la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “settembre, 2013”

XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

445px-Rembrandt-The_return_of_the_prodigal_sonEs 32,7-11.13-14; Sal 50; 1 Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

La pagina di Luca è il cuore del terzo vangelo. Il contesto iniziale è il gesto di Gesù che accoglieva coloro che erano considerati impuri e da emarginare, pubblicani e peccatori, e mangiava con loro. Luca sottolinea che c’era chi si avvicinava per ascoltarlo – è l’ascolto l’attitudine propria di chi lascia spazio dentro di sé per un cambiamento – e c’erano coloro che mormoravano. ‘Mormorare’ è il verbo usato nell’Esodo per indicare l’atteggiamento del popolo nel deserto che dubitava della presenza e della compagnia di Dio e poneva in dubbio non solo le sue promesse ma la sua stessa esistenza: “il Signore Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Gesù risponde a questi dubbi, suscitati dal suo modo di vivere, con una parabola. Il suo comunicare passa per i gesti, e la sua pedagogia sta innanzitutto nel suo stile. Il suo accogliere ed incontrare è già messaggio e indicazione di un volto di Dio e indica il modo di agire di Dio. E a questo punto Gesù parla e – scrive Luca – pronunciò una parabola, ma di fatto le parabole sono tre: la pecora perduta, la dramma perduta, il figlio perduto, o meglio i figli perduti. Il modo di parlare di Gesù è quello della parabola, un modo di racconto in cui si attua un paragone con una situazione di vita semplice, ordinaria, per parlare di Dio, del volto del Padre. Non solo: nelle parabole Gesù non offre una definizione di Dio, ma ne racconta una vicenda, la lega a situazioni domestiche, conosciute dai suoi ascoltatori, e vicine, come quelle di un pastore che smarrisce una pecora, di una donna che nella casa cerca una moneta, di un padre che attende un figlio allontanatosi. Al cuore della parabola sta una parola su Dio: è quindi un racconto su Dio, un’indicazione che non vuol dire tutto, ma apre l’invito a cogliere come Dio agisce. Ed è una parola contro la ‘mormorazione’ di chi non si lascia cambiare dall’agire di Dio.

La parabola racconta e dovremmo sostare sulla scelta di Gesù di usare questo linguaggio così particolare per parlare di Dio. Raccontare significa aprire ad una storia, descrivere un intrigo, cogliere un cammino, presentare un volto che non può essere racchiuso in una dottrina, ma può solo essere incontrato in una vicenda di vita. E questa storia tocca il quotidiano, è nascosta tra le pieghe di una ferialità che respira di Dio. Perché Dio non è entità lontana ma è presenza vivente, ha il volto umanissimo di chi si prende cura e prova compassione. La sua passione è attesa per vivere la gioia dell’incontro. Il raccontare di Gesù ci fa entrare nella dinamica di un racconto che ha a che fare con la sua vita e con la nostra stessa identità come identità narrativa. Per conoscere Dio, ci dice Gesù, è importante entrare in questo racconto, lasciarsi prendere e coinvolgere in una narrazione, che diviene poesia, perché opera e fa qualcosa nel momento stesso in cui è detta. Così come ogni storia non lascia indifferenti ma coinvolge e cambia chi ascolta. La parabola in tal modo crea qualcosa di nuovo dentro di noi, e genera un cambiamento e ci fa scorgere come la nostra stessa storia, la narrazione della nostra vita sta in rapporto con questa storia. Le parabole di Gesù, narrazione del volto di Dio, sono tutte rinvio a quella grande parabola che è Gesù stesso, nel suo agire, nel suo stile. E’ Gesù la grande parabola di Dio.

