la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “giugno, 2013”

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3767

(nella foto: liberazione di un gheppio – foresta dell’Acquerino 12 maggio 2013)

1Re 19,16-21; Sal 15; Gal 5,13-18; Lc 9,51-62

“Siete stati chiamati a libertà…”. Scoprire che qualcuno ci chiama è un passaggio fondamentale nella vita umana. L’esperienza semplice eppure spesso piena di stupore di essere chiamati da qualcuno, e chiamati per nome, è sempre scoperta di essere riconosciuti nella unicità del proprio volto personale e della propria storia. Non siamo confusi in una massa anonima e indistinta, non siamo dimenticati senza un nome. Quando qualcuno chiama si genera un riconoscimento. In questo lasciar spazio all’altro sta la radice di un dialogo di persone, di una reciprocità di parola e di presenza.

L’essere chiamati per nome reca in sè la possibilità di crescere come uomini e donne, capaci di relazione. Nell’esperienza delle voci quotidiane che ci raggiungono, ascoltare il suono del proprio nome pronunciato con benevolenza apre a sperimentare il rinvio ad un senso profondo dell’esistenza come chiamata. Molte sono le chiamate che giungono dagli altri, e ci toccano in tanti modi: esigenze, doveri, richiami. E ci sono anche chiamate che recano il segnale di attenzione, cura, amore, riconoscimento, meraviglia di fronte ad un volto. E c’è anche una chiamata proveniente da quella parola inarticolata delle cose, della natura, del cosmo che pure è silenziosa invocazione e provocazione ad un ascolto e ad una risposta.

Scoprirsi chiamati è abbattimento del muro dell’indifferenza e del non riconoscimento. Chi chiama esce da una solitudine e apre spazi di incontro: nel pronunciare il nome comunica il senso di identità in relazione. Nel gesto così banale del sentir pronunciare il nostro nome sta la possibilità di scoperta dell’unicità della propria vita e dell’essere immessi in una rete di dialogo e di scambi di parola. Così ogni percorso di liberazione dalle varie forme di male sorge da una chiamata.

Quando si è chiamati si genera una sospensione ed inizia un’attesa: l’appello è ponte gettato ad attendere una risposta che dia seguito alla parola e si faccia reciprocità. L’uomo è un ‘essere chiamato’: chiamato alla vita, continuamente segnato da chi fa appello al suo nome.

Al di dentro e al di là di tutte queste chiamate si fa vicina una chiamata di Dio, che in modi a noi impensabili, raggiunge ciascuno. E’ spesso nascosta, difficile da decifrare e riconoscere, e tuttavia sta alla radice di ogni chiamare ed essere chiamati.

Nella fede come risposta ad una parola che precede e coinvolge scopriamo che la nostra vita proviene da una chiamata radicale. E’ chiamata all’esistenza in un dialogo di incontro e di amore. Il nostro nome è più di un nome tra tanti altri perché reca in se stesso la cura e l’amore di chi per primo l’ha pronunciato come unico. Un nome racchiude anche la promessa di una chiamata che è invito a partecipare ad un incontro di figliolanza e di amicizia: proviene da un Tu in cui ognuno è riconosciuto.

Nelle parole di Paolo ai Galati è possibile riscontrare tre preziose indicazioni: la prima è che la nostra vita si situa in una chiamata che viene da Dio. Essere chiamati conduce ad aprirsi alla presenza che ci riconosce: Dio non è lontana entità senza legami, ma Tu amante, presenza viva di parola e comunicazione.

La seconda indicazione è che questa chiamata è per la libertà: esperienza da vivere nella storia. Libertà è la condizione di chi non dipende, non è schiavo e sottoposto, ma capace di orientare e scegliere la direzione del suo cammino, compiendo il proprio nome, facendo germogliare i semi deposti nella sua esistenza, rispondendo ai desideri di vita.

