la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

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(nella foto: liberazione di un gheppio – foresta dell’Acquerino 12 maggio 2013)

1Re 19,16-21; Sal 15; Gal 5,13-18; Lc 9,51-62

“Siete stati chiamati a libertà…”. Scoprire che qualcuno ci chiama è un passaggio fondamentale nella vita umana. L’esperienza semplice eppure spesso piena di stupore di essere chiamati da qualcuno, e chiamati per nome, è sempre scoperta di essere riconosciuti nella unicità del proprio volto personale e della propria storia. Non siamo confusi in una massa anonima e indistinta, non siamo dimenticati senza un nome. Quando qualcuno chiama si genera un riconoscimento. In questo lasciar spazio all’altro sta la radice di un dialogo di persone, di una reciprocità di parola e di presenza.

L’essere chiamati per nome reca in sè la possibilità di crescere come uomini e donne, capaci di relazione. Nell’esperienza delle voci quotidiane che ci raggiungono, ascoltare il suono del proprio nome pronunciato con benevolenza apre a sperimentare il rinvio ad un senso profondo dell’esistenza come chiamata. Molte sono le chiamate che giungono dagli altri, e ci toccano in tanti modi: esigenze, doveri, richiami. E ci sono anche chiamate che recano il segnale di attenzione, cura, amore, riconoscimento, meraviglia di fronte ad un volto. E c’è anche una chiamata proveniente da quella parola inarticolata delle cose, della natura, del cosmo che pure è silenziosa invocazione e provocazione ad un ascolto e ad una risposta.

Scoprirsi chiamati è abbattimento del muro dell’indifferenza e del non riconoscimento. Chi chiama esce da una solitudine e apre spazi di incontro: nel pronunciare il nome comunica il senso di identità in relazione. Nel gesto così banale del sentir pronunciare il nostro nome sta la possibilità di scoperta dell’unicità della propria vita e dell’essere immessi in una rete di dialogo e di scambi di parola. Così ogni percorso di liberazione dalle varie forme di male sorge da una chiamata.

Quando si è chiamati si genera una sospensione ed inizia un’attesa: l’appello è ponte gettato ad attendere una risposta che dia seguito alla parola e si faccia reciprocità. L’uomo è un ‘essere chiamato’: chiamato alla vita, continuamente segnato da chi fa appello al suo nome.

Al di dentro e al di là di tutte queste chiamate si fa vicina una chiamata di Dio, che in modi a noi impensabili, raggiunge ciascuno. E’ spesso nascosta, difficile da decifrare e riconoscere, e tuttavia sta alla radice di ogni chiamare ed essere chiamati.

Nella fede come risposta ad una parola che precede e coinvolge scopriamo che la nostra vita proviene da una chiamata radicale. E’ chiamata all’esistenza in un dialogo di incontro e di amore. Il nostro nome è più di un nome tra tanti altri perché reca in se stesso la cura e l’amore di chi per primo l’ha pronunciato come unico. Un nome racchiude anche la promessa di una chiamata che è invito a partecipare ad un incontro di figliolanza e di amicizia: proviene da un Tu in cui ognuno è riconosciuto.

Nelle parole di Paolo ai Galati è possibile riscontrare tre preziose indicazioni: la prima è che la nostra vita si situa in una chiamata che viene da Dio. Essere chiamati conduce ad aprirsi alla presenza che ci riconosce: Dio non è lontana entità senza legami, ma Tu amante, presenza viva di parola e comunicazione.

La seconda indicazione è che questa chiamata è per la libertà: esperienza da vivere nella storia. Libertà è la condizione di chi non dipende, non è schiavo e sottoposto, ma capace di orientare e scegliere la direzione del suo cammino, compiendo il proprio nome, facendo germogliare i semi deposti nella sua esistenza, rispondendo ai desideri di vita.

Infine Paolo suggerisce di aprirsi ad un modo di intendere la libertà non come ‘fare ciò che è dettato dalle voglie del momento’, ma come attitudine  ad intendere la vita nell’incontro e nel servizio. Siete stati chiamati a libertà – dice Paolo – purché questa libertà non divenga pretesto per una vita condotta nell’egoismo, ma sia lo spazio del servizio agli altri.

Potremmo leggere questo invito in parallelo con la seconda parte della pagina del vangelo di oggi. La richiesta di un seguire che presenta diverse esigenze è indicazione di una radicalità di orientamento non per la privazione e per la sottomissione ma per essere sciolti e liberi. E’ quasi un programma per una vita personale sciolta da tanti impedimenti a mettersi in un cammino esistenziale ed anche per una vita di chiesa sciolta e capace di leggerezza, libera.

Lasciare sicurezze che possono impedire l’apertura ad un rinnovamento – le volpi hanno le tane, il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo -, non soffermarsi su tutto ciò che conduce alla morte per aprirsi alla vita – lasciate che i morti seppelliscano i loro morti -,  vivere un impegno coinvolgente e totalizzante – nessuno che mette mano all’aratro e si volge indietro è adatto al regno di Dio –. Sono tutte richieste per dare spazio a ciò che più è importante.

Leggerei in queste parole l’indicazione di una attitudine ben diversa da chi afferma la propria forza, capacità e autosufficienza di fronte a difficoltà e prove. Non sono un programma per eroi. In esse sta piuttosto l’indicazione di radicalità che qualificherei come radicalità mite. E’ la mitezza dell’ascolto, del riconoscere una chiamata di fiducia e di incontro. Mitezza è l’atteggiamento che di chi è ben consapevole della propria fragilità, e disponibile a vivere non nella preoccupazione di difendere ricchezze e privilegi, non nella chiusura in prospettive di morte, non nell’indecisione e nella continua lamentela e rimpianto. Una radicalità fatta di mitezza e di fiducia, per una vita in cammino verso una libertà da ricercare continuamente e mai pienamente raggiunta. Anche la libertà non è condizione di stato ma è continua chiamata: è orizzonte a cui tendere.

Tanti condizionamenti e tanti poteri palesi e occulti oggi impediscono di vivere percorsi di libertà. Dobbiamo sempre scoprire in modi nuovi che essere chiamati a libertà implica anche un appello a farsi compagnia di percorsi di liberazione di altri, perché siano svincolati da gioghi e pesi insopportabili – pesi di tipo politici, sociale, culturale, religioso – per scoprire le dimensioni del servizio e della relazione nella vita. Potremo chiederci in qual modo coltiviamo il senso di una libertà che è percorso personale ed in relazione con gli altri, in noi stessi e nei rapporti.

Seguire Gesù si attua come risposta ad una chiamata e si connota come cammino a divenire liberi, liberi da tante cose che rischiano di divenire impedimenti, e liberi per orientare la vita verso il servizio. Questo è forse il motivo per cui nei vangeli si dice che Gesù non era come scribi e farisei ma era uno che parlava e agiva con l’autorità che derivava dalla coerenza tra i suoi gesti e le parole, e dalla radicalità mite della sua vita, un uomo libero insomma.

Alessandro Cortesi op

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