Tutte e tre le parabole parlano di qualcosa di perduto e ritrovato; una pecora, una moneta, un figlio o i due figli… E tutte però hanno come protagonista non ciò o chi è perduto, ma colui e colei che si mette a cercare e si prende cura di attendere e ritrovare. Il volto di Dio è così accostato in un modo inedito al volto di una donna nella casa che si mette alla ricerca di una moneta caduta. E Gesù parlando così suscitava l’attenzione di chi, come le donne al suo tempo, era tenuto ai margini, ed era considerato non importante di fronte a Dio. Non solo il volto di Dio è raccontato dal gesto così familiare di andare alla ricerca di una moneta perduta in casa, ma il suo stesso profilo è di qualcuno che va in cerca. Fino a lasciare le altre pecore pur di ritrovare quell’unica che si è perduta e non perché quella valga più delle altre, ma perché lo sguardo di Dio vede ognuno come importante e unico. Allora si potrebbe dire che tutte le parabole hanno al loro cuore non ciò che è perduto, ma colui e colei che si perde per andare alla ricerca e ritrovare una relazione. E aprire a relazioni nuove.

La parabola del padre che attende e va incontro, e vive la pazienza di chi sa attendere – ‘lo vide da lontano e gli corse incontro…’ – e la passione tutta femminile espressa dal verbo ‘provò compassione’, è racconto del volto di un Dio che non pone condizioni, non chiede pentimenti, ma desidera che tutti, proprio tutti, scoprano la gioia di poter vivere una relazione che non si chiude ma si apre nella concretezza della fraternità. E’ relazione con lui, il padre della parabola, preoccupato di far comprendere al primo figlio quello che si era allontanato ed era tornato forse solo in base al bisogno e al calcolo di poter avere di che vivere, e all’altro, quello rimasto sempre in casa, a lavorare, che la vita in casa non è vita da schiavi ma da liberi. Il senso della vita sta nella relazione che fa vincere la tristezza di una presuntuosa solitudine e fa compiere i passi della scoperta di una fraternità nuova.

Raccolgo alcuni spunti di riflessione per noi, per il nostro presente.

Gesù parla in parabole. Siamo spesso troppo condizionati ad una formazione di tipo dottrinale per cui di Dio e delle cose di fede si parla per via di definizioni, di dottrine articolate. Forse dobbiamo reimparare a raccontare quelle storie da cui sorge la fede, a leggere la vita come testo in cui si svolge un racconto di Dio. La fede in Gesù nasce dalla testimonianza di chi ha raccontato l’incontro con lui e di chi ha raccolto il suo modo di parlare con racconti e parabole. E’ liberante pensare che la nostra identità non è data una volta per tutte ma si apre ad una narrazione che si va facendo nel cammino della vita e della storia.

Gesù racconta un volto di Dio impensabile, un Dio che non smette di cercare e pone la sua cura nel ritrovare ciò che è perduto. Un Dio dell’incontro e della attenzione per ciascuno in modo diverso. I due figli possono essere visti come situazioni di popoli, i ricchi che guardano con la freddezza del loro egoismo i popoli poveri, o coloro che si sentono forti delle loro appartenenze e identità culturali e religiose in contrasto con chi vive percorsi disordinati, frastagliati. Forse dovremmo sentirci tutti tra i perduti e avvertire il senso profondo del desiderio di condivisione della gioia. Dio cerca di recuperare in modi diversi per aprire ad una gioia che è festa nella relazione.

Nella recente lettera (La Repubblica 11 settembre 2013) di Francesco papa, a Eugenio Scalfari, “un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth” ci sono alcuni passaggi che aiutano a cogliere un profilo di Gesù che spinge alla comunicazione non all’esclusione e il senso della verità della fede e della vita come relazione: “Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio. L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. (…) mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

