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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4461Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

Le mani levate in alto di Mosè sono un simbolo della preghiera. Levate verso l’alto perché l’alto, il cielo è luogo diverso dalla terra, è luogo del Dio altro, che non si confonde con gli idoli di terra, costruiti da mani o da intelligenze di uomini. Il suo è nome impronunciabile e presenza nascosta che può essere accolto solamente nel lasciare lo spazio di mani aperte e del silenzio. Nel rimanere. Le mani levate parlano di riconoscimento di presenza di un Dio vivente e rinviano all’esperienza della preghiera come incontro, vissuto e presente ma anche sempre da cercare, invocare, sperare.

Le mani levate esprimono anche l’esperienza profonda che il Dio dei cieli è anche e nel medesimo tempo il Dio appassionato e umanissimo che ascolta e condivide il dolore di chi sulla terra fatica e lotta. Nella pagina di Esodo si parla di battaglia, ma il messaggio profondo di questo testo va colto non nel pensare ad una assistenza di Dio che fa vincere gli eserciti, quanto piuttosto alla sua vicinanza in quell’unica lotta che sta al cuore della fede. Paolo dirà ai Romani: ‘vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E la lettera agli Efesini parla del vangelo della pace al cuore dell’unica battaglia che il credente è chiamato a combattere: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace” (Ef 6,11-15).

Le mani di Mosè sono levate in alto, quasi a salire nel riconoscere una presenza: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto. Il mio aiuto viene dal Signore egli ha fatto cielo e terra.” (Sal 121,1). Le mani levate riconoscono il volto di Dio custode di Israele. E’ il volto del Dio dell’esodo che ha ascoltato il grido del suo popolo, ed è sceso a liberarlo, e continua ad ascoltare il grido delle vittime, degli oppressi e scende. Preghiera è risposta a questo movimento di discesa, e le mani levate sono fiducia che Dio non dimentica il suo popolo.

Le mani levate dicono anche che la preghiera investe tutta la vita, nelle dimensioni di interiorità e corporeità. Con le mani entriamo a contatto con le cose, lavoriamo, modelliamo la realtà, ma con le mani anche entriamo in rapporto con gli altri, salutiamo, accarezziamo, stringiamo altre mani, le rendiamo simbolo di accoglienza o di rifiuto. Con le mani ci si può aggrappare a qualcuno e con le mani si può sollevare qualcuno e salvarlo. Le mani levate sono le mani che si fanno segno di una apertura radicale: con le sue mani Mosè porta il suo sguardo interiore e tutto il suo corpo a riconoscere Dio presente nella sua vita e a tendersi nell’attesa. Sono mani senza parole: puro affidamento e segno di una disponibilità aperta a ricevere ciò che non è, e non può essere, opera propria, ma unicamente dono che stravolge ogni pretesa ed ogni strategia umana. Quasi a dire che la preghiera non è metodo, non un fare che si appoggia su pratiche, devozioni, inventive umane, ma una accoglienza radicale, spazio lasciato all’agire dello Spirito. E il suo luogo è il silenzio e un corpo che accoglie.

Sono mani aperte e silenziose, quelle di Mosè, tenute aperte per la vita del suo popolo. Le sue mani sono intercessione, un passare attraverso, uno stare in mezzo facendosi carico della fatica del popolo. Pregare è farsi carico di una vicenda di popolo, sguardo aperto oltre se stessi. Le sue mani sono quasi il simbolo dell’accoglienza e della risposta alle mani di Dio: nel passaggio del Mar Rosso era stato la ‘mano alzata’ di Dio a permettere che gli israeliti passassero all’asciutto e i carri del faraone fossero travolti dalle acque del mare. La liberazione dell’esodo è quasi evento di una nuova creazione, che si ripete come in quello spazio sospeso tra la mano e il dito di Dio e Adamo che verso di lui sta in attesa e protende la sua mano nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Le mani di Mosè sono apertura della terra al cielo, ma sono mani che avvertono il peso e la stanchezza. Mosè non riesce a mantenerle alzate da solo. C’è la stanchezza di Mosè e c’è lo sfinimento di chi continua ad invocare giustizia e si trova di fronte all’esperienza dolorosa e drammatica del silenzio di Dio. E’ la stanchezza la grande sfida al rimanere davanti a Dio. Solo il sostegno di altri, solo il sedere sulla pietra fa sì che le mani di Mosè vincano la debolezza. La preghiera stessa di Mosè non può continuare senza aiuto, ha bisogno di altri che si affianchino, che mantengano le sua mani alzate per vincere la stanchezza. La preghiera è certo esperienza che segna la persona, ma non può essere mai cosa privata, percorso di individui isolati, è sempre cammino vissuto con altri, per altri, e che chiede condivisione, sostegno, aiuto reciproco.

