la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “luglio, 2013”

Petizione per abolire il reato di clandestinità

immigratiLA PETIZIONE DI FAMIGLIA CRISTIANA
È ora di abolire il reato di clandestinità.

Le parole e i gesti di papa Francesco a Lampedusa sono stati inequivocabili.
Parlando da quel lembo di terra che unisce l’Africa all’Europa, piangendo su quelle vittime innocenti seppellite sotto il mare, il Papa ci ha riportati dentro la storia.
Ci ha detto delle lacrime necessarie a essere uomini.
Ci ha indicato laprospettiva giusta per comprendere una condizione, quella dei migranti, che non è un’emergenza ma la “normalità”.
Com’è avvenuto per generazioni di italiani partiti per “la fine del mondo” in cerca di fortuna. Tra i quali vi erano anche i genitori dell’attuale Papa. E come continua ad accadere ai nostri giorni.

Tra le tante conseguenze della visita del Pontefice nell’isola siciliana c’è stata quella di mettere a nudo l’assurdità di una legge, quella che prevede il reato di clandestinità, fatta «sulla pelle delle persone», come ha detto il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge.

Il reato di clandestinità è un reato crudele, che trasforma una condizione, quella di clandestino, in uno “stigma” e che solo il nostro buon cuore di “italiani bravagente” ha impedito che facesse ancora più danni di quelli che poteva fare. E che soprattutto non serve a nulla sul piano della pretesa sicurezza.

Sul tema dei diritti civili forse è venuto il momento che l’Italia si scrolli di dosso un bel po’ di polvere di ipocrisia e populismo, senza divagare sui “se” e sui “ma”: è disumano mettere in galera un migrante senza dargli la possibilità di dimostrare che ha diritto all’asilo umanitario o allo status di rifugiato.

È questo il senso della campagna di Famiglia Cristiana per abolire il reato diclandestinità.
Un reato che porta a drammatiche e crudeli conseguenze, come per esempio il divieto di curare nei pronto soccorso i clandestini, con l’obbligo per i medici di denunciarli.

Ma al di là delle motivazioni umane, ci sono anche motivi razionali per abolire quest’assurda legge.
Il reato di clandestinità non serve per contenere l’immigrazione illegale.
Chi pensa a un Paese invaso dagli stranieri in caso di cancellazione del reato fa demagogia o non conosce le norme che regolano l’immigrazione in Italia.
Senza dire poi che se il reato fosse stato in vigorealtrove, milioni di nostri antenati sarebbero stati in prigione in Argentina, Brasile e nei molti altri Paesi dov’erano emigrati.

Il nostro tempo è il tempo dell’integrazione, della solidarietà, dell’aiutoreciproco, del “meticciato” che ci rende più liberi e forti. Qualcosa da inserire in una prospettiva che dall’ottica della difesa dei confini passi a quella della dignità della persona.

Don Antonio Sciortino, Direttore di Famiglia Cristiana

5 ragioni per abolire il reato di clandestinità

Dobbiamo abolire il reato di clandestinità perché:
1. non serve per contenere l’immigrazione illegale;
2. anche senza il reato, ci sono regole precise (fermo, detenzione nei Cie, identificazione ed espulsione immediata) per trattare gli immigrati irregolari;
3. il reato di clandestinità ha aggravato la già grave situazione delle carceri italiane;
4. è disumano mettere in galera un migrante senza dargli la possibilità di dimostrare che ha diritto all’asilo umanitario o allo status di rifugiato;
5. se il reato fosse stato in vigore altrove, milioni di nostri antenati sarebbero stati in prigione in Usa, Argentina, Brasile e nei molti altri Paesi dov’erano emigrati.
…………………………
Cécile Kyenge in un’intervista alla Stampa ha detto:
“Non sottovaluto gli episodi di razzismo, ma non ne faccio una questione personale.  Mi pare di avere a che fare con i miei pazienti. Gente che sta male, manifesta un disagio ma esistenziale, un’incapacità di convivere con i diversi. Una malattia sociale. E io, come nella mia professione, devo ascoltare il disagio, senza farmi contagiare, senza sentirmi io stessa a disagio, perché dovrei? anzi voglio combattere la battaglia culturale senza paura.”.

Flavio Lotti, Coordinatore Nazionale della Tavola della pace (Perugia, 30 luglio 2013) scrive: “Vi invito a firmare la petizione sul sito famigliacristiana.it e ad attivare la raccolta di firme tra i vostri aderenti e sul vostro territorio. Per avere successo, per raggiungere questo obiettivo, è bene sottolinearlo, abbiamo bisogno di essere davvero in tanti”.

Annunci

Politica e spiritualità: un rapporto possibile?

DSCF4096

E’ appena uscita la nuova pubblicazione promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia:

Politica e spiritualità. Riflessioni ed esperienze per una convivenza da costruire, ed. Nerbini Firenze 2013, pp. 224. ISBN 9788.8643.40791

Il volume raccoglie i contributi di un congresso svoltosi nel luglio 2012 a Pistoia, che ha posto a tema la riflessione sulla politica in questo tempo di crisi. Interventi di diversi ambiti disciplinari s’interrogano sui rapporti possibili tra politica e spiritualità, in un approfondimento del significato dei due distinti ambiti e dei loro nessi in un tempo che richiede una ridefinizione e una rinnovata responsabilità sia della politica sia della spiritualità. Il volume raccoglie riflessioni e insieme si sofferma su testimonianze ed esperienze di costruzione della convivenza oggi.

Chi fosse interessato ad averne copia può rivolgersi alla segreteria del Centro: tel 0573.307769; info@domenicanipistoia.it

 

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4083Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

“Signore insegnaci a pregare…”

Cosa sta dietro questa richiesta dei discepoli di Gesù che il vangelo di Luca riporta dopo il capitolo in cui ha presentato la parabola del samaritano e l’episodio della visita in casa di Marta e Maria? La richiesta a Gesù nasce nei discepoli non come curiosità intellettuale, né come motivo di apprendimento dottrinale. Dice Luca che “Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito un dei suoi discepoli gli disse Signore insgenaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. La richiesta sorge dal rimanere toccati dalla preghietra di Gesù, dal fatto che Gesù pregava.

Luca insiste nel suo vangelo su questo aspetto della sua vita: Gesù si ritirava a pregare, trovava luoghi e tempi per la preghiera come incontro con il Padre. La richiesta sulla preghiera nasce da un esempio, da una domanda posta dalla pedagogia dei gesti di Gesù. Sin da quando si era recato presso Giovanni recava dentro di sé il senso del deserto come luogo, ma soprattutto come tempo in cui trovare il senso profondo della sua vita, la relazione profonda con il Padre nella sua umanità. La preghiera non solo compare nei momenti di passaggio cruciali ma il tempo del quotidiano è per Gesù tempo dello stare con Dio. La preghiera di Gesù è così come una fessura che apre una luce sul segreto della sua vita. Forse per questo i discepoli gli domandano ‘insegnaci a pregare’.

La richiesta rivela anche una sorta di antagonismo e di richiesta di non essere da meno: ‘insegnaci a pregare, come anche il battezzatore ha insegnato ai suoi discepoli’. Ed è anche richiesta rivolta a Gesù forse perché Gesù non insegnava a pregare. Qui sta forse una provocazione da accogliere. Abbiamo troppo spesso ridotto la preghiera ad una questione di metodi, a strategie e forme più o meno esteriori da apprendere da maestri. Qualcosa da imparare insomma, per poi applicare e praticare in forme visibili in gesti, nel recitare formule, in pratiche di devozione. Forse Gesù non insegnava a pregare per evitare il rischio di intendere la preghiera come attività riducibile ad una pratica pur religiosa. La preghiera non s’impara con un insegnamento ma nell’entrare in un’esperienza. Per Gesù pregare si confonde con il respiro della sua vita e si intreccia con la condivisione della sua vita, nel seguirlo. Pregare è quel tempo donato che diviene espressione viva di tutta una vita spossessata e decentrata, quel tempo che attraversa il quotidiano come soffio e come luce. Pregare non è allora questione di formule, né di strategie né di metodi più o meno complessi o esigenti.

Ai suoi Gesù consegna una parola che è il segreto della sua esistenza: ‘Padre’. Pregare è entrare in una relazione, è prima di tutto scoprirsi come costituiti in una relazione con un ‘Tu’ che non ha altra esigenza se non il darsi a noi. Pregare è innanzitutto provare stupore e gioia della nostra presenza e del nostro esserci come voluti e amati. Cioè figli. Pregare è entrare in quel passaggio della vita che è riconoscimento di una presenza che ci ha voluto bene e ci vuole bene. Come un bambino che pronuncia per la prima volta le sillabe del riconoscimento di un tu amante davanti a lui… papà, mamma…

La prima parola della preghiera esprime il cuore dell’annuncio di Gesù, il farsi vicino di un Dio buono che ha cura di tutti ed offre liberazione e pace per una vita piena. La preghiera è legata profondamente all’annuncio del regno di Dio. Le parole che Gesù consegna ai suoi dicendo loro ‘quando pregate dite…’ non è allora riducibile a semplice formula. E’ piuttosto indicazione di sintesi di atteggiamenti di fondo che costituiscono il senso profondo della preghiera e che possono trovare espressione nei modi più diversi nella vita delle persone.

La parola ‘padre’ al primo posto: è invito ad una fiducia unicamente da ricevere. Non viene da noi ma è dono di presenza da accogliere. Ed è la sicurezza piena di fiducia di chi è povero, di chi sa di aver bisogno di qualcosa. Come l’amico che va a bussare di notte ad un amico perché ha bisogno del pane. Sa di avere le mani aperte. Gesù presenta la preghiera come l’attitudine di chi si rivolge ad un amico perché ha bisogno. Se la preghiera vive del senso di mancanza e di povertà, essa vive anche di una sconfinata confidenza. C’è un’atmosfera di amicizia che pervade il suo modo di parlare di Dio: è un Dio che dona non solo ‘cose buone’, ma dona lo Spirito santo. E’ lo Spirito la ‘cosa buona’, il soffio di vita che ci fa riconoscere figli voluti e pensati. La preghiera è così esperienza di lasciar riempire la debolezza e l’incapacità, è lasciarci cambiare, aprire l’esistenza ad una relazione e ad un nuovo modo di vivere. Solo lo Spirito può farci entrare nella confidenza di un incontro in cui gridare ‘Abba’ Padre.

Gesù invita anche ad invocare ‘Sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno’. Invocare il nome di Dio è porsi nella tensione a far sì che Dio sia riconosicuto come padre di tutti. E’ ancora sconfinata confidenza che Dio abbia il nome di qualcuno che ama, ascolta e si prende cura. Il desiderio più profondo di Gesù è che il Padre trasformi la vita. Il regno è la grande passione di Gesù: Gesù utilizza questa espressione per indicare la bella notizia di una vicinanza di Dio che prende le parti di chi è povero, di chi nessuno difende, ed è già presente come forza liberatrice nel mezzo della vita. Dio si fa vicino perché è buono e il suo regno è liberazione da tutto quello che disumanizza le persone e le fa soffrire. Il regno di Dio è risposta al desiderio di vivere con dignità. Gesù indica come la preghiera sia il modo per entrare nella dinamica del regno. In tale senso la preghiera si connota come esperienza profondamente legata alla vita, ad un cambiamento di stile nel vivere i rapporti con gli altri, e nell’intendere la propria esistenza. E’ questo un seme presente, fragile e che sta crescendo nonostante contraddizioni nella storia. Gesù invita i suoi ad entrare nella sua speranza, quella speranza che lo accompagnò fin nelle ultime ore della sua vita: “In verità vi dico , non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,25).

Mi sembra che si possao indicare tre caratteri della preghiera oggi da riscoprire: il primo è la preghiera come esperienza di libertà e fiducia: non è questione di metodi, di costruzioni umane. Preghiera è innanzitutto aprirsi alla consapevolezza delle profondità della propria vita,  lasciarsi stupire dalla gioia di essere amati e aprirsi alla relazione in cui siamo costituiti. Oltre i confini di chi vuole ridurre la preghiera a pratiche religiose, a difficili metodi o nelle forme clericali e sacrali. C’è un pregare nascosto nel respiro affaticato di chi soffre, nelle richieste di liberazione di chi è oppresso, come preghiera è anche il sospiro e la vita della creazione. La preghiera è soffio dello Spirito, presente nelle profondità delle cose e che si esprime nel senso di mancanza, nel desiderio di sconfitta delle ingiustizie e nella scoperta di una fiducia fondamentale su cui la vita di ogni uomo e donna costituita e a cui è chiamata.

Il secondo è il rapporto tra preghiera e regno di Dio. Per Gesù il ‘regno di Dio’, la sua vicinanza che libera e umanizza non è una realtà lontana dalla vita e dalla storia, ma un dono che trasforma la storia. E’ scoperta della vicinanza di Dio che cambia i rapporti storici, che rende liberi per servire e per contrastare tutte le forme di idolatria dei poteri di questo mondo. E’ fonte di stile alternativo di esistenza. La preghiera per Gesù non è una fuga dall’attenzione agli altri e alla vita sociale, piuttosto ne è il cuore e la sorgente.

Il terzo è la preghiera come amicizia che genera un modo di intendere la vita nella solidarietà: la preghiera è espressione di un affidamento aperto ad accogliere il volto di un Dio buono e amico. Chiedete e vi sarà dato, cercate  troverete, bussate e vi sarà aperto…perché il Padre darà a coloro che glielo chiedono, ai suoi figli, lo Spirito, il dono dei doni. Preghiera non può essere mai allontanamento solitario senza l’altro, ma si connota come stare davanti a Dio camminando come chi intercede (passa in mezzo) e quindi si lascia trasformare, ricordando l’altro con insistenza nella solidarietà. Coem la preghiera di Abramo, padre della fede di tanti popoli, che non viene meno nel suo coraggio di parlare con Dio. In questo senso la preghiera è esperienza di comunione che genera solidarietà.

Alessandro Cortesi op

XVI domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3994Gen 18,1-10; Sal 141; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Appena li vide corse loro incontro…

L’incontro presso le querce di Mamre è un meraviglioso incontro di ospitalità data e ricevuta. Abramo non indugia nel correre incontro a tre uomini giunti presso di lui, alla sua tenda, nell’ora più calda del giorno. Il volto di quei tre inattesi ospiti, nel deserto, racchiude qualcosa di più grande e quell’incontro diviene momento di svolta nella vita di Abramo. Egli scorge infatti nella visita di tre sconosciuti la presenza nascosta di Dio stesso che si fa a lui incontro come straniero. Il Dio che lo aveva chiamato facendogli alzare lo sguardo nella notte stellata lo raggiunge ora nei volti di chi giunge da lontano, sconosciuto, inatteso.

Abramo vive una ospitalità fatta di parole e di gesti: chiede ai visitatori di fermarsi e prepara per loro tutto ciò che di meglio può offrire. La condivisione del cibo preparato con urgenza è elemento centrale in questo racconto. I cibi da approntare, la fretta nel predisporli, il coinvolgimento in prima persona di Abramo che va a prendere il capretto sono tutti tasselli di un quadro di ospitalità in cui l’attenzione a chi è giunto diviene servizio e dedizione concreta. Mangiare insieme diviene segno di un incontro in cui l’altro, sconosciuto è accolto come vicino e familiare.

Da questo incontro la vita di Abramo ne uscirà trasformata perché proprio in questo momento di ospitalità ad Abramo è annunciata la promessa del dono di un figlio a Sara sua moglie. Il Signore della chiamata e della promessa si rende vicino nella visita di ospiti sconosciuti e apre la vita di Abramo ad accogliere un dono che non è qualcosa ma è qualcuno: un figlio, segno della fedeltà di Dio alle sue promesse e segno anche di una relazione vivente. La promessa di una discendenza trova così un passo di compimento.

Gesù entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa…

La vita di Gesù è segnata da momenti di ospitalità. Marta offre a Gesù una casa e vive la premura del servizio. Maria vive anche lei l’accoglienza, seppure in modo diverso. È seduta ai piedi di Gesù e ascoltava la sua parola. Se Marta vive un’accoglienza nel servire Maria offre l’accoglienza dell’ascolto, e si fa lei stessa casa per le parole di Gesù. Perché non vadano perdute.

Forse queste due figure, ricordo di un famiglia di amici nella cui casa Gesù sperimentò la bellezza dell’amicizia umana, sono presentate da Luca come esemplari di due atteggiamenti essenziali ad una vita che cerca di vivere ciò che è più importante – così come il dottore della legge aveva chiesto a Gesù poco prima. Gesù, rispondendo a quella domanda, nella parabola del samaritano aveva proposto una prassi segnata dall’attenzione, dalla cura e dalla compassione per l’altro.

Luca fa seguire alla parabola del samaritano questa scena nella casa di Marta e Maria, quasi a continuazione e completamento di quel dialogo. Nelle modalità diverse di accoglienza di Marta e Maria sono così indicati due atteggiamenti essenziali: il servizio nell’ospitalità e l’ascolto della persona di Gesù, delle sue parole. Due momenti che non possono andare disgiunti nella vita del discepolo.

Marta vive il servizio mettendo a disposizione le sue energie, attuando un servizio concreto. Luca ricorda che questo servizio va insieme, nella vita del discepolo, con un’attitudine che sta a fondamento e radice di ogni servizio: l’ascolto. Maria seduta ad ascoltare esprime quell’ospitalità radicale che è accoglienza della via e della parola, di Gesù. Marta e Maria sono così presentate da Luca come discepole sorelle. La fatica e la dedizione dell’ospitalità vissuta come servizio è nella linea dell’invito di Gesù ‘Va’ e anche tu fa’ lo stesso’. Maria nel suo ascolto dice l’importanza e la centralità dell’incontro con la persona: concentra tutta la sua accoglienza nel trattenere le parole. E vive in  tal modo l’ospitalità più disarmata e più accogliente: da ospitante si fa ospitata.

Queste pagine ci invitano a riflettere in rapporto al nostro tempo.

Siamo divenuti oggi analfabeti in fatto di ospitalità: ospitalità è lasciare spazio all’altro. E’ anche chiedergli di non passare oltre senza fermarsi. Negli incontri di ospitalità quotidiana – ci dice la Bibbia – si vive un incontro con  il Dio ospitale, che si fa nostro ospite.

Viviamo tempi tristi in cui parole del più bieco razzismo trovano possibilità di essere pronunciate senza una condanna decisa e generalizzata. Atteggiamenti razzisti, parole di esclusione sono il contrario dell’ospitalità a cui il vangelo richiama i credenti. Proprio in tale atmosfera ammorbata e pericolosa creare luoghi di ospitalità oggi, dove l’accoglienza sia una testimonianza che la vita umana stessa non può essere pensata senza l’altro è quanto mai urgente, ed è una emergenza umana ed evangelica.

Luca presenta l’importanza della casa di Marta e Maria, la casa di Betania, come casa dell’amicizia. Gesù nella sua umanità sperimenta l’importanza dei rapporti con gli amici e sa gustare la gioia dell’amicizia. I gesti di Marta e Maria incidono sulla vita di Gesù che si lascia interrogare e per primo vive l’ascolto nell’amicizia. Nei luoghi quotidiani, nella casa, in situazioni di amicizia Gesù comunica il vangelo. E’ forse questa una indicazione preziosa per scoprire la necessità di coltivare oggi luoghi di amicizia, luoghi in cui vi sia tempo e disponibilità per l’ascolto, dove le persone si sappiano accolte e ascoltate prima di tutto. Lì il vangelo come bella notizia di ospitalità può germogliare.

La pagina di Luca culmina con la sottolineatura dell’importanza dell’ascolto. Invita a riflettere sull’importanza di lasciare spazio all’attitudine ricettiva di chi sa stare di fronte all’altro, non con la pretesa subito di offrire qualcosa ma nella disponibilità ad accogliere. C’è un ascolto della storia da attuare nel lasciare spazio alle domande e ai percorsi di popoli. C’è un ascolto delle persone, che richiede tempo e pazienza mentre si pensa spesso che debba prevalere la fretta anche nei rapporti con gli altri. Ogni persona ha bisogno profondo di quell’accoglienza che si esprime nell’ascolto della sua storia, nel ritenere importante la sua vita, nel considerare l’unicità del suo volto.  C’è anche un ascolto di Gesù, delle sue parole, del suo stile di vita, da coltivare nella vita dei credenti perché anche il servizio, l’impegno e la cura  possano trovare il loro orientamento e il loro senso più profondo.

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3822Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ci sono tre tratti, tra altri, nella figura del samaritano. Gesù indica questo uomo, eretico e nemico, come colui che fatto esperienza di farsi prossimo e di scoprire la prossimità non in una teoria ma nell’incontro. Lo indica al dottore della legge che ‘si alzò per metterlo alla prova’ e di fronte alla domanda: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Un primo tratto della vicenda del samaritano è il turbamento contrapposto al controllo ed alla programmazione che guidano i passi del sacerdote e del levita della parabola. Un secondo è il suo stile di passare ‘ad occhi aperti’: si tratta dello sguardo contrapposto a quello di chi ‘vide e passò oltre’. Un terzo tratto è la capacità di compassione concreta contrapposta all’indifferenza e all’amnesia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

La figura del samaritano appare innanzitutto come il profilo di un uomo che ‘era in viaggio’. Tutto fa pensare che questo viaggio fosse stato programmato bene: era partito con una cavalcatura e non senza bagaglio, portava con sé olio e vino, aveva previsto la necessità di nutrimento durante il percorso. Recava con sé anche soldi che gli sarebbero stati utili per pagare le inevitabili spese durante un cammino lontano da casa. Tuttavia nel suo passare viene segnato da un profondo turbamento. Il passare accanto all’uomo derubato e colpito genera una interruzione profonda nel suo cammino. Tutto ciò che costituiva sicurezza e programmazione nel viaggiare viene ad un certo punto sopraffatto e turbato. E’ come se ad un certo punto per lui tutto avesse perduto la sua giusta collocazione in un ordine prestabilito. Tutto ciò che aveva e tutto ciò che costituiva il programma della sua vita subisce il soprassalto di una rivoluzione e si apre ad un nuovo utilizzo, diviene elemento utile per tutt’altra cosa. In modo inatteso, accogliendo l’appello di una sofferenza concreta. Così il tempo pensato per il viaggio diviene tempo speso per fermarsi e soccorrere l’uomo ferito al bordo della strada. L’olio e il vino trovano un utilizzo nuovo e diverso da quello programmato quando erano stati messi nella sacca da viaggio. La cavalcatura diviene il mezzo per condurre il ferito ad un luogo di cura. I soldi non vengono utilizzati per pagare l’ospitalità per sé, ma sono subito consegnati all’albergatore perché si prenda cura del ferito ed altri ancora gliene sono promessi in caso di necessità, fino ad un ritorno promesso. Il samaritano appare come un uomo che si lascia turbare e permette che nella sua vita i piani vengano scombinati a partire da un incontro inatteso e improgrammato. E’ l’incontro con l’uomo ferito, ma in questo incontro la sua vita si dimostra una vita disponibile e aperta. Accetta di perdere il controllo su di sè, sulla sua vita, a differenza degli altri due personaggi e accetta un cambiamento profondo mettendo in gioco in modo nuovo tutto ciò che  aveva pensato per altri piani, in altre direzioni.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Il samaritano è un uomo capace di sguardo. Ciò che colpisce nella narrazione della parabola è l’insistenza sulla ripetizione di questo verbo: vedere. E’ detto sia del sacerdote, sia del levita: ‘vide e passò oltre…’ Il samaritano invece ‘vide e ne ebbe compassione’. Avviene un’interruzione di questa regola del passare oltre senza fermarsi. E’ quasi un’eco al fermarsi di Dio presso la tenda di Abramo: ‘non passare oltre senza fermarti dal tuo servo’.

Vorrei sostare a riflettere sul suo vedere perché sta lì la radice del movimento della compassione per l’altro. Si potrebbe dire che il samaritano non solo ha una capacità di vedere in senso fisico ma vive una spiritualità degli occhi aperti. Il suo vedere è lasciarsi toccare. E’ un eretico, è lontano dal mondo della religione di Gerusalemme e del tempio, eppure Gesù lo addita innanzitutto come figura di un uomo che sa vedere, che si lascia colpire dalla sofferenza altrui in modo da accorgersene e da lasciarsi prendere. Non la lascia passar via come spettacolo che non chiede coinvolgimento e appello ad una responsabilità. Contro la possibilità di vivere anche una vita religiosa ad occhi chiusi, incapace di cogliere che il volto di Dio si fa vicino nel volto dell’altro e nella sofferenza storica e concreta delle vittime, Gesù indica un uomo che vive il suo cammino, la sua vita, passando, ma con gli occhi aperti,  capaci di accogliere e così di ricordare la sofferenza e l’appello che ne deriva. Uno sguardo capace di lasciarsi ferire e di empatia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Gesù indica il samaritano come uomo che vive la compassione. Il soffrire con, insieme all’altro è movimento non della ragione ma delle viscere, di appartenenza comune. E’ slancio appassionato del pensare all’altro come qualcuno che appartiene, è indice di una sensibilità in cui non tutto è anestetizzato in considerazioni sull’impossibilità di risolvere i problemi del mondo, e nemmeno da facili alibi per non fermarsi e per motivare che ad altri spetta quel compito. Il samaritano, a differenza di chi passò oltre, gli si fece vicino. E’ uomo capace di vicinanza, di toccare le ferite, di prendere di peso il ferito entrando in quella prossimità che è scoperta dell’altro con i suoi bisogni e con le sue povertà come domanda e invocazione. Compassione in questa vicenda non è un senso generico di immedesimazione nella natura ma scelta di solidarietà storica e concreta di fronte ad una sofferenza concreta.

Mi sembra che questi tre momenti del profilo del samaritano sono per noi oggi una provocazione a scoprire l’essenziale del vangelo. Li riassumerei in tre atteggiamenti.

Il primo è la capacità di lasciarsi turbare e scompaginare i piani dalle chiamate di Dio che ci raggiungono attraverso gli incontri improgrammati e le vicende diverse dell’esistenza. Lasciarsi turbare è indice di una vita decentrata, in cui la scoperta che ciascuno in radice è donato può divenire fonte di una libertà da se stessi, dai programmi, dalle attese di altri per rispondere a quella chiamata che si rende presente nel volto dell’altro sofferente, oltre gli obblighi della legge e quelli religiosi. Si tratta di un problema di autorità: la parabola del samaritano ci dice che l’autorità di Dio si fa vicina nell’autorità di chi soffre. Aggiungerei anche un’altra osservazione: far proprio il percorso del samaritano deve forse passare attraverso l’interrogativo posto dal comportamento del sacerdote e del levita. Solamente chi si interroga sulle proprie resistenze e cambiare, solamente chi riconosce e guarda in faccia gli ostacoli autentici o costruiti che impediscono di fermarsi di fronte alle vittime e agli impoveriti può giungere a vivere il gesto del farsi prossimo.

Il secondo è il tratto di una spiritualità, od anche di una mistica degli occhi aperti. Si tratta di un cammino di credere con il volto rivolto al mondo, non distolto dalla storia. Nella sua recente visita a Lampedusa il vescovo di Roma Francesco ha parlato dell’incapacità di piangere. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Ha usato l’espressione ‘globalizzazione dell’indifferenza’ per indicare l’attitudine che rende incapaci di lasciarsi provocare ad un cambiamento e ad una solidarietà con i feriti di oggi, lasciati ai bordi delle strade di un mondo dove tutti corrono nella ricerca di un profitto e di interessi e dove non si impara più a fermarsi riconoscendo i volti dei sofferenti. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. (…) Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non è affare nostro!”

La spiritualità degli occhi aperti, con il volto rivolto verso la storia è attitudine che contrasta l’amnesia anche di esperienze religiose che non si lasciano provocare dallo scandalo del male, della violenza e delle ingiustizie.

Il terzo è l’atteggiamento della compassione. La compassione è il contrario dell’amnesia e dell’incapacità di ricordo. Compassione è impegno a farsi carico dell’altro sofferente. Compassione è scelta e attuazione del prendersi cura in modi concerti e far sì che questa abbia continuità nel tempo… facendosi aiutare e rimanendo vicini.

“Questa mistica della con-passione è una mistica ‘radicata nella terra’ attraverso il contatto con gli altri che soffrono; contemporaneamente spesso essa non è altro che l’esperienza accettata di una ‘sofferenza per Dio’ non per calzare sopra le esperienze di dolore quotidiane, talora terribilmente profane, un’esperienza religiosa; non per aggiungere alle storie pubbliche di sofferenza del mondo alla fine anche un’esperienza religiosa privata, ma per riunire, in questa mistica della sofferenza per Dio, tutte le nostre esperienze di dolore che gridano al cielo, per strapparle all’abisso della disperazione e della dimenticanza e incoraggiarle ad una nuova prassi” (J.B.Metz, Memoria passionis, 156).

La domanda è anche sulla chiesa: “Nella propria liturgia essa non deve rappresentare alcuna forza politica, ma nella sua rappresentazione, deve rammentare quell’impotenza politica alla quale rimane obbligata nella sua rimemorazione di Dio intessuta di rimemorazione della sofferenza. Affinché la sua anamnesi cultuale della passione di Cristo non finisca in un mito avulso dalla storia, essa deve esercitarsi in una cultura anamnestica che miri alla storia di passione degli uomini e da lì conquisti gli orizzonti e le massime per il suo agire cristiano” (ibid. 192.)

Infine una domanda: la vicenda del samaritano è solamente indicazione per il maturare di una responsabilità personale di fronte all’altro? O forse, più in radice, è messaggio che provoca ad un modo di intendere la vita sociale e la prassi politica nella linea non di togliere la mezza vita che resta, ma nel ridare la mezza vita che manca, nel prendersi cura di gruppi di persone e popoli impoveriti, lasciati ai margini e dimenticati? Aiutandosi a tenere gli occhi aperti non come sforzo di uno solo, ma insieme?

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3832Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. La pagina di Luca presenta l’invio da parte di Gesù di settantadue discepoli. Al cap. 9 Luca aveva narrato l’invio dei dodici: “chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,1-2). L’invio dei settantadue è così accostato quasi in parallelo ed in continuità con quello dei dodici e ne allarga la prospettiva: non solamente le dodici tribù di Israele, racchiuse nel simbolo del numero dodici, sono l’ambito della missione, ma tutte le genti del mondo. Non solo i dodici ma tanti discepoli, tutti coloro che seguono Gesù sono chiamati al dono e al responsabilità di un invio, come testimoni del vangelo. C’è una urgenza ed un affidamento di comunicazione da compiere.

Anche il settantadue infatti è numero simbolico: richiama la convinzione che i popoli della terra fossero settantadue, come si ritrova al cap. 10 della Genesi dove si parla della discendenza dei figli di Noè, Sem Cam e Iafet. E’ quindi narrato il momento sorgivo di un invio – apostolo significa inviato – che coinvolge non solo i dodici ma tutti coloro che accolgono la chiamata di Gesù con uno sguardo aperto alla vita di tutti i popoli. Una dimensione universale, verso le genti che popolano tutta la terra. Ed è una missione ad ogni città e ad ogni casa. E’ missione ma è anche invio a scoprire che c’è già una fecondità in atto, il germogliare di una fioritura che non solo implica un dare ma un essere pronti a raccogliere: la messe è molta… Gesù invita così a scorgere come prima degli inviati vi sia un operare di una forza di vita e una fecondità dello Spirito nella storia, nei cuori, nel mondo dei popoli, in tutte le culture e ambiti della vita.

Le indicazioni per l’invio da parte di Gesù sono essenziali: l’invito a pregare, innanzitutto. L’annuncio del vangelo non è questione di strategie umane, ma si pone come condivisione della condizione di Gesù stesso, che si è fatto povero per arricchirci dela sua povertà (2Cor 8,9). L’andare a due a due, in una compagnia che è già di per se stessa annuncio del regno come condivisione, sostegno reciproco, cammino vissuto insieme; uno stile di chi va senza armi, senza strumenti di offesa dell’altro, nell’attitudine di chi non deve difendere strutture, privilegi o potere e si rende dipendente dagli altri. E’ scelta questa che riguarda il contenuto dell’annuncio stesso. I settantadue inoltre sono inviati ‘come agnelli in mezzo a lupi’, camminando in una condizione di precarietà. La povertà scelta come stile di cammino esprime l’affidamento al Signore e agli altri. Infine, ma al primo posto, la cura per la pace. Il primo saluto da portare è ‘pace a voi’, testimonianza di colui che è venuto a portare pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,17).

Agli inviati infine è richiesto di maturare, anche nei momenti in cui si riscontrano i risultati della propria azione, la consapevolezza che tutto proviene dall’operare del Signore e che la gioia autentica sta nel sapersi in relazione con lui: ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’. La gioia deve appoggiarsi sulla fedeltà di colui che ha chiamato e non verrà meno alle sue promesse. In tal senso la missione si connota come seguire Gesù per lasciare spazio alla sua presenza in noi e negli altri.

Da questa pagina mi sembra possano emergere alcune considerazioni per la nostra vita: la prima riguarda l’attenzione alla casa.

‘In qualunque casa entriate…’. La casa è luogo della vita ordinaria, è il luogo familiare dove tutti vivono le esperienze fondamentali dell’esistenza. L’invio di Gesù non indica strategie di comunicazione o di conquista ma apre a cogliere come la dimensione della casa sia il primo degli spazi in cui vivere l’annuncio del regno. La casa è il luogo dell’incontro, del convivere e dell’accogliersi. Spesso quando si parla di annuncio del vangelo s’intende il ‘portare’ qualcosa da dare agli altri. Gesù indica uno stile diverso: entrare in una casa indica innanzitutto un ingresso per lasciarsi immergere nella vita delle persone, degli altri, della storia. Entrare in una casa è gesto che apre al rapporto e all’incontro. Significa scoprire di essere dipendenti da altri. Se l’ospitante è colui che in qualche modo ha qualcosa da offrire e rischia sempre di rimanere prigioniero della sua superiorità nell’offrire e nel donare, l’ospitato che riceve ospitalità vive l’esperienza della precarietà, e si trova innanzitutto nella condizione di accogliere e di dipendere.

Sta qui un grande capovolgimento nel pensare l’annuncio del regno. Il regno si fa presente in questa disponibilità fragile ad accogliere e nella reciprocità in cui l’inviato accetta di dipendere da altri, e vive la povertà come apertura a ricevere. Solamente in questo rapporto in cui non c’è attitudine di conquista, ma l’inermità del ricevere, si apre uno spazio per l’annuncio del vangelo. In questo senso Gaudium et spes parlava della chiesa come comunità in cammino nell’attitudine non solo di portare in attitudine umile la sua unica ricchezza che è il vangelo, ma di ricevere molto dal mondo e dalla società dalla cultura e dalla vita di ogni  persona, perché questa creazione viene da Dio e questa storia è la storia in cui sta crescendo il regno come dono di incontro con Dio.

‘Andate … lungo la strada’. La seconda riflessione riguarda la attenzione alla quotidianità in rapporto all’annuncio del regno. Nelle parole dell’invio missionario di Gesù l’annuncio del vangelo non ha nulla a che fare con le strategie per attrarre, con le grandi manifestazioni di visibilità e potere o con i tentativi di affascinare e attrarre secondo le logiche del marketing. Gesù non suggerisce una strategia delle grandi opere, indica un cammino, fatto di polvere e di volti, sulle strade. La testimonianza del vangelo non richiede operazioni complicate, ma trova il suo luogo nella quotidianità: sulla strada, nella casa, senza andare in cerca di esperienze eccezionali. Ciò implica anche spogliarsi di tutti gli appesantimenti accumulati che talvolta sembrano indispensabili per vivere il vangelo: strutture, organizzazioni, piani, strategie, programmi complessi in cui si perde di vista l’essenziale e non si riconosce più l’importanza delle esperienze e degli incontri di ogni giorno.

Sulla strada la testimonianza del regno non è solo parola, si esprime già in un andare in compagnia, può essere vissuta negli incontri feriali, ordinari. Lì l’annuncio del regno trova il suo spazio. Si tratta allora di saper scorgere quegli spazi in cui può essere aperta la porta della predicazione (Col 4,3), in cui lasciar spazio al regno già presente, che possa crescere… Lo sguardo di Gesù non è depresso e sconfortato, ma è attento alla possibilità di accoglienza del regno: ‘la messe è molta’.

Sulla strada e non appesantiti: Gesù chiede agli inviati di coltivare il senso della gratuità innanzitutto per un’opera che non è propria ma di Dio stesso, padrone della messe. Proviene dalla preghiera come suo momento sorgivo e sgorga nell’affidamento alla fedeltà di colui che ha chiamato ‘Rallegratevi piuttosto perché o vostri nomi sono scritti nei cieli…’ indipendentemente da successi o gratificazioni. Chiede una libertà da tutto ciò che può impedire l’esperienza dell’essere ospitati e dell’inermità: senza borsa, bisaccia né sandali. E’ uno stile di gratuità.

‘… prima dite: Pace a questa casa…’. A chi segue Gesù, a chi è inviato sta solamente il compito di portare una attitudine di pace: una pace che è attitudine non aggressiva, disarmata nell’andare, ed è anche rifiuto di usare la logica della contrapposizione violenta di fronte all’ostilità. Gesù rimprovera fortemente i suoi che gli chiedono di ‘mandare un fuoco dal cielo’ su chi li aveva respinti (Lc 9,55). Sono parole impegnative. Portare pace è pensare che solamente nell’inerme tessitura della pace si può contrastare ogni logica di guerra che inizia e cresce negli spazi della case e si allarga a dimensioni di rapporti di popoli.

Proprio in questi giorni un ministro del governo italiano per difendere l’acquisto di aerei che sono fortezze di attacco e comportano una spesa inconcepibile tanto più in questi tempi di crisi, ha detto: ‘per amare la pace bisogna armare la pace’. Trovo che quest’espressione costituisca proprio la negazione della logica evangelica: non può esistere una pace armata. Al cuore del vangelo, come momento ispiratore della missione sta invece un saluto di pace, che entra nelle case, che penetra nei rapporti umani, come riconoscimento dell’altro e offerta di una logica diversa di rapporti. E’ rifiuto radicale del metodo della violenza nella fiducia fondamentale che solo assumendo l’inermità di Gesù è possibile testimoniarlo. A tutti coloro che cercano di seguire Gesù, a coloro che si dicono cristiani anche oggi è chiesto in modo più urgente proprio questo: prima di dirsi tali, vivere una testimonianza disarmata di tessitura di rapporti di pace.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo