la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Pregare nella comunione

Mentre riflettevo sulle letture di domenica prossima, centrate sull’invito a pregare sempre senza stancarsi mi ha colpito la lettura di questo articolo, di Giovanni Bianchi: sono parole intrise di dolore e di domanda scritte in occasione della morte della figlia Sara Bianchi, ma sono parole che comunicano il senso di una preghiera come vita davanti a Dio, al suo silenzio e alla sua presenza.
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Da “Il sole 24 ore” 16 ottobre 2013
Una folla commossa si è raccolta ieri a Sesto San Giovanni per l’ultimo saluto a Sara Bianchi, la giornalista del Sole 24 Ore deceduta sabato. Il Gruppo 24 Ore ha deciso di intestare a Sara la “Sala Collina” nella sede di Milano. Pubblichiamo il ricordo che il padre Giovanni, ex presidente nazionale delle Acli e parlamentare del Ppi, le ha dedicato al termine della cerimonia.

Giovanni Bianchi
Una sera d’estate di qualche decennio fa, là fuori, sul sagrato di questa chiesa don Aldo Farina, allora parroco alla Resurrezione, mi vide crucciato e me ne chiese la ragione. Sara è troppo inquieta. Non ti preoccupare. Lasciale tempo e vedrai. Ho seguito il consiglio di don Aldo. È destino di noi genitori moderni e postmoderni aspettare i nostri figli, anche di notte, e lasciarci in buona misura educare da loro.
La malattia, velocissima e vorace, è piombata tra noi il Natale scorso.

In quest’ultimo mese la risonanza magnetica per stabilire l’entità delle metastasi al cervello è stata una delle tappe più temute. Sara desiderava che l’accompagnassi durante l’esame, ma mi fu impedito dai sanitari. Quando riemerse si concesse una delle sue uscite ironiche ed autoironiche: «Questi dottori della risonanza hanno l’aria di chi pensa “poveretta cos’hai dentro”, e per giunta non sempre hanno la faccia intelligente». Poi un’informazione inattesa: «La macchina è soffocante ma non è durato molto, neanche il tempo del rosario».
Era abituata a pregare. Con una scelta delle chiese e delle liturgie secondo un criterio drastico: dovevano essere vitali, positive, mentre rifiutava esplicitamente i luoghi che le suggerivano a qualche titolo atmosfere di morte.

Quindi subito una botta di vita. Superata la risonanza si doveva andare in centro Milano – sempre in macchina, mai il metrò – per acquistare il regalo di compleanno: due paia di jeans, ovviamente i più costosi. E poi un panzerotto, negatoci dalla chiusura settimanale del negozio.

Questo stavamo imparando insieme in questi mesi precipitosi eppure senza tempo: che la vita deve essere gustata fino in fondo. Questa è l’unica scelta sensata, ci dicevamo, vivere al massimo. Perché della vita sappiamo almeno in parte cosa sia, sulla morte quasi nulla. Ma ci muove la fondata speranza indicata dal cardinale Martini: che allora, all’ultimo passo terreno, sia il Signore a venirci incontro. Su questo l’accordo fra noi è stato totale. Aggiungevi con un velo di malinconia: «Mi piacerebbe invecchiare con voi, facendo cose assolutamente normali».

Adesso sei nella visione beatifica, anche se non sappiamo cosa sia. Su di essa ci dice più cose Dante nella Commedia che La Scrittura, così avara di metafore. Dicevi: «Dio non c’entra con la mia malattia. Lui cioè non ha colpe». Forse volendolo mettere al riparo dall’assedio che sapevi io avevo cominciato. Non ero d’accordo. E qui iniziano il mio rompicapo e il mio risentimento. Portavo a supporto della mia tesi e del mio atteggiamento Deuteronomio 15, il brano nel quale l’Altissimo detta a Israele le regole del giubileo, intromettendosi nella vita quotidiana del popolo senza lasciar perdere i particolari minuti e le condizioni concrete dell’esistenza.
Sempre Martini, il grande cardinale, ci ha insegnato come in noi coesistano fino alla fine il credente e il noncredente. Comincio dal noncredente. Tutti hanno fatto la loro parte, tranne Dio che non s’è fatto vedere. Lo chiedo da padre a padre: «Dov’eri quando le dicevo “ce la faremo Sara, ce la faremo”?». E lei, strizzando l’occhio e alzando il pollice, rispondeva «Certo che ce la faremo papà, ce la faremo». Il credente che è in me parte dalle medesime circostanze. Ragazza mia, ci siamo affidati insieme alla scienza dei medici e allo sguardo di Dio. I medici si sono impegnati con grandissima professionalità, creando relazioni profondamente umane e sicuramente comunitarie.

E il Buondio? Certamente non vorrà farsi battere dai suoi figli nella cura delle sue creature. Noi continuiamo a crederlo. Sul senso dell’esistere, visto dal punto di vista della malattia, l’accordo tra noi era totale. Non un mondo governato da un grande disegno, magari divino, tutto giustificato nelle sue ragioni ed esatto nei suoi ritmi. Se lo tengano gli svizzeri. A noi importa un mondo anche disordinato dove però ti senti accolto ed amato. Un Dio attento e appassionato: solo questo funziona. Mai solo pura intelligenza sovrana.

La nostra quotidianità doveva essere in linea con tutto questo: ci si vuole bene e non si ha il falso pudore di dirlo. Anche nella notte più faticosa, quando perse le parole normali ti esprimevi in un grammelot disperante, ripetevi: «Sono contenta perché siete tutti qui, compreso mio fratello, e ci vogliamo bene». Ma ci sarà tempo per ripensare tutto insieme, dire le tue lodi e farne memoria. L’ultima parola è quella della nostra preghiera comune, ovviamente a modo nostro. Inutile girare intorno al problema. Lo strappo è tragicamente violento. Appare perfino contro natura che la figlia vada via prima del padre. Anche se conosco l’obiezione: Maria sul Calvario stava ai piedi della croce. E quasi una geniale ossessione del cristianesimo fare a pezzi tutti gli schemi.

Quand’ero ragazzo era abituale nella comunità cristiana il riferimento alla comunione dei santi. Un sentire che teneva insieme il faticoso cammino dei pellegrini con quello dei trapassati. Con gli amici andati via continuavi a ragionare, a porre interrogativi, qualche volta a litigare. Un vissuto ben più solido del legame tra le generazioni. Proverò a recuperare.

E adesso arrivederci Sara. Te lo dicono anzitutto Francesco, la mamma, Davide e papà. Arrivederci.

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