la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

X domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

02

Elia la vedova e il figlio – mosaico – Cappella S.Monica dei padri agostiniani Roma

1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Tante volte di fronte al dolore e alla morte ci troviamo incapaci di stare vicini a chi soffre e di pronunciare parole giuste e vere. Le letture di oggi recano l’annuncio che sta al cuore della fede: Gesù è testimone della vita che vince la morte. E’ lui il profeta che apre i tempi in cui si rivela un volto di Dio capace di tenerezza e amante della vita e un volto dell’uomo chiamato all’incontro e ad una vita oltre la morte.

Le pagine della prima lettura e del vangelo parlano di eventi di morte. Elia, ospitato nella casa della vedova di Sarepta si trova coinvolto nella vicenda della malattia e della morte del figlio della padrona di casa.

Gesù, nell’episodio narrato da Luca recandosi alla città di Nain, proprio vicino alla porte della città, su quella soglia, si imbatte nel corteo che accompagnava alla tomba “un  morto, unico figlio di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei”.

Elia viene presentato nelle parole della donna come portatore di una minaccia e di un giudizio. Dalle parole della vedova si coglie questa immagine negativa del profeta. Infatti gli dice: “Sei venuto per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?” Potremmo ritrovare in queste parole una formulazione simile a certe domande che affiorano in occasione della perdita di persone care: “Perché proprio a me?” e “Che cosa ho fatto per ricevere questo?” Sono domande che sottintendono un modo di pensare a Dio in quanto giudice, teso a punire le colpe dell’uomo e responsabile di castighi. La morte stessa viene così letta come punizione, e come evento che manifesta un volto di Dio esecutore di sentenze dure e disumane.

Elia reagisce e risponde con un gesto e con una parola. La sua preghiera è innanzitutto una invocazione rivolta a Dio e nel pregare si manifesta profeta uomo della Parola innanzitutto: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?”… Elia invocò il Signore e la sua preghiera fa scorgere un altro volto di Dio: non un Dio che opera il male ma un Dio del bene e della vita. Con la sua parola in forma di preghiera e il suo gesto di riportare il respiro vitale nella vita di quel bambino il profeta si fa così annunciatore di un volto di Dio diverso. “lo consegnò alla madre. Elia disse: ‘tuo figlio vive’”. La vita si compie in questo essere consegnati, in una relazione nuova.

E’ importante anche cogliere il contesto in cui il racconto è posto. Elia viene ospitato, nel tempo della carestia, da una vedova povera che consegna a lui la sua vita e quella di suo figlio, condividendo l’ultima farina e l’ultimo olio. Proprio lui, l’ospite straniero si rivela essere profeta che manifesta il volto di Dio amante della vita e porta la visita di Dio che vince la morte. Aveva ricevuto in un gesto di gratuità, dalla donna pagana, l’ultimo pane. Nel gesto della consegna del figlio alla madre annuncia che la vita piena sta nel consegnarsi gli uni gli altri. A questo punto la donna dice: “Ora so che tu sei veramente uomo di Dio….”. Si attua una circolarità di dono e di rivelazione: Elia scopre nel dono del pane un vangelo che lo precede, la donna si apre a scoprire un dono di vita che proviene da Dio presente al cuore della sua esistenza.

Nella pagina del vangelo Gesù si presenta come uomo di Dio. In cammino con i suoi discepoli ed una folla che lo seguiva incrocia il corteo che accompagnava il figlio della vedova di Nain alla tomba. Gesù fu preso da grande compassione. Di fronte alla morte Gesù manifesta innanzitutto la capacità di prendere su di sé il dolore di chi ne è coinvolto. Dice in questo modo che la sua opera è per la vita e non per la morte, e il suo operare è lotta contro tutto ciò che impedisce un vivere in pienezza. Si fa vicino nel condividere il dolore della donna. Le dice: ‘Non piangere’. Gesù con la sua vita annuncia che la morte non è l’ultima parola, ed apre a scorgere, nella tenerezza del suo farsi vicino, i tratti del volto di Dio capace di soffrire insieme e vicino. La sua parola forte ‘Ragazzo dico a te alzati” e il suo gesto di entrare a contatto diretto con la morte e con il male, sono già segni e annunci di risurrezione. “Ed egli lo restituì a sua madre”. Gesù si fa incontrare come profeta, testimone della vicinanza di Dio amante della vita. Tutti dicevano: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo”.  Annuncia anche che la vittoria sulla morte, dono di Dio, si attua nell’essere restituiti alle relazioni: ‘lo restituì a sua madre’.

Finalità del racconto non sta nel suscitare il senso del prodigioso e nell’alimentare una mentalità miracolistica. Piuttosto tutto va nella direzione di cogliere come Gesù, nel suo passare facendo del bene, ha annunciato la sua risurrezione, ha reso vicino il volto di Dio che vuole condurre tutti ad essere restituiti alle relazioni più profonde.

Il miracolo più autentico è quello della tenerezza di Gesù che muta un corteo di pianto e di lutto in un corteo di riconoscimento che Dio è venuto a visitarci, facendolo divenire corteo che non accompagna più verso una tomba ma segue lui ‘signore della vita’, in un cammino di consegna reciproca.

Apre così a leggere come anche la perdita più dolorosa può divenire esperienza di speranza, di incontro con il Dio della risurrezione, ed anche esperienza umanissima di tenerezza, di scoperta della compassione di Gesù, che continua in ogni gesto di tenerezza  che si fa profezia oggi della compassione di Dio.

Alessandro Cortesi op

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