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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

III domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 5,27-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Il ritorno alla vita di prima, la delusione e la ripresa della quotidianità. Questo è il contesto in cui l’ultima pagina del IV vangelo – una aggiunta dopo una prima conclusione (GV 20,30-31) – colloca un incontro dei discepoli con il risorto. E’ il quadro di una quotidianità senza prospettive, ripiegata e centrata su di un lavoro ritrovato come rifugio per distrarsi e non pensare più. Un lavoro che non si apre ad un senso più profondo ma che si esaurisce in una fatica per stordirsi. E’ un quadro di sconforto e di rassegnazione, in cui sembra quasi che si chiuda una bella parentesi, forse troppo bella – quella dell’incontro con Gesù, del cammino insieme a lui, della speranza maturata a partire dalla sua chiamata – ma ora da archiviare e da dimenticare. Questa terra, sembra dire Pietro, non  potrà mai divenire luogo di quella speranza che aveano avvertito nel cuore quando camminavano insieme a lui. ‘Vado a pescare’ è la sconsolata conclusione di Pietro che ripropone i gesti di prima, ormai senza futuro. Cercando di raccogliere attorno a quell’impegno una vita fatta ormai di cocci che non possono più esssere messi insieme.

E’ questa esperienza vicina a ciò che si vive dopo la perdita di una persona cara, nel finire di  percorsi di vita significativi, quando rapporti d’amore s’interrompono e finiscono, o alla fine di un percorso di lavoro. I diversi passaggi della vita, il partire dei figli da casa giunti all’età adulta, la conclusione di un’esperienza di lavoro, l’abbandono di persone amate, la morte di qualcuno fanno ritornare sui propri passi, lasciano vuoto e portano senso di fallimento. E conducono a maturare il sentimento del non-senso di tutto quanto è finito, giunto a conclusione, senza più futuro.

L’iniziativa di Pietro di andare a pescare racchiude anche un rinvio simbolico ad un percorso di chiesa. Delusa, chiusa nella dimensione del fallimento, ripiegata su di sè, incapace di comprendere ciò che è essenziale. La pesca senza esito è segno di questa aridità e di una infecondità profonda.

In questa situazione Gesù si fa incontro. Proprio lì. Con la libertà di chi ama. Silenziosamente, in punta di piedi, senza eventi eclatanti, sulla riva del mare. Si fa presente con una domanda e una richiesta: ‘Non avete nulla da mangiare?’ Quella riva era stato il luogo del primo incontro.  E Gesù si fa incontro ancora,  inatteso, ripete quelle parole che aveva già pronunciato invitandoli a gettare le reti. Non è un caso se il IV vangelo riprende le parole di Gesù e l’invito che i sinottici presentano nel contesto della prima chiamata (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11). Forse è da cogliere qui un messaggio importante: la speranza che anima la nostra esistenza non sta nella conquista o nella prospettiva di ‘magnifiche sorti e progressive’. Anche quando il senso del vuoto è grande – e sta qui il cuore del messaggio della pasqua – Gesù si fa presente nella vita come un Tu che non viene meno, non fa mancare la sua chiamata. Ha vinto la morte. La sua parola è feconda, la sua vita è feconda, non è rimasta chiusa nel buio della morte. Rovescia le situazioni di aridità e fa germogliare la terra arida… La radice dello sperare sta nella gratuità del farsi presente di Gesù, e del suo farsi vicino nella quotidianità talvolta plumbea della nostra esistenza. Si fa vicino in modo imprevedibile e difficile da riconoscere. Si fa vicino non con rimproveri, non con discorsi e neppure in modo eclatante, ma nella provocazione di una domanda e di un invito a gettare le reti. E si fa vicino nei gesti della vita: il mangiare insieme, la condivisione, la gioia del riconoscimento.

Gesù ricomincia da capo con i suoi. C’è un percorso che è ancora un inizio, ma nuovo. E’ anche un modo per dire che tutto il percorso del passato non è una parentesi da dimenticare ma è un cammino di cui ricomprendere il significato profondo. E la fede è cammino. E’ così che si può parlare di due inizi della comunità: il primo inizio sta nella luce solare di quei giorni segnati dalla prima chiamata di Gesù, nella sua iniziativa libera e gratuita di chiamare a sé quelli che volle, nell’aprir loro allo stupore di una fecondità nuova e inattesa della loro vita. Un secondo inizio si colloca dopo lo scandalo dell’abbandono e della morte – ed anche per noi un inizio nuovo della fede si genera nei momenti che sono toccati dalla prova e dalla pesantezza della vita. E’ un inizio che non avviene nonostante la morte, ma scoprendo il suo venire per primo, la sua presenza, in modo nuovo, entrando nella morte e rendendola luogo dell’amore sino alla fine. Gesù è il medesimo e non lo riconoscono. E’ il discepolo amato a dire per primo a Pietro: ‘è il Signore’. In quel sussurro sta anche l’indicazione di ciò che sta veramente al centro della vita delle chiese. Non l’organizzazione, non le strategie, nemmeno le risorse psicologiche per affrontare il futuro, ma qualcuno, la presenza di Gesù, il riconoscerlo come ‘Signore’, colui che non è rimasto prigioniero della morte. Il discepolo che Gesù amava sa leggere i segni: il riconoscimento di lui come ‘Signore’, il Kyrios, deriva dal guardare alla abbondanza di una pesca oltre ogni attesa, sproporzionata. Fecondità che la sua parola e l’accoglienza del suo invito portano a vite ormai rassegnate.

Tanti pesci: 153 e grossi. Un numero enigmatico che ha avuto vari tentativi di interpretazione: 153 è numero indicativo di tutte le genti della terra. Si tratta allora di una fecondità senza confini, senza esclusioni, per tutti, in modo nuovo, oltre lebarriere di templi, di religioni e di caste clericali. La presenza di Gesù non è solo per qualcuno ma per tutti. E 153 è anche il riferimento ad un nome (En-Eglaim) che ritorna al cap. 47 di Ezechiele: “Sulle sue rive vi saranno pescatori, da Engaddi a En Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci secondo le loro specie vi saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande” (Ez 47,10-11). In una visione il profeta vede sgorgare una corrente d’acqua sempre più abbondante dal lato destro del tempio (così come sul lato destro della barca era stata l’indicazione di Gesù di gettare le reti). E dal tempio sgorgano acque che portano vita a tutte le piante e gli animali. E viene così ripreso un tema caro al IV vangelo: il nuovo tempio, il luogo dell’incontro di Dio con l’umanità non può essere limitato al tempio di Gerusalemme. Nè aad alcun altro tempio dove Dio verrebbe rinchiuso. Il tempio è ora la presenza di Gesù, il suo corpo ricostruito dopo tre giorni (cfr. Gv 2,21-22) che diviene tempio vivente e aperto all’incontro con tutte le genti. La sua vita spesa e ogni vita spesa è tempio dell’incontro con Dio. E l’acqua porta vita: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

C’è una corrente di sorpresa, di apertura, e di generosità che attraversa questa pagina. Il discepolo amato dice ‘è il Signore’. Pietro si cinge i fianchi e si getta. Si cinge i fianchi: è il gesto della pasqua. I fianchi cinti, i sandali ai piedi (Es 12). Un gesto di generosità e di impulso quello di Pietro che riflette il suo carattere. E un gesto che si affianca con quello del discepolo amato che per primo riconosce il Signore.

Pane e pesce aveva preparato Gesù sulla riva su di un fuoco di brace. Eppure Gesù chiede loro: ‘portate un po’ del pesce che avete preso ora…’.   E la rete non si spezza benché fossero tanti i pesci: e il ricordo va alla tunica di Gesù, simbolo della chiesa, che sotto la croce non è stata lacerata ma era tessuta di un solo pezzo e non viene scissa (Gv 19,23-24).

C’è quest’altro motivo al cuore di questa narrazione: il tema della chiesa e del rapproto tra chiese diverse espresso nel rapporto tra il discepolo e Pietro. Forse questa pagina, scritta quando i due erano già morti (come viene evocato in Gv 21,18) vuol essere una risposta alle tensioni tra le comunità che si rifacevano alla predicazione e alla tradizione giovannea e le comunità che si riconducevano alla presenza di Pietro. Le due comunità vivono tradizioni diverse, sottolineano aspetti diversi della fede, eppure come il discepolo e Pietro possono vivere, da diversi, nella condivisione della medesima fede nel Risorto. Perché ciò che conta è l’amore che risponde al dono di presenza di Gesù.

Proprio sull’amore Pietro viene interrogato. Gesù lo chiama Simone, con il nome prima di essere stato chiamato a seguirlo. Perché tutto ora si rinnova e ricomincia: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu?’ Pietro risponde ma usa un altro verbo, più debole, e dice: ‘Signore ti voglio bene’. Per tre volte, quasi ripercorrendo i tre momenti del suo tradimento quando non aveva riconosciuto Gesù. Quasi a capovolgere tutti quei momenti che avevano costituito nella sua vita incomprensione e allontanamento da lui che aveva rappresentato  l’incontro decisivo della sua vita. ‘Ti voglio bene’, è un ridurre le pretese, quasi un rifugiarsi in un amore a misura del possibile. E Gesù si piega: la terza volta gli chiede egli stesso ‘mi vuoi bene?’ ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene’: Pietro è addolorato e dimostra di riconoscere le ferite del tradimento, e si affida: ‘tu sai tutto’. Gesù sa leggere questa apertura del suo cuore. Si accontenta e accoglie tutto quello a cui Pietro giunge e può dare, come genitore o insegnante che rinunciando ad ogni pretesa giunge ad accettare ciò che un figlio o un allievo riesce a dare. E nulla di più.  Tutto il dialogo è sull’amore, sul voler bene, su di un rapporto in cui Pietro e la sua comunità, così come Giovanni e la sua comunità, sono confrontati. Su nient’altro se non sul riconoscimento di una presenza che si fa vicina nella quotidianità delusa e stanca.

E Pietro è chiamato, ma solo dopo aver preso coscienza della sua debolezza e del suo fondarsi solo su Gesù, ad essere guida ad essere colui che pasce, aprendosi a scoprire un percorso tra comunità diverse. E tutta la sua vita trova il suo senso più profondo nella parola ‘seguimi’.

Alcune sollecitazioni a pensare per noi oggi.

La risurrezione è annuncio che l’amore, è più forte della morte. Ogni amore, anche quando è vissuto senza un esplicito riferimento a Gesù, è segno di una fecondità che va oltre l’ultimo nemico della vita umana. Gesù si fa vicino ai suoi nel buio di un’alba in cui ancora non è sorta la luce. Si fa vicino in un’esperienza di chiesa che non ha ancora colto come è lui e solo lui da mettere al centro della propria vita, senza esclusioni e aperta all’incontro con tutti. Una chiesa che scopre la fecondità dell’amore è una chiesa che si apre a riconoscere Gesù laddove ci sono i gesti della condivisione e di una vita che si fa pane. Tra le righe della pagina il riferimento va al gesto del pane e al discorso sul pane di vita di Gesù (al capitolo 6 del IV vangelo). E’ Gesù che si fa pane e tuttavia è lui che chiede i nostri pesci. Risurrezione è anche un cammino, sempre da ricominciare, che investe la fede dei discepoli. Ma il credere non riguarda solo una sfera intellettuale, è percorso di vita che implica riconoscimento di una presenza, apertura all’incontro, implica un movimento, rompere equilibri, gettarsi: un rischiare che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Portatemi del pesce. Gesù chiede qualcosa a noi: sono quei pochi pesci che divengono luogo di una fecondità inattesa: la fecondità dell’amore. Nessuno è così povero da non poter portare i pochi pesci, il frutto di un gettare le reti sulla sua parola, su quel fuoco di brace…

Questa pagina ci dice che la risurrezione, come  incontro con il Risorto riguarda la storia delle comunità diverse, che possono vivere insieme, ma riguarda anche tutta l’umanità: è liberazione dal male ed è possibilità di speranza per tutti e del bene per l’umanità e per il creato. Tutto è coinvolto: il mare, luogo simbolo del male, diviene luogo di una fecondità senza limiti di vita, di bene. I pesci rinvio a tutte le genti della terra, le comunità di Pietro e di Giovanni… E tutto è decentrato rispetto alla centralità di una presenza che si fa incontro e viene riconosciuto poco alla volta, leggendo i segni e buttandosi. Gesù si presenta in modi inattesi. Forse a noi non sta giudicare dove egli è: siamo però provocati a leggerne i segni della sua presenza. E a vivere innanzitutto lo stupore e la gioia di accoglierli e di scoprire la fecondità del suo agire, anche oggi, anche nel nostro mondo, anche laddove non c’è speranza. Lì dove c’è la fecondità dell’amore, lì dove c’è pane e pesce condiviso, attorno ad un fuoco di brace, lì oggi i credenti dovrebbero saper inchinarsi e gettarsi a riconoscere la presenza di Gesù e vivere la gratitudine e vivere l’eucaristia. Portando un po’ di quel pesce che viene dalle reti e che rimane dono. E lì iniziare a scoprire ed  incontrare quell’amore che accetta e valorizza tutte le nostre capacità ed anche le incapacità di amare. Così come Gesù davanti a Pietro si china a raccogliere quello che Pietro riesce a dargli, il suo abbandono o forse solo il suo desiderio e la sua nostalgia di abbandono, nonostante ogni percorso incompiuto o interrotto che solo lui sa mettere insieme riconducendo il nostro sguardo e le nostre vite a ciò che è essenziale.

Alessandro Cortesi op

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