la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4036Qoh 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-11; Lc 12,13-21

“Maestro di’ a mio fratello che divida con me l’eredità… O uomo chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi”. Gesù è tirato in ballo in una questione di eredità familiare. La sua reazione riportata da Luca, nella sua brevità apre uno squarcio importante sul modo di pensare di Gesù. Egli non intende essere un ‘deus ex machina’ che risolve le situazioni della vita in modo miracolistico togliendo la fatica della ricerca. La sua preoccupazione è l’annuncio del regno di Dio, la vicinanza di un Dio che accoglie, dona compassione e porta liberazione agli esclusi e ai poveri. Ritraendosi dal coinvolgimento nel conflitto sull’eredità Gesù dice di non essere giudice o mediatore. In questo caso – una disputa su questioni di beni – come nelle differenti situazioni in cui sono in gioco scelte e orientamenti su piccoli o grandi problemi della vita, ci sono regole proprie di ogni ambito e persone competenti a cui rivolgersi, qui giudici e mediatori presenti nella società. C’è un affidamento ai percorsi umani da mantenere. Gesù dice così che l’incontro con lui non è risoluzione magica di tutti i conflitti su base di un intervento che tolga la fatica umana della scelta.  Le questioni della vita umana e sociale vanno affrontate e risolte usando il buonsenso, la ragione, le competenze, secondo le leggi proprie di ogni ambito.

E’ una parola accostabile all’affermazione ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio’. Un’affermazione di riconoscimento di laicità. I vari ambiti della vita richiedono di essere gestiti secondo le regole e le leggi umane, percorrendo le vie della prudenza come capacità di esame e decisione, cercando con fatica soluzioni, rivolgendosi a chi ha competenze, riconoscendo le autorità, osservando la legalità, lottando perché vi siano criteri di giustizia, e non pensando che la fede di per sé risolva tutti i problemi quotidiani ed elimini la fatica del discernimento.

Dicendo ‘date a Cesare e date a Dio’ Gesù però richiama a qualcosa di fondamentale che non può essere dato a Cesare. Se nelle monete c’è l’effigie di Tiberio, l’imperatore, e a lui vanno restituite (così le monete, che lo stesso Gesù non aveva, e per questo se le fa mostrare), nel volto dell’uomo c’è l’immagine di Dio e questa immagine solo a Dio fa riferimento. Nessun dominatore può pretendere di avere la sottomissione della vita delle persone. Nessun leader o capo politico o religioso può nutrire la pretesa di essere ‘signore’ della vita e della morte, di condizionare, con il suo potere l’esistenza di uomini e donne e di togliere la responsabilità di scelte secondo coscienza. C’è una dimensione di fondo dell’esistenza delle persone che non può avere altri signori ma si riferisce a Dio solo. Nella consapevolezza di questa libertà di fondo è possibile allora affrontare le scelte nel presente.

Gesù rispondendo al fratello preoccupato dell’eredità non si ferma all’indicazione di uno spazio di laicità da riconoscere nella vita. Conosceva i problemi della crisi economica che ai suoi tempi segnava la Palestina. Conosceva le ingiustizie palesi nella ricchezza ostentata nella costruzione di grandi città imperiali come Sefforis e Tiberiade a confronto con la miseria e l’impoverimento di tanti che perdevano anche i loro terreni e non avevano nemmeno possibilità di usare denaro ma scambiavano pochi beni in natura. Gesù richiama ad una attitudine di fondo che non risolve il caso ma che offre una direzione globale e profonda: ‘Fate attenzione, guardatevi da ogni cupidigia’. La questione dell’eredità potrà essere risolta in vari modi secondo le linee dell’approfittarsi, dell’ingiustizia, oppure secondo quelle della giustizia, o ancora con generosità e amore. Gesù però va alla radice: richiama a non vivere nella preoccupazione che l’accumulo dei beni costituisca il senso della vita, cerca di distogliere dal desiderio insaziabile che si chiama cupidigia.  Vi sono varie forme di cupidigia: cupidigia dell’avere ma anche la cupidigia di essere proni ai poteri di turno per ricavarne il massimo profitto.

Richiama così un atteggiamento di fondo: non è soluzione di una disputa, ma è indicazione che ha a che fare con il regno di Dio. Se il regno è il tesoro, la cosa preziosa, la perla che viene scoperta nella vita, allora tutto il resto acquista uno spessore diverso. Soprattutto la scoperta del regno di Dio apre a cogliere che la vita non può essere ristretta negli orizzonti angusti di aumentare le proprie ricchezze di ogni genere.

Gesù fa aprire così gli occhi sulle ‘dipendenze stolte’ della vita: la vita non dipende da ciò che uno possiede. Così Luca introduce a questo punto la parabola del ricco proprietario terriero che di fronte ad un abbondante raccolto pensa di abbattere tutti i suoi magazzini e di costruirne di nuovi, più ampi. Per Gesù quest’uomo preso totalmente dal pensiero della ‘roba’ diviene il ritratto dello stolto. La stoltezza sta nel suo sguardo miope, incapace di guardare al percorso della sua vita, incapace di considerare il limite e di aprirsi alla responsabilità nel presente. “Stolto questa stessa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”

La falsa sicurezza dei magazzini è smascherata da un modo di guardare alla vita che apre un orizzonte nuovo: la parola di Gesù è nella linea di una liberazione. Le sue parole intendono strappare alla stoltezza, liberare la vita da false sicurezze, fare uscire dalla ristrettezza di una vita angustiata da progetti di magazzini dove ammassare.

Ma c’è un secondo avvertimento importante e sta nelle parole: ‘Così è di chi accumula tesori per sé’. Accumulare per sé stessi è la miopia di chi non riesce più a guardare all’altro. Nella vita di quest’uomo ricco non c’è attenzione a nessun altro. Né poveri, né diseredati, né propri paesani, neppure la propria famiglia, moglie, figli. Solamente la preoccupazione per ‘i miei beni’. E’ l’indicazione che l’ottusità nella ricerca di accumulare, nel non essere mai soddisfatti, conduce ad una ristrettezza di orizzonti impensabili: l’insensata brama di accumulo per sé, nell’indifferenza. E’ la bramosia della ‘roba’ che genera una condizione di schiavitù rispetto alle cose, e una paura che fa divenire i magazzini stessi il luogo in cui si seppellisce la speranza e la possibilità di una vita nella relazione.

La parabola del ricco stolto può essere letta come forte provocazione alla società opulenta, preoccupata di mantenere i sui privilegi, incapace di cambiare, ma anche non interessata ad alcun cambiamento perché assorbita totalmente in una attitudine di accumulo senza sguardo all’altro.  E’ il mito del capitalismo: la tensione al massimo beneficio, prodotto per lo più da grandi capitali finanziari e svincolato dall’esperienza del lavoro, e la rincorsa al profitto in una attenzione egoistica al proprio benessere con la sopravvalutazione del potere del denaro e della proprietà. Recentemente nel suo viaggio in Brasile papa Francesco ha detto: “Vedete, io penso che questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita (gli anziani, i giovani), che sono le promesse dei popoli”.

“Riposati, mangia bevi e divertiti”: è questa la logica del consumo e dell’induzione di bisogni artificiali con la pubblicità e la moda. Divertiti e insegui solo un benessere che è star bene e cercare appagamento. Questa insensatezza incontra prima o poi situazioni di crisi sia a livello personale, sia a livello sociale. L’attuale crisi economica che perdura nel mondo occidentale, nonostante le continue promesse dei detentori del potere, potrebbe essere colta e vissuta come opportunità di un cambiamento radicale. Cambiamento non significa ritorno e ristabilimento di una situazione da riprendere: la sfida oggi non è rilanciare una crescita basata sulle forme del neoliberismo economico che ha dimostrato la sua insostenibilità ed ha creato sempre più diseguaglianze, ma l’autentica sfida sta nell’attuare politiche mondiali di solidarietà. Potrebbe essere occasione propizia per scegliere stili diversi nell’uso dei beni, non perseguendo i privilegi di pochi, ma coltivando i beni comuni, scegliendo stili di sobrietà che sono ben diversi dall’austerità imposta dai grandi potentati politici e finanziari per mantenere il sistema dei profitti e del dominio della finanza.

Una società che genera possibilità di vita buona non è da demonizzare, ma la logica dell’accumulo è logica che perde di vista il senso della vita delle persone, il valore del lavoro, la dignità dei poveri. Se il senso stesso della vita si esaurisce nella ricerca di un godimento – che risulta poi essere privilegio di pochi – questa è insensatezza. La parabola del ricco senza intelligenza denuncia la stoltezza come incapacità di comprendere le profonde dimensioni della ricerca umana. Questa non può essere ridotta all’appagamento di godimenti fisici, materiali o di ricchezze umane e culturali che non siano condivise. Non può essere coperta solo da cose che si consumano.

Ma c’è anche una provocazione profonda per un modo di intendere la chiesa. Una chiesa che non sa riconoscere gli spazi della laicità e cerca di avere il privilegio di poter risolvere tutti i problemi e le questioni della vita umana e sociale è una chiesa presuntuosa e ricca. Una chiesa preoccupata di beni, di accumulo, desiderosa di stare dalla parte di chi ha potere – la cupidigia dell’apparire e del dominare – è una chiesa stolta. La scelta di non accumulo e della condivisione dei diversi generi di ricchezze impegna non tanto in una attività di tipo assistenziale ma in un percorso di vita e di incontro. Non si limita a qualcosa da fare ma è uno stile nutrito anche di scelte di mezzi poveri e spogliato della cupidigia di potere per lasciar spazio a guardare l’altro.

Vivere accumulando o vivere arricchendo davanti al Dio che condivide e accoglie: Gesù presenta oggi questa forte provocazione a noi.

Alessandro Cortesi op

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