la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXII domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF46002Mac 7,1-14; Sal 16; 2Tim 2,16-3,5; Lc 20,14-38

Nelle letture di questa domenica si possono forse raccogliere tre parole chiave. La prima è: ‘risurrezione’, la seconda ad essa legata è ‘Dio dei viventi’, la terza è ‘pazienza’.
Di risurrezione si parla nella drammatica vicenda dei fratelli Maccabei. E’ una vicenda di oppressione. Da una parte un potere che intende controllare le dimensioni più profonde delle persone, la fede stessa. Dall’altro la fedeltà inerme di credenti. La testimonianza della madre e dei fratelli maccabei diviene così esempio di una fedeltà che guarda ad una prospettiva di fede oltre la morte. Il martirio è affrontato con lo sguardo che si apre ad una prospettiva nuova oltre la morte: “Tu o scellerato, ci elimini, dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. La fiducia rivolta a Dio che non abbandona sostiene la fiducia di coloro condotti alla tortura e alla morte violenta. Il Dio a cui si rivolgono i martiri di fronte alla prova è il Dio che è in grado di far risorgere i morti e l’unico motivo che dà loro fortezza nella persecuzione è lo sguardo rivolto al Dio della vita. La sua signoria è al di sopra dei dominatori del mondo. E’ il Dio fedele colui che rialza i suoi fedeli segnati nella prova. La fede dei fratelli si connota anche come contestazione alle forme del potere che pretende di piegare a sé la vita.

Di risurrezione si parla anche nella pagina del vangelo. I sadducei, corrente del giudaismo legata al tempio e all’oligarchia sacerdotale, non credevano alla risurrezione e il caso di scuola posto a Gesù è un modo per ridicolizzare l’idea stessa di risurrezione di fronte alle contraddizioni della ragione. Secondo la cosiddetta legge del levirato (Dt 25,5-6), per dare discendenza ad un uomo che moriva senza figli, la vedova doveva sposare il fratello. La situazione presentata a Gesù è quella di sette fratelli che muoiono senza figli e la domanda ‘di chi sarà moglie quella donna?’ nella risurrezione è domanda retorica. La risurrezione intesa come vita dopo la morte sarebbe così illusione e costruzione irragionevole.
La risposta di Gesù a questa provocazione apre percorsi nuovi: innanzitutto riprende la questione che sta al cuore della legge del levirato, la prospettiva di dare vita e garantire una discendenza come continuità di vita. A tal riguardo Gesù relativizza quella visione che esaltava la discendenza quale unica espressione di fecondità e di vita. Il permanere della vita non si misura solamente nella procreazione di figli che garantiscono un permanere ed una continuità. Non c’è solamente una fecondità bioloigca, ma c’è una fecondità più profonda di vita che proviene come dono da Dio: il Dio dell’alleanza che lega a sé l’umanità e genera ‘figli della risurrezione’. Anche i rapporti familiari sono così relativizzati e la stessa sessualità e capacità di generare. E’ una fecondità che apre a rapporti nuovi in cui al centro sta la fecondità dell’amore che rimane per sempre e supera i confini della morte.
A questo primo passaggio se ne aggiunge un secondo: la questione di fondo è che cosa s’intende per risurrezione: se questa è pensata come un prolungamento della vita terrena, ciò è ben lontano dalla fecondità di vita di Dio. Gesù prende così le distanze da una teologia fatta di costruzioni complicate che non accolgono il cuore della fede. La risurrezione è condizione diversa dalla vita terrena, con caratteri di novità assoluta. Gesù ne parla nei termini di una esperienza di comunione e di incontro con il Dio fedele, apertura ad un dono che solo da Dio proviene. Il nome di Dio rivelato a Mose al roveto ardente è il nome di un Dio dei viventi: ‘Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe’ (Es 3,6). E’ il Dio che custodisce la vita e custodisce i nomi e i volti. ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’. Dio è ‘Dio di’ qualcuno, Dio dei volti concreti e delle storie racchiuse nei nomi, e il senso della vita umana sta ‘nel vivere per’, rivolti a lui e all’altro. L’orizzonte di fondo della fede non sta in costruzioni ardite della mente umana, ma nel tornare al volto di Dio, nel lasciarsi mettere in discussione da Lui. Sta nell’affidamento alla fedeltà di Dio, nel lasciarsi accogliere dal Dio dell’amore che si comunica. Tutta la Scrittura è racconto di comunicazione: Dio che si relaziona come un vivente al suo popolo e a tutta l’umanità. Sarà l’esperienza dell’incontro con Gesù risorto, dopo la sua morte sulla croce, ad aprire ai discepoli il senso profondo di tale speranza. Non si tratta nemmeno di pensare ad una vita oltre la morte in termini solamente spiritualizzati. Gesù annuncia che nulla andrà perduto della vita umana proprio perché Dio è ‘Dio dei vivi’. Rifiuta la provocazione dei sadducei ma rinvia ad una dimensione nuova in cui tutto ciò che appartiene alla vita troverà pienezza.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi compare il termine ‘pazienza’: “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”. Si potrebbe tradurre piuttosto tale termine con ‘resistenza’. La upomonè è il ‘rimanere sotto’, il resistere nel tempo della difficoltà. Il pensiero che il Signore è fedele genera l’affidamento a lui anche nel tempo della fatica e di fronte allo scandalo del male.

