la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “novembre, 2013”

1 domenica di Avvento anno A – 2013

DSCF4131Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13, 11-14; Mt 24, 37-44

Avvento è un tempo nuovo. E’ tempo di attesa. E’ tempo di tensione di chi non si lascia ingabbiare dal presente ma fissa lo sguardo oltre e cerca di bucare ogni nebbia e distanza. Avvento è tempo che interroga sulla fede: muove all’attesa di un venire, della venuta del Signore.
‘Marana thà’ pregavano le prime comunità cristiane dopo la Pasqua. Questa invocazione che reca in sè l’eco del parlare di Gesù, il dialetto aramaico di Galilea, dice la preziosità di questa preghiera rimasta come una perla nel Nuovo Testamento: ‘Signore vieni’. Al cuore dell’esistenza cristiana sta il senso profondo di un’assenza e della promessa di un ritorno. Respira della tensione verso un incontro: ‘Sì vengo presto’ (Ap 22,20). Invocare ‘Marana thà’ è custodire e ricordare questa promessa e coltivare uno sguardo libero da appesantimenti. Non una pacifica assuefazione al presente in cui costruire una stabilità e rafforzare le sicurezze terrene, ma esperienza di precarietà e provvisorietà. Siamo nell’attesa. Marana thà esprime la preghiera addirittura per ‘affrettare il suo ritorno’. Di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alle fatiche dei piccoli, questo grido raccoglie le attese inespresse dei poveri e degli incurvati: ‘Signore vieni’. E nel contempo è motivo per vivere la fatica del rimanere svegli per non lasciarci confondere la vita solo dal turbinio delle cose, dalle preoccupazioni pur legittime per il presente che soffocano la vita. L’avvento è una grande provocazione a cambiare stile di esistenza a sguardo alle cose, per scorgere un oltre. ‘Vieni Signore Gesù’ è invocazione che guarda al futuro ma rinvia una profonda fiducia nel presente: ‘Maran athà’, Il Signore viene. Il Signore viene in ogni uomo e donna e in ogni tempo e richiama a quell’incontro che farà apparire il senso profondo della nostra vita, sarà risposta ad ogni interrogativo e compimento di ogni speranza.

“Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile” (Enzo Bianchi, Entrare nell’Avvento, CD Bose).

Tre immagini segnano le letture di questa prima domenica di Avvento, tempo in cui aprire gli occhi sul ‘venire’ del Padre nella nostra vita, sul suo farsi vicino in Gesù, sul suo parlare a noi e chiamarci nella nostra storia.

Isaia parla di spade mutate in aratri, strumenti di guerra trasformate in strumenti di pace: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. Il monte del Signore, la città di Gerusalemme, città di pace è vista nella sua vocazione profonda luogo a cui i popoli convergono e si incontrano. La seconda immagine è quella del sonno: ‘ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ scrive Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’. Il vangelo di Matteo infine indica il tema dell’ora. Questo racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

Matteo richiama alcuni atteggiamenti del cristiano nel tempo: tutto è rapportato ad un’ ‘ora’ che segna il venire del ‘Figlio dell’uomo’. ‘Figlio dell’uomo’ è un titolo per indicare Gesù risorto. Nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura trascendente, in rapporto con gli ultimi tempi, con il momento della fine in cui si attuerà un ‘giudizio’. Matteo accosta il venire del figlio dell’uomo ad un’ora indicata non lontana e futura, ma come un’ora che interpella il presente. Sin da adesso può generare un modo diverso di intendere la vita.

Sono così richiamati i tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere infatti un modo di vivere il presente, anche senza compiere il male, che non coglie il senso delle cose, del tempo, le esigenze della vita. E’ l’esistenza racchiusa nella piccola ‘bolla’ di affari, di carriera, di preoccupazioni in cui si svolge un’esistenza separata dagli altri, ignara, senza pensare, senza farsi carico, senza vedere. Noè fu capace di far attenzione ai ‘segni’ e operò per la vita degli altri e di tutta la creazione. E’ quindi un invito alla vigilanza, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, uno sguardo capace di leggere dentro le cose.

Vegliare è termine della cura, di chi sta accanto ad un malato durante la notte, di chi attende con pazienza e trepidazione il rivedersi, l’incontro con qualcuno. Vegliare indica l’attenzione al presente. Anche se tutto proteso al futuro chi veglia è impegnato qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del presente.

Matteo dice anche che il ‘giudizio’ non è dimensione del futuro, ma si attua sin d’ora, consiste nelle scelte che compiamo nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, è tempo di scelta per stare o meno orientati verso l’incontro con Cristo che viene. L’attenzione è così atteggiamento essenziale della fede: chi vive l’attenzione cerca quotidianamente di resistere all’inumanità e al non amore. Attenzione è anche apertura alla gratuità di Dio, alla salvezza come venire di qualcuno che ci accoglie e prende con sè. Gesù il risorto ritornerà e nei suoi confronti non si può rimanere indifferenti. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo che ci è dato, vivere immersi nelle responsabilità di ogni giorno, nella fiducia che questo tempo avrà il suo esito nel dono di un incontro con il Signore Gesù.

Vincere il sonno oggi per noi è appello a non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso.

Il tempo che viviamo è segnato da guerre in diverse zone del mondo e da quel conflitto a bassa intensità costituito dalla globalizzazione che miete vittime della disegueglianza e dello sfruttamento iniquo delle risorse. La recente assemblea ecumenica del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Busan in Corea del Sud ha ricordato le tante zone di guerra e di crisi, alcune più note, come la situazione drammatica della Siria con le vittime e i milioni di profughi, la realtà dell’ Irak dove si è sviluppata una condizione di violenza e conflitto continuo, ma alcune meno note come in Pakistan dove i cristiani sono in balia di leggi repressive, la zona dei Grandi Laghi africani con conflitti diffusi in vari paesi, in particolare nel Congo orientale, il conflitto a livello iniziale tra Sudan e Sud Sudan per il controllo della regione di Abiyé, ricca di petrolio. Ma non vi sono solo le guerre nel mondo vi sono le violenze che segnano la vita quotidiana in molte forme.

Siamo richiamati dalla Parola a scegliere tra due logiche ben diverse, e questo è decisivo. Non è la guerra a portare la pace. Oggi vediamo gli esiti terribili di scelte di ingiustizia, di produzione e commercio di armi, di silenzi di fronte alla guerra considerata come ineluttabile. Anche oggi siamo come ai giorni di Noè, spensierati di fronte a scelte inique: possiamo far finta di nulla, oppure imparare a distinguere tutto ciò che fuori e dentro di noi è per la pace o per la guerra, vigilare e fare di tutto perché il sonno in noi e fuori di noi non prevalga. “Se non usciamo da questo sonno non possiamo considerarci degni della profezia che attraversa la nostra sonnolenza di credenti e che traspare da ogni coscienza umana in cui il senso dell’uomo e l’amore per l’uomo abbiano il valore di principio assoluto. Questa è la nostra vigilanza” (E.Balducci, Il vangelo della pace, Roma, Borla 1986, 13).
Alessandro Cortesi op

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XXXIV domenica tempo ordinario anno C – 2013

Il-volto-del-Crocifisso-ligneo-attribuito-a-Michelangelo2 Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

E’ l’ultima domenica nel ciclo dell’anno liturgico. Le letture offrono uno sguardo sul senso della storia e della vicenda di tutto il cosmo. Si parla del ‘regno di Cristo’, del suo regnare. E’ da ricordare che la chiesa non s’identifica con il regno ma sta al servizio della crescita del regno di Dio presente come seme e come vicinanza di salvezza di Dio nella storia umana. Servire il regno è quindi non stare ‘davanti al mondo’, ma ‘nel mondo’, nella condivisione, nella passione per il dialogo, in un cammino che coinvolge l’umanità, nella consapevolezza che si può offrire l’unica ricchezza del vangelo e ricevere nello stesso tempo tutto ciò che è luogo e occasione perché il vangelo possa entrare ancora nel tempo, in questo tempo che è tempo benedetto da Dio.

