la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Ascensione del Signore – anno C – 2013

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At 1,1-11; Eb 9,24-10,23; Lc 24,46-53

Il racconto dell’ascensione posto al termine del vangelo di Luca, e ripreso all’inizio degli Atti degli apostoli, è un modo altro di annunciare la risurrezione del Signore Gesù. Gesù ‘viene portato in cielo’ dice il testo di Luca e ‘fu elevato in alto’. Si attua un separazione ma anche una promessa: ‘verrà’. Gesù non abbandona i suoi ma la sua presenza si fa benedizione in modo nuovo. “Mentre li benediceva si staccò da loro… E’ un ‘dire il bene’ che diviene sorgente di grande gioia e di un nuovo movimento di benedire, dei suoi.

“Perché state a guardare il cielo?” E’ la domanda rivolta agli apostoli e posta sulla bocca di ‘due uomini in bianche vesti’. Questi richiamano i due uomini ‘con abiti sfolgoranti’ nella narrazione della visita al sepolcro, quegli uomini che, presentatisi alle donne impaurite, dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24,4-6). In fondo si tratta della medesima esperienza. Quei messaggeri che danno l’annuncio del vangelo della risurrezione invitano ad orientare in modo nuovo la ricerca di Gesù. E’ una ricerca che non deve rimanere chiusa nell’orizzonte della nostalgia e della morte, né deve restare prigioniera di un passato che va custodito sì, ma scoprendone la fecondità. E forse proprio per questo è affidata alle donne, custodi dei passaggi della vita e di sguardi capaci di novità. Ma è anche una ricerca di lui che non deve rimanere fissa nel guardare altrove, verso un cielo lontano e irraggiungibile rispetto a questa terra. E per questo gli apostoli sono scossi da una parola che li distoglie da una fissità che impedisce loro di mettersi in cammino, di seguire Gesù nel suo esodo.

La provocazione è a vivere nel paradosso di una assenza che racchiude un segreto di fedeltà e di accompagnamento. Il credere cristiano sorge da un vuoto, da un sepolcro lasciato vuoto, e da un’assenza che implica attesa e ricerca. Così è nell’esperienza così umana del credere custodita nella fragilità dell’amore interrotto dal passaggio di una morte, di un’assenza improvvisa. Traccia del credere in Gesù vivente che non ha evitato la morte ma vi è entrato trasfigurandola. Nessuno che ha amato si dimentica di volti e voci familiari e nessuno che ha amato tralascia una sola traccia del ricordo sapendo bene come quel tu continua ad essere vicino in modo unico, nell’interiorità di un cuore che ne ha dato spazio nella vita ma anche nel sopraggiungere improvviso di una parola, di un sorriso, di un tono di voce, oppure in un gesto, ma anche nelle sfumature di un tramonto o nel profumo di fioriture a primavera. Rinvio ad un volto e ad una presenza viva, non trattenibile con l’abbraccio pur cercato, ma più reale delle cose che si toccano. Le parole degli ‘uomini in vesti bianche’, portatori di una parola che viene da Dio, sono parola di speranza perché dicono che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma è il vivente.

D’ora in poi la sua presenza sarà da accogliere in modo nuovo e rinvierà sempre oltre. Il lasciarsi incontrare da lui si attuerà di fronte a volti, nelle situazioni e nei luoghi dove i segni della sua vita continuano. E continuano in modo inatteso, portati da chi forse nemmeno lo conosce: soprattutto dove si attua il gesto della prossimità, che Gesù, ed è il cuore del vangelo di Luca, aveva indicato scorgendolo nel fare di un eretico, uno straniero in cui aveva colto l’esempio di una testimonianza in cui si racchiude tutto il suo annuncio e la sua stessa vita. Con la sua assenza Gesù genera una comunità che dovrà rimanere in ricerca, sempre povera e mai appagata di certezze e di ricchezze, e sempre tesa a scorgerne il volto attraverso i segni nel presente della storia. Ritornando alla Parola, scoprendo l’eucaristia nei gesti della vita, scorgendo le tracce del passare di Gesù nelle epifanie di volti che testimoniano quello che lui ha vissuto.

