la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXXIV domenica tempo ordinario anno C – 2013

Il-volto-del-Crocifisso-ligneo-attribuito-a-Michelangelo2 Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

E’ l’ultima domenica nel ciclo dell’anno liturgico. Le letture offrono uno sguardo sul senso della storia e della vicenda di tutto il cosmo. Si parla del ‘regno di Cristo’, del suo regnare. E’ da ricordare che la chiesa non s’identifica con il regno ma sta al servizio della crescita del regno di Dio presente come seme e come vicinanza di salvezza di Dio nella storia umana. Servire il regno è quindi non stare ‘davanti al mondo’, ma ‘nel mondo’, nella condivisione, nella passione per il dialogo, in un cammino che coinvolge l’umanità, nella consapevolezza che si può offrire l’unica ricchezza del vangelo e ricevere nello stesso tempo tutto ciò che è luogo e occasione perché il vangelo possa entrare ancora nel tempo, in questo tempo che è tempo benedetto da Dio.

Nella Bibbia il regno è categoria ambigua: se per un verso il re doveva essere solamente luogotenente di Dio, e quindi operare ciò che Dio opera, soccorrere l’orfano la vedova e il forestiero, d’altra parte l’esperienza di avere un capo condusse Israele a scoprire che la monarchia stessa diveniva istituzione che si frapponeva come ostacolo alla fede in JHWH, l’unico re e signore. Sono così profeti a richiamare il venire di Dio che regna e sovverte ogni pretesa umana di prendere il suo posto.

Gesù al cuore della sua predicazione e del suo insegnamento parla del ‘regno di Dio’: è la tensione fondamentale della sua esistenza, e nel suo agire, nei suoi gesti di accoglienza, di liberazione e di cura indica gli inizi, piccoli nascosti, ma fecondi di un vicinanza di Dio che cerca ciò che è perduto, che è già presente e avrà un compimento al di là di ogni pensiero. Tutte le parabole sono strutturate attorno a questo grande messaggio: nel regno di Dio avviene come….

Ma si tratta di un ‘regno’ che nulla ha a che fare con la violenza e con le logiche di potere dei regni umani, Gesù stesso è visto nel suo essere re dei Giudei sulla croce. Il modo di regnare di Cristo implica un cambiamento radicale nel modo di considerare il regno. Questa festa è invito a maturare il senso della vicenda umana nella direzione di un raduno, ricapitolazione della storia e il cosmo nell’amore che è la vita di Dio.
L’inno della lettera ai Colossesi suggerisce questo significato:
“ringraziate il Padre… è lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile”
In Gesù, nella sua vicenda terrena, possiamo rintracciare l’immagine del Dio invisibile, in Lui si è reso vicino a noi il volto di Dio stesso. L’antico inno liturgico presenta così uno sguardo tutto centrato in Dio, il Padre: ‘ringraziate il Padre… lui ci ha trasferiti nel ‘regno’ del Figlio del suo amore. Regno diviene così indicazione di una relazione: è termine che dice liberazione. Il regno del Figlio non si attua secondo le logiche di dispotismo e di sottomissione, ma è rapporto nuovo ed evento di liberazione e di vittoria su tutte le schiavitù, compreso il peccato.
“Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”.
Questo inno parla di Gesù come capo centrando lo sguardo alla sua risurrezione. Egli è capo perché è il primo di coloro che si rialzano dalla morte: ha aperto la strada e la sua presenza, la sua vittoria sulla morte, diviene speranza non solo per ogni uomo e donna ma anche per tutta la realtà in tutti i suoi aspetti, per tutta la creazione.
“È piaciuto infatti a Dio … che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.”
L’opera di Cristo è un’opera di riconciliazione: egli ha fatto pace tra tutte le cose. Il suo ‘regno’, il suo essere capo si connota come inizio di una condizione di pace che coinvolge tutta la realtà la sfera della terra e quella dei cieli. E’ quindi un anti-regno rispetto a tutti i potentati umani costruiti sull’affermazione, sulla potenza militare e sulla violenza delle armi o dell’economia utilizzata come strumento di esclusione ed eliminazione.

E tutte le cose, la natura, la terra, il cosmo, sono in vista di lui: Cristo è il punto di approdo di ogni cosa. Si tratta di una vicinanza ospitale che non esclude ma accoglie ogni realtà, le cose stesse di un mondo dove la piccolezza e precarietà delle cose porterebbe a pensare che ci sono realtà inutili e insignificanti. L’approdo della storia e del cosmo è invece qui indicato nell’approdo alla pace da ricercare e costruire nell’impegno paziente sin da ora. In questo senso Gesù è capo e regna, perché ha mostrato l’amore nel suo darsi totalmente in fedeltà affrontando l’ostilità e la morte. In questo si è manifestato l’amore di Dio. Gesù Cristo ha dato se stesso per tutti. Il suo regnare assume così un’altra caratteristica: non è dominio, non è possesso, ma dono. Il suo regnare ha i caratteri della solidarietà e della vicinanza.

Luca nel suo vangelo parla dello ‘spettacolo della croce’. Tutti sono chiamati a guardare quanto accade: è infatti il capovolgimento del significato del regnare secondo i criteri umani. ‘Re dei giudei’ era infatti scritto sul cartiglio della croce. Coloro che passavano lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Dietro a queste parole sta un’idea di Dio come proiezione del nostra volontà di potenza, come volto di un dominatore che schiaccia e si afferma manifestando un dominio che si impone. Ma Gesù non s’impone, si espone alla violenza ingiusta che lo condanna e lo mette a morte mantenendosi fedele nella suo essere mite, nella scelta di nonviolenza radicale.

Gesù sulla croce manifesta un volto di Dio inedito e scandaloso, di fronte al quale restare stupiti come chi guarda a bocca aperta, perché scardina le concezioni del divino e spiazza ogni tentativo umano di costruire una divinità a misura della ricerca di potenza e di affermazione. Gesù non salva se stesso, non offre segni prodigiosi della sua potenza davanti al prepotere e all’ingiustizia umana.

Nella sua passione testimonia la debolezza dell’amore – l’onnipotenza debole dell’amore – e rivela il volto di Dio capace di soffrire. Rimane fedele nel vivere fino in fondo una vita donata per gli altri. Rimane fedele nella scelta della nonviolenza da contrapporre ad ogni tipo di violenza. Rimane fedele nella fiducia in Dio Padre, che egli ha annunciato e reso vicino nelle sue parole, nei suoi gesti. Il volto di un Dio che vive l’inermità dell’amore e dell’accoglienza, che non toglie dalla sofferenza ma che soffre insieme e prende su di sé la sofferenza delle vittime e dei poveri.

Si legge nella prima lettura a proposito del regno di Davide: “In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”.
Essere ossa e carne è immagine che dice appartenenza vicinanza e relazione profonda. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato ed ha indicato presente nel suo agire si propone così: una relazione nuova con Dio, uno scoprirsi ‘ossa delle sue ossa e carne della sua carne’. E’ scoprirsi accolti e ospitati in un incontro che non viene meno.

Alcune riflessioni per noi oggi
ci possiamo chiedere se siamo attenti a vedere a guardare dove si attua il regno di Gesù oggi. Il nostro sguardo è preso spesso da forme di successo ecclesiale, laddove si afferma un potere contrapposto ad altri poteri, laddove si guadagnano spazi di visibilità pubblica e di successo. Ma il regno di Cristo cresce laddove vi sono gesti di gratuità, di cura, di accoglienza, gesti spesso nascosti e vissuti senza ricerca di visibilità. Il regno cresce laddove si vive la fedeltà dell’amore che non s’impone, la lotta nonviolenta per la giustizia, la cura per la dignità di uomini e donne concrete e per il loro lavoro, la fatica di perseverare nella prova. Dovremmo maturare una capacità di guardare ai segni del regno presenti nella vita…

Il regno che Gesù annuncia dice riferimento ad una realtà definitiva ma che è già iniziata e presente: la vita della chiesa dovrebbe essere tutta orientata al ‘regno’ nell’intendersi a servizio del cammino dei popoli verso un orizzonte di pace. Il regno si compie in tutti i percorsi di umanizzazione, dove vi sono segni della guarigione, della liberazione, di incontro. Troppo spesso viviamo la preoccupazione di constatare risultati di affermazione e di conquista (un regnare modellato sui criteri del dominio umano) e non viviamo la speranza nel seminare gesti e scelte di servizio, di dono e perdono. Viviamo ancora una mentalità connessa all’uso della forza nelle sue diverse dimensioni e non la scelta chiara della mitezza e della nonviolenza, la via seguita da Gesù che non salva se stesso ma vive fino in fondo la fedeltà al Padre e la solidarietà per gli altri.

La rivoluzione informatica e l’utilizzo dei mezzi tecnologici offrono molteplici possibilità di apparire e di costruire un’immagine virtuale di se stessi. Nel mondo dell’apparire e dell’enfasi di tutto ciò che fa ‘spettacolo’ ci si può porre la domanda: come volgere lo sguardo verso ciò che è definitivo e ultimo nella vita e non si rivela come spettacolo effimero e vuoto? Lo sguardo rivolto alla croce è lasciarsi colpire dallo ‘spettacolo del crocifisso’, lasciarci cambiare dal modo di realizzare la sua vita e luogo di maturazione di scelte per perdere la vita nella direzione dell’amore che si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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