la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

80 anni di volti e storie

Qui di seguito due link a pagine della stampa locale vicentina che hanno riferito dell’incontro festivo svoltosi sabato 12 ottobre u.s. in occasione degli 80 anni di don Lino Genero, prete vicentino, educatore di generazioni di giovani.
A seguire una mia riflessione di testimonianza personale inserita, insieme a tante altre, nel libro pubblicato per l’occasione con il titolo: “Momenti forti, Gli 80 anni di don Lino Genero e l’esperienza del Movimento studenti di A.C. a Vicenza” a cura di Antonio Di Lorenzo, Piero Erle e Giovanni Maderni.

Don Lino

don Lino Voce dei Berici

Ho incontrato per la prima volta don Lino al Pordoi. Il vecchio albergo in pietra, antica proprietà dei gesuiti, pochi tornanti sotto il passo omonimo, era utilizzato in quegli anni per i campi-scuola. Era il 1974 e conclusi gli esami di terza media avevo accettato la proposta del mio insegnante di religione, don Lino Berton – che dopo poco morirà prematuramente su un sentiero di montagna – a partecipare ad una settimana per ragazzi più grandi, di prima e seconda superiore. Ho ricordi vaghi di quei giorni di fine giugno, a parte lo scricchiolare delle scale di legno della casa, la meraviglia della luce al tramonto sulle pareti del Sassolungo su cui dava la finestrina della stanza dove stavo, occupata dai letti a castello, all’ultimo piano. Ma ricordo l’atmosfera viva di fraternità che respirai sin dai primi momenti di accoglienza, quasi un ingresso in un mondo di giovani dove qualcosa stava nascendo di nuovo. Ricordo attività di gruppo, gite, relazioni. Poi un breve dialogo quando don Lino entrò – era forse l’ultima sera – nella camera dove probabilmente tardavamo in chiacchiere e confusione. Percepii in lui uno sguardo positivo, pieno di speranza verso noi ragazzi. Non s’imponeva, stava ad ascoltare, a volte imbarazzava con i suoi prolungati silenzi ed aveva un modo di accostarsi timido, che non s’imponeva. La proposta fu quella di rivederci alla ripresa della scuola in via Mure Pallamaio nella sede del ‘Movimento’. E così feci. I ricordi sono ancora vaghi ma mi rivedo, timidissimo e incerto, in una grande sala affollata di giovani, ma tutti più grandi di me, ad andare avanti e indietro per incrociare lo sguardo di don Lino, per essere riconosciuto e ricevere il suo saluto. E ricordo anche di aver assistito ad una discussione in un’assemblea in cui si contrapponevano due linee progettuali, l’esigenza di un cammino di maturazione interiore e di interiorità da un lato e la proposta un impegno proiettato prevalentemente sul sociale dell’altro perché compresi che alcuni erano attivi nella Pro senectute.

Porto poi il ricordo e l’impressione di una Messa in cui tutti sedevano da ogni parte nella piccola cappella, prendevano liberamente la parola, non c’era il clima compassato e distante delle Messe in parrocchia e molti parlavano sulle letture rapportandole alla vita. Questo stile mi faceva sentire inserito in un ambiente dove c’era spazio anche per le mie inquietudini, i miei dubbi, il mio desiderio di anticonformismo. Don Lino mi chiese di coinvolgere i compagni di scuola vedendo se qualcuno era interessato a formare un gruppo. Poi una tra le prime richieste fu quella di leggere i testi di un libretto per la preghiera per verificare se il linguaggio andava bene anche per me che ero uno tra i più piccoli. Mi sentii responsabilizzato da quel compito, e cominciai così a respirare un’aria nuova di un ambiente in cui tutti erano importanti e ciascuno era accolto per portare un suo contributo unico per la vita insieme.

Avvertivo che c’era qualcosa infatti da realizzare insieme e in stile di collaborazione. Don Lino era presenza all’interno di un ambiente più ampio in cui lui certamente era importante ma accanto a tanti altri. Era un’atmosfera quella che si respirava, un ambiente, in cui l’esperienza insieme faceva crescere. Da lì iniziò poi un coinvolgimento nella vita dei gruppi e delle attività del ‘movimento’ che non sapevo bene cosa fosse ma che per me significò dapprima gli incontri con il gruppo di coetanei, poi progressivamente l’approfondimento della fede, i campi scuola, e l’entusiasmo di vedere che la vita in ogni suo aspetto, scuola, tempo libero, amici poteva essere vissuta con impegno con il riferimento al vangelo e nel farsi carico degli altri. Ma soprattutto nell’incontro.

