la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4083Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

“Signore insegnaci a pregare…”

Cosa sta dietro questa richiesta dei discepoli di Gesù che il vangelo di Luca riporta dopo il capitolo in cui ha presentato la parabola del samaritano e l’episodio della visita in casa di Marta e Maria? La richiesta a Gesù nasce nei discepoli non come curiosità intellettuale, né come motivo di apprendimento dottrinale. Dice Luca che “Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito un dei suoi discepoli gli disse Signore insgenaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. La richiesta sorge dal rimanere toccati dalla preghietra di Gesù, dal fatto che Gesù pregava.

Luca insiste nel suo vangelo su questo aspetto della sua vita: Gesù si ritirava a pregare, trovava luoghi e tempi per la preghiera come incontro con il Padre. La richiesta sulla preghiera nasce da un esempio, da una domanda posta dalla pedagogia dei gesti di Gesù. Sin da quando si era recato presso Giovanni recava dentro di sé il senso del deserto come luogo, ma soprattutto come tempo in cui trovare il senso profondo della sua vita, la relazione profonda con il Padre nella sua umanità. La preghiera non solo compare nei momenti di passaggio cruciali ma il tempo del quotidiano è per Gesù tempo dello stare con Dio. La preghiera di Gesù è così come una fessura che apre una luce sul segreto della sua vita. Forse per questo i discepoli gli domandano ‘insegnaci a pregare’.

La richiesta rivela anche una sorta di antagonismo e di richiesta di non essere da meno: ‘insegnaci a pregare, come anche il battezzatore ha insegnato ai suoi discepoli’. Ed è anche richiesta rivolta a Gesù forse perché Gesù non insegnava a pregare. Qui sta forse una provocazione da accogliere. Abbiamo troppo spesso ridotto la preghiera ad una questione di metodi, a strategie e forme più o meno esteriori da apprendere da maestri. Qualcosa da imparare insomma, per poi applicare e praticare in forme visibili in gesti, nel recitare formule, in pratiche di devozione. Forse Gesù non insegnava a pregare per evitare il rischio di intendere la preghiera come attività riducibile ad una pratica pur religiosa. La preghiera non s’impara con un insegnamento ma nell’entrare in un’esperienza. Per Gesù pregare si confonde con il respiro della sua vita e si intreccia con la condivisione della sua vita, nel seguirlo. Pregare è quel tempo donato che diviene espressione viva di tutta una vita spossessata e decentrata, quel tempo che attraversa il quotidiano come soffio e come luce. Pregare non è allora questione di formule, né di strategie né di metodi più o meno complessi o esigenti.

Ai suoi Gesù consegna una parola che è il segreto della sua esistenza: ‘Padre’. Pregare è entrare in una relazione, è prima di tutto scoprirsi come costituiti in una relazione con un ‘Tu’ che non ha altra esigenza se non il darsi a noi. Pregare è innanzitutto provare stupore e gioia della nostra presenza e del nostro esserci come voluti e amati. Cioè figli. Pregare è entrare in quel passaggio della vita che è riconoscimento di una presenza che ci ha voluto bene e ci vuole bene. Come un bambino che pronuncia per la prima volta le sillabe del riconoscimento di un tu amante davanti a lui… papà, mamma…

La prima parola della preghiera esprime il cuore dell’annuncio di Gesù, il farsi vicino di un Dio buono che ha cura di tutti ed offre liberazione e pace per una vita piena. La preghiera è legata profondamente all’annuncio del regno di Dio. Le parole che Gesù consegna ai suoi dicendo loro ‘quando pregate dite…’ non è allora riducibile a semplice formula. E’ piuttosto indicazione di sintesi di atteggiamenti di fondo che costituiscono il senso profondo della preghiera e che possono trovare espressione nei modi più diversi nella vita delle persone.