Alcune riflessioni per noi oggi:
La fede nella risurrezione sta al cuore del cammino di chi ha incontrato Gesù. Il dibattito con i sadducei ci invita a superare tutte le forme ingenue di pensare ad una risurrezione come proiezione di questa esperienza terrena. Nel medesimo tempo è invito a scoprire il riferimento a Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio dei viventi. La provocazione di Gesù ci distoglie da fantasie impossibili sul futuro e ci riconduce a guardare il presente, ad interrogarci su quale tipo di relazioni viviamo. Aprirsi al Dio dei viventi è riporre la fiducia che l’amore è più forte della morte ed apre una fecondità di vita impensabile ed inesauribile. Relazioni di cura per la vita e di amore sono il luogo di una fecondità che già nel presente apre una dimensione di risurrezione.

L’espressione ‘Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui’, provoca anche a considerare come ogni vita sia aperta ad un rapporto con Dio. E’ motivo questo di un impegno a scorgere come nei percorsi di vita di ogni uomo e donna sia racchiusa una ricerca ed una tensione di cui farsi custodi.

In molti modi viviamo l’esperienza della prova: prova nella fede, prova nella fatica della vita delle comunità per le incoerenze e i ritardi, prova nella vita civile per il senso di schiacciamento che si avverte d fronte all’illegalità, alla corruzione, alla violenza diffusa. L’invito di 2Tessalonicesi è ad accogliere la speranza che proviene come dono e resistere nella prova, fondando il nostro cammino non sull’evidenza di risultati o sulle nostre forze – di cui conosciamo la fragilità – ma sulla fedeltà del Signore che ci custodisce e “che ci ha dato una consolazione eterna e una buona speranza”. In quali modi la speranza accolta diviene stile di vita nel quotidiano di fronte alle fatiche di ogni giorno, capacità di resistenza, e di resa nella fede?

Credere nella risurrezione è rinvio al presente, a cogliere in quali modi lasciare spazio alla vita. Stiamo vivendo una profonda crisi nell’ambito del lavoro. E’ un’esperienza che segna la vita di tantissimi e che soprattutto mina in molti l’apertura alla speranza. Credere nella risurrezione provoca a leggere ogni momento, ogni situazione come occasione per accogliere vita nuova e per condividere vita con gli altri. La situazione di crisi economica e sociale conduce a ripensare il rapporto con i più deboli, invita a scegliere strade di solidarietà concreta, a pensare un rapporto nuovo tra le generazioni perchè soprattutto i giovani non perdano la speranza nel futuro. E’ anche occasione per smascherare tanti egoismi che si celano dietro a forme di religiosità senza rapporto alla vita, e per orientare la vita a liberarsi: è una liberazione ‘da’ una preoccupazione per difendere sicurezze, interessi, ed anche una liberazione ‘per’ aprirsi ad una vita in cui si aprano sentieri di condivisione. C’è un cammino di resistenza oggi da attuare di fronte a modelli dominanti di intendere la vita economica centrata solamente sul profitto di pochi per aprire percorsi di speranza per tutti.

Alessandro Cortesi op

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: