la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3753At 15,1-29; Sal 66; Ap 21,10-23; Gv 14,23-29

Il capitolo 14 del IV vangelo inizia con una parola di dolcissima consolazione: “Non sia turbato il vostro cuore . Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto?’ Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado voi conoscete la via”.

Molte sono le dimore: questo è la promessa di Gesù, e questo è il sogno di Dio, dimorare insieme. Molte dimore dove c’è spazio per un rapporto non di individui soli davanti a Dio, ma di comunione al plurale, di chi ha amato, insieme, con Dio e tra di noi. Questa è la comunione di tante dimore, e di tanti posti. Per scoprire che sono innumerevolmente di più dei posti limitati di chi pretende di avere domini esclusivi o di chi non si è lasciato cambiare dall’ampiezza di orizzonti di Gesù. Così il credere in Gesù ha come promessa l’essere presi insieme: “vi prenderò con me”. Il lasciarsi prendere, afferrare da lui. Non una azione che viene da noi, ma un lasciarsi prendere per una vita insieme. Non è forse il sogno di ogni amicizia e amore per chi ha avuto la fortuna di scoprire almeno una volta nella vita l’esperienza dell’essere pensati, presi e voluti su questa terra?

Segue la domanda di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. E’ particolarmente bella questa dichiarazione di non sapere e l’interrogativo che segue sulla via da seguire per poter accogliere la promessa di Gesù. Ci dice in fondo che solo vivendo la debolezza e la fragilità del non sapere è possibile aprirsi ad un percorso di vita autentica nell’esistenza di una chiesa preoccupata non di altro se non di una relazione con il Signore Gesù. Gesù indica a Tommaso una via che non è una teoria o un metodo: la via è una persona, lui stesso è la via. La fede è incontro. Ed è via rivolta ad un incontro più profondo, ad una comunione con il Padre. Condivisione è un altro nome del credere: condividere una medesima vita che inizia laddove c’è condivisione sin da ora. Gesù si manifesta come uomo tutto dedito a Dio e la sua stessa vita è luogo in cui è narrato il volto del Padre. “Signore mostraci il Padre e ci basta” dice Filippo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Credere diviene un cammino, un percorrere una via di incontro, una apertura del cuore ad ascoltare Gesù e la sua parola, a lasciare che la sua vita abbia spazio di accoglienza ed entri nella nostra. Il dialogo con Tommaso e Filippo si conclude ponendo la questione del credere come movimento di incontro con Gesù che trasforma la vita: “Chi crede in me anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Il credere apre una vita trasformata, non più la stessa. Cambiata non in aspetti esteriori e superficiali, ma cambiata dentro, profondamente, nel modo di vedere le cose, gli altri, di intendere ciò che è più importante.

A questo punto è posto l’annuncio del dono dello Spirito. Gesù parla dello Spirito come di presenza che non fa rimanere soli e vince la solitudine di un distacco e di una tristezza che prende i discepoli. “Se mi amate osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”.

Lo Spirito sta in rapporto con la ‘verità’, che, per il IV vangelo, non è notizia, conoscenza, qualcosa da sapere, ma è qualcuno da incontrare: verità è Gesù che offre con la sua vita il senso dell’esistenza come dono e servizio. Lo Spirito è il dono che vince la paura e l’esperienza più dolorosa, la solitudine, la sensazione di non essere importanti per gli altri, di non contare per nessuno. Lo Spirito è qualcuno che prende con sé, difende, che abita dentro, che non lascia orfani, ma apre alla scoperta di essere amati come figli voluti e desiderati.

A questo punto l’altro Giuda domanda a Gesù come mai si è manifestato solamente ai discepoli e non al mondo? La pagina del vangelo di oggi è la risposta a tale domanda. Giuda manifesta la posizione di chi è preoccupato di un’affermazione di fama e di espansione, di grandi realizzazioni di consensi e di adesioni.

Le parole di Gesù riportano l’accento su una relazione che si realizza nel segreto dei cuori. C’è un dimorare di presenza nel quadro dell’amore ricevuto e donato: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Gesù delinea così il profilo di chi crede, richiamando ad alcuni atteggiamenti fondamentali: essi sono l’amore per Gesù, l’ascolto della sua parola e una vita che lascia abitare e dimorare la presenza di Dio. E’ un profilo che accentua aspetti interiori e profondi e che dicono riferimento ad una comunione che inizia ad attuarsi sin d’ora nella vita. L’atmosfera del discorso è quella di una partenza e di un saluto ultimo che Gesù lascia ai suoi. Dimorare è vivere insieme in un ascolto della Parola e nella relazione che apre a vedere il Padre incontrando Gesù. E’ lui la via: nel modo in cui lui ha vissuto sta il segreto di un rapporto con il Padre che non si esaurisce in una appartenenza esteriore, ma chiede di coinvolgere l’interiorità. Il percorso del credere non può essere misurato su dimensioni esteriori, non può essere ridotto ad appartenenze di tipo ideologico. E’ ben più profondo, è nascosto nei segreti dei cuori. Questa relazione con Gesù e con il Padre è resa possibile dalla presenza dello Spirito, il soffio, presente nella creazione e presente nella Parola, come di chi ‘rimane presso’, rende possibile l’amore e apre ad una comunione.