Infine Paolo suggerisce di aprirsi ad un modo di intendere la libertà non come ‘fare ciò che è dettato dalle voglie del momento’, ma come attitudine  ad intendere la vita nell’incontro e nel servizio. Siete stati chiamati a libertà – dice Paolo – purché questa libertà non divenga pretesto per una vita condotta nell’egoismo, ma sia lo spazio del servizio agli altri.

Potremmo leggere questo invito in parallelo con la seconda parte della pagina del vangelo di oggi. La richiesta di un seguire che presenta diverse esigenze è indicazione di una radicalità di orientamento non per la privazione e per la sottomissione ma per essere sciolti e liberi. E’ quasi un programma per una vita personale sciolta da tanti impedimenti a mettersi in un cammino esistenziale ed anche per una vita di chiesa sciolta e capace di leggerezza, libera.

Lasciare sicurezze che possono impedire l’apertura ad un rinnovamento – le volpi hanno le tane, il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo -, non soffermarsi su tutto ciò che conduce alla morte per aprirsi alla vita – lasciate che i morti seppelliscano i loro morti -,  vivere un impegno coinvolgente e totalizzante – nessuno che mette mano all’aratro e si volge indietro è adatto al regno di Dio –. Sono tutte richieste per dare spazio a ciò che più è importante.

Leggerei in queste parole l’indicazione di una attitudine ben diversa da chi afferma la propria forza, capacità e autosufficienza di fronte a difficoltà e prove. Non sono un programma per eroi. In esse sta piuttosto l’indicazione di radicalità che qualificherei come radicalità mite. E’ la mitezza dell’ascolto, del riconoscere una chiamata di fiducia e di incontro. Mitezza è l’atteggiamento che di chi è ben consapevole della propria fragilità, e disponibile a vivere non nella preoccupazione di difendere ricchezze e privilegi, non nella chiusura in prospettive di morte, non nell’indecisione e nella continua lamentela e rimpianto. Una radicalità fatta di mitezza e di fiducia, per una vita in cammino verso una libertà da ricercare continuamente e mai pienamente raggiunta. Anche la libertà non è condizione di stato ma è continua chiamata: è orizzonte a cui tendere.

Tanti condizionamenti e tanti poteri palesi e occulti oggi impediscono di vivere percorsi di libertà. Dobbiamo sempre scoprire in modi nuovi che essere chiamati a libertà implica anche un appello a farsi compagnia di percorsi di liberazione di altri, perché siano svincolati da gioghi e pesi insopportabili – pesi di tipo politici, sociale, culturale, religioso – per scoprire le dimensioni del servizio e della relazione nella vita. Potremo chiederci in qual modo coltiviamo il senso di una libertà che è percorso personale ed in relazione con gli altri, in noi stessi e nei rapporti.

Seguire Gesù si attua come risposta ad una chiamata e si connota come cammino a divenire liberi, liberi da tante cose che rischiano di divenire impedimenti, e liberi per orientare la vita verso il servizio. Questo è forse il motivo per cui nei vangeli si dice che Gesù non era come scribi e farisei ma era uno che parlava e agiva con l’autorità che derivava dalla coerenza tra i suoi gesti e le parole, e dalla radicalità mite della sua vita, un uomo libero insomma.

Alessandro Cortesi op

Annunci

XII domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Congdon - Crocifisso 1Zac 12,10-13,1: Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“Riverserò sopra la casa di Davde e sopra gli abitati di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione”. La figura enigmatica di un uomo trafitto – forse indicazione parallela al servo di Jahwè identificato con l’esperienza di tutto il popolo – sta al centro della pagina di Zaccaria: è figura su cui avviene un lamento, ma la sua presenza è vista come fonte da cui proviene un’acqua in grado di lavare il peccato. Il profeta legge quanto sta accadendo come momento in cui Dio stesso riversa una corrente di grazia e di consolazione.  Dio stesso parla identificandosi con colui che è stato trafitto e promette un cambiamento e una conversione: volgere lo sguardo a Dio diviene fonte di perdono e di vita.