La sua assenza si fa così presenza nuova, non racchiusa in un cielo fisico (il luogo lontano dalla terra, il lassù contrapposto al quaggiù), e neppure nel luogo di una divinità distante dagli umani: il cielo contrapposto alla terra. Il salire di Gesù nella sua vita, già nel salire verso Gerusalemme, verso la Pasqua, è via di incontro, uno stare presso il Padre ed un vivere una solidarietà fino alla fine nel suo essere uomo per gli altri. Il suo ‘salire’ ha segnato la terra ed ha a che fare con la terra. Cielo e terra non sono distanti: ma la terra è divenuta luogo di cielo che permea la vita, le cose e l’agire. E nel cielo, luogo di Dio, è portata questa terra proprio nell’evento della risurrezione di Gesù.

Lo sguardo di coloro che desiderano incontrare Gesù che è stato ‘portato su’, è chiamato a rivolgersi in giù e a piegarsi a leggere i segni del suo agire su questa terra. Una ‘terra’ chiamata a divenire ‘cielo’ nella fatica e tra le contraddizioni di questo passaggio. La risurrezione di Gesù apre un cammino che è un salire insieme perché per lui la vita non è solitudine ma incontro, e nel suo essere portato su annuncia un ‘salire’ che ha i contorni di un salire insieme, di una terra da scorgere nel respiro del cielo, e di un cielo da solcare nel portare tutta la concretezza e la quotidianità di gesti e scelte della terra.

Mi chiedo in quali modi accogliere oggi questo invito a non fissare il cielo.

“Riceverete la forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi”. L’invito a non rimanere chiusi in una ricerca senza vita, e a non rimanere fissati in uno sguardo senza direzione, si accompagna alla promessa di una potenza dall’alto, lo Spirito, colui che il Padre ha promesso, e all’invio ad essere testimoni: “Di questo voi siete testimoni” … “e mi sarete testimoni…”: in questo si sintetizza la vita del credente. Troppo spesso associamo la riuscita della vita alla gratificazione di risultati o nel guardare a esiti del nostro agire. Gesù ci chiede innanzitutto la testimonianza. L’essenziale forse da riscoprire oggi, nel tempo dell’assenza di Dio, è testimoniare la ricerca del risorto, la sua presenza che non s’impone ma si fa vicina nello svuotarsi, nel vuoto di una vita donata.

Testimoniare significa anche ‘interferire’: ce lo ricorda Luigi Ciotti a vent’anni da una esplicita denuncia di Giovanni Paolo II contro le mafie e la falsa religiosità dei mafiosi (La Stampa, 9 maggio 2013): “Interferire vuol dire esercitare la parresìa, quel ‘parlare chiaro’ che è il contrario dell’ipocrisia, della parola che nasconde e che confonde. ‘Laddove viene messa a rischio la dignità delle persone, e laddove viene umiliato, soffocato, un progetto di giustizia, la Chiesa ha il dovere di parlare’ (…) Ma, prima ancora, interferire significa parlare con la propria vita e le proprie scelte, lasciare che siano i nostri comportamenti a testimoniare il nostro desiderio di giustizia e la ricerca di verità (…) Ma interferire è compito anche di tutta la comunità cristiana. La fede, occorre ribadirlo, non è un salvacondotto, non ci esonera dalle responsabilità della vita sociale e civile. Credere in Gesù Cristo non comporta solo dare accoglienza ai fragili e ai bisognosi. Implica saldare lo slancio del cuore con l’impegno affinché siano riconosciuti i diritti di tutti, e quindi siano rimosse le cause che generano la povertà e l’ingiustizia. Se manca questa tensione ‘politica’ – questo desiderio d’interferire, appunto – la dimensione spirituale rischia di ripiegarsi in se stessa, diventare un percorso di sterile edificazione personale, un sedativo di quelle inquietudini che rendono viva una vita. (…) Ecco allora il bisogno d’interferire, sostituendo l’egoismo con la responsabilità, l’immagine con la sostanza, l’indifferenza con la coerenza. Rosario Livatino che – amo credere – ispirò quel giorno la denuncia del Papa, lo aveva sintetizzato in modo formidabile: ‘Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili’.”

Alessandro Cortesi op

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