Nella Bibbia il regno è categoria ambigua: se per un verso il re doveva essere solamente luogotenente di Dio, e quindi operare ciò che Dio opera, soccorrere l’orfano la vedova e il forestiero, d’altra parte l’esperienza di avere un capo condusse Israele a scoprire che la monarchia stessa diveniva istituzione che si frapponeva come ostacolo alla fede in JHWH, l’unico re e signore. Sono così profeti a richiamare il venire di Dio che regna e sovverte ogni pretesa umana di prendere il suo posto.

Gesù al cuore della sua predicazione e del suo insegnamento parla del ‘regno di Dio’: è la tensione fondamentale della sua esistenza, e nel suo agire, nei suoi gesti di accoglienza, di liberazione e di cura indica gli inizi, piccoli nascosti, ma fecondi di un vicinanza di Dio che cerca ciò che è perduto, che è già presente e avrà un compimento al di là di ogni pensiero. Tutte le parabole sono strutturate attorno a questo grande messaggio: nel regno di Dio avviene come….

Ma si tratta di un ‘regno’ che nulla ha a che fare con la violenza e con le logiche di potere dei regni umani, Gesù stesso è visto nel suo essere re dei Giudei sulla croce. Il modo di regnare di Cristo implica un cambiamento radicale nel modo di considerare il regno. Questa festa è invito a maturare il senso della vicenda umana nella direzione di un raduno, ricapitolazione della storia e il cosmo nell’amore che è la vita di Dio.
L’inno della lettera ai Colossesi suggerisce questo significato:
“ringraziate il Padre… è lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile”
In Gesù, nella sua vicenda terrena, possiamo rintracciare l’immagine del Dio invisibile, in Lui si è reso vicino a noi il volto di Dio stesso. L’antico inno liturgico presenta così uno sguardo tutto centrato in Dio, il Padre: ‘ringraziate il Padre… lui ci ha trasferiti nel ‘regno’ del Figlio del suo amore. Regno diviene così indicazione di una relazione: è termine che dice liberazione. Il regno del Figlio non si attua secondo le logiche di dispotismo e di sottomissione, ma è rapporto nuovo ed evento di liberazione e di vittoria su tutte le schiavitù, compreso il peccato.
“Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”.
Questo inno parla di Gesù come capo centrando lo sguardo alla sua risurrezione. Egli è capo perché è il primo di coloro che si rialzano dalla morte: ha aperto la strada e la sua presenza, la sua vittoria sulla morte, diviene speranza non solo per ogni uomo e donna ma anche per tutta la realtà in tutti i suoi aspetti, per tutta la creazione.
“È piaciuto infatti a Dio … che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.”
L’opera di Cristo è un’opera di riconciliazione: egli ha fatto pace tra tutte le cose. Il suo ‘regno’, il suo essere capo si connota come inizio di una condizione di pace che coinvolge tutta la realtà la sfera della terra e quella dei cieli. E’ quindi un anti-regno rispetto a tutti i potentati umani costruiti sull’affermazione, sulla potenza militare e sulla violenza delle armi o dell’economia utilizzata come strumento di esclusione ed eliminazione.

E tutte le cose, la natura, la terra, il cosmo, sono in vista di lui: Cristo è il punto di approdo di ogni cosa. Si tratta di una vicinanza ospitale che non esclude ma accoglie ogni realtà, le cose stesse di un mondo dove la piccolezza e precarietà delle cose porterebbe a pensare che ci sono realtà inutili e insignificanti. L’approdo della storia e del cosmo è invece qui indicato nell’approdo alla pace da ricercare e costruire nell’impegno paziente sin da ora. In questo senso Gesù è capo e regna, perché ha mostrato l’amore nel suo darsi totalmente in fedeltà affrontando l’ostilità e la morte. In questo si è manifestato l’amore di Dio. Gesù Cristo ha dato se stesso per tutti. Il suo regnare assume così un’altra caratteristica: non è dominio, non è possesso, ma dono. Il suo regnare ha i caratteri della solidarietà e della vicinanza.

