la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3447At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

C’è qualcosa che sta a cuore all’autore del IV vangelo: è una preoccupazione profonda. E’ espressa nelle ultime righe di questo scritto e ne è la chiave di lettura: “molti altri segni fece Gesù davanti ai suoi discepoli. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30). Quanto è stato scritto fa riferimento a ‘segni’ compiuti da Gesù e quanto è stato scritto è in vista del credere e della vita: perché crediate. Ma il verbo greco utilizzato, un congiuntivo presente, suggerisce una importante sfumatura del ‘credere’. Reca l’idea di una azione che continua: i segni sono stati scritti perché ‘continuiate a credere’. Il testo quindi si rivolge a credenti che sentono il bisogno di essere accompagnati e sostenuti nel cammino del credere, per non perdere ciò che è essenziale, per non perdere soprattutto il senso del cammino del credere sempre da ricominciare, per tutti. E tutto questo ha che fare con il senso profondo della vita del divenire uomini. Tutto si concentra qui: nella questione della fede, o meglio del credere, che dice movimento, ricerca, tensione verso.  Così i racconti del ‘primo giorno della settimana’ rinviano ad un riflessione sul credere. Quando nasce il credere dei primi discepoli? Che cosa vi sta al cuore? Come vivere da credenti sempre sfidati dal non credere o dalle forme falsate di una religione in cui si perde di vista l’essenziale?

La vicenda di Tommaso che vive la fatica del credere è indicativa di un percorso che è anche il nostro. I percorsi più profondi del credere si scontrano con il dubbio, la fatica. Come per Tommaso. Nel suo percorso desidera ‘vedere’ e non accoglie la parola della comunità degli altri discepoli che gli dicono ‘abbiamo visto il Signore’.

In questa pagina sta l’indicazione del percorso che i primi discepoli compirono per aprirsi alla fede pasquale, la fede che Gesù il condannato della croce è stato costituito da Dio, Signore e Figlio. L’aprirsi al ‘vedere’ della Pasqua non è frutto di una scoperta umana o solamente di un processo interiore e psicologico. Il testo indica come il venire di Gesù e il suo ‘stare in mezzo’ in modo inatteso gratuito, apre ad una esperienza dai caratteri totalmente nuovi. E nello stesso tempo questa irruzione di presenza, il suo ‘farsi vedere’ non va senza un percorso faticoso che coinvolge i discepoli. E’ anche percorso soggettivo, ricerca a partire dalle Scritture, scoperta del perdono ricevuto, consapevolezza di una presenza che si fa incontro in modo totalmente nuovo. Tutto questo li cambia dentro. I discepoli scoprono nella loro esistenza come la presenza nuova di Gesù diviene per loro e in loro una nuova creazione. E’ soffio di vita e vita nello spirito che è forza che apre e spalanca per uscire. Il primo dono del Cristo risorto è la pace che proviene dalla presenza dello spirito e che genera la novità della riconciliazione. Sta qui la radice di un credere che sorge con la gioia e vive della gioia di un incontro al suo cuore.

“Essendo dunque sera, in quel giorno, il primo della settimana, ed essendo chiuse le porte dove erano i discepoli per timore dei giudei venne Gesù e stette nel mezzo e dice loro: Pace a voi. E detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque gioirono vedendo il Signore”.

Tutto avviene nel primo giorno della settimana per il IV vangelo: sarà questo il segno del primo giorno della settimana, giorno del Signore, in cui la comunità si ritrova a dirsi e ridirsi “abbiamo incontrato il Signore” e ad aiutarsi nel comune cammino del credere nell’accogliere la presenza del Signore che sta in mezzo e fa divenire i luoghi chiusi e le porte chiuse luoghi di apertura e di comunicazione. Giorno e tempo in cui accogliere un invio ed una missione che si accentra sulla pace: “perdonerete…” è promessa di un dono all’intera comunità dei credenti a portare una parola di perdono. In questa parola di perdono si rende attuale l’esperienza della risurrezione: dove l’amore vince la violenza, dove il perdono vince la vendetta, dove la pace è tessuta contro l’ingiustizia.