Nella parabola del giudice iniquo e della vedova ancora l’insistenza è sulla preghiera: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. L’insistenza è sul non stancarsi perché c’è una fatica propria della preghiera, ed è la fatica drammatica e insopportabile del rimanere di fronte a Dio nel non percepire il suo ascolto e nel mantenersi in attesa di fronte al suo silenzio.

La preghiera è accostata al grido di una vedova ‘fammi giustizia’. Ancora una volta Gesù per parlare di Dio si riferisce ad un volto di donna e di una donna povera. La vedova non solo è una donna rimasta senza uomo, ma è senza altre sicurezze che possano essere difesa per la sua vita. Il suo è il grido del povero che non ha altri sostegni e appoggi umani e chiede di essere riconosciuto nella sua dignità di vita.

La figura del giudice insensibile e ingiusto che trascura di prendere in considerazione la causa di una vedova, ma che alla fine è quasi costretto ad ascoltare per la sua insistenza può essere letta in primo luogo come immagine di contrasto con il volto di Dio. Dio non è come il giudice iniquo, Dio è colui che ascolta il grido del povero, il suo volto è quello di chi si prende cura di coloro che non hanno sostegno e diritti. Al cuore della parabola sta un motivo di fiducia. Dio non rimane inerte di fronte al loro grido. Il grido che Dio certamente ascolta è quello dei poveri e degli oppressi che richiedono giustizia.

Ma in secondo luogo questo giudice iniquo che alla fine ascolta è anche un termine di paragone per indicare la fatica della preghiera, l’importanza del non stancarsi mai. L’invocazione ‘Fammi giustizia…’ è il grido che esprime il dramma della preghiera, che è grido del povero che cerca salvezza. La vedova non si stanca di continuare a invocare. Il cuore della parabola è ancora una volta narrazione dei tratti del regno di Dio: se quell’uomo ingiusto e insensibile è giunto alla fine a dare ascolto, quasi costretto dall’insistenza, Dio, che è fedele, ascolterà i suoi figli che lo invocano e si chinerà sui poveri che gridano a lui. “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). C’è una differenza di Dio rispetto ai nostri comportamenti cattivi e ingiusti: Dio non segue la povera misura del nostro agire, la ristrettezza dei nostri schemi.

La preghiera è esperienza che apre all’alterità di Dio, che accompagna ad entrare nell’incontro con Lui in una faticosa attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. L’insistenza sul pregare ‘senza stancarsi’ è invito a cogliere che la preghiera è luogo di un’esperienza di affidamento; non è questione di metodi o di pratiche più o meno complicate ma esperienza di fede, incontro che investe la vita e la cambia. C’è una dimensione ardua e faticosa del pregare: affrontare il ritardo, il silenzio di Dio che sembra non ascoltare e non rispondere. Preghiera è stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Due sono le provocazioni di questa pagina per noi. La prima proviene dalla domanda che la conclude: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il miracolo della preghiera sta proprio nella fede come rapporto personale, come affidamento che rimane anche nel silenzio, anche nella fatica. La domanda di Gesù non va intesa come minaccia ma può essere compresa come provocazione. Pregare rinvia a camminare nella fede. Come coltivare al cuore del nostro rapporto con Dio una attitudine di una fede che non si lascia stancare, non per forza nostra ma perché fondata sull’invocazione e sull’attesa?

La seconda provocazione è l’invito a vivere un ascolto che proviene dalla stessa preghiera: è l’ascolto del grido dei poveri ed è l’ascolto che conduce a farsi carico. ‘Fammi giustizia’ è invocazione che implora un rapporto, chiede riconoscimento e richiama ad una fedeltà (perché ‘giustizia’ in senso biblico è ‘fedeltà’ assumendo lo stile del Dio che non viene meno alle sue promesse di salvezza e vicinanza): fedeltà all’altro scoprendo che la nostra vita nell’ascolto di Dio è cammino di farci carico dell’altro. C’è una dimensione importante del pregare senza stancarsi e sta nel vivere l’affidamento a Dio nell’accogliere le grida di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

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