Luca nel suo vangelo parla dello ‘spettacolo della croce’. Tutti sono chiamati a guardare quanto accade: è infatti il capovolgimento del significato del regnare secondo i criteri umani. ‘Re dei giudei’ era infatti scritto sul cartiglio della croce. Coloro che passavano lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Dietro a queste parole sta un’idea di Dio come proiezione del nostra volontà di potenza, come volto di un dominatore che schiaccia e si afferma manifestando un dominio che si impone. Ma Gesù non s’impone, si espone alla violenza ingiusta che lo condanna e lo mette a morte mantenendosi fedele nella suo essere mite, nella scelta di nonviolenza radicale.

Gesù sulla croce manifesta un volto di Dio inedito e scandaloso, di fronte al quale restare stupiti come chi guarda a bocca aperta, perché scardina le concezioni del divino e spiazza ogni tentativo umano di costruire una divinità a misura della ricerca di potenza e di affermazione. Gesù non salva se stesso, non offre segni prodigiosi della sua potenza davanti al prepotere e all’ingiustizia umana.

Nella sua passione testimonia la debolezza dell’amore – l’onnipotenza debole dell’amore – e rivela il volto di Dio capace di soffrire. Rimane fedele nel vivere fino in fondo una vita donata per gli altri. Rimane fedele nella scelta della nonviolenza da contrapporre ad ogni tipo di violenza. Rimane fedele nella fiducia in Dio Padre, che egli ha annunciato e reso vicino nelle sue parole, nei suoi gesti. Il volto di un Dio che vive l’inermità dell’amore e dell’accoglienza, che non toglie dalla sofferenza ma che soffre insieme e prende su di sé la sofferenza delle vittime e dei poveri.

Si legge nella prima lettura a proposito del regno di Davide: “In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”.
Essere ossa e carne è immagine che dice appartenenza vicinanza e relazione profonda. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato ed ha indicato presente nel suo agire si propone così: una relazione nuova con Dio, uno scoprirsi ‘ossa delle sue ossa e carne della sua carne’. E’ scoprirsi accolti e ospitati in un incontro che non viene meno.

Alcune riflessioni per noi oggi
ci possiamo chiedere se siamo attenti a vedere a guardare dove si attua il regno di Gesù oggi. Il nostro sguardo è preso spesso da forme di successo ecclesiale, laddove si afferma un potere contrapposto ad altri poteri, laddove si guadagnano spazi di visibilità pubblica e di successo. Ma il regno di Cristo cresce laddove vi sono gesti di gratuità, di cura, di accoglienza, gesti spesso nascosti e vissuti senza ricerca di visibilità. Il regno cresce laddove si vive la fedeltà dell’amore che non s’impone, la lotta nonviolenta per la giustizia, la cura per la dignità di uomini e donne concrete e per il loro lavoro, la fatica di perseverare nella prova. Dovremmo maturare una capacità di guardare ai segni del regno presenti nella vita…

Il regno che Gesù annuncia dice riferimento ad una realtà definitiva ma che è già iniziata e presente: la vita della chiesa dovrebbe essere tutta orientata al ‘regno’ nell’intendersi a servizio del cammino dei popoli verso un orizzonte di pace. Il regno si compie in tutti i percorsi di umanizzazione, dove vi sono segni della guarigione, della liberazione, di incontro. Troppo spesso viviamo la preoccupazione di constatare risultati di affermazione e di conquista (un regnare modellato sui criteri del dominio umano) e non viviamo la speranza nel seminare gesti e scelte di servizio, di dono e perdono. Viviamo ancora una mentalità connessa all’uso della forza nelle sue diverse dimensioni e non la scelta chiara della mitezza e della nonviolenza, la via seguita da Gesù che non salva se stesso ma vive fino in fondo la fedeltà al Padre e la solidarietà per gli altri.

