offre attenzione nel convincimento di non aver già tutto chiaro, nell’aver bisogno della verità dell’altro. Così ascoltare Dio passa anche attraverso l’ascolto degli altri. La parola di Dio ci raggiunge anche attraverso le voci, spesso nascoste o soffocate, da riconoscere e accogliere, di chi ne è testimone, anche senza saperlo.

Conoscere: in tutta la Bibbia il significato del ‘conoscere’ rinvia al rapporto intimo, personale. Gesù parla delle pecore che conoscono il pastore e si presenta come unico pastore a cui far riferimento, in contrasto con tanti pretesi pastori che intendono guidare ma secondo i propri interessi. Conoscere è come, l’ascolto, tutto il contrario di un percorso facile, immediato, o frutto di strategie. E’ piuttosto meta di un lento imparare, di un accostarsi  attento e delicato alla vita dell’altro. Conoscere non si esaurisce in un sapere intellettuale o in contatti superficiali, e non giungerà mai alla falsa illusione di saper tutto dell’altro, ma è un lasciarsi abitare dall’altro, sempre nuovo, sempre da ricominciare. E si affina e si compie nello ‘stare davanti’  e nello ‘stare presso’ l’altro. Conoscere è possibile così solamente in chi coltiva un cuore ospitale e  aperto. Il consumo di rapporti, l’idea che si conoscono tanti amici (le centinaia di amici su facebook!)è illusione che impedisce di maturare la pazienza di costruire lentamente e nel silenzio la profondità di rapporti personali.

Conoscere è sinonimo di custodire: la custodia di una intimità che non può mai essere svenduta. Una certa tendenza oggi presente anche nel mondo ecclesiale nel valorizzare testimonianze di persone che mettono in pubblico i propri percorsi interiori, per chi conosce la fatica del ‘conoscere’ fa sorridere al pensiero della superficialità e della vacuità di questi stessi percorsi. C’è un’intimità del conoscere, anche nell’esperienza della fede, da custodire con il senso di preziosità di un tesoro. Esso può solo essere sussurrato in incontri da persona a persona e non esposto nell’ottica del consumo della comunicazione di massa. Conoscere è rinvio all’intimità, ed anche alla concretezza di una consuetudine di incontro che diviene nutrimento reciproco nella vita, abbeverarsi alla presenza dell’altro, avvertire la medesima corrente di vita che passa nelle proprie fibre, così come i tralci si muovono nella linfa che proviene dalla vite. In questo senso conoscere implica uno stare ed un rimanere presso l’altro. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto…” (Gv 15,5)

Seguire. Le mie pecore mi ascoltano e mi seguono. Se il conoscere implica uno stare, la vita con Gesù, l’esperienza di fede si connota come cammino, come un andare. L’ascolto di Gesù e il conoscere lui e la sua voce che chiama conduce ad una apertura, ad un andare, ad un ripartire anche nelle situazioni in cui i cieli sono chiusi e non sembra esserci futuro. Gesù parla di pecore che ascoltare il pastore mentre attorno si stringe il cerchio minaccioso dell’ostilità e del rifiuto, mentre raccolgono pietre per lapidare il pastore che dà la vita. La sua via, via dell’amore, è in contrasto con le pretese di tanti pastori che non sanno riconoscere l’unico grande pastore, colui che ha percorso la via della croce, il crocifisso risorto, l’agnello immolato e ritto in piedi.

Seguire è certo un mettersi in movimento, un aprirsi ad un cambiamento che ad ogni età si rinnova come cambiamento interiore, ma è anche il seguire Gesù sulla via che lui ha percorso. Ha poco a che fare con i successi umani e le realizzazioni di carriera, di potere o di affermazione riconosciuta. E’ seguire la via della croce che è via del servizio e di un dono in cui il conoscere, e l’ascolto si declinano nel quotidiano, in rapporto con Lui e nel riconoscerlo tra i volti che ci è dato incontrare: oltre ogni recinto. Nella fiducia che in questo ascolto l’unico pastore fa camminare le sue pecore verso un orizzonte di comunione. “Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno potrà strapparle dalla mano del Padre”. In questo cammino sta la fede di Gesù, ed in esso sta anche la nostra fede.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 5,27-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Il ritorno alla vita di prima, la delusione e la ripresa della quotidianità. Questo è il contesto in cui l’ultima pagina del IV vangelo – una aggiunta dopo una prima conclusione (GV 20,30-31) – colloca un incontro dei discepoli con il risorto. E’ il quadro di una quotidianità senza prospettive, ripiegata e centrata su di un lavoro ritrovato come rifugio per distrarsi e non pensare più. Un lavoro che non si apre ad un senso più profondo ma che si esaurisce in una fatica per stordirsi. E’ un quadro di sconforto e di rassegnazione, in cui sembra quasi che si chiuda una bella parentesi, forse troppo bella – quella dell’incontro con Gesù, del cammino insieme a lui, della speranza maturata a partire dalla sua chiamata – ma ora da archiviare e da dimenticare. Questa terra, sembra dire Pietro, non  potrà mai divenire luogo di quella speranza che aveano avvertito nel cuore quando camminavano insieme a lui. ‘Vado a pescare’ è la sconsolata conclusione di Pietro che ripropone i gesti di prima, ormai senza futuro. Cercando di raccogliere attorno a quell’impegno una vita fatta ormai di cocci che non possono più esssere messi insieme.

