la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XII domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Congdon - Crocifisso 1Zac 12,10-13,1: Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“Riverserò sopra la casa di Davde e sopra gli abitati di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione”. La figura enigmatica di un uomo trafitto – forse indicazione parallela al servo di Jahwè identificato con l’esperienza di tutto il popolo – sta al centro della pagina di Zaccaria: è figura su cui avviene un lamento, ma la sua presenza è vista come fonte da cui proviene un’acqua in grado di lavare il peccato. Il profeta legge quanto sta accadendo come momento in cui Dio stesso riversa una corrente di grazia e di consolazione.  Dio stesso parla identificandosi con colui che è stato trafitto e promette un cambiamento e una conversione: volgere lo sguardo a Dio diviene fonte di perdono e di vita.

C’è nella nostra vita una consolazione da accogliere ed una consolazione da trasmettere. Spesso siamo presi da un atteggiamento cinico che rende insensibili sia nell’accogliere la consolazione dello Spirito che viene da Dio sia nell’offrire ad altri consolazione. E consolazione significa quel modo di stare accanto agli altri nel prendersi cura e nel far sentire che non sono lasciati abbandonati ad una solitudine senza una mano che sorregga e un cuore cpace di fare spazio per ospitare. Nel consolare si attua qualcosa di ben diverso da atteggiamenti consolatori di certo spiritualismo disincarnato, perché è attitudine concreta nel condividere pesi e nel farsi carico di difficoltà concrete dell’altro e perciò implica tempo dedicato, gesti di vicinanza, attenzione che segna l’esistenza.

“Non c’è più giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Se la consolazione è apertura a considerare l’altro accanto a noi, questa affermazione di Paolo allarga gli orizzonti. L’incontro con Cristo Gesù anziché chiudersi in un movimento di separazione e di distinzione dall’altro, per affermare un identità di contrapposizione è motivo per scoprire un modo diverso di vivere isnieme agli altri. L’incontro con chi è ‘altro’, lontano e diverso, non è annullamento delle differenze, è invece scoperta che l’altro non è nemico, non è estraneo, ma la nostra condizione è comune e le nostre vite sono chiamate ad incontrarsi nella via che Gesù ha indicato: la possibilità di passaggio dall’ostilità all’ospitalità. Ogni incontro con l’altro può divenire via della scoperta che l’altro è indispensabile presenza che ci de-centra,  per scoprire chi siamo noi stessi, stranieri a noi medesimi, e per aprirsi a concepire l’esistenza non nella chiusura egoistica ma nell’interazione. Ci potremo chiedere oggi chi sono giudei e greci, uomini e donne, schiavi e liberi: ancora viviamo l’incapacità di una accoglienza e valorizzazione della vita dell’altro nella società. Edc anche nella chiesa discriminazioni di diverso genere ed esclusioni sono ardue dall’essere riconosicute e superate nela scelta di un nuovo stile di rapporti.

In questi giorni Massimo Gramellini, commentando in un suo breve articolo su ‘La Stampa’ (20 giugno 2013) l’attitudine entusiasta di un bambino di due anni e mezzo che rivolge a tutte le persone incrociate per strada il suo ‘ciao ciao, signore’, in un quartiere in cui s’incontrano persone di diversa nazionalità, lingua colore della pelle, annotava come sia stupefacente a due anni e mezzo la propensione dei bambini a considerare le persone – pur nelle loro diversità – tutte uguali tra loro e uguali a noi e concludeva: “passiamo l’infanzia a dimenticare ciò che a due anni e mezzo sapevamo benissimo. E il resto della vita a cercare di ricordarcelo”.

“Le folle chi dicono che io sia… ma voi chi dite che io sia?” In un momento di preghiera, in un luogo solitario, nella dimensione del deserto, lontano dal frastuono e dalla folla Gesù pone la domanda che provoca a porsi di fronte alla profondità della sua persona. Nel suo vangelo Luca presenta Gesù in preghiera nei momenti importanti della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). E proprio in rapporto al pregare di Gesù ritorna la domanda che i suoi discepoli portavano nel loro cuore: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è in  fondo al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. ‘secondo voi, chi sono io?’. Pregare, ci sta dicendo Luca è entrare in una domanda che riguarda l’incontro con Gesù, e il significato della sua presenza per la nostra vita.

Non è solo domanda teorica sulla sua identità, ma è domanda che implica un coinvolgimento. E’ domanda che dice innanzitutto la disponibilità ad ascoltare gli altri, coloro che ha di fronte. E’ anche domanda tesa a suscitare una ricerca ulteriore ed un cammino. “si avverte in questa domanda lo smarrimento di un uomo che, profondamente coinvolto nell’avventura della fede, pone l’interrogativo della sua esistenza e del suo mistero (…) proprio ponendo questo interrogativo egli è ora il figlio dell’uomo, in quanto quello che viene posto qui è l’interrogativo dell’uomo in senso assoluto” (S.Ben Chorin). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il messia di Dio’. Nel titolo ‘messia’ convergono le attese nei confronti di un uomo scelto da Dio che nella sua missione compie le promesse di salvezza di Dio. Non più solo un profeta ma l’inviato per un rendersi vicino di Dio stesso. Tuttavia Pietro come i discepoli pone in questa figura tanti desideri e attese che rinviano ad una visione di potenza, di affermazione, di visibilità. Gesù accoglie queste risposte ma subito presenta il suo cammino parlando di sé come ‘figlio dell’uomo’ e associando a questa espressione il rinvio ad un percorso diverso, in cui è presente sofferenza e ostilità: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’.

Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). E’ bene star attenti a non leggere in questa espressione una sorta di destino predeterminato: Dio il Padre esigerebbe la sofferenza e la morte del Figlio come una necessità. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono piuttosto un’interpretazione della sua vita alla luce del cammino dei profeti e del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva il giusto, e rimane fedele alle sue promesse. La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata. Neppure costituisce un incidente da dimenticare nel suo cammino. Ai suoi Gesù dice che le sue scelte non sono nella logica del dominio e della violenza, non rispondono alle attese di un messia trionfatore e potente. La sua vita rimane fedele alla scelta del dono e del servizio, quella del messia disarmato: ‘io sono in mezzo a voi come colui che serve’ (Lc 22,27). Proprio per la fedeltà al Padre, in questa via, troverà ostilità e sofferenza. La sua sofferenza e la sua morte assumono un significato di salvezza se vengono lette all’interno del modo in cui Dio conduce la sua comunicazione nella storia. Anche di fronte alla morte e nella passione Gesù vive la fedeltà disarmata dell’amore e rivela in tal modo la fragilità dell’amore come più forte della morte. In tal senso ‘doveva soffrire’ perché come i profeti prima di lui chi si pone sotto la parola del Padre si espone a suscitare la reazione delle potenze politiche e del sistema religioso. Così Gesù incontra rifiuto e ostilità nel suo cammino fino alla morte. Ma i giorni della passione si aprono al ‘terzo giorno’: è il tempo che conclude il momento della prova e della sofferenza, è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù costituisce la via per la quale si attua la salvezza.

Il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. A chi lo segue Gesù chiede non tanto di vivere gesti spettacolari, ma di ‘prendere la croce ogni giorno’: non un richiamo alla sofferenza come fine in se stessa, piuttosto al senso profondo della croce stessa, come scelta nonviolenta di una vita che si fa dono di sé e servizio. La croce da strumento di tortura e  dolore passa a divenire segno in cui si rende visibile l’amare anche nellle condizioni più inumane: è il segno di una vita spesa per gli altri in una accoglienza che supera le divisioni. Per Luca è modo di vivere che tocca le ore ed i giorni, il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice  che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo.

Viviamo tempi in cui proteste di popoli e in particolare di giovani salgono dalle piazze. Le piazza Taksim a Istanbul è stato teatro nei giorni scorsi di proteste durissima repressione e poi della silenziosa protesta dell’uomo in piedi seguito ora da tanti che scelgono la via faticosa e apparentemente deole della nonviolenza. E così nelle vie delle principali città brasiliane migliaia di persone si sono schierate contro le scelte di offrire ‘circo’ (il campionato mondiale di calcio) senza attenzione al pane. Sono proteste contro un modo di intendere il consumo e un’economia a servizio dei grandi potentati finanziari quale presenza messianica. Anche oggi seguire il messia servo che dà la vita per tutti e si pone dalla parte dei piccoli e dei poveri diviene motivo per vivere una fedeltà che trova ostilità e repressione. Ma ancora oggi risuona per noi la domanda di Gesù: ‘ma voi chi dite che io sia?’

Alessandro Cortesi op

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