La parola ‘padre’ al primo posto: è invito ad una fiducia unicamente da ricevere. Non viene da noi ma è dono di presenza da accogliere. Ed è la sicurezza piena di fiducia di chi è povero, di chi sa di aver bisogno di qualcosa. Come l’amico che va a bussare di notte ad un amico perché ha bisogno del pane. Sa di avere le mani aperte. Gesù presenta la preghiera come l’attitudine di chi si rivolge ad un amico perché ha bisogno. Se la preghiera vive del senso di mancanza e di povertà, essa vive anche di una sconfinata confidenza. C’è un’atmosfera di amicizia che pervade il suo modo di parlare di Dio: è un Dio che dona non solo ‘cose buone’, ma dona lo Spirito santo. E’ lo Spirito la ‘cosa buona’, il soffio di vita che ci fa riconoscere figli voluti e pensati. La preghiera è così esperienza di lasciar riempire la debolezza e l’incapacità, è lasciarci cambiare, aprire l’esistenza ad una relazione e ad un nuovo modo di vivere. Solo lo Spirito può farci entrare nella confidenza di un incontro in cui gridare ‘Abba’ Padre.

Gesù invita anche ad invocare ‘Sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno’. Invocare il nome di Dio è porsi nella tensione a far sì che Dio sia riconosicuto come padre di tutti. E’ ancora sconfinata confidenza che Dio abbia il nome di qualcuno che ama, ascolta e si prende cura. Il desiderio più profondo di Gesù è che il Padre trasformi la vita. Il regno è la grande passione di Gesù: Gesù utilizza questa espressione per indicare la bella notizia di una vicinanza di Dio che prende le parti di chi è povero, di chi nessuno difende, ed è già presente come forza liberatrice nel mezzo della vita. Dio si fa vicino perché è buono e il suo regno è liberazione da tutto quello che disumanizza le persone e le fa soffrire. Il regno di Dio è risposta al desiderio di vivere con dignità. Gesù indica come la preghiera sia il modo per entrare nella dinamica del regno. In tale senso la preghiera si connota come esperienza profondamente legata alla vita, ad un cambiamento di stile nel vivere i rapporti con gli altri, e nell’intendere la propria esistenza. E’ questo un seme presente, fragile e che sta crescendo nonostante contraddizioni nella storia. Gesù invita i suoi ad entrare nella sua speranza, quella speranza che lo accompagnò fin nelle ultime ore della sua vita: “In verità vi dico , non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,25).

Mi sembra che si possao indicare tre caratteri della preghiera oggi da riscoprire: il primo è la preghiera come esperienza di libertà e fiducia: non è questione di metodi, di costruzioni umane. Preghiera è innanzitutto aprirsi alla consapevolezza delle profondità della propria vita,  lasciarsi stupire dalla gioia di essere amati e aprirsi alla relazione in cui siamo costituiti. Oltre i confini di chi vuole ridurre la preghiera a pratiche religiose, a difficili metodi o nelle forme clericali e sacrali. C’è un pregare nascosto nel respiro affaticato di chi soffre, nelle richieste di liberazione di chi è oppresso, come preghiera è anche il sospiro e la vita della creazione. La preghiera è soffio dello Spirito, presente nelle profondità delle cose e che si esprime nel senso di mancanza, nel desiderio di sconfitta delle ingiustizie e nella scoperta di una fiducia fondamentale su cui la vita di ogni uomo e donna costituita e a cui è chiamata.

Il secondo è il rapporto tra preghiera e regno di Dio. Per Gesù il ‘regno di Dio’, la sua vicinanza che libera e umanizza non è una realtà lontana dalla vita e dalla storia, ma un dono che trasforma la storia. E’ scoperta della vicinanza di Dio che cambia i rapporti storici, che rende liberi per servire e per contrastare tutte le forme di idolatria dei poteri di questo mondo. E’ fonte di stile alternativo di esistenza. La preghiera per Gesù non è una fuga dall’attenzione agli altri e alla vita sociale, piuttosto ne è il cuore e la sorgente.

Il terzo è la preghiera come amicizia che genera un modo di intendere la vita nella solidarietà: la preghiera è espressione di un affidamento aperto ad accogliere il volto di un Dio buono e amico. Chiedete e vi sarà dato, cercate  troverete, bussate e vi sarà aperto…perché il Padre darà a coloro che glielo chiedono, ai suoi figli, lo Spirito, il dono dei doni. Preghiera non può essere mai allontanamento solitario senza l’altro, ma si connota come stare davanti a Dio camminando come chi intercede (passa in mezzo) e quindi si lascia trasformare, ricordando l’altro con insistenza nella solidarietà. Coem la preghiera di Abramo, padre della fede di tanti popoli, che non viene meno nel suo coraggio di parlare con Dio. In questo senso la preghiera è esperienza di comunione che genera solidarietà.

Alessandro Cortesi op

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