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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

1 domenica di Avvento anno A – 2013

DSCF4131Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13, 11-14; Mt 24, 37-44

Avvento è un tempo nuovo. E’ tempo di attesa. E’ tempo di tensione di chi non si lascia ingabbiare dal presente ma fissa lo sguardo oltre e cerca di bucare ogni nebbia e distanza. Avvento è tempo che interroga sulla fede: muove all’attesa di un venire, della venuta del Signore.
‘Marana thà’ pregavano le prime comunità cristiane dopo la Pasqua. Questa invocazione che reca in sè l’eco del parlare di Gesù, il dialetto aramaico di Galilea, dice la preziosità di questa preghiera rimasta come una perla nel Nuovo Testamento: ‘Signore vieni’. Al cuore dell’esistenza cristiana sta il senso profondo di un’assenza e della promessa di un ritorno. Respira della tensione verso un incontro: ‘Sì vengo presto’ (Ap 22,20). Invocare ‘Marana thà’ è custodire e ricordare questa promessa e coltivare uno sguardo libero da appesantimenti. Non una pacifica assuefazione al presente in cui costruire una stabilità e rafforzare le sicurezze terrene, ma esperienza di precarietà e provvisorietà. Siamo nell’attesa. Marana thà esprime la preghiera addirittura per ‘affrettare il suo ritorno’. Di fronte all’ingiustizia, alla sofferenza, alle fatiche dei piccoli, questo grido raccoglie le attese inespresse dei poveri e degli incurvati: ‘Signore vieni’. E nel contempo è motivo per vivere la fatica del rimanere svegli per non lasciarci confondere la vita solo dal turbinio delle cose, dalle preoccupazioni pur legittime per il presente che soffocano la vita. L’avvento è una grande provocazione a cambiare stile di esistenza a sguardo alle cose, per scorgere un oltre. ‘Vieni Signore Gesù’ è invocazione che guarda al futuro ma rinvia una profonda fiducia nel presente: ‘Maran athà’, Il Signore viene. Il Signore viene in ogni uomo e donna e in ogni tempo e richiama a quell’incontro che farà apparire il senso profondo della nostra vita, sarà risposta ad ogni interrogativo e compimento di ogni speranza.

“Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile” (Enzo Bianchi, Entrare nell’Avvento, CD Bose).

Tre immagini segnano le letture di questa prima domenica di Avvento, tempo in cui aprire gli occhi sul ‘venire’ del Padre nella nostra vita, sul suo farsi vicino in Gesù, sul suo parlare a noi e chiamarci nella nostra storia.

Isaia parla di spade mutate in aratri, strumenti di guerra trasformate in strumenti di pace: ‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’. Il monte del Signore, la città di Gerusalemme, città di pace è vista nella sua vocazione profonda luogo a cui i popoli convergono e si incontrano. La seconda immagine è quella del sonno: ‘ormai è tempo di svegliarvi dal sonno’ scrive Paolo nella lettera ai Romani, ‘gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce’. Il vangelo di Matteo infine indica il tema dell’ora. Questo racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

Matteo richiama alcuni atteggiamenti del cristiano nel tempo: tutto è rapportato ad un’ ‘ora’ che segna il venire del ‘Figlio dell’uomo’. ‘Figlio dell’uomo’ è un titolo per indicare Gesù risorto. Nel libro di Daniele (cap. 7) Figlio dell’uomo è figura trascendente, in rapporto con gli ultimi tempi, con il momento della fine in cui si attuerà un ‘giudizio’. Matteo accosta il venire del figlio dell’uomo ad un’ora indicata non lontana e futura, ma come un’ora che interpella il presente. Sin da adesso può generare un modo diverso di intendere la vita.

Sono così richiamati i tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere infatti un modo di vivere il presente, anche senza compiere il male, che non coglie il senso delle cose, del tempo, le esigenze della vita. E’ l’esistenza racchiusa nella piccola ‘bolla’ di affari, di carriera, di preoccupazioni in cui si svolge un’esistenza separata dagli altri, ignara, senza pensare, senza farsi carico, senza vedere. Noè fu capace di far attenzione ai ‘segni’ e operò per la vita degli altri e di tutta la creazione. E’ quindi un invito alla vigilanza, a tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto attento alle persone, agli eventi, uno sguardo capace di leggere dentro le cose.

Vegliare è termine della cura, di chi sta accanto ad un malato durante la notte, di chi attende con pazienza e trepidazione il rivedersi, l’incontro con qualcuno. Vegliare indica l’attenzione al presente. Anche se tutto proteso al futuro chi veglia è impegnato qui ed ora, è operoso nelle piccole cose del presente.

Matteo dice anche che il ‘giudizio’ non è dimensione del futuro, ma si attua sin d’ora, consiste nelle scelte che compiamo nel tempo: già ora la nostra vita è un prendere posizione, è tempo di scelta per stare o meno orientati verso l’incontro con Cristo che viene. L’attenzione è così atteggiamento essenziale della fede: chi vive l’attenzione cerca quotidianamente di resistere all’inumanità e al non amore. Attenzione è anche apertura alla gratuità di Dio, alla salvezza come venire di qualcuno che ci accoglie e prende con sè. Gesù il risorto ritornerà e nei suoi confronti non si può rimanere indifferenti. Vegliare comporta quindi prendere sul serio il tempo che ci è dato, vivere immersi nelle responsabilità di ogni giorno, nella fiducia che questo tempo avrà il suo esito nel dono di un incontro con il Signore Gesù.

Vincere il sonno oggi per noi è appello a non venir meno alla certezza che il sogno di Dio è la pace: ‘un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra’. E’ pace che inizia qui e che ha il suo futuro nella riconciliazione che è dono di Dio stesso.

Il tempo che viviamo è segnato da guerre in diverse zone del mondo e da quel conflitto a bassa intensità costituito dalla globalizzazione che miete vittime della disegueglianza e dello sfruttamento iniquo delle risorse. La recente assemblea ecumenica del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Busan in Corea del Sud ha ricordato le tante zone di guerra e di crisi, alcune più note, come la situazione drammatica della Siria con le vittime e i milioni di profughi, la realtà dell’ Irak dove si è sviluppata una condizione di violenza e conflitto continuo, ma alcune meno note come in Pakistan dove i cristiani sono in balia di leggi repressive, la zona dei Grandi Laghi africani con conflitti diffusi in vari paesi, in particolare nel Congo orientale, il conflitto a livello iniziale tra Sudan e Sud Sudan per il controllo della regione di Abiyé, ricca di petrolio. Ma non vi sono solo le guerre nel mondo vi sono le violenze che segnano la vita quotidiana in molte forme.

Siamo richiamati dalla Parola a scegliere tra due logiche ben diverse, e questo è decisivo. Non è la guerra a portare la pace. Oggi vediamo gli esiti terribili di scelte di ingiustizia, di produzione e commercio di armi, di silenzi di fronte alla guerra considerata come ineluttabile. Anche oggi siamo come ai giorni di Noè, spensierati di fronte a scelte inique: possiamo far finta di nulla, oppure imparare a distinguere tutto ciò che fuori e dentro di noi è per la pace o per la guerra, vigilare e fare di tutto perché il sonno in noi e fuori di noi non prevalga. “Se non usciamo da questo sonno non possiamo considerarci degni della profezia che attraversa la nostra sonnolenza di credenti e che traspare da ogni coscienza umana in cui il senso dell’uomo e l’amore per l’uomo abbiano il valore di principio assoluto. Questa è la nostra vigilanza” (E.Balducci, Il vangelo della pace, Roma, Borla 1986, 13).
Alessandro Cortesi op

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