la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

445px-Rembrandt-The_return_of_the_prodigal_sonEs 32,7-11.13-14; Sal 50; 1 Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

La pagina di Luca è il cuore del terzo vangelo. Il contesto iniziale è il gesto di Gesù che accoglieva coloro che erano considerati impuri e da emarginare, pubblicani e peccatori, e mangiava con loro. Luca sottolinea che c’era chi si avvicinava per ascoltarlo – è l’ascolto l’attitudine propria di chi lascia spazio dentro di sé per un cambiamento – e c’erano coloro che mormoravano. ‘Mormorare’ è il verbo usato nell’Esodo per indicare l’atteggiamento del popolo nel deserto che dubitava della presenza e della compagnia di Dio e poneva in dubbio non solo le sue promesse ma la sua stessa esistenza: “il Signore Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Gesù risponde a questi dubbi, suscitati dal suo modo di vivere, con una parabola. Il suo comunicare passa per i gesti, e la sua pedagogia sta innanzitutto nel suo stile. Il suo accogliere ed incontrare è già messaggio e indicazione di un volto di Dio e indica il modo di agire di Dio. E a questo punto Gesù parla e – scrive Luca – pronunciò una parabola, ma di fatto le parabole sono tre: la pecora perduta, la dramma perduta, il figlio perduto, o meglio i figli perduti. Il modo di parlare di Gesù è quello della parabola, un modo di racconto in cui si attua un paragone con una situazione di vita semplice, ordinaria, per parlare di Dio, del volto del Padre. Non solo: nelle parabole Gesù non offre una definizione di Dio, ma ne racconta una vicenda, la lega a situazioni domestiche, conosciute dai suoi ascoltatori, e vicine, come quelle di un pastore che smarrisce una pecora, di una donna che nella casa cerca una moneta, di un padre che attende un figlio allontanatosi. Al cuore della parabola sta una parola su Dio: è quindi un racconto su Dio, un’indicazione che non vuol dire tutto, ma apre l’invito a cogliere come Dio agisce. Ed è una parola contro la ‘mormorazione’ di chi non si lascia cambiare dall’agire di Dio.

La parabola racconta e dovremmo sostare sulla scelta di Gesù di usare questo linguaggio così particolare per parlare di Dio. Raccontare significa aprire ad una storia, descrivere un intrigo, cogliere un cammino, presentare un volto che non può essere racchiuso in una dottrina, ma può solo essere incontrato in una vicenda di vita. E questa storia tocca il quotidiano, è nascosta tra le pieghe di una ferialità che respira di Dio. Perché Dio non è entità lontana ma è presenza vivente, ha il volto umanissimo di chi si prende cura e prova compassione. La sua passione è attesa per vivere la gioia dell’incontro. Il raccontare di Gesù ci fa entrare nella dinamica di un racconto che ha a che fare con la sua vita e con la nostra stessa identità come identità narrativa. Per conoscere Dio, ci dice Gesù, è importante entrare in questo racconto, lasciarsi prendere e coinvolgere in una narrazione, che diviene poesia, perché opera e fa qualcosa nel momento stesso in cui è detta. Così come ogni storia non lascia indifferenti ma coinvolge e cambia chi ascolta. La parabola in tal modo crea qualcosa di nuovo dentro di noi, e genera un cambiamento e ci fa scorgere come la nostra stessa storia, la narrazione della nostra vita sta in rapporto con questa storia. Le parabole di Gesù, narrazione del volto di Dio, sono tutte rinvio a quella grande parabola che è Gesù stesso, nel suo agire, nel suo stile. E’ Gesù la grande parabola di Dio.

Tutte e tre le parabole parlano di qualcosa di perduto e ritrovato; una pecora, una moneta, un figlio o i due figli… E tutte però hanno come protagonista non ciò o chi è perduto, ma colui e colei che si mette a cercare e si prende cura di attendere e ritrovare. Il volto di Dio è così accostato in un modo inedito al volto di una donna nella casa che si mette alla ricerca di una moneta caduta. E Gesù parlando così suscitava l’attenzione di chi, come le donne al suo tempo, era tenuto ai margini, ed era considerato non importante di fronte a Dio. Non solo il volto di Dio è raccontato dal gesto così familiare di andare alla ricerca di una moneta perduta in casa, ma il suo stesso profilo è di qualcuno che va in cerca. Fino a lasciare le altre pecore pur di ritrovare quell’unica che si è perduta e non perché quella valga più delle altre, ma perché lo sguardo di Dio vede ognuno come importante e unico. Allora si potrebbe dire che tutte le parabole hanno al loro cuore non ciò che è perduto, ma colui e colei che si perde per andare alla ricerca e ritrovare una relazione. E aprire a relazioni nuove.

La parabola del padre che attende e va incontro, e vive la pazienza di chi sa attendere – ‘lo vide da lontano e gli corse incontro…’ – e la passione tutta femminile espressa dal verbo ‘provò compassione’, è racconto del volto di un Dio che non pone condizioni, non chiede pentimenti, ma desidera che tutti, proprio tutti, scoprano la gioia di poter vivere una relazione che non si chiude ma si apre nella concretezza della fraternità. E’ relazione con lui, il padre della parabola, preoccupato di far comprendere al primo figlio quello che si era allontanato ed era tornato forse solo in base al bisogno e al calcolo di poter avere di che vivere, e all’altro, quello rimasto sempre in casa, a lavorare, che la vita in casa non è vita da schiavi ma da liberi. Il senso della vita sta nella relazione che fa vincere la tristezza di una presuntuosa solitudine e fa compiere i passi della scoperta di una fraternità nuova.

Raccolgo alcuni spunti di riflessione per noi, per il nostro presente.

Gesù parla in parabole. Siamo spesso troppo condizionati ad una formazione di tipo dottrinale per cui di Dio e delle cose di fede si parla per via di definizioni, di dottrine articolate. Forse dobbiamo reimparare a raccontare quelle storie da cui sorge la fede, a leggere la vita come testo in cui si svolge un racconto di Dio. La fede in Gesù nasce dalla testimonianza di chi ha raccontato l’incontro con lui e di chi ha raccolto il suo modo di parlare con racconti e parabole. E’ liberante pensare che la nostra identità non è data una volta per tutte ma si apre ad una narrazione che si va facendo nel cammino della vita e della storia.

Gesù racconta un volto di Dio impensabile, un Dio che non smette di cercare e pone la sua cura nel ritrovare ciò che è perduto. Un Dio dell’incontro e della attenzione per ciascuno in modo diverso. I due figli possono essere visti come situazioni di popoli, i ricchi che guardano con la freddezza del loro egoismo i popoli poveri, o coloro che si sentono forti delle loro appartenenze e identità culturali e religiose in contrasto con chi vive percorsi disordinati, frastagliati. Forse dovremmo sentirci tutti tra i perduti e avvertire il senso profondo del desiderio di condivisione della gioia. Dio cerca di recuperare in modi diversi per aprire ad una gioia che è festa nella relazione.

Nella recente lettera (La Repubblica 11 settembre 2013) di Francesco papa, a Eugenio Scalfari, “un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth” ci sono alcuni passaggi che aiutano a cogliere un profilo di Gesù che spinge alla comunicazione non all’esclusione e il senso della verità della fede e della vita come relazione: “Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio. L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. (…) mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

La parabola di Dio è Gesù stesso: una provocazione a vivere la nostra vita come parabola. In questi giorni un fatto di cronaca ha portato in risalto l’esempio di Eleonora Cantamessa, medico, che passando in auto dopo una rissa con persone ferite a Chiusuno (Bergamo) si è fermata per soccorrere, ma è stata uccisa, proprio mentre portava soccorso, travolta da un’auto. La sua insistenza nel fermarsi, la sua prontezza nel soccorrere è gesto profondamente evangelico e laico, radicato nel ricordo del samaritano e nel giuramento di Ippocrate, fatto proprio di ogni medico. E le parole dei suoi genitori sono voci di limpidezza di fede che parlano di un’esistenza in cui il volto di Dio non è definito ma raccontato nei termini di chi cerca chi è perduto e che si perde fino a dare la propria vita per gli altri. Così ha parlato il suo babbo in un’intervista: «Eleonora era così, non poteva non fermarsi. Stamattina ho tirato fuori dal Vangelo la parabola del Buon Samaritano. Se la leggi trovi delle somiglianze incredibili. È lei, è mia figlia. Passa uno… tocca agli altri… Passa un secondo, tocca sempre a un altro… Passa un terzo… Massì ci penserà qualcuno… Passa uno sconosciuto… E lei si ferma, si china, si prende cura di lui… Non sapeva nemmeno chi fosse quel ragazzo, ma per lei era come tutti gli altri, era uno da soccorrere». (intervista a Silvano Cantamessa,“la Repubblica” dell’11 settembre 2013). Ugualmente preziose le parole della mamma Mariella: «Ci hanno detto che l’indiano soccorso da Eleonora è il papà di quattro bambini. Non posso non pensare anche a quei quattro bambini. Forse avranno bisogno di aiuto. Noi li vorremmo aiutare, anche economicamente. Il ragionamento che faccio è questo: se Eleonora ha dato la vita per il loro papà, avrebbe sicuramente voluto prendersi cura di loro» (intervista in “Corriere della Sera” 12 settembre 2013).

Il volto di Dio di Gesù Cristo è volto di un Dio che si perde per ritrovare ciò che era perduto, e questo volto continua ad essere narrato nelle vite di coloro che si lasciano coinvolgere nel suo racconto.

Alessandro Cortesi op

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