La rivoluzione informatica e l’utilizzo dei mezzi tecnologici offrono molteplici possibilità di apparire e di costruire un’immagine virtuale di se stessi. Nel mondo dell’apparire e dell’enfasi di tutto ciò che fa ‘spettacolo’ ci si può porre la domanda: come volgere lo sguardo verso ciò che è definitivo e ultimo nella vita e non si rivela come spettacolo effimero e vuoto? Lo sguardo rivolto alla croce è lasciarsi colpire dallo ‘spettacolo del crocifisso’, lasciarci cambiare dal modo di realizzare la sua vita e luogo di maturazione di scelte per perdere la vita nella direzione dell’amore che si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

XXXIII domenica – tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4523XXXIII domenica tempo ordinario anno C – 2013
Ml 3,19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Lo sguardo di Gesù, di fronte alla maestosità del Tempio abbellito nella politica delle ‘grandi opere’ di Erode è uno sguardo diverso da chi si lasciava affascinare dalla grandiosità di quella costruzione che dominava la città di Gerusalemme.

Il suo sguardo è ancor più profondo se si considera il tempio come una grande metafora di un sistema religioso che assorbe l’esistenza e si centra sulla capacità umana di costruire qualcosa per Dio e di un potere che finisce per prendere il posto di Dio stesso.

Gesù ha uno sguardo disincantato e libero. Sa che le grandi costruzioni sono espressioni di sistemi religiosi economici e politici, poteri che assoggettano e mantengono le persone schiave. Le sue parole sono presentate da Luca – che scrive dopo che la caduta del tempio è già avvenuta nel 70 d.C. – non tanto e non solo come previsione di una grande distruzione e di una fine, ma sono da leggere come forte richiamo per maturare uno sguardo critico sulle costruzioni del potere umano e andare oltre a tutte le logiche del potere per un cammino di liberazione.

“Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io’, e: ‘Il tempo è vicino’. Non andate dietro a loro!” Gesù mette anche in guardia dall’andar dietro a falsi messia e falsi profeti, a chi si pone come guida che svia dal riferimento a lui stesso e al vangelo. Falsi profeti sono coloro che cercano il potere. E il potere ha bisogno di grandi costruzioni esteriori e di grandi minacce per poter affermarsi in un clima di paura. Come aveva chiesto ai suoi ‘seguitemi’, così ora mette in guardia: ‘non andate dietro a loro’. C’è una sequela da rifiutare, per andare in senso contrario. E’ un richiamo ad una attitudine che non si lasci prendere da vane curiosità, la domanda sui tempi della fine, ma su ciò che conta veramente, e sappia distinguere la via da seguire e chi seguire. Gesù così invita fissare lo sguardo non sul tempio, non sui falsi profeti, ma su Dio stesso.

“Quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Non lascairsi vincere dalla paura di fronte a tuttio ciò che può turbare, ma vivere sin d’ora ciò che è essenziale e davvero ‘finale’ nella vita: questo chiede Gesù ai suoi e questo è possibile non in un futuro da temere, ma nella normalità dell’oggi, con la fiducia che Dio ha cura anche dei capelli del nostro capo. Il regno di Dio si realizzerà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e in ogni atteggiamento di affidamento all’opera dello Spirito e di testimonianza di Gesù. Sta qui la fiducia del credente che fonda il suo impegno quotidiano sulle parole: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Gesù annuncia così un tempo di prova e di persecuzione dei suoi discepoli, un’esperienza che collega il cammino dei suoi a quello da lui stesso percorso. Come il maestro così i discepoli. Ma questo tempo di prova e di crisi viene letto come occasione per la testimonianza: “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza”.