Ma nel faticoso itinerario di Tommaso c’è anche la scoperta che credere è aprirsi a cogliere la continuità tra il crocifisso e il risorto. Non è un altro, ma il medesimo: il risorto porta nel suo corpo il segno dei chiodi. Il credere pasquale sarà sempre un credere all’ombra della croce. L’incontro con il risorto rimarrà sempre incontro che rinvia a seguire Gesù sulla via che ha percorso, nella fedeltà ad una missione intesa come pro-esistenza, ascolto del Padre e solidarietà con l’uomo, che gli ha fatto incontrare l’ostilità e il rifiuto e lo ha condotto alla condanna, alla morte e alla morte di croce.

La provocazione di Tommaso diviene così importante: è infatti quasi una protesta rivolta ad una comunità legata a Gesù, ma che è ancora chiusa, rinserrata, a compiere un cammino, a scoprire aperture nuove, a lasciarsi fare nuova dal soffio che richiama al soffio della creazione. Non sarebbe possibile senza il venire e lo stare in mezzo di Gesù, del dono dello Spirito. Ma è un cammino che diviene ‘continuare a credere’ in modo nuovo. “Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto”. Ma come è possibile credere senza vedere? E’ il credere che sorge e cresce nell’accogliere i segni che sono stati scritti, nel ritornare a Gesù, alla sua morte ma anche a tutta la sua vita in cui ha vissuto l’amore fino alla fine; è anche il credere condiviso in una comunità, che vive l’esperienza di essere perdonata e del perdono come segno di una vita animata a un soffio nuovo.

Tommaso è la figura del credente che si mantiene in quella attitudine che il vangelo di Marco suggerisce: “Signore io credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24) E’ anche esempio di chi si pone domande, di chi non rimane chiuso e ha il coraggio di affrontare le difficoltà e di presentarle anche agli altri. Desidera un incontro autentico e le sue ultime parole sono ‘il mio Signore, il mio Dio’. Nell’uomo sfigurato dai segni di una ingiusta condanna e segnato dalla sofferenza riconosce il volto di Dio che Gesù ci ha fatto ‘vedere’. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,18)

Viviamo tempi di precarietà, di messa in discussione di tante cose date per acquisite e che rivelano la loro fragilità e inconsistenza, ma sono anche tempi in cui assistiamo a irrigidimenti e ripiegamenti. La fede viene confusa con forme religiose o il credere viene identificato in forme dottrinali o nell’adesione a forme culturali. Dove non c’è fatica, critica, ricerca. Spesso le provocazioni a mettersi in discussione a smuoversi e cercare provengono da chi è percepito come disturbatore, da tener lontano. Anche nella chiesa le parole di chi solleva problemi, apre interrogativi, pone sfide è spesso tacitata come parola di teologi non allineati o di persone da lasciare ai margini e allontanare. Certamente vi sono forme di protagonismo, alla ricerca di visibilità e di supremazia, ma come Tommaso, spesso nascosti e in solitudine sofferta, tanti vivono l’inquietudine del credere animati da tensione e domanda: sono importanti le provocazioni degli esploratori da cui vengono notizie nuove che portano percorsi nuovi, le domande degli indagatori che portano respiro nuovo alla vita e soffio di apertura. Tommaso si dimostra ribelle ad un modo di vivere il riferimento a Gesù nella paura e nella situazione di chiusura, con le porte sbarrate per timore… E’ voce critica a fronte di una comunità fissata ed incapace di muoversi al di fuori, verso l’altro. Tommaso costituisce la provocazione contro il pensare la fede come un dato acquisito, che mantiene nella paura e non come lenta gestazione che apre al coraggio di uscire. E’ figura di tutti coloro che provocano con la loro inquietudine. E’ un inquieto Tommaso, nel cuore, come tanti che oggi vivono percorsi del credere nella ricerca appassionata e nella fatica di un domandare che non ha paura dei dubbi e delle critiche.  L’esperienza di Tommaso è presente in molti che sono spesso visti con sospetto in ambienti clericali e devoti. Dovremmo saper ascoltare tutte le persone che rimangono fedeli ad un profondo desiderio di autenticità e alla profondità di un credere che divenga esperienza profonda nella vita e che faccia vivere: un incontro del Signore ‘per me’ mio Signore e mio Dio’ e nello stesso tempo insieme. Insieme ad una comunità chiamata a scoprire che solo nell’annuncio della misericordia, del perdono, non nella pretesa di essere essa stessa al centro, ma lasciando Gesù stare in mezzo, trova il senso della sua vita.

Alessandro Cortesi op

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