C’è nella nostra vita una consolazione da accogliere ed una consolazione da trasmettere. Spesso siamo presi da un atteggiamento cinico che rende insensibili sia nell’accogliere la consolazione dello Spirito che viene da Dio sia nell’offrire ad altri consolazione. E consolazione significa quel modo di stare accanto agli altri nel prendersi cura e nel far sentire che non sono lasciati abbandonati ad una solitudine senza una mano che sorregga e un cuore cpace di fare spazio per ospitare. Nel consolare si attua qualcosa di ben diverso da atteggiamenti consolatori di certo spiritualismo disincarnato, perché è attitudine concreta nel condividere pesi e nel farsi carico di difficoltà concrete dell’altro e perciò implica tempo dedicato, gesti di vicinanza, attenzione che segna l’esistenza.

“Non c’è più giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Se la consolazione è apertura a considerare l’altro accanto a noi, questa affermazione di Paolo allarga gli orizzonti. L’incontro con Cristo Gesù anziché chiudersi in un movimento di separazione e di distinzione dall’altro, per affermare un identità di contrapposizione è motivo per scoprire un modo diverso di vivere isnieme agli altri. L’incontro con chi è ‘altro’, lontano e diverso, non è annullamento delle differenze, è invece scoperta che l’altro non è nemico, non è estraneo, ma la nostra condizione è comune e le nostre vite sono chiamate ad incontrarsi nella via che Gesù ha indicato: la possibilità di passaggio dall’ostilità all’ospitalità. Ogni incontro con l’altro può divenire via della scoperta che l’altro è indispensabile presenza che ci de-centra,  per scoprire chi siamo noi stessi, stranieri a noi medesimi, e per aprirsi a concepire l’esistenza non nella chiusura egoistica ma nell’interazione. Ci potremo chiedere oggi chi sono giudei e greci, uomini e donne, schiavi e liberi: ancora viviamo l’incapacità di una accoglienza e valorizzazione della vita dell’altro nella società. Edc anche nella chiesa discriminazioni di diverso genere ed esclusioni sono ardue dall’essere riconosicute e superate nela scelta di un nuovo stile di rapporti.

In questi giorni Massimo Gramellini, commentando in un suo breve articolo su ‘La Stampa’ (20 giugno 2013) l’attitudine entusiasta di un bambino di due anni e mezzo che rivolge a tutte le persone incrociate per strada il suo ‘ciao ciao, signore’, in un quartiere in cui s’incontrano persone di diversa nazionalità, lingua colore della pelle, annotava come sia stupefacente a due anni e mezzo la propensione dei bambini a considerare le persone – pur nelle loro diversità – tutte uguali tra loro e uguali a noi e concludeva: “passiamo l’infanzia a dimenticare ciò che a due anni e mezzo sapevamo benissimo. E il resto della vita a cercare di ricordarcelo”.

“Le folle chi dicono che io sia… ma voi chi dite che io sia?” In un momento di preghiera, in un luogo solitario, nella dimensione del deserto, lontano dal frastuono e dalla folla Gesù pone la domanda che provoca a porsi di fronte alla profondità della sua persona. Nel suo vangelo Luca presenta Gesù in preghiera nei momenti importanti della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). E proprio in rapporto al pregare di Gesù ritorna la domanda che i suoi discepoli portavano nel loro cuore: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è in  fondo al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. ‘secondo voi, chi sono io?’. Pregare, ci sta dicendo Luca è entrare in una domanda che riguarda l’incontro con Gesù, e il significato della sua presenza per la nostra vita.

