la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Le+Roi+David2Sam 12,7-13; Sal 31; Gal 2,16-21; Lc 7,36-8,3

‘Sei tu quell’uomo…’. La parola del profeta smaschera l’incapacità di riconoscere il male che sta dentro al proprio cuore e l’ipocrisia nel nasconderlo. Davide si adira di fronte alla vicenda che il profeta Natan gli riporta come avvenuta nel suo regno: il gesto di un ricco che ha privato un povero pastore dell’unica sua pecora. Davide si ritiene re giusto e saggio, ed in effetti lo è, ma non sa guardare dentro se stesso con verità. Prevale la durezza del suo cuore, l’incapacità di rispettare il debole e l’indifeso che gli sta accanto. Ha usato inganno e sotterfugio per inseguire i propri desideri, per togliere ogni ostacolo alla propria brama di possesso. SI è voluto impadronire non di una pecora, ma di una persona, una donna. E per questo è giunto a far uccidere un suo generale fedele e valoroso, che viveva dedizione e coraggio. Il peccato di Davide è una vicenda di accecamento: non vede davanti a sé l’altro, ma considera solamente la sua volontà di dominio. In tale senso viene meno alla giustizia come fedeltà nella relazione. Il suo peccato è la durezza del cuore nel non sentire più compassione e per questo non si rende conto dell’ingiustizia da lui stesso generata. Ma è il medesimo cuore che di fronte ad un fatto di sopraffazione sobbalza e richiede giustizia. La parola del profeta lo conduce a riconoscere se stesso in quell’uomo che aveva rubato l’unica pecora al povero: ‘tu sei quell’uomo’. E’ parola di rivelazione, di svelamento, di presa di coscienza. E’ anche inizio di trasformazione.

“Hai disprezzato la Parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi”. Il profeta conduce Davide a considerare la radice del suo peccato. La sua durezza di cuore esprime un disprezzo verso la parola del Signore: Natan è guida per distogliere da un modo di guardare al peccato come ad una serie di comportamenti, e apre a riconoscerne la radice profonda. Il disprezzo è ascolto negato, non riconoscimento, rifiuto di una parola che coinvolga l’esistenza, incapacità di guardare all’altro come volto degno di attenzione. Il disprezzo della parola del Signore si identifica con la non considerazione dell’importanza di ogni altro nella propria vita.

Tuttavia di fronte al riconoscimento del peccato ancora la parola del profeta conduce ad un passaggio inatteso. La risposta del Signore non è la spietata esecuzione di una condanna senza appello, ma è un dono ed una promessa di vita che rivolge al futuro: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato, tu non morirai”. L’annuncio profetico apre a considerare lo stile di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23). Il cambiamento dello sguardo, la possibilità di osservare la vita secondo un’altra prospettiva, l’apertura al riconoscimento del proprio limite e del proprio egoismo: in questo passaggio di fragilità si apre spazio alla scoperta dell’opera di Dio, che dona la sua parola perché sia feconda di vita. E il suo operare è azione di misericordia.

In questi passaggi è sintetizzato un grande affresco di ciò che significa peccato, del suo riconoscimento nell’esistenza umana e dell’attitudine di Dio che si riassume nella misericordia.

Nel narrare l’incontro di Gesù con la donna peccatrice nella casa di Simone Luca compone quasi una tessitura legando i fili del dono e dell’amore. Lo sguardo di Simone e dei farisei è quello della legge. La sua accoglienza è impeccabile, calcolata, senza ombra di difetto. Ma il suo il suo modo di guardare gli altri e la donna che si avvicina a Gesù è sguardo che si ferma all’esteriorità e ad un giudizio senza appello e di disprezzo: lei è la peccatrice. Non sa vedere ciò che si cela dietro quei gesti. E’ sguardo duro, impietoso e calcolante. Lo sguardo di Gesù è diverso, per lui la donna che lo avvicina e lo tocca è anzitutto una donna, ed è la donna del profumo, coraggiosa nell’entrare in quella casa, capace di gratuità nel versare olio prezioso. Si lascia toccare da questa donna, bagnare dalle lacrime e non ha paura di rendersi in tal modo impuro.

Gesù a Simone parla in parabole. A lui, l’uomo della legge, che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. E’ parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: “Un uomo aveva due debitori…” E’ la parabola del ‘condono’ di un creditore che di fronte a due debitori, uno di cinquecento e uno di cinquanta denari, condona un debito che non può essere ripagato. La parabola apre alla domanda e alla provocazione: ‘Chi lo amerà di più?’ Gesù pensa alla condizione di chi è guardato come peccatore: non ha paura di stare a tavola con loro. E per questo di lui dicono che è un “mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori”. Il suo è ben diverso dallo sguardo del ricco. Sa provare compassione. Sa che anche nel cuore di chi è guardato con disprezzo, magaria  causa di discriminazioni dovute a c’è attesa di essere accolto e desiderio di misericordia. Sa anche quanto difficile è vincere la pretesa di essere senza peccato di coloro che si ritengono giusti, i cui peccati rimangono nascosti. Anche verso Simone non ha un atteggiamento di condanna, ma cerca di aprirlo ad una logica diversa: “Simone ho da dirti una cosa…”. Simone gli risponde: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’. Gesù nel volgere il suo sguardo verso la donna e nel ripercorrere i suoi gesti, le restituisce la dignità di considerarla una persona e riconosce la sua capacità di amare, riconosce nei suoi gesti il sovrappiù della gratuità del dono che supera ogni dovuto. Le lacrime, l’olio versato sono questo sovrappiù, sono cose sprecate e dicono la profondità di un amore che non calcola e non ha paura: ‘le sono perdonati i peccati perché ha molto amato’. Tra la parabola dei due creditori e il perdono non c’è una applicazione diretta, ma un capovolgimento, un disordine che rompe la precisione del calcolo e della deduzione. C’è un sovrappiù e un ‘oltre’ dove si parla di amore. E’ la presentazione del circuito tra condono, e amore, tra perdono e amore. E’ ancora un affresco sincero della condizione umana, quel ‘tu’ che reca dentro sé un po’ Simone il fariseo, un po’ il desiderio e la fiducia della donna. Gesù riconosce in quei gesti una fede che salva: ‘la tua fede ti ha salvato’. Ed in questo affresco la traccia del dono, e del perdono, parola iniziale che coinvolge in una corrente di misericordia da accogliere e da ridonare. E’ lo stile di Dio che Gesù rende vicino nel suo agire.

Alcune rapide annotazioni per il nostro oggi.

Mi sembra che queste pagine provochino ad un modo di parlare di Dio nel racconto: la parabola di Natan e quella di Gesù sono esempio di un approccio non deduttivo, argomentato e logico, ma narrativo, evocativo dell’esistenza, ricco di richiami ad una risposta personale e ‘poetico’ nel senso più profondo del termine. La parabola infatti è racconto che genera cambiamento, spinge ad una risposta che trasforma, ben diversa da un discorso di tipo moralistico teso ad indicare comportamenti da seguire. In questo senso è poesia: nell’essere detta e ascoltata genera e fa qualcosa di nuovo, realizza quel fare (poiein) che è trasformazione dell’esistenza e scopert di nuove dimensioni. Una parola significativa e coinvolgente. Gesù accosta le parabole ai suoi gesti. Forse oggi dovremmo scoprire in modi nuovi la pedagogia dei gesti, accompagnata da linguaggi nuovi, aderenti alla vita, che rievocano esperienze e suscitano decisione.

Gesù legge nel gesto della donna del profumo un gesto di vangelo: così facendo suggerisce un modo di stare nella vita ben diverso da chi vive – spesso orgoglioso e sicuro della propria religiosità – in una condizione di superiorità e di sicurezza, nell’attitudine di chi ha solo qualcosa da dare. Gesù si presenta nella disponibilità ad accogliere, a lasciarsi sorprendere da insegnamenti che provengono da gesti inattesi e negli incontri imprevisti. Si rivela così come un povero, capace di lasciarsi colpire dai volti e dai gesti quotidiani, che parlano di Dio, e invita anche noi a capovolgere modalità di intendere la missione stessa nella linea dell’ascolto, della attenzione, della docilità, dell’essere presenti alla vita.

Le letture ci parlano di peccato, perdono, misericordia. Il peccato nella sua radice è venir meno all’accoglienza di un incontro, è non ascoltare la Parola di Dio e non permetterle di  fecondare l’esistenza nella relazione. Così il peccato non può essere ridotto esclusivamente ad alcune sfere personali della vita. La sua portata è sociale, investe le relazioni. Quali sono le durezze più grandi di fronte alla sofferenza dei piccoli che viviamo oggi? Quali sono le incapacità di guardare agli altri scorgendo la fede nascosta? Forse dovremmo maturare una sensibilità capace di comprendere che peccato è presente nell’indifferenza, in attitudini culturali di superiorità che investono i rapporti di popoli e si esplicano nella violenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione di tanti. Ancora dovremmo ascoltare rivolta a noi quella parola profetica: ‘Tu sei quell’uomo’. E forse la dovremmo accogliere tuttavia pronunciata con la pazienza di Gesù che, chiamando per nome l’autentico peccatore nella casa dove entra la donna giudicata come peccatrice, si rivolge a lui dicendo: ‘Simone ho una cosa da dirti…’. Perché la poesia di Dio raccontato dal maestro che parlava in parabole possa essere poesia che trasforma anche la nostra vita.

Infine l’incontro della donna con Gesù è una pagina che apre a considerare aspetti spesso trascurati nelle letture religiose: la corporeità, il tatto, il contatto fisico, le lacrime, il profumo. Tutti aspetti propri in particolare dell’universo e della sensibilità femminile. Gesù non chiede alle donne di uniformarsi alle esigenze di un mondo culturale di stampo maschilista. Questa pagina apre ad una attenzione ai testi leggendoli con un sguardo diverso, quello proprio delle donne, recuperando elementi di libertà dell’esperienza della fede originaria. E ciò implica superare anche tante forme di negazione e dell’apporto femminile  e della sensibilità propria delle donne nella vita della chiesa.

Alessandro Cortesi op

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