la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4482Ab 1,2-2,4; Sal 94; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

Violenza, ingiustizia, rapina e oppressione sono le parole che segnano la prima lettura. Abacuc s’interroga di fronte all’ingiustizia opera degli uomini, e al silenzio di Dio. E si pone come sentinella, in piedi ad ascoltare se c’è una risposta a questo lamento. “Fino a quando implorerò aiuto e non ascolti?” Il suo interrogare racchiude il grido di tanti che si lasciano inquietare dai drammi della storia, dalle ingiustizie. Non sono certo le domande – spesso assenti o assai diverse – di chi vive una religiosità fatta di tranquille certezze e assuefazione all’esistente, nella preoccupazione di difendere la propria sicurezza o i propri interessi. E’ piuttosto l’interrogarsi di chi si scontra con il male del presente, di chi sperimenta l’inquietudine, gli interrogativi radicali, ed è disposto a lasciarsi provocare dallo scandalo del male, dal successo e dall’impunità dei malvagi, da ciò che contraddice il disegno di giustizia e di pace di Dio nella storia e pone in crisi la fede. L’incontro con Dio, l’esperienza della fede si fa così lotta, confronto aspro e provocazione: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”. Dio appare assente laddove prevale la violenza e sembra che tutto ciò non abbia fine: “fino a quando?” La domanda reca con sé la fatica di chi vede l’ingiustizia che domina, il violento che mantiene il potere, il diritto calpestato. Abacuc pone la questione se vi sia o meno un senso in questa storia in cui Dio sta in silenzio mentre dilaga l’ingiustizia.

Il suo domandare non ha risposta, ma accoglie un segno: parla di una ‘visione’ da incidere bene su tavolette, da mantenere e fissare. E’ un messaggio che proviene dalla promessa e dalla fedeltà di Dio stesso. L’ingiustizia non avrà l’ultima parola, anche se sembra che tutto vada in un’altra direzione: “soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. La fede è indicata come atteggiamento da mantenere, nella prova e nel silenzio: viene presentata innanzitutto come affidamento, adesione nonostante la fatica e nonostante le contraddizioni, alla fedeltà di Dio. E’ Lui il fedele e chiede fiducia senza riserve anche se la sua promessa si scontra con l’incomprensibilità del presente: vi sarà vita per chi si mantiene come giusto. Anche se sembra che abbia la meglio chi persegue violenza, inganno, sopraffazione tutto questo ha un termine: e una vita in tale direzione è vita che soccombe. Il giusto vivrà trovando la forza di resistere nel suo affidarsi nel Dio fedele, nel suo continuare a lottare contro l’ingiustizia. In questa visione da incidere nelle tavole del cuore sta una parola di invio a vivere un resistere quotidiano, faticoso, spesso contraddetto, nel realizzare giustizia come fedeltà davanti a Dio e al volto dell’altro.

Sperimentiamo in tanti modi la violenza e il prevalere dei prepotenti e di chi è senza scrupoli. Assistiamo impotenti a sofferenze causate dalla rapina dell’uomo sull’uomo. La crisi economica che per tanti significa preoccupazione, incupimento, depressione è frutto di scelte politiche che derivano da una visione per cui nel mondo non tutte le donne e uomini hanno medesima dignità, di sistemi di pensiero che mirano a preservare i privilegi dei più ricchi e vedono come parte dell’umanità sia da escludere. Un autentico sistema di idolatria e di iniquità. Scelte che mantengono e favoriscono le ricchezze accumulate, i soldi prodotti dai soldi, e non guardano alle sofferenze dei poveri.

Le morti di ormai migliaia di migranti che tentano di attraversare il mare Mediterraneo per raggiungere l’Europa, le stragi a Scicli, a Lampedusa, di cui abbiamo visto immagini e udito resoconti nei giorni scorsi, non sono fatalità ineluttabili, ma il frutto di scelte politiche che hanno ridotto la questione dell’immigrazione ad un problema di sicurezza, e non l’hanno affrontata come fenomeno umano, in cui è in gioco la giustizia sociale, la dignità di ogni essere umano e il riconoscimento di diritti fondamentali. L’ingiustizia si fa concreta in modi di pensare alla vita di chi pensa a se stesso e non intende guardare a vite di persone come noi, che sperimentano la disperazione, la violenza e la miseria. Sono volti di fratelli costretti a lasciare terra e affetti per trovare libertà, pane e dignità. Quelle morti sono anche frutto di scelte criminali di chi sfrutta la miseria e la disperazione, e sono esito dell’ignavia, dell’egoismo e dell’indifferenza di chi non scorge negli esodi degli impoveriti del nostro tempo una questione centrale per la responsabilità umana e per la stessa fede dei credenti. Ci possiamo chiedere: come vivere da giusti – capaci di guardare l’altro – e con fede – affidati alla promessa di Dio che accoglie il povero – queste situazioni?