E’ questa esperienza vicina a ciò che si vive dopo la perdita di una persona cara, nel finire di  percorsi di vita significativi, quando rapporti d’amore s’interrompono e finiscono, o alla fine di un percorso di lavoro. I diversi passaggi della vita, il partire dei figli da casa giunti all’età adulta, la conclusione di un’esperienza di lavoro, l’abbandono di persone amate, la morte di qualcuno fanno ritornare sui propri passi, lasciano vuoto e portano senso di fallimento. E conducono a maturare il sentimento del non-senso di tutto quanto è finito, giunto a conclusione, senza più futuro.

L’iniziativa di Pietro di andare a pescare racchiude anche un rinvio simbolico ad un percorso di chiesa. Delusa, chiusa nella dimensione del fallimento, ripiegata su di sè, incapace di comprendere ciò che è essenziale. La pesca senza esito è segno di questa aridità e di una infecondità profonda.

In questa situazione Gesù si fa incontro. Proprio lì. Con la libertà di chi ama. Silenziosamente, in punta di piedi, senza eventi eclatanti, sulla riva del mare. Si fa presente con una domanda e una richiesta: ‘Non avete nulla da mangiare?’ Quella riva era stato il luogo del primo incontro.  E Gesù si fa incontro ancora,  inatteso, ripete quelle parole che aveva già pronunciato invitandoli a gettare le reti. Non è un caso se il IV vangelo riprende le parole di Gesù e l’invito che i sinottici presentano nel contesto della prima chiamata (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11). Forse è da cogliere qui un messaggio importante: la speranza che anima la nostra esistenza non sta nella conquista o nella prospettiva di ‘magnifiche sorti e progressive’. Anche quando il senso del vuoto è grande – e sta qui il cuore del messaggio della pasqua – Gesù si fa presente nella vita come un Tu che non viene meno, non fa mancare la sua chiamata. Ha vinto la morte. La sua parola è feconda, la sua vita è feconda, non è rimasta chiusa nel buio della morte. Rovescia le situazioni di aridità e fa germogliare la terra arida… La radice dello sperare sta nella gratuità del farsi presente di Gesù, e del suo farsi vicino nella quotidianità talvolta plumbea della nostra esistenza. Si fa vicino in modo imprevedibile e difficile da riconoscere. Si fa vicino non con rimproveri, non con discorsi e neppure in modo eclatante, ma nella provocazione di una domanda e di un invito a gettare le reti. E si fa vicino nei gesti della vita: il mangiare insieme, la condivisione, la gioia del riconoscimento.

Gesù ricomincia da capo con i suoi. C’è un percorso che è ancora un inizio, ma nuovo. E’ anche un modo per dire che tutto il percorso del passato non è una parentesi da dimenticare ma è un cammino di cui ricomprendere il significato profondo. E la fede è cammino. E’ così che si può parlare di due inizi della comunità: il primo inizio sta nella luce solare di quei giorni segnati dalla prima chiamata di Gesù, nella sua iniziativa libera e gratuita di chiamare a sé quelli che volle, nell’aprir loro allo stupore di una fecondità nuova e inattesa della loro vita. Un secondo inizio si colloca dopo lo scandalo dell’abbandono e della morte – ed anche per noi un inizio nuovo della fede si genera nei momenti che sono toccati dalla prova e dalla pesantezza della vita. E’ un inizio che non avviene nonostante la morte, ma scoprendo il suo venire per primo, la sua presenza, in modo nuovo, entrando nella morte e rendendola luogo dell’amore sino alla fine. Gesù è il medesimo e non lo riconoscono. E’ il discepolo amato a dire per primo a Pietro: ‘è il Signore’. In quel sussurro sta anche l’indicazione di ciò che sta veramente al centro della vita delle chiese. Non l’organizzazione, non le strategie, nemmeno le risorse psicologiche per affrontare il futuro, ma qualcuno, la presenza di Gesù, il riconoscerlo come ‘Signore’, colui che non è rimasto prigioniero della morte. Il discepolo che Gesù amava sa leggere i segni: il riconoscimento di lui come ‘Signore’, il Kyrios, deriva dal guardare alla abbondanza di una pesca oltre ogni attesa, sproporzionata. Fecondità che la sua parola e l’accoglienza del suo invito portano a vite ormai rassegnate.

Tanti pesci: 153 e grossi. Un numero enigmatico che ha avuto vari tentativi di interpretazione: 153 è numero indicativo di tutte le genti della terra. Si tratta allora di una fecondità senza confini, senza esclusioni, per tutti, in modo nuovo, oltre lebarriere di templi, di religioni e di caste clericali. La presenza di Gesù non è solo per qualcuno ma per tutti. E 153 è anche il riferimento ad un nome (En-Eglaim) che ritorna al cap. 47 di Ezechiele: “Sulle sue rive vi saranno pescatori, da Engaddi a En Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci secondo le loro specie vi saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande” (Ez 47,10-11). In una visione il profeta vede sgorgare una corrente d’acqua sempre più abbondante dal lato destro del tempio (così come sul lato destro della barca era stata l’indicazione di Gesù di gettare le reti). E dal tempio sgorgano acque che portano vita a tutte le piante e gli animali. E viene così ripreso un tema caro al IV vangelo: il nuovo tempio, il luogo dell’incontro di Dio con l’umanità non può essere limitato al tempio di Gerusalemme. Nè aad alcun altro tempio dove Dio verrebbe rinchiuso. Il tempio è ora la presenza di Gesù, il suo corpo ricostruito dopo tre giorni (cfr. Gv 2,21-22) che diviene tempio vivente e aperto all’incontro con tutte le genti. La sua vita spesa e ogni vita spesa è tempio dell’incontro con Dio. E l’acqua porta vita: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

C’è una corrente di sorpresa, di apertura, e di generosità che attraversa questa pagina. Il discepolo amato dice ‘è il Signore’. Pietro si cinge i fianchi e si getta. Si cinge i fianchi: è il gesto della pasqua. I fianchi cinti, i sandali ai piedi (Es 12). Un gesto di generosità e di impulso quello di Pietro che riflette il suo carattere. E un gesto che si affianca con quello del discepolo amato che per primo riconosce il Signore.

Pane e pesce aveva preparato Gesù sulla riva su di un fuoco di brace. Eppure Gesù chiede loro: ‘portate un po’ del pesce che avete preso ora…’.   E la rete non si spezza benché fossero tanti i pesci: e il ricordo va alla tunica di Gesù, simbolo della chiesa, che sotto la croce non è stata lacerata ma era tessuta di un solo pezzo e non viene scissa (Gv 19,23-24).

C’è quest’altro motivo al cuore di questa narrazione: il tema della chiesa e del rapproto tra chiese diverse espresso nel rapporto tra il discepolo e Pietro. Forse questa pagina, scritta quando i due erano già morti (come viene evocato in Gv 21,18) vuol essere una risposta alle tensioni tra le comunità che si rifacevano alla predicazione e alla tradizione giovannea e le comunità che si riconducevano alla presenza di Pietro. Le due comunità vivono tradizioni diverse, sottolineano aspetti diversi della fede, eppure come il discepolo e Pietro possono vivere, da diversi, nella condivisione della medesima fede nel Risorto. Perché ciò che conta è l’amore che risponde al dono di presenza di Gesù.

Proprio sull’amore Pietro viene interrogato. Gesù lo chiama Simone, con il nome prima di essere stato chiamato a seguirlo. Perché tutto ora si rinnova e ricomincia: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu?’ Pietro risponde ma usa un altro verbo, più debole, e dice: ‘Signore ti voglio bene’. Per tre volte, quasi ripercorrendo i tre momenti del suo tradimento quando non aveva riconosciuto Gesù. Quasi a capovolgere tutti quei momenti che avevano costituito nella sua vita incomprensione e allontanamento da lui che aveva rappresentato  l’incontro decisivo della sua vita. ‘Ti voglio bene’, è un ridurre le pretese, quasi un rifugiarsi in un amore a misura del possibile. E Gesù si piega: la terza volta gli chiede egli stesso ‘mi vuoi bene?’ ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene’: Pietro è addolorato e dimostra di riconoscere le ferite del tradimento, e si affida: ‘tu sai tutto’. Gesù sa leggere questa apertura del suo cuore. Si accontenta e accoglie tutto quello a cui Pietro giunge e può dare, come genitore o insegnante che rinunciando ad ogni pretesa giunge ad accettare ciò che un figlio o un allievo riesce a dare. E nulla di più.  Tutto il dialogo è sull’amore, sul voler bene, su di un rapporto in cui Pietro e la sua comunità, così come Giovanni e la sua comunità, sono confrontati. Su nient’altro se non sul riconoscimento di una presenza che si fa vicina nella quotidianità delusa e stanca.

E Pietro è chiamato, ma solo dopo aver preso coscienza della sua debolezza e del suo fondarsi solo su Gesù, ad essere guida ad essere colui che pasce, aprendosi a scoprire un percorso tra comunità diverse. E tutta la sua vita trova il suo senso più profondo nella parola ‘seguimi’.

Alcune sollecitazioni a pensare per noi oggi.

La risurrezione è annuncio che l’amore, è più forte della morte. Ogni amore, anche quando è vissuto senza un esplicito riferimento a Gesù, è segno di una fecondità che va oltre l’ultimo nemico della vita umana. Gesù si fa vicino ai suoi nel buio di un’alba in cui ancora non è sorta la luce. Si fa vicino in un’esperienza di chiesa che non ha ancora colto come è lui e solo lui da mettere al centro della propria vita, senza esclusioni e aperta all’incontro con tutti. Una chiesa che scopre la fecondità dell’amore è una chiesa che si apre a riconoscere Gesù laddove ci sono i gesti della condivisione e di una vita che si fa pane. Tra le righe della pagina il riferimento va al gesto del pane e al discorso sul pane di vita di Gesù (al capitolo 6 del IV vangelo). E’ Gesù che si fa pane e tuttavia è lui che chiede i nostri pesci. Risurrezione è anche un cammino, sempre da ricominciare, che investe la fede dei discepoli. Ma il credere non riguarda solo una sfera intellettuale, è percorso di vita che implica riconoscimento di una presenza, apertura all’incontro, implica un movimento, rompere equilibri, gettarsi: un rischiare che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Portatemi del pesce. Gesù chiede qualcosa a noi: sono quei pochi pesci che divengono luogo di una fecondità inattesa: la fecondità dell’amore. Nessuno è così povero da non poter portare i pochi pesci, il frutto di un gettare le reti sulla sua parola, su quel fuoco di brace…

Questa pagina ci dice che la risurrezione, come  incontro con il Risorto riguarda la storia delle comunità diverse, che possono vivere insieme, ma riguarda anche tutta l’umanità: è liberazione dal male ed è possibilità di speranza per tutti e del bene per l’umanità e per il creato. Tutto è coinvolto: il mare, luogo simbolo del male, diviene luogo di una fecondità senza limiti di vita, di bene. I pesci rinvio a tutte le genti della terra, le comunità di Pietro e di Giovanni… E tutto è decentrato rispetto alla centralità di una presenza che si fa incontro e viene riconosciuto poco alla volta, leggendo i segni e buttandosi. Gesù si presenta in modi inattesi. Forse a noi non sta giudicare dove egli è: siamo però provocati a leggerne i segni della sua presenza. E a vivere innanzitutto lo stupore e la gioia di accoglierli e di scoprire la fecondità del suo agire, anche oggi, anche nel nostro mondo, anche laddove non c’è speranza. Lì dove c’è la fecondità dell’amore, lì dove c’è pane e pesce condiviso, attorno ad un fuoco di brace, lì oggi i credenti dovrebbero saper inchinarsi e gettarsi a riconoscere la presenza di Gesù e vivere la gratitudine e vivere l’eucaristia. Portando un po’ di quel pesce che viene dalle reti e che rimane dono. E lì iniziare a scoprire ed  incontrare quell’amore che accetta e valorizza tutte le nostre capacità ed anche le incapacità di amare. Così come Gesù davanti a Pietro si china a raccogliere quello che Pietro riesce a dargli, il suo abbandono o forse solo il suo desiderio e la sua nostalgia di abbandono, nonostante ogni percorso incompiuto o interrotto che solo lui sa mettere insieme riconducendo il nostro sguardo e le nostre vite a ciò che è essenziale.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3447At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

C’è qualcosa che sta a cuore all’autore del IV vangelo: è una preoccupazione profonda. E’ espressa nelle ultime righe di questo scritto e ne è la chiave di lettura: “molti altri segni fece Gesù davanti ai suoi discepoli. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30). Quanto è stato scritto fa riferimento a ‘segni’ compiuti da Gesù e quanto è stato scritto è in vista del credere e della vita: perché crediate. Ma il verbo greco utilizzato, un congiuntivo presente, suggerisce una importante sfumatura del ‘credere’. Reca l’idea di una azione che continua: i segni sono stati scritti perché ‘continuiate a credere’. Il testo quindi si rivolge a credenti che sentono il bisogno di essere accompagnati e sostenuti nel cammino del credere, per non perdere ciò che è essenziale, per non perdere soprattutto il senso del cammino del credere sempre da ricominciare, per tutti. E tutto questo ha che fare con il senso profondo della vita del divenire uomini. Tutto si concentra qui: nella questione della fede, o meglio del credere, che dice movimento, ricerca, tensione verso.  Così i racconti del ‘primo giorno della settimana’ rinviano ad un riflessione sul credere. Quando nasce il credere dei primi discepoli? Che cosa vi sta al cuore? Come vivere da credenti sempre sfidati dal non credere o dalle forme falsate di una religione in cui si perde di vista l’essenziale?

La vicenda di Tommaso che vive la fatica del credere è indicativa di un percorso che è anche il nostro. I percorsi più profondi del credere si scontrano con il dubbio, la fatica. Come per Tommaso. Nel suo percorso desidera ‘vedere’ e non accoglie la parola della comunità degli altri discepoli che gli dicono ‘abbiamo visto il Signore’.

In questa pagina sta l’indicazione del percorso che i primi discepoli compirono per aprirsi alla fede pasquale, la fede che Gesù il condannato della croce è stato costituito da Dio, Signore e Figlio. L’aprirsi al ‘vedere’ della Pasqua non è frutto di una scoperta umana o solamente di un processo interiore e psicologico. Il testo indica come il venire di Gesù e il suo ‘stare in mezzo’ in modo inatteso gratuito, apre ad una esperienza dai caratteri totalmente nuovi. E nello stesso tempo questa irruzione di presenza, il suo ‘farsi vedere’ non va senza un percorso faticoso che coinvolge i discepoli. E’ anche percorso soggettivo, ricerca a partire dalle Scritture, scoperta del perdono ricevuto, consapevolezza di una presenza che si fa incontro in modo totalmente nuovo. Tutto questo li cambia dentro. I discepoli scoprono nella loro esistenza come la presenza nuova di Gesù diviene per loro e in loro una nuova creazione. E’ soffio di vita e vita nello spirito che è forza che apre e spalanca per uscire. Il primo dono del Cristo risorto è la pace che proviene dalla presenza dello spirito e che genera la novità della riconciliazione. Sta qui la radice di un credere che sorge con la gioia e vive della gioia di un incontro al suo cuore.

“Essendo dunque sera, in quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte dove erano i discepoli per timore dei giudei venne Gesù e stette nel mezzo e dice loro: Pace a voi. E detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque gioirono vedendo il Signore”.

Tutto avviene nel primo giorno della settimana per il IV vangelo: sarà questo il segno del primo giorno della settimana, giorno del Signore, in cui la comunità si ritrova a dirsi e ridirsi “abbiamo incontrato il Signore” e ad aiutarsi nel comune cammino del credere nell’accogliere la presenza del Signore che sta in mezzo e fa divenire i luoghi chiusi e le porte chiuse luoghi di apertura e di comunicazione. Giorno e tempo in cui accogliere un invio ed una missione che si accentra sulla pace: “perdonerete…” è promessa di un dono all’intera comunità dei credenti a portare una parola di perdono. In questa parola di perdono si rende attuale l’esperienza della risurrezione: dove l’amore vince la violenza, dove il perdono vince la vendetta, dove la pace è tessuta contro l’ingiustizia.

Ma nel faticoso itinerario di Tommaso c’è anche la scoperta che credere è aprirsi a cogliere la continuità tra il crocifisso e il risorto. Non è un altro, ma il medesimo: il risorto porta nel suo corpo il segno dei chiodi. Il credere pasquale sarà sempre un credere all’ombra della croce. L’incontro con il risorto rimarrà sempre incontro che rinvia a seguire Gesù sulla via che ha percorso, nella fedeltà ad una missione intesa come pro-esistenza, ascolto del Padre e solidarietà con l’uomo, che gli ha fatto incontrare l’ostilità e il rifiuto e lo ha condotto alla condanna, alla morte e alla morte di croce.

La provocazione di Tommaso diviene così importante: è infatti quasi una protesta rivolta ad una comunità legata a Gesù, ma che è ancora chiusa, rinserrata, a compiere un cammino, a scoprire aperture nuove, a lasciarsi fare nuova dal soffio che richiama al soffio della creazione. Non sarebbe possibile senza il venire e lo stare in mezzo di Gesù, del dono dello Spirito. Ma è un cammino che diviene ‘continuare a credere’ in modo nuovo. “Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto”. Ma come è possibile credere senza vedere? E’ il credere che sorge e cresce nell’accogliere i segni che sono stati scritti, nel ritornare a Gesù, alla sua morte ma anche a tutta la sua vita in cui ha vissuto l’amore fino alla fine; è anche il credere condiviso in una comunità, che vive l’esperienza di essere perdonata e del perdono come segno di una vita animata a un soffio nuovo.

Tommaso è la figura del credente che si mantiene in quella attitudine che il vangelo di Marco suggerisce: “Signore io credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24) E’ anche esempio di chi si pone domande, di chi non rimane chiuso e ha il coraggio di affrontare le difficoltà e di presentarle anche agli altri. Desidera un incontro autentico e le sue ultime parole sono ‘il mio Signore, il mio Dio’. Nell’uomo sfigurato dai segni di una ingiusta condanna e segnato dalla sofferenza riconosce il volto di Dio che Gesù ci ha fatto ‘vedere’. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,18)

Viviamo tempi di precarietà, di messa in discussione di tante cose date per acquisite e che rivelano la loro fragilità e inconsistenza, ma sono anche tempi in cui assistiamo a irrigidimenti e ripiegamenti. La fede viene confusa con forme religiose o il credere viene identificato in forme dottrinali o nell’adesione a forme culturali. Dove non c’è fatica, critica, ricerca. Spesso le provocazioni a mettersi in discussione a smuoversi e cercare provengono da chi è percepito come disturbatore, da tener lontano. Anche nella chiesa le parole di chi solleva problemi, apre interrogativi, pone sfide è spesso tacitata come parola di teologi non allineati o di persone da lasciare ai margini e allontanare. Certamente vi sono forme di protagonismo, alla ricerca di visibilità e di supremazia, ma come Tommaso, spesso nascosti e in solitudine sofferta, tanti vivono l’inquietudine del credere animati da tensione e domanda: sono importanti le provocazioni degli esploratori da cui vengono notizie nuove che portano percorsi nuovi, le domande degli indagatori che portano respiro nuovo alla vita e soffio di apertura. Tommaso si dimostra ribelle ad un modo di vivere il riferimento a Gesù nella paura e nella situazione di chiusura, con le porte sbarrate per timore… E’ voce critica a fronte di una comunità fissata ed incapace di muoversi al di fuori, verso l’altro. Tommaso costituisce la provocazione contro il pensare la fede come un dato acquisito, che mantiene nella paura e non come lenta gestazione che apre al coraggio di uscire. E’ figura di tutti coloro che provocano con la loro inquietudine. E’ un inquieto Tommaso, nel cuore, come tanti che oggi vivono percorsi del credere nella ricerca appassionata e nella fatica di un domandare che non ha paura dei dubbi e delle critiche.  L’esperienza di Tommaso è presente in molti che sono spesso visti con sospetto in ambienti clericali e devoti. Dovremmo saper ascoltare tutte le persone che rimangono fedeli ad un profondo desiderio di autenticità e alla profondità di un credere che divenga esperienza profonda nella vita e che faccia vivere: un incontro del Signore ‘per me’ mio Signore e mio Dio’ e nello stesso tempo insieme. Insieme ad una comunità chiamata a scoprire che solo nell’annuncio della misericordia, del perdono, non nella pretesa di essere essa stessa al centro, ma lasciando Gesù stare in mezzo, trova il senso della sua vita.

Alessandro Cortesi op

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