Da allora è iniziato un periodo intenso, durato circa dieci anni in cui ho vissuto accanto a don Lino, condividendo impegno, esperienze, incontri, cammini che è difficile tradurre in poche righe. Vivere con don Lino significava essere immersi nel mondo in cui lui si spendeva e condividere un impegno educativo nella relazione con tante generazioni di giovani. Vorrei solamente richiamare tre immagini che possono rinviare a quell’esperienza ritrovando alcuni tratti della sua figura e di quanto ci ha comunicato.

La prima immagine è un foglio con lunghe liste di nomi e cognomi: i fogli erano molti e le liste scritte a mano. Don Lino ricalcava con la penna, marcando ripetutamente nomi e cognomi, annotando brevi appunti, mentre ci parlava dei volti che stavano dietro a questi nomi. Potevano essere i suoi alunni a scuola o i ragazzi iscritti ad un campo, o più spesso i membri dei gruppi che sin dal primo pomeriggio – le fatidiche due e mezza – ogni giorno si riunivano al Movimento. Questa attenzione ai nomi e il tempo dedicato nel sostare su quei nomi è a mio avviso un primo tratto proprio di don Lino: la sua passione educativa, il suo sguardo che coglieva nel muoversi scomposto e sgraziato di adolescenti la scorza ancora acerba che nascondeva una ricchezza tutta da scoprire e da accompagnare a maturare. Don Lino ha avuto un dono innato di educatore e nel rapporto con i giovani ha saputo esprimere anche una linea di educazione che privilegiava l’ascolto e il contatto diretto, personale. La sua attenzione era rivolta ai percorsi singoli ed era sospettoso delle forme di un attivismo allora in voga in molti ambienti parrocchiali o del modello di Comunione e liberazione che in quegli anni stava affermandosi. Don Lino spendeva tempo nell’ascolto ed il dialogo personale era per lui il momento centrale di un accompagnamento che si compiva in modo silenzioso nel far maturare coscienze capaci di scelte personali.

Una seconda immagine è quella della Bibbia di Gerusalemme, ingiallita e consumata dall’uso e insieme ad essa di quelle Bibbie che venivano impilate su alcune sedie e che potevamo prendere all’inizio dei momenti di preghiera. Rivedo così don Lino, seduto in cappella o ad un tavolo, con la Bibbia in mano e davanti a lui tanti ragazzi – spesso gruppi di coetanei – seduti in cerchio attorno a lui. Il suo tenere la Bibbia in mano non era occasione di difficili esegesi. Piuttosto era occasione di dialogo, tentativo mai concluso di mettere in rapporto la Bibbia e la vita, tensione mai sopita di parlare la lingua del vangelo e di vivere la semplicità delle parabole di Gesù che toccavano per una decisione e per un progetto di vita.

C’era la Bibbia in tante giornate trascorse; c’era la Bibbia al centro di tanti interventi ai campi scuola, c’era la Bibbia come libro della preghiera. Ricordo l’insistenza con cui veniva proposta la preghiera come esperienza di incontro personale e comunitario con Gesù, come spazio di maturazione di una interiorità che avrebbe poi trovato le modalità di espressione in un servizio e in un impegno. E al centro la Bibbia. Di questo sono grato a don Lino: ci ha aperto la porta della Parola contenuta nella Scrittura. Ci ha messi in contatto con alcuni tra i maggiori biblisti italiani, ce li ha fatti incontrare come maestri e amici, don Bruno Maggioni, don Rinaldo Fabris. Ha avuto il fiuto di cogliere ambienti di educazione alla preghiera, al silenzio, all’interiorità come la Spello di Carlo Carretto e di Giuseppe Florio.

In tante giornate trascorse insieme, in tante serate c’era la Bibbia e con la Bibbia c’erano le pagine di dispense e sussidi. Erano dispense di fogli di carta grossa, fogli che impilati uscivano inchiostrati dal ciclostile che con il suo rumore ritmico accompagnava interi pomeriggi al movimento. Ma il ciclostile era l’ultimo passaggio dopo la sbobinatura dei testi, le correzioni e la battitura con le macchine da scrivere sulle matrici utilizzando il miracoloso correttore rosso quando si sbagliava. Avverto così ancora quell’odore di inchiostro che si diffondeva nei corridoi e che era accompagnato dalla voce di don Lino che richiamava all’importanza e all’urgenza di quel lavoro.

La lettura della Bibbia che don Lino proponeva era compiuta con attenzione pastorale e con un approfondimento di studio che non aveva un carattere intellettualistico. Ricordo le scuole bibliche al sabato pomeriggio in cui a turno ci si doveva preparare per poi presentare un brano o un libro biblico. Così pure le scuole bibliche della domenica mattina, prima della messa. Erano momenti di traduzione di quel metodo ‘vedere giudicare agire’ che era praticato nella Gioc francese e che in quegli anni trovava espressione nella lettura popolare della bibbia nelle comunità di base dell’America Latina, compiuto tuttavia con una capacità di interpretazione e di adattamento alla situazione specifica.

E poi le Messe al ‘movimento’, quel momento di scambio, di incontro e di ascolto insieme di una parola che generava vita. Cercando sempre di creare continuità tra momenti di celebrazione e momenti quotidiani, con i libretti di preghiera che uscivano da elaborazioni faticose su testi e letture. Se dovessi dire il senso che porto dentro di quell’esperienza e di quegli anni lo sintetizzerei nel senso di una libertà profonda che l’esperienza di fede generava. Era una libertà da tante forme chiuse e grette e un forte senso di partecipazione e responsabilità verso gli altri. La modalità della vita di gruppo, l’impegno dei più grandi nei confronti dei più piccoli con l’esperienza di divenire animatori nei gruppi è stato un luogo importante di crescita personale e di maturazione di capacità di relazione.

Infine una terza immagine: è l’immagine del cortile davanti al Movimento, affollato di tanti ragazze e ragazzi. E’ l’immagine di una comunità in cammino e che don Lino desiderava come luogo in cui imparare a divenire capaci di servizio per gli altri. E’ l’immagine che si accompagna con il sentimento interiore di avere maturato qualcosa di importante, di essere testimoni, non da soli, ma insieme. Questa sintonia tra di noi si manifestava in progetti comuni, in disponibilità diverse sul piano educativo, nella partecipazione alla vita della chiesa locale, nella partecipazione appassionata alla vita delle scuole, sul piano sociale. Don Lino ha creduto nella comunità, non ripiegata ma aperta e capace di testimonianza. Ha spinto anche ciascuno a prendersi carico della realtà in forme di servizio e impegno diverse: l’attenzione sociale, educativa, politica. Vivere la comunità non è mai percorso concluso, si esplica nelle forme di vita ecclesiale e in tutti i percorsi di vita insieme, di vita nella città. E’ presente nel tessuto di legami che a distanza di quarant’anni ci fa incontrare in questa bella occasione degli 80 anni di don Lino, con la semplicità e l’entusiasmo di quegli adolescenti che eravamo, disponibili a rispondere con tutto il cuore a richieste di impegno e a vivere con la passione di cui si è capaci a quindici anni.

La fiducia nelle persone e nell’educazione, la Parola nella Scrittura, la vita di una comunità responsabile e capace di condividere, la testimonianza nel servizio. E’ questa un’eredità che don Lino ci ha lasciato e di cui essergli grati oggi: è l’eredità del Concilio Vaticano II ed è l’eredità insieme di una passione civile e politica che don Lino ha espresso nel suo impegno a formare giovani generazioni guardando oltre. Da lui ancora possiamo imparare la sua attitudine a non attardarsi nella lamentela del tempo difficile o a lasciarci vincere dalla delusione. Possiamo far tesoro del suo sguardo in avanti, nella tensione a fare il possibile con costanza giorno dopo giorno. Ed essere grati a lui per il suo sguardo di speranza, quello di chi nella vecchiaia non smette di piantare alberi e di porre semi. E’ questa un’eredità ancora da compiere.

Nel Deuteronomio si dice che Mosè morì a centovent’anni: un commento rabbinico dice che i primi quarant’anni per Mosé furono gli anni dell’Egitto, poi i secondi quaranta furono gli anni del cammino nel deserto. Il cardinal Martini commentando queste fasi della vita di Mosè ha notato come i primi quaranta sono gli anni della scoperta della propria vocazione, i secondi quaranta il tempo della generosità nel darsi ad un grande ideale, la liberazione del popolo, incontrando però anche lo scacco e la prova. Gli ultimi quaranta sono segnati dalla scoperta che Dio è colui che opera nella vita, che Dio agisce e tutto quello che Mosè ha potuto compiere è dono di Dio stesso. E’ la medesima scoperta fatta da Elia quando avverte solo nella ‘voce di un leggero silenzio’ che Dio è stato presente nella sua vita, nei volti, negli incontri, nella storia quotidiana e gli è vicino sempre.

E’ questo l’augurio che vorrei fare a don Lino, e insieme a lui anche a tutti noi.

Alessandro Cortesi

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