La prova diviene occasione di testimonianza e il richiamo finale di questo discorso è a perseverare. Non è una parola dettata dalle curiosità sulla fine del mondo, ma è una parola sul tempo del presente da intendere come tempo decisivo. Nel presente i discepoli vivono la prova, nel presente sono chiamati ad un discernimento su chi seguire, nel presente sono invitati alla perseveranza. La fine è già qui nel quotidiano in cui i discepoli sono chiamati a dare senso al proprio presente, anche nella difficoltà e nella crisi. E’ quindi un discorso sulla storia da vivere tenendo fermo ciò che è essenziale. Non una parola sulla fine del mondo, ma un invito a vivere nella attitudine critica capace di giudizio e nella resistenza il presente come tempo donato.

Anche a Tessalonica, di fronte ad una attesa di un ritorno di Cristo imminente, c’era chi viveva con ansia e agitazione. Paolo richiama ad uno sguardo alla quotidianità, a tener duro. Paolo indica la sua esperienza di lavoro come esempio, modello per la comunità di Tessalonica e richiama a superare l’agitazione lavorando in pace. Il suo è richiamo ad una attesa del ritorno del Signore da coltivare non nell’agitazione e nel disinteresse per il presente, ma in fedeltà al compito quotidiano. Sottolinea il lavoro come la grande esperienza umana che implica fatica orientata a guadagnarsi il pane. Nel lavoro quotidiano, nella cura in fedeltà alla terra sta già racchiuso il segreto di una attesa del ritorno del Signore e una tensione di tutta l’esistenza all’incontro con il Signore che viene.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Molti sono coloro che nel tempo della crisi si pongono come profeti e messia di un sistema economico e di potere che è grande struttura di schiavitù e di oppressione, un sistema che schiaccia i più deboli e in cui ciò che conta è il profitto o gli interessi dei grandi centri bancari e finanziari. ‘Non seguiteli’ è l’invito di Gesù…

C’è un modo di vivere la religiosità che diviene costruzione umana, sistema che distoglie dallo sguardo a Dio. Quante volte la struttura delle chiese è stata ed è motivo di ricerca di potere umano, costruzione di successi e di esteriorità. Tutto questo è destinato a cadere, e l’invito anche oggi è a fissare lo sguardo sul volto di Dio che si fa vicino in Gesù, profeta rifiutato.

Paolo invita contro l’evasione e i diversi tipi di fuga a guadagnarsi il proprio pane lavorando in pace. Contro ogni tipo di fuga e agitazione il recupero del lavoro per mangiare il proprio pane è la via per una fedeltà al presente e per prepararsi all’incontro con il Risorto. Oggi il lavoro è stato svuotato del suo significato, è stato ridotto ad una merce e soprattutto è stato staccato dalla sua funzione di mezzo per guadagnare il pane. Quanti guadagni senza lavoro solo con rendite finanziarie che arricchiscono i più ricchi e impoveriscono i poveri. Le parole di Paolo hanno una grande carica di provocazione per porre attenzione al lavoro, il lavoro quotidiano, il lavoro vissuto con fatica e impegno, nelle nostre società divenute luoghi in cui soprattutto i giovani sono esclusi dal mondo del lavoro.

La prova e la crisi è occasione di testimonianza. In questi giorni un terribile tifone, il tifone Hayian, ha causato danni e migliaia di vittime in alcune isole, le più povere, delle Filippine. Il card. Tagle di Manila ha espresso con queste parole il senso di una testimonianza che sorge proprio nella prova. “La nostra riflessione continua su questa linea: vediamo distruzione, rovine ovunque, ma vediamo anche fede e amore sorgere da quelle rovine e questo ci fa sentire più forti”. Perseverare, stare forti, nella prova è vivere la prova come occasione di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF46002Mac 7,1-14; Sal 16; 2Tim 2,16-3,5; Lc 20,14-38

Nelle letture di questa domenica si possono forse raccogliere tre parole chiave. La prima è: ‘risurrezione’, la seconda ad essa legata è ‘Dio dei viventi’, la terza è ‘pazienza’.
Di risurrezione si parla nella drammatica vicenda dei fratelli Maccabei. E’ una vicenda di oppressione. Da una parte un potere che intende controllare le dimensioni più profonde delle persone, la fede stessa. Dall’altro la fedeltà inerme di credenti. La testimonianza della madre e dei fratelli maccabei diviene così esempio di una fedeltà che guarda ad una prospettiva di fede oltre la morte. Il martirio è affrontato con lo sguardo che si apre ad una prospettiva nuova oltre la morte: “Tu o scellerato, ci elimini, dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. La fiducia rivolta a Dio che non abbandona sostiene la fiducia di coloro condotti alla tortura e alla morte violenta. Il Dio a cui si rivolgono i martiri di fronte alla prova è il Dio che è in grado di far risorgere i morti e l’unico motivo che dà loro fortezza nella persecuzione è lo sguardo rivolto al Dio della vita. La sua signoria è al di sopra dei dominatori del mondo. E’ il Dio fedele colui che rialza i suoi fedeli segnati nella prova. La fede dei fratelli si connota anche come contestazione alle forme del potere che pretende di piegare a sé la vita.

Di risurrezione si parla anche nella pagina del vangelo. I sadducei, corrente del giudaismo legata al tempio e all’oligarchia sacerdotale, non credevano alla risurrezione e il caso di scuola posto a Gesù è un modo per ridicolizzare l’idea stessa di risurrezione di fronte alle contraddizioni della ragione. Secondo la cosiddetta legge del levirato (Dt 25,5-6), per dare discendenza ad un uomo che moriva senza figli, la vedova doveva sposare il fratello. La situazione presentata a Gesù è quella di sette fratelli che muoiono senza figli e la domanda ‘di chi sarà moglie quella donna?’ nella risurrezione è domanda retorica. La risurrezione intesa come vita dopo la morte sarebbe così illusione e costruzione irragionevole.
La risposta di Gesù a questa provocazione apre percorsi nuovi: innanzitutto riprende la questione che sta al cuore della legge del levirato, la prospettiva di dare vita e garantire una discendenza come continuità di vita. A tal riguardo Gesù relativizza quella visione che esaltava la discendenza quale unica espressione di fecondità e di vita. Il permanere della vita non si misura solamente nella procreazione di figli che garantiscono un permanere ed una continuità. Non c’è solamente una fecondità bioloigca, ma c’è una fecondità più profonda di vita che proviene come dono da Dio: il Dio dell’alleanza che lega a sé l’umanità e genera ‘figli della risurrezione’. Anche i rapporti familiari sono così relativizzati e la stessa sessualità e capacità di generare. E’ una fecondità che apre a rapporti nuovi in cui al centro sta la fecondità dell’amore che rimane per sempre e supera i confini della morte.
A questo primo passaggio se ne aggiunge un secondo: la questione di fondo è che cosa s’intende per risurrezione: se questa è pensata come un prolungamento della vita terrena, ciò è ben lontano dalla fecondità di vita di Dio. Gesù prende così le distanze da una teologia fatta di costruzioni complicate che non accolgono il cuore della fede. La risurrezione è condizione diversa dalla vita terrena, con caratteri di novità assoluta. Gesù ne parla nei termini di una esperienza di comunione e di incontro con il Dio fedele, apertura ad un dono che solo da Dio proviene. Il nome di Dio rivelato a Mose al roveto ardente è il nome di un Dio dei viventi: ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe’ (Es 3,6). E’ il Dio che custodisce la vita e custodisce i nomi e i volti. ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’. Dio è ‘Dio di’ qualcuno, Dio dei volti concreti e delle storie racchiuse nei nomi, e il senso della vita umana sta ‘nel vivere per’, rivolti a lui e all’altro. L’orizzonte di fondo della fede non sta in costruzioni ardite della mente umana, ma nel tornare al volto di Dio, nel lasciarsi mettere in discussione da Lui. Sta nell’affidamento alla fedeltà di Dio, nel lasciarsi accogliere dal Dio dell’amore che si comunica. Tutta la Scrittura è racconto di comunicazione: Dio che si relaziona come un vivente al suo popolo e a tutta l’umanità. Sarà l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto, dopo la sua morte sulla croce, ad aprire ai discepoli il senso profondo di tale speranza. Non si tratta nemmeno di pensare ad una vita oltre la morte in termini solamente spiritualizzati. Gesù annuncia che nulla andrà perduto della vita umana proprio perché Dio è ‘Dio dei vivi’. Rifiuta la provocazione dei sadducei ma rinvia ad una dimensione nuova in cui tutto ciò che appartiene alla vita troverà pienezza.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi compare il termine ‘pazienza’: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”. Si potrebbe tradurre piuttosto tale termine con ‘resistenza’. La upomonè è il ‘rimanere sotto’, il resistere nel tempo della difficoltà. Il pensiero che il Signore è fedele genera l’affidamento a lui anche nel tempo della fatica e di fronte allo scandalo del male.

Alcune riflessioni per noi oggi:
La fede nella risurrezione sta al cuore del cammino di chi ha incontrato Gesù. Il dibattito con i sadducei ci invita a superare tutte le forme ingenue di pensare ad una risurrezione come proiezione di questa esperienza terrena. Nel medesimo tempo è invito a scoprire il riferimento a Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio dei viventi. La provocazione di Gesù ci distoglie da fantasie impossibili sul futuro e ci riconduce a guardare il presente, ad interrogarci su quale tipo di relazioni viviamo. Aprirsi al Dio dei viventi è riporre la fiducia che l’amore è più forte della morte ed apre una fecondità di vita impensabile ed inesauribile. Relazioni di cura per la vita e di amore sono il luogo di una fecondità che già nel presente apre una dimensione di risurrezione.

L’espressione ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’, provoca anche a considerare come ogni vita sia aperta ad un rapporto con Dio. E’ motivo questo di un impegno a scorgere come nei percorsi di vita di ogni uomo e donna sia racchiusa una ricerca ed una tensione di cui farsi custodi.

In molti modi viviamo l’esperienza della prova: prova nella fede, prova nella fatica della vita delle comunità per le incoerenze e i ritardi, prova nella vita civile per il senso di schiacciamento che si avverte d fronte all’illegalità, alla corruzione, alla violenza diffusa. L’invito di 2Tessalonicesi è ad accogliere la speranza che proviene come dono e resistere nella prova, fondando il nostro cammino non sull’evidenza di risultati o sulle nostre forze – di cui conosciamo la fragilità – ma sulla fedeltà del Signore che ci custodisce e “che ci ha dato una consolazione eterna e una buona speranza”. In quali modi la speranza accolta diviene stile di vita nel quotidiano di fronte alle fatiche di ogni giorno, capacità di resistenza, e di resa nella fede?

Credere nella risurrezione è rinvio al presente, a cogliere in quali modi lasciare spazio alla vita. Stiamo vivendo una profonda crisi nell’ambito del lavoro. E’ un’esperienza che segna la vita di tantissimi e che soprattutto mina in molti l’apertura alla speranza. Credere nella risurrezione provoca a leggere ogni momento, ogni situazione come occasione per accogliere vita nuova e per condividere vita con gli altri. La situazione di crisi economica e sociale conduce a ripensare il rapporto con i più deboli, invita a scegliere strade di solidarietà concreta, a pensare un rapporto nuovo tra le generazioni perchè soprattutto i giovani non perdano la speranza nel futuro. E’ anche occasione per smascherare tanti egoismi che si celano dietro a forme di religiosità senza rapporto alla vita, e per orientare la vita a liberarsi: è una liberazione ‘da’ una preoccupazione per difendere sicurezze, interessi, ed anche una liberazione ‘per’ aprirsi ad una vita in cui si aprano sentieri di condivisione. C’è un cammino di resistenza oggi da attuare di fronte a modelli dominanti di intendere la vita economica centrata solamente sul profitto di pochi per aprire percorsi di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

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