“Aumenta la nostra fede”: è la preghiera degli apostoli a Gesù, chiamato con il termine ‘Signore’ che è titolo a lui dato dopo la pasqua. E’ una richiesta che viene immediatamente dopo le parole di Gesù sul perdono: fino a settanta volte sette per il fratello che pecca. Ma questo va al di là delle capacità umane, è gesto che rinvia ad una realtà nuova, il regno di Dio, già presente qui ed ora. Ed è tale percezione di impossibilità a generare l’invocazione ‘aumenta la nostra fede’: solo in un affidamento che decentra la vita e fa scoprire una forza che non viene da noi, si apre una possibilità nuova. Il credere si pone nella logica non della conquista ma del dono. La fede va implorata e continuamente è da invocare perché sempre è poca e va ad ogni passo, di nuovo, accolta come dono che non proviene da noi, ma dallo Spirito. Così fede è movimento di amore che è sempre segnato dal senso di pochezza rispetto a quanto si è ricevuto a quello che si dovrebbe dare. La dimensione più profonda della fede sta nel suo essere incontro vivente, affidamento esistenziale come un bambino in braccio a sua madre (Sal 131,2; Is 66,12-13) e scoperta di stabilità che viene da una presenza, dove si può trovare appoggio come roccia nel cammino (Is 65,16)

Gesù propone un’autorità nuova e diversa a chi si affida a lui, una autorità che dovrebbe essere al centro della vita della comunità: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: ‘Sràdicati e trapiàntati nel mare’, e vi ubbidirebbe”. In questo esempio paradossale è indicata un’autorità diversa da chi si fa obbedire secondo la logica del potere mondano: è autorità che non viene da altro se non dall’affidamento a Dio e vive nel servizio. La fede come un granellino minuscolo è piccola cosa, che reca in sé la forza di generare un grande albero. Chi diviene consapevole della pochezza della propria fede – ‘Signore, credo, aiutami nella mia incredulità’ (Mc 9,24)- si apre alla scoperta che cambia e sposta il centro della propria vita. La fede come affidamento ad un Tu vivente e gratitudine reca una forza capace di cambiare profondamente le cose.

Segue la parabola del servo che al ritorno del padrone viene richiesto di altri servizi. E’ un richiamo ad una situazione conosciuta ai tempi di Gesù. Il servo è chiamato a compiere altri gesti, a preparare la cena, a rimboccarsi le vesti, a servire, oltre a tutto il lavoro della giornata. La conclusione diviene parola come stile di vita di una comunità che si accentra sul servizio: “quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: ‘Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare’”. Un primo messaggio della parabola sta nell’indicazione di un’autorità nuova come servizio. La parabola è poi rivolta a scardinare l’atteggiamento religioso che può essere indicata come coscienza mercantile della religione: a chi sosteneva che il proprio agire pur buono dovesse porsi come pretesa davanti a Dio, Gesù presenta una via diversa, invita a cambiare modo di pensare alla relazione con Dio. La fede non si pone nella logica del dare e avere, del premio che corrisponde a meriti, della pretesa che richiede un pagamento di fronte a prestazioni. Non sta nella linea dell’utile, del commercio, ma del gratuito, del dono, dell’affidamento che non pone condizioni e non chiede contraccambi. La parabola chiama ad un cambiamento, a scoprire la fede come incontro vivente nel servizio. Certamente non si tratta di un servizio da schiavi, ma di una relazione viva in cui al centro sta il dono di presenza e comunione accolto con gratitudine. Si può allora forse interpretare la parola ‘servi inutili’ non nel senso di un rapporto da schiavi e quale espressione che reca in sé quasi un certo disprezzo per l’agire di chi accoglie il dono di Dio e opera. La parabola provoca ad andare oltre il paragone di un rapporto di potere umano, spinge a cogliere la differenza d un Dio che non è padrone. Gesù annuncia il volto del Padre che guarda alle piccole cose e ha cura di tutti: nulla e nessuno può essere inutile e vano ai suoi occhi. L’espressione ‘servi inutili’ potrebbe essere meglio reso con la traduzione ‘semplici servi’. Gesù chiede ai suoi di essere persone che vivono un darsi non con la pesantezza di chi rivendica pretese, riconoscimenti, ma con la leggerezza liberante di chi non è preoccupato di se stesso. Indica uno stile di servizio proprio del mite capace di generare spazi di libertà e di relazione. E’ la via di Gesù che si è fatto servo, ha vissuto la sua vita come servizio e si è affidato fino alla fine in una confidenza senza limiti al Padre.

Alessandro Cortesi op

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