La parabola di Dio è Gesù stesso: una provocazione a vivere la nostra vita come parabola. In questi giorni un fatto di cronaca ha portato in risalto l’esempio di Eleonora Cantamessa, medico, che passando in auto dopo una rissa con persone ferite a Chiusuno (Bergamo) si è fermata per soccorrere, ma è stata uccisa, proprio mentre portava soccorso, travolta da un’auto. La sua insistenza nel fermarsi, la sua prontezza nel soccorrere è gesto profondamente evangelico e laico, radicato nel ricordo del samaritano e nel giuramento di Ippocrate, fatto proprio di ogni medico. E le parole dei suoi genitori sono voci di limpidezza di fede che parlano di un’esistenza in cui il volto di Dio non è definito ma raccontato nei termini di chi cerca chi è perduto e che si perde fino a dare la propria vita per gli altri. Così ha parlato il suo babbo in un’intervista: «Eleonora era così, non poteva non fermarsi. Stamattina ho tirato fuori dal Vangelo la parabola del Buon Samaritano. Se la leggi trovi delle somiglianze incredibili. È lei, è mia figlia. Passa uno… tocca agli altri… Passa un secondo, tocca sempre a un altro… Passa un terzo… Massì ci penserà qualcuno… Passa uno sconosciuto… E lei si ferma, si china, si prende cura di lui… Non sapeva nemmeno chi fosse quel ragazzo, ma per lei era come tutti gli altri, era uno da soccorrere». (intervista a Silvano Cantamessa,“la Repubblica” dell’11 settembre 2013). Ugualmente preziose le parole della mamma Mariella: «Ci hanno detto che l’indiano soccorso da Eleonora è il papà di quattro bambini. Non posso non pensare anche a quei quattro bambini. Forse avranno bisogno di aiuto. Noi li vorremmo aiutare, anche economicamente. Il ragionamento che faccio è questo: se Eleonora ha dato la vita per il loro papà, avrebbe sicuramente voluto prendersi cura di loro» (intervista in “Corriere della Sera” 12 settembre 2013).

Il volto di Dio di Gesù Cristo è volto di un Dio che si perde per ritrovare ciò che era perduto, e questo volto continua ad essere narrato nelle vite di coloro che si lasciano coinvolgere nel suo racconto.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

7 Gesù incontra le donne di Gerusalemme(Serena Nono, ciclo della passione)

Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 9-17; Lc 14,25-33

Il libro della Sapienza invita a cogliere il limite del sapere umano. Pur con tutto il suo fascino, la sua grandezza, le sue fatiche e le sue conquiste, la scienza umana, che guarda alle cose della terra, si percepisce limitata, e può aprirsi a scoprire una sapienza che riguarda le ‘cose del cielo’, il senso della vita, l’orizzonte finale del vivere e dello stesso sapere: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?”

E’ una domanda aperta che viene condivisa da quanto credenti e non credenti si lasciano provocare dalla vita. Questi versetti possono essere accostati ai pensieri di un anziano esperto di psichiatria e di educazione, Vittorino Andreoli che proprio in questi giorni ha scritto un pagina illuminante sulla saggezza in rapporto alla situazione che oggi viviamo: “La saggezza è sapere che l’Io senza il Noi delira e diventa carne da manicomio. La saggezza non è potere: faccio perché posso, ma semmai è un muoversi lentamente per fare qualcosa che serva a tutti. La saggezza non urla, è meditazione. Si basa sulla fragilità dell’uomo, che è una sua caratteristica strutturale, esistenziale. Il potere è la forza che sottomette, la fragilità è il bisogno dell’altro, senza è come trovarsi in un deserto dove si esperiscono soltanto illusioni. L’amore nasce dalla fragilità, dal senso del proprio limite. Ma l’amore è diventato mercato: si compra e si vende. Domina la stupidità, il credere di essere dèi mentre si è soltanto mistero, di essere grandi e si è attaccati ad ‘un filo di ragno’. Dominano la furbizia, l’inganno di chi crede di imbrogliare l’altro e sta truffando se stesso, l’invidia di chi corre per aver ciò che un altro possiede e si dimentica di quanto ha. La saggezza non è la giustizia dei tribunali, non è la verità che puzza sempre di sopraffazione, è la ricerca continua di senso, di pace, di serenità”. (da ‘Il Fatto quotidiano’ 3 settembre 2013).

In questi giorni stiamo vivendo ancora il pericolo di un nuovo inizio e di un’estensione dagli esiti imprevedibili del conflitto armato nella regione della Siria, dove migliaia di persone soffrono per una guerra civile che dura da due anni. Nella complessità di tale situazione appare sempre più chiara l’assurdità della guerra, l’insania di pensare di risolvere i conflitti e i problemi tra i popoli con lo strumento delle armi. Nel suo appello per la pace all’Angelus del 2 settembre papa Francesco ha richiamato la Pacem in terris di Giovanni XXIII che per la prima volta esprimeva una condanna della guerra come ‘follia’ ed un richiamo ad un disarmo degli strumenti bellici e dei cuori. Il disarmo come scelta di sapienza. Di fronte all’ingiustizia, all’uso di armi terribili come le armi chimiche, non si può rimanere indifferenti, deve essere espressa condanna e devono essere attuate misure per individuare i colpevoli e sottoporli al giudizio di un tribunale internazionale, ma la via per risolvere conflitti sanguinosi come quello che ha già causato in Siria più di un milione e ottocentomila rifugiati fuori del Paese, quattro milioni e mezzo di sfollati interni e più di centomila morti, non può essere quella dell’uso delle armi. Proprio perché la violenza genera solamente altra violenza in una spirale senza fine. “…vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (…) Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.” (papa Francesco all’Angelus 2 settembre 2013).

La riflessione sulla sapienza oggi diviene domanda su come fare opera di pace, e può così essere accostata ad un versetto della lettera di Giacomo: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,17-18)

La pagina del vangelo è segnata da parole di Gesù che richiamano all’esigenza del seguire lui: “se uno viene a me…”. La proposta di Gesù non si concentra nell’indicazione di una dottrina e nemmeno nella presentazione di un codice morale, ma propone la chiamata a lasciare a lui il primo posto nella vita. C’è la centralità della sua persona e dell’incontro con lui nella vita di chi desidera seguirlo. E’ una richiesta di lasciar spazio alla sua presenza ponendo tutto il resto in secondo ordine rispetto al rapporto personale con lui. I legami familiari, i progetti, i beni, la stessa vita divengono tutti elementi che non vengono tralasciati ma vanno rapportati a questo incontro fondamentale. La vita nel seguire Gesù presenta una esigenza di radicalità, esige un apprendimento mai concluso di orientare tutto in questa relazione con lui. Sarà scoperta di un modo nuovo di vivere i rapporti con gli altri, con i beni.

“Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo”. La domanda si apre sul significato della parola ‘portare la croce’. La croce per Gesù ha significato in primo luogo non una vicenda di dolore e sofferenza, ma è il momento conclusivo di un percorso in cui la sua fedeltà al disegno del Padre ha suscitato ostilità e rifiuto. E nonostante questo Gesù ha continuato a vivere la sua vita come abbandono di sé al Padre e servizio agli altri. Gesù è stato rifiutato e condannato per aver vissuto fino in fondo un amore preoccupato che ogni persona fosse liberata. La sua missione è l’annuncio del regno, la vicinanza di Dio che prende le parti degli oppressi. La croce indica quindi non tanto la sofferenza ma il segno di una fedeltà all’amore fino alle estreme conseguenze: Gesù vi andò incontro, non con la superficialità dell’incosciente o con la spavalderia dell’eroe, ma in fedeltà al suo rispondere al Padre e al suo essere per gli altri. Ha amato fino alla fine non nonostante la croce, ma attraverso la croce. Ha così offerto un modo di intendere la vita e di vivere la sofferenza nelle diverse forme in cui si può presentare.

Seguire Gesù si apre ad un portare a compimento il cammino iniziato. Due esempi sono indicati: costruire una torre e affrontare un esercito. Costruire una torre per proteggere i vigneti era prassi usuale ma prevedeva di avere il materiale sufficiente per portarla a compimento. Così Gesù parla di avversari da affrontare. E’ un invito contro la temerarietà e la presunzione, un richiamo all’importanza dell’impegno che sta davanti che spinge a sedersi e riflettere.

“Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. C’è una radicalità che colpisce in queste parole. E’ un invito rivolto a tutti: Gesù parla delle esigenze di una vita nel seguire lui stesso. Al cuore di questo orientamento pone un modo nuovo di rapportarsi agli averi: essi spesso possono prendere il posto delle cose più importanti nella vita. Il suo appello è tutto teso a far spazio ad una libertà interiore perché l’uso dei beni dovrà essere rapportato alle esigenze di una condivisione e di un servizio agli altri. Penso che queste parole vadano lette non solo con riferimento alla dimensione personale e dei rapporti individuali, ma in riferimento alla condivisione dei beni nel rapporto tra popoli e nella dimensione pubblica.

Alessandro Cortesi op

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