Non è solo domanda teorica sulla sua identità, ma è domanda che implica un coinvolgimento. E’ domanda che dice innanzitutto la disponibilità ad ascoltare gli altri, coloro che ha di fronte. E’ anche domanda tesa a suscitare una ricerca ulteriore ed un cammino. “si avverte in questa domanda lo smarrimento di un uomo che, profondamente coinvolto nell’avventura della fede, pone l’interrogativo della sua esistenza e del suo mistero (…) proprio ponendo questo interrogativo egli è ora il figlio dell’uomo, in quanto quello che viene posto qui è l’interrogativo dell’uomo in senso assoluto” (S.Ben Chorin). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il messia di Dio’. Nel titolo ‘messia’ convergono le attese nei confronti di un uomo scelto da Dio che nella sua missione compie le promesse di salvezza di Dio. Non più solo un profeta ma l’inviato per un rendersi vicino di Dio stesso. Tuttavia Pietro come i discepoli pone in questa figura tanti desideri e attese che rinviano ad una visione di potenza, di affermazione, di visibilità. Gesù accoglie queste risposte ma subito presenta il suo cammino parlando di sé come ‘figlio dell’uomo’ e associando a questa espressione il rinvio ad un percorso diverso, in cui è presente sofferenza e ostilità: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’.

Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). E’ bene star attenti a non leggere in questa espressione una sorta di destino predeterminato: Dio il Padre esigerebbe la sofferenza e la morte del Figlio come una necessità. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono piuttosto un’interpretazione della sua vita alla luce del cammino dei profeti e del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva il giusto, e rimane fedele alle sue promesse. La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata. Neppure costituisce un incidente da dimenticare nel suo cammino. Ai suoi Gesù dice che le sue scelte non sono nella logica del dominio e della violenza, non rispondono alle attese di un messia trionfatore e potente. La sua vita rimane fedele alla scelta del dono e del servizio, quella del messia disarmato: ‘io sono in mezzo a voi come colui che serve’ (Lc 22,27). Proprio per la fedeltà al Padre, in questa via, troverà ostilità e sofferenza. La sua sofferenza e la sua morte assumono un significato di salvezza se vengono lette all’interno del modo in cui Dio conduce la sua comunicazione nella storia. Anche di fronte alla morte e nella passione Gesù vive la fedeltà disarmata dell’amore e rivela in tal modo la fragilità dell’amore come più forte della morte. In tal senso ‘doveva soffrire’ perché come i profeti prima di lui chi si pone sotto la parola del Padre si espone a suscitare la reazione delle potenze politiche e del sistema religioso. Così Gesù incontra rifiuto e ostilità nel suo cammino fino alla morte. Ma i giorni della passione si aprono al ‘terzo giorno’: è il tempo che conclude il momento della prova e della sofferenza, è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù costituisce la via per la quale si attua la salvezza.

Il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. A chi lo segue Gesù chiede non tanto di vivere gesti spettacolari, ma di ‘prendere la croce ogni giorno’: non un richiamo alla sofferenza come fine in se stessa, piuttosto al senso profondo della croce stessa, come scelta nonviolenta di una vita che si fa dono di sé e servizio. La croce da strumento di tortura e  dolore passa a divenire segno in cui si rende visibile l’amare anche nellle condizioni più inumane: è il segno di una vita spesa per gli altri in una accoglienza che supera le divisioni. Per Luca è modo di vivere che tocca le ore ed i giorni, il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice  che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo.

Viviamo tempi in cui proteste di popoli e in particolare di giovani salgono dalle piazze. Le piazza Taksim a Istanbul è stato teatro nei giorni scorsi di proteste durissima repressione e poi della silenziosa protesta dell’uomo in piedi seguito ora da tanti che scelgono la via faticosa e apparentemente deole della nonviolenza. E così nelle vie delle principali città brasiliane migliaia di persone si sono schierate contro le scelte di offrire ‘circo’ (il campionato mondiale di calcio) senza attenzione al pane. Sono proteste contro un modo di intendere il consumo e un’economia a servizio dei grandi potentati finanziari quale presenza messianica. Anche oggi seguire il messia servo che dà la vita per tutti e si pone dalla parte dei piccoli e dei poveri diviene motivo per vivere una fedeltà che trova ostilità e repressione. Ma ancora oggi risuona per noi la domanda di Gesù: ‘ma voi chi dite che io sia?’

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Le+Roi+David2Sam 12,7-13; Sal 31; Gal 2,16-21; Lc 7,36-8,3

‘Sei tu quell’uomo…’. La parola del profeta smaschera l’incapacità di riconoscere il male che sta dentro al proprio cuore e l’ipocrisia nel nasconderlo. Davide si adira di fronte alla vicenda che il profeta Natan gli riporta come avvenuta nel suo regno: il gesto di un ricco che ha privato un povero pastore dell’unica sua pecora. Davide si ritiene re giusto e saggio, ed in effetti lo è, ma non sa guardare dentro se stesso con verità. Prevale la durezza del suo cuore, l’incapacità di rispettare il debole e l’indifeso che gli sta accanto. Ha usato inganno e sotterfugio per inseguire i propri desideri, per togliere ogni ostacolo alla propria brama di possesso. SI è voluto impadronire non di una pecora, ma di una persona, una donna. E per questo è giunto a far uccidere un suo generale fedele e valoroso, che viveva dedizione e coraggio. Il peccato di Davide è una vicenda di accecamento: non vede davanti a sé l’altro, ma considera solamente la sua volontà di dominio. In tale senso viene meno alla giustizia come fedeltà nella relazione. Il suo peccato è la durezza del cuore nel non sentire più compassione e per questo non si rende conto dell’ingiustizia da lui stesso generata. Ma è il medesimo cuore che di fronte ad un fatto di sopraffazione sobbalza e richiede giustizia. La parola del profeta lo conduce a riconoscere se stesso in quell’uomo che aveva rubato l’unica pecora al povero: ‘tu sei quell’uomo’. E’ parola di rivelazione, di svelamento, di presa di coscienza. E’ anche inizio di trasformazione.

“Hai disprezzato la Parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi”. Il profeta conduce Davide a considerare la radice del suo peccato. La sua durezza di cuore esprime un disprezzo verso la parola del Signore: Natan è guida per distogliere da un modo di guardare al peccato come ad una serie di comportamenti, e apre a riconoscerne la radice profonda. Il disprezzo è ascolto negato, non riconoscimento, rifiuto di una parola che coinvolga l’esistenza, incapacità di guardare all’altro come volto degno di attenzione. Il disprezzo della parola del Signore si identifica con la non considerazione dell’importanza di ogni altro nella propria vita.

Tuttavia di fronte al riconoscimento del peccato ancora la parola del profeta conduce ad un passaggio inatteso. La risposta del Signore non è la spietata esecuzione di una condanna senza appello, ma è un dono ed una promessa di vita che rivolge al futuro: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato, tu non morirai”. L’annuncio profetico apre a considerare lo stile di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23). Il cambiamento dello sguardo, la possibilità di osservare la vita secondo un’altra prospettiva, l’apertura al riconoscimento del proprio limite e del proprio egoismo: in questo passaggio di fragilità si apre spazio alla scoperta dell’opera di Dio, che dona la sua parola perché sia feconda di vita. E il suo operare è azione di misericordia.

In questi passaggi è sintetizzato un grande affresco di ciò che significa peccato, del suo riconoscimento nell’esistenza umana e dell’attitudine di Dio che si riassume nella misericordia.

Nel narrare l’incontro di Gesù con la donna peccatrice nella casa di Simone Luca compone quasi una tessitura legando i fili del dono e dell’amore. Lo sguardo di Simone e dei farisei è quello della legge. La sua accoglienza è impeccabile, calcolata, senza ombra di difetto. Ma il suo il suo modo di guardare gli altri e la donna che si avvicina a Gesù è sguardo che si ferma all’esteriorità e ad un giudizio senza appello e di disprezzo: lei è la peccatrice. Non sa vedere ciò che si cela dietro quei gesti. E’ sguardo duro, impietoso e calcolante. Lo sguardo di Gesù è diverso, per lui la donna che lo avvicina e lo tocca è anzitutto una donna, ed è la donna del profumo, coraggiosa nell’entrare in quella casa, capace di gratuità nel versare olio prezioso. Si lascia toccare da questa donna, bagnare dalle lacrime e non ha paura di rendersi in tal modo impuro.

Gesù a Simone parla in parabole. A lui, l’uomo della legge, che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. E’ parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: “Un uomo aveva due debitori…” E’ la parabola del ‘condono’ di un creditore che di fronte a due debitori, uno di cinquecento e uno di cinquanta denari, condona un debito che non può essere ripagato. La parabola apre alla domanda e alla provocazione: ‘Chi lo amerà di più?’ Gesù pensa alla condizione di chi è guardato come peccatore: non ha paura di stare a tavola con loro. E per questo di lui dicono che è un “mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori”. Il suo è ben diverso dallo sguardo del ricco. Sa provare compassione. Sa che anche nel cuore di chi è guardato con disprezzo, magaria  causa di discriminazioni dovute a c’è attesa di essere accolto e desiderio di misericordia. Sa anche quanto difficile è vincere la pretesa di essere senza peccato di coloro che si ritengono giusti, i cui peccati rimangono nascosti. Anche verso Simone non ha un atteggiamento di condanna, ma cerca di aprirlo ad una logica diversa: “Simone ho da dirti una cosa…”. Simone gli risponde: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’. Gesù nel volgere il suo sguardo verso la donna e nel ripercorrere i suoi gesti, le restituisce la dignità di considerarla una persona e riconosce la sua capacità di amare, riconosce nei suoi gesti il sovrappiù della gratuità del dono che supera ogni dovuto. Le lacrime, l’olio versato sono questo sovrappiù, sono cose sprecate e dicono la profondità di un amore che non calcola e non ha paura: ‘le sono perdonati i peccati perché ha molto amato’. Tra la parabola dei due creditori e il perdono non c’è una applicazione diretta, ma un capovolgimento, un disordine che rompe la precisione del calcolo e della deduzione. C’è un sovrappiù e un ‘oltre’ dove si parla di amore. E’ la presentazione del circuito tra condono, e amore, tra perdono e amore. E’ ancora un affresco sincero della condizione umana, quel ‘tu’ che reca dentro sé un po’ Simone il fariseo, un po’ il desiderio e la fiducia della donna. Gesù riconosce in quei gesti una fede che salva: ‘la tua fede ti ha salvato’. Ed in questo affresco la traccia del dono, e del perdono, parola iniziale che coinvolge in una corrente di misericordia da accogliere e da ridonare. E’ lo stile di Dio che Gesù rende vicino nel suo agire.

Alcune rapide annotazioni per il nostro oggi.

Mi sembra che queste pagine provochino ad un modo di parlare di Dio nel racconto: la parabola di Natan e quella di Gesù sono esempio di un approccio non deduttivo, argomentato e logico, ma narrativo, evocativo dell’esistenza, ricco di richiami ad una risposta personale e ‘poetico’ nel senso più profondo del termine. La parabola infatti è racconto che genera cambiamento, spinge ad una risposta che trasforma, ben diversa da un discorso di tipo moralistico teso ad indicare comportamenti da seguire. In questo senso è poesia: nell’essere detta e ascoltata genera e fa qualcosa di nuovo, realizza quel fare (poiein) che è trasformazione dell’esistenza e scopert di nuove dimensioni. Una parola significativa e coinvolgente. Gesù accosta le parabole ai suoi gesti. Forse oggi dovremmo scoprire in modi nuovi la pedagogia dei gesti, accompagnata da linguaggi nuovi, aderenti alla vita, che rievocano esperienze e suscitano decisione.

Gesù legge nel gesto della donna del profumo un gesto di vangelo: così facendo suggerisce un modo di stare nella vita ben diverso da chi vive – spesso orgoglioso e sicuro della propria religiosità – in una condizione di superiorità e di sicurezza, nell’attitudine di chi ha solo qualcosa da dare. Gesù si presenta nella disponibilità ad accogliere, a lasciarsi sorprendere da insegnamenti che provengono da gesti inattesi e negli incontri imprevisti. Si rivela così come un povero, capace di lasciarsi colpire dai volti e dai gesti quotidiani, che parlano di Dio, e invita anche noi a capovolgere modalità di intendere la missione stessa nella linea dell’ascolto, della attenzione, della docilità, dell’essere presenti alla vita.

Le letture ci parlano di peccato, perdono, misericordia. Il peccato nella sua radice è venir meno all’accoglienza di un incontro, è non ascoltare la Parola di Dio e non permetterle di  fecondare l’esistenza nella relazione. Così il peccato non può essere ridotto esclusivamente ad alcune sfere personali della vita. La sua portata è sociale, investe le relazioni. Quali sono le durezze più grandi di fronte alla sofferenza dei piccoli che viviamo oggi? Quali sono le incapacità di guardare agli altri scorgendo la fede nascosta? Forse dovremmo maturare una sensibilità capace di comprendere che peccato è presente nell’indifferenza, in attitudini culturali di superiorità che investono i rapporti di popoli e si esplicano nella violenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione di tanti. Ancora dovremmo ascoltare rivolta a noi quella parola profetica: ‘Tu sei quell’uomo’. E forse la dovremmo accogliere tuttavia pronunciata con la pazienza di Gesù che, chiamando per nome l’autentico peccatore nella casa dove entra la donna giudicata come peccatrice, si rivolge a lui dicendo: ‘Simone ho una cosa da dirti…’. Perché la poesia di Dio raccontato dal maestro che parlava in parabole possa essere poesia che trasforma anche la nostra vita.

Infine l’incontro della donna con Gesù è una pagina che apre a considerare aspetti spesso trascurati nelle letture religiose: la corporeità, il tatto, il contatto fisico, le lacrime, il profumo. Tutti aspetti propri in particolare dell’universo e della sensibilità femminile. Gesù non chiede alle donne di uniformarsi alle esigenze di un mondo culturale di stampo maschilista. Questa pagina apre ad una attenzione ai testi leggendoli con un sguardo diverso, quello proprio delle donne, recuperando elementi di libertà dell’esperienza della fede originaria. E ciò implica superare anche tante forme di negazione e dell’apporto femminile  e della sensibilità propria delle donne nella vita della chiesa.

Alessandro Cortesi op

X domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

02

Elia la vedova e il figlio – mosaico – Cappella S.Monica dei padri agostiniani Roma

1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Tante volte di fronte al dolore e alla morte ci troviamo incapaci di stare vicini a chi soffre e di pronunciare parole giuste e vere. Le letture di oggi recano l’annuncio che sta al cuore della fede: Gesù è testimone della vita che vince la morte. E’ lui il profeta che apre i tempi in cui si rivela un volto di Dio capace di tenerezza e amante della vita e un volto dell’uomo chiamato all’incontro e ad una vita oltre la morte.

Le pagine della prima lettura e del vangelo parlano di eventi di morte. Elia, ospitato nella casa della vedova di Sarepta si trova coinvolto nella vicenda della malattia e della morte del figlio della padrona di casa.

Gesù, nell’episodio narrato da Luca recandosi alla città di Nain, proprio vicino alla porte della città, su quella soglia, si imbatte nel corteo che accompagnava alla tomba “un  morto, unico figlio di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei”.

Elia viene presentato nelle parole della donna come portatore di una minaccia e di un giudizio. Dalle parole della vedova si coglie questa immagine negativa del profeta. Infatti gli dice: “Sei venuto per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?” Potremmo ritrovare in queste parole una formulazione simile a certe domande che affiorano in occasione della perdita di persone care: “Perché proprio a me?” e “Che cosa ho fatto per ricevere questo?” Sono domande che sottintendono un modo di pensare a Dio in quanto giudice, teso a punire le colpe dell’uomo e responsabile di castighi. La morte stessa viene così letta come punizione, e come evento che manifesta un volto di Dio esecutore di sentenze dure e disumane.

Elia reagisce e risponde con un gesto e con una parola. La sua preghiera è innanzitutto una invocazione rivolta a Dio e nel pregare si manifesta profeta uomo della Parola innanzitutto: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?”… Elia invocò il Signore e la sua preghiera fa scorgere un altro volto di Dio: non un Dio che opera il male ma un Dio del bene e della vita. Con la sua parola in forma di preghiera e il suo gesto di riportare il respiro vitale nella vita di quel bambino il profeta si fa così annunciatore di un volto di Dio diverso. “lo consegnò alla madre. Elia disse: ‘tuo figlio vive’”. La vita si compie in questo essere consegnati, in una relazione nuova.

E’ importante anche cogliere il contesto in cui il racconto è posto. Elia viene ospitato, nel tempo della carestia, da una vedova povera che consegna a lui la sua vita e quella di suo figlio, condividendo l’ultima farina e l’ultimo olio. Proprio lui, l’ospite straniero si rivela essere profeta che manifesta il volto di Dio amante della vita e porta la visita di Dio che vince la morte. Aveva ricevuto in un gesto di gratuità, dalla donna pagana, l’ultimo pane. Nel gesto della consegna del figlio alla madre annuncia che la vita piena sta nel consegnarsi gli uni gli altri. A questo punto la donna dice: “Ora so che tu sei veramente uomo di Dio….”. Si attua una circolarità di dono e di rivelazione: Elia scopre nel dono del pane un vangelo che lo precede, la donna si apre a scoprire un dono di vita che proviene da Dio presente al cuore della sua esistenza.

Nella pagina del vangelo Gesù si presenta come uomo di Dio. In cammino con i suoi discepoli ed una folla che lo seguiva incrocia il corteo che accompagnava il figlio della vedova di Nain alla tomba. Gesù fu preso da grande compassione. Di fronte alla morte Gesù manifesta innanzitutto la capacità di prendere su di sé il dolore di chi ne è coinvolto. Dice in questo modo che la sua opera è per la vita e non per la morte, e il suo operare è lotta contro tutto ciò che impedisce un vivere in pienezza. Si fa vicino nel condividere il dolore della donna. Le dice: ‘Non piangere’. Gesù con la sua vita annuncia che la morte non è l’ultima parola, ed apre a scorgere, nella tenerezza del suo farsi vicino, i tratti del volto di Dio capace di soffrire insieme e vicino. La sua parola forte ‘Ragazzo dico a te alzati” e il suo gesto di entrare a contatto diretto con la morte e con il male, sono già segni e annunci di risurrezione. “Ed egli lo restituì a sua madre”. Gesù si fa incontrare come profeta, testimone della vicinanza di Dio amante della vita. Tutti dicevano: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo”.  Annuncia anche che la vittoria sulla morte, dono di Dio, si attua nell’essere restituiti alle relazioni: ‘lo restituì a sua madre’.

Finalità del racconto non sta nel suscitare il senso del prodigioso e nell’alimentare una mentalità miracolistica. Piuttosto tutto va nella direzione di cogliere come Gesù, nel suo passare facendo del bene, ha annunciato la sua risurrezione, ha reso vicino il volto di Dio che vuole condurre tutti ad essere restituiti alle relazioni più profonde.

Il miracolo più autentico è quello della tenerezza di Gesù che muta un corteo di pianto e di lutto in un corteo di riconoscimento che Dio è venuto a visitarci, facendolo divenire corteo che non accompagna più verso una tomba ma segue lui ‘signore della vita’, in un cammino di consegna reciproca.

Apre così a leggere come anche la perdita più dolorosa può divenire esperienza di speranza, di incontro con il Dio della risurrezione, ed anche esperienza umanissima di tenerezza, di scoperta della compassione di Gesù, che continua in ogni gesto di tenerezza  che si fa profezia oggi della compassione di Dio.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo