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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Pasqua – anno C – 2013

klee

At 13,21-27; Sal 135; Ap 21,1-8; Gv 13,31-35

Per Paolo il vangelo è qualcuno: ha un nome, è un volto. Il vangelo è Gesù. Nella prima lettera ai Corinti lo specifica dicendo che vangelo è “che Gesù morì secondo le Scritture fu sepolto, ed è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e si diede ad incontrare a Cefa e ai dodici” (1Cor 15,3-5). L’annuncio del vangelo si fa così parola ed esperienza che sgorga dalla Pasqua di Gesù. Da qui ha origine il viaggiare di Paolo guidato dall’annunciare questo ‘vangelo’ che è Gesù morto e risorto. Spinto dallo Spirito – ricorda il testo di Atti – Paolo annuncia il vangelo e lo accompagna con due azioni: confermare ed esortare. Non intende il suo compito come quello di chi fa da padrone sulla fede, piuttosto vive lo stupore di scoprire come le porte della fede si aprano oltre ogni calcolo e programma, oltre le chiusure e le barriere di ogni genere. Così le comunità che sorgono accogliendo questa parola sono indicate come autentica chiesa. Chiesa locale, Chiesa presente nei luoghi, generata dall’accoglienza della Parola e dalla fede, ‘chiesa di Dio’. Così il primo volto della chiesa è quello di una ‘chiesa di chiese’ dove le porte si sono aperte ai pagani, a chi era ritenuto escluso dalla salvezza. La difficoltà e la prova, nella esperienza di queste chiese, non sono assenti e la predicazione di Paolo offre una chiave di interpretazione tratta dalla Pasqua di Gesù, passione morte e risurrezione: “E’ necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”. ‘Passare attraverso’: c’è una dimensione di viaggio propria dell’esperienza del credere. La prova viene letta come un luogo in cui scoprire la comunione con Gesù che è passato attraverso la passione e la morte e ha reso anche la morte esperienza di un amore vissuto fino alla fine. Ha trasformato i luoghi dell’ingiustizia, della violenza e del male in luoghi in cui, nonostante tutto, opponendosi al male, alla violenza e alla morte, ha continuato ad amare, aprendo la via nella fiducia nel regno di Dio.

Nel momento dell’ultima cena, dopo che Giuda uscì ‘era buio’. E’ paradossale che nell’oscurità del rifiuto e del tradimento, Gesù parli di ‘gloria’: “Il figlio dell’uomo è stato glorificato… anche il Padre è stato glorificato”. La vicenda della passione e morte di Gesù è qui letta come momento in cui si attua una glorificazione e si manifesta la gloria del Padre. Gloria nel Primo testamento indicava la presenza inafferrabile di Dio che accompagnava Israele nel cammino del deserto, nella liberazione dall’Egitto. Era presenza, operante e vicina, eppure nascosta, nella nube, invisibile e inafferrabile. Nei gesti di Gesù della cena inizia ad attuarsi ciò che si compie sulla croce. Gesù racconta con i suoi gesti un amore talmente umano e profondo che rivela i tratti di Dio stesso: si china su Pietro e sui discepoli e lava i piedi. Offre il pane anche a Giuda, che lo tradiva, dicendo ancora, fino alla fine, la sua offerta di amicizia. Gesù vive i gesti dell’amore anche nel buio che lo attornia. Si attua quanto la prima pagina del IV vangelo esprime con le parole: “la luce era venuta nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta”. Mentre attorno è buio, Gesù manifesta che tutta la sua vita si racchiude in un dono, in una offerta di amicizia: nei suoi gesti si rende trasparenza del volto del Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui se ne è fatto l’esegeta, lui lo ha raccontato”. Le tenebre non possono trattenere questa libera offerta di gratuità. La croce in sé è supplizio, segno del male e della cattiveria umana, di ingiustizia, di umiliazione. Da Gesù è resa luogo in cui si manifesta un amore oltre ogni logica che non viene meno neppure in quel buio. Tutto questo dice il termine ‘gloria’. Gesù non evita lo scandalo della sofferenza e della morte, ma vive la sua pro-esistenza ‘passando attraverso’, entrando nella morte e narrando proprio lì, l’amore che non viene meno ed più forte del male e della morte: lì il Figlio ha raccontato il volto di Dio.

Possiamo leggere questi tratti colti dalle letture in rapporto al nostro presente.

Abbiamo ascoltato in questi giorni la notizia che la causa di beatificazione di mons. Romero sarà sbloccata superando le difficoltà di ordine ideologico che l’avevano fermata. Per i popoli del Sudamerica e per molti Romero indipendentemente dai riconoscimenti ufficiali, è modello ed esempio di un uomo che ha vissuto una conversione ai poveri come luogo di fedeltà al vangelo e di ascolto di Gesù. Di Romero si parla come di un ‘vescovo fatto popolo’, tanto la sua vicenda personale è divenuta vicenda condivisa di chiesa e di popolo oltre i confini visibili della chiesa. Vedrei nella figura di Romero i tratti dell’uomo di fede che vive la sua missione di fortificare ed esortare coloro che condividono con lui il cammino faticoso del credere, nella prova, nella tribolazione, nel farsi carico della storia e delle vittime. Un esempio vicino per comprendere il servizio reciproco di tutti i credenti di essere persone capaci di confermare, dare forza e aprire alla speranza i compagni di cammino, nell’apertura e disponibilità alle spinte dello Spirito. Un esempio che apre a considerare l’urgenza di una profonda revisione e riforma di stili di chiesa e di modalità di intendere e di vivere la guida delle comunità nella logica del servizio, nella relazione di conforto e di cammino insieme, e reciproco, di popolo, nell’ascolto delle fatiche e nell’incoraggiamento.

La gloria si manifesta nella croce, là dove l’amore è vissuto senza riserve. Viviamo tempi segnati da difficoltà talvolta pesantissime nella vita dei singoli e delle società, con una crisi economica che pesa soprattutto sui più deboli. A livello ecclesiale spesso si avverte il desiderio di esperienze gratificanti e di successo, a fronte invece di tanti motivi di perdita di speranza e di effettive difficoltà. La ‘gloria’ che si manifesta sulla croce, di cui il IV vangelo parla, non è la riuscita mondana, non è il successo facile, non è vivere senza problemi e trovando tutto facile attorno: piuttosto gloria è intendere la vita così come l’ha intesa Gesù. Le situazioni di difficoltà, le esperienze di buio, dove non si vedono risultati e non vi sono successi, possono diventare luoghi in cui la luce del servizio, di quell’amore che vince la morte non può essere trattenuta. Le vicende della croce della nostra storia, possono divenire luogo in cui vivere quel tipo di amore e di servizio che Gesù ha testimoniato. La gloria è presente non nella grandiosità di chi ha risultati ma nei piccoli gesti dell’amore di chi si china e vive anche la tribolazione come luogo di un amore da offrire come unica ricchezza. Anziché cercare la gloria del mondo nella direzione di pretendere un ruolo di guida nella società e di riconoscimento sta forse qui la chiamata a vivere da cristiani nel tempo presente: nella insignificanza rimanere fedeli ad una testimonianza che fa stare vicini ai dimenticati e ai crocifissi scoprendo che lì è la gloria di Dio, nel vivere uno stile di relazione con gli altri ‘come’ quello di Gesù. “Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate come io ho amato voi”.

Alessandro Cortesi op

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