Gesù parla ancora dello Spirito come avvocato, Paraclito,  e indica due azioni proprie e tipiche dello Spirito: “egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto”. In questo testo il IV vangelo indica lo Spirito come una presenza personale, ‘egli’. E’ un ‘tu’, presenza interiore e soffio di vita che apre a respirare. A lui sta il ricordare e insegnare. Ricordare è ritornare in modo sempre nuovo a quello che Gesù ha fatto  e detto, è un movimento che fa volgere al passato. Il credere sorge nel ricordare Gesù. Ma c’è anche un insegnare, rivolto al presente e al futuro: lo Spirito insegna perché guida a scoprire come il ricordo di Gesù apre a traduzioni nuove. Lo Spirito accompagna silenziosamente così a vivere nella storia scoprendo come il seguire Gesù si può attuare in ogni tempo in modi nuovi e diversi. Lo Spirito come presenza interiore trasforma i cuori e rende possibile l’amore: e va riconosciuto e inseguito nei segni del suo agire nelle sue visite improvvise e nel suo dimorare. C’è una chiesa dei cuori che va oltre le chiese visibili, che talvolta si riducono ad aggregazioni in cui non si lascia spazio alla linfa di comunione, di amore, di affidamento e di speranza. Ma il dono dello Spirito è esperienza della gratuità di Dio che vince il male e ci sorprende sempre con la sua novità.

Mentre scrivevo queste note ho avuto modo di leggere una intervista redatta iul mese scorso a Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, di cui, ormai da molti giorni non si hanno notizie – da quando agli inizi di aprile si è recato in Siria per documentare con i suoi reportage la tragedia che lì si sta consumando nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale- e si teme per la sua vita, sperando in un suo ritorno. In questa intervista egli parla della sua esperienza di giornalista appassionato e convinto. Racconta esperienze in cui si è scontrato con il male del mondo, ma anche di momenti che l’hanno cambiato, di visite della grazia nel buio di situazioni di violenza, di malvagità e di guerra. Sono momenti inattesi che possono essere letti come la presenza dello Spirito che avvengono e irrompono proprio lì dove sembra non ci sia più nulla, dove tutto sembra distrutto e devastato dalla malvagità. I gesti di gratuità sono ricordo di Gesù, sono i segni della presenza dello Spirito che soffia nei cuori anche se non è esplicitato il suo nome, sono segni dell’ascolto della sua parola. (http://www.lastampa.it/2013/05/03/esteri/quirico-il-dolore-dell-uomo-va-condiviso-per-raccontarlo-Y01p7HwoLYIqhXe4HVXTwO/pagina.html)

“Se il suo lavoro l’ha messa di fronte al problema del peccato e della grazia, vorrei capire perché.

«Perché gli avvenimenti che ho attraversato mi hanno costretto a pormi delle domande, a fare certi ragionamenti. Mi hanno cambiato. Rimettendomi davanti alla domanda che l’uomo si fa da sempre: Dio esiste o no? La presenza della grazia e del peccato per me è la risposta a questa domanda. Così nell’atto totalmente gratuito di quei due ragazzi, che hanno salvato me e altre tre persone senza guadagnarci nulla, io ho visto la manifestazione della grazia. La prova dell’esistenza di Dio. Lì, così, in un giorno qualsiasi di un Paese africano, in una guerra tremenda, in un massacro senza luce, semplicemente, si è manifestata la grazia».

Come c’entra questo fatto con il suo cambiamento?  

«Credo che nel destino di ognuno ci sia uno strappo. C’è qualcosa che ci disarticola da ciò che eravamo e ci fa approdare a qualcosa di nuovo. Ecco – se posso dirlo – io in quella vicenda, ma non solo in quella, ho vissuto il mio personale strappo. Qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con la vita, gli uomini, la quotidianità è completamente diverso».

In che senso?  

«È difficile da dire. Ma io ritrovo, o meglio cerco di ritrovare, in ogni posto in cui sono, il segno di quell’esistenza. La cerco negli uomini».

E ora che è tornato a casa, alla vita quotidiana?  «Non posso nasconderle un certo disagio. È una mancanza. Ma non dell’adrenalina. È piuttosto il non sentirmi al mio posto. Ognuno ha il suo compito: c’è chi racconta altro, come le vicende della società italiana. Io, per la conoscenza – se pur modesta – di quei posti, mi sento chiamato là. Dove, tra l’altro, mi è più facile riconoscere la grazia. Io non ho mai avvertito così concretamente presente Dio come in un luogo da cui sembra essere stato cacciato con violenza e furia».

Dove?

«Nella cattedrale distrutta di Mogadiscio. È un deposito di immondizia, polvere e letame. Là non ci sono più cristiani, o sono stati uccisi o sono scappati. E i poveri somali vivono in quello che resta della chiesa, tra i detriti. Ma in alto, nella navata scoperchiata, c’è un Cristo decapitato. Con le braccia spalancate. Accoglie tutto quel dolore. Mi sono detto: “Lui è ancora qui”. Ho pensato che in quel posto non c’era più niente, ma c’era tutto». (intervista di Alessandra Stoppa, “La Stampa” 3 maggio 2013)

 

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