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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Buon anno

DSCF4743La conclusione di un anno è momento per riflettere sul tempo, sul nostro passaggio in una vita che a volte si manifesta per qualcuno passaggio repentino, per altri lungo cammino. Per tutti tempo di prove e di sofferenze, e tempo di gioia, di amore, di benevolenza. Nel nostro tempo si impastano ingiustizie ed errori ed insieme generosità e realizzazioni grandi. La fine di un anno è occasione per pensare alla fragilità del nostro esistere, come erba del campo…
Più che momento per soffocare nel rumore i pensieri profondi può essere occasione per restare in silenzio, per vivere lo spessore di un grazie di fronte alle ore e ai giorni di un tempo trascorso che si scopre come donato, e di fronte agli attimi che saranno ancora dono e che attendono di essere vissuti con consapevolezza e gratitudine, con impegno e dedizione, agli altri, alla bellezza, a tutto ciò che va oltre noi stessi, perché il tempo vissuto possa essere lasciato alle spalle come ricco di gesti di cura, come eredità di bene, di segni di pace e giustizia, come tempo speso per ciò che rimane. La fine di un anno può essere momento di affidamento alla misericordia di Dio e degli altri…

Suggerisco questa preghiera di Hans Küng, scritta nel momento in cui sta vivendo la malattia dopo tanti anni della sua lunga vita nel libro ‘Memorie’, presentato nell’ottobre scorso a Monaco e Tübingen:

«La nostra vita è breve, la nostra vita è lunga
e con grande meraviglia sto davanti ad una vita
che ha avuto le sue inattese svolte, e tuttavia la linearità di un percorso:
una vita di oltre 31.000 giorni, belli e oscuri,
cangiante, che mi ha portato molto in esperienze,
nel bene come nel male,
una vita, davanti alla quale io posso dire: è stato bene così.

Io ho incommensurabilmente ricevuto più di quanto ho potuto dare,
tutte le mie buone intuizioni e le mie buone idee,
le mie buone decisioni e azioni
mi sono donate, rese possibili dalla grazia.
E anche dove mi sono deciso erroneamente e ho agito male,
Tu mi hai guidato in modo invisibile.
Ti domando perdono per tutto, dove ho sbagliato.

Io ti ringrazio, imprendibile, onniabbracciante e tutto dominante,
principio originario, sostegno originario e senso originario del nostro essere,
che noi chiamiamo Dio,
Tu, il grande mistero indicibile della nostra vita,
Tu, l’infinito in ogni finitezza,
Tu, l’inesprimibile in ogni nostro discorso.

Io ti ringrazio per questa vita con tutte le sue oscurità e stranezze.
Io ti ringrazio per tutte le esperienze, quelle chiare e quelle oscure.
Io ti ringrazio per tutto ciò che è riuscito, e per tutto
ciò che alla fine hai volto in bene.
Io ti ringrazio che la mia vita ha potuto divenire una vita riuscita,
non per me solo, ma anche per coloro
che hanno potuto partecipare a questa vita.

Il piano secondo il quale scorre la nostra vita
con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo.
Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi.
Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti,
il tuo volto in questo mondo.
Ma come Mosè nella cavità della roccia
ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava,
così anche noi retrospettivamente
possiamo riconoscere e sperimentare
la tua mano, o Signore, nella nostra vita;
riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato
e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto
sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene.

Pongo il mio futuro, con abbandono e fiducia, nelle tue mani.
Potrebbe essere di molti anni o di poche settimane.
Mi rallegro di ogni nuovo giorno che ricevo come dono
e affido a te pieno di fiducia, senza preoccupazione e angoscia,
tutto ciò che mi attende.
Tu sei l’inizio dell’inizio, e il centro del centro
come anche la fine della fine, e il fine dei fini.
Ti ringrazio, mio Dio,
perché sei misericordioso
e la tua bontà dura per sempre.
Amen. Così sia»
(H.Küng, Memorie, pp. 702-703, trad.it. Forum teologico diretto da Rosino Gibellini, Editrice Queriniana, Brescia).

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Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – anno A – 2013

Sano-Di-Pietro-Flight-to-Egypt-2-Sir 3,2-14; Col 3,12-21; Mt 2,13-23
Tre parole possono guidarci tra le letture di questa domenica, dedicata alla santa Famiglia, per riflettere sul Natale, sul significato di questa memoria di una nascita che ci parla del farsi vicino di Dio nella nostra vita e per trovare alcune indicazioni per la vita di famiglie concrete nel nostro tempo. Viviamo il rischio di una idealizzazione della vita familiare, intesa spesso secondo modelli borghesi, senza attenzione ai cambiamenti, alle tensioni, alle fatiche della vita di famiglia che come ogni esperienza umana avverte le inquietudini e gli interrogativi del proprio tempo. La vita di famiglia è luogo in cui si concentrano i legami più profondi e insieme e talvolta in contrasto con questi le tensioni e le ferite più dolorose.

‘Figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita…’
La prima lettura apre uno squarcio sul rapporto con i genitori e pone uno sguardo alla vecchiaia. Apre a cogliere la vita familiare come una rete di relazioni in cui sono poste insieme e vicine generazioni diverse. Una vita di legami in età diverse. Oggi più che in altri tempi viviamo la sfida ad accogliere persone di diverse età. Vi sono categorie di esclusi: i giovani che sono tenuti ai margini da una società che non lascia loro spazi per trovare modo di esprimersi nel lavoro e nel mettere a frutto le loro competenze e le loro speranza. E d’altra parte c’è anche una emarginazione degli anziani, considerati spesso un peso per una società in cui al primo posto sta la ricerca di efficienza e l’esigenza di rimanere inseriti nel mondo della velocità, della produttività, della prestanza fisica e intellettuale. ‘Onorare’, ‘soccorrere’, ‘essere pazienti’, i tre atteggiamenti espressi dalla pagina del Siracide, sono movimenti che riportano in direzione contraria rispetto ad un individualismo oggi pervasivo che intende i rapporti solamente in funzione del proprio interesse. Sono i movimenti di chi si sofferma davanti ai volti e riconosce l’importanza di ognuno, impostando il proprio passo su quello degli altri, di chi è più lento. Sono gli atteggiamenti di chi scopre che la vita di famiglia non è solo assecondare un proprio desiderio di avere persone per sé, con cui condividere la piacevolezza e la serenità ma è cammino fatto di tempo, in cui sono presenti fatiche e dolori, in cui maturare attenzione alla reale situazione di persone nei diversi momenti della loro esistenza. Oggi tanti si trovano a vivere l’impegno di accompagnare e assistere genitori e parenti anziani: spesso si pensa quest’esperienza come qualcosa che distoglie dagli impegni, dalla vita stessa di famiglia tutta proiettata in altre direzioni. Si può leggere questa situazione come una chiamata del nostro tempo. E’ luogo che riporta al senso profondo della vita come accompagnamento, in cui accogliere il dono di ogni età, la ricchezza di chi ha bisogno di essere aiutato. E non solo all’interno della propria cerchia nell’indifferenza verso gli altri, secondo quelle forme di tribalismo presenti laddove si intende la famiglia come piccola cerchia di difesa. Stare accanto ad un anziano, pazientare di fronte a chi perde la lucidità e la prontezza è esperienza che fa crescere insieme, ed educa soprattuto chi offre aiuto: gli fa scoprire la fragilità della vita umana, apre al senso profondo dell’essere uomini e donne bisognosi degli altri, legati insieme. Fa anche scoprire la sete più autentica di ogni vita che è sete di presenza e di affetto. Imparare ad onorare i volti, nella loro fragilità è prima indicazione per una vita di famiglia che non si chiude nell’egoismo familista, ma che scopre la famiglia come legame con chi è più debole.

‘sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto…’
Questa espressione può essere pensata in riferimento innanzitutto alla vita quotidiana delle famiglie in cui ogni giorno è da riscoprire il senso del perdonare, del superare malintesi e freddezze, il ‘rivestirsi di tenerezza e di bontà’. Non è sempre facile soprattutto quando si vive il senso di una ferita, o un momento di stanchezza o quando è difficile comprendere gli altri nel momento che stanno vivendo. Ma è anche espressione che provoca le comunità cristiane, la chiesa ad essere testimone di quello sguardo di tenerezza e perdono che è stato lo sguardo di Gesù su ogni persona e situazione. Penso a cosa può significare oggi ‘rivestirsi di carità’ cioè ‘amore accogliente e gratuito’ verso tutte le forme nuove di famiglia che sono presenti nell’attuale contesto. Come poter dare oggi speranza e guardare con benevolenza i percorsi diversi del nostro tempo? Penso in particolare ai giovani che andrebbero aiutati e sorretti nella loro ricerca. Le esperienze delle convivenze oggi sempre più diffuse, se talvolta sono scorciatoie facili vissute nel disimpegno, spesso sono passaggi vissuti con fatica che dovrebbero trovare accompagnamento e incoraggiamento per aprirsi, secondo i tempi di ogni coppia, a maturazioni nuove e per essere accolti come provocazione all’autenticità dei rapporti. Penso poi a chi vive situazioni di matrimoni che hanno incontrato l’interruzione, la rottura e a chi ha ricostruito talvolta con fatica e non senza difficoltà nuovi legami. ‘Rivestirsi di carità’ significa innanzitutto non giudicare, non cadere in atteggiamenti di chi si ritiene giusto davanti agli altri, ma imparare a farsi prossimi di ogni cammino e solidali con le domande e le sofferenze. Nella chiesa si dovrebbero trovare modi per generare una accoglienza di tutti, la possibilità della riconciliazione ed ammissione ai sacramenti invitando alla responsabilità di coscienza di fronte al Signore. In questo periodo è possibile rispondere da parte di comunità al questionario inviato dal Papa sulla famiglia in vista di un prossimo Sinodo. Penso sia da auspicare che si trovino modi di riconoscimento e di benedizione di nuovi percorsi di famiglia anche dopo il venir meno di un primo matrimonio, laddove questi sono segnati da responsabilità e sincerità, riconoscendo in essi una chiamata del Signore. Vivere questa attenzione conduce a scoprirsi sempre più comunità di persone bisognose di salvezza, in cammino nel cercare di vivere un amore sincero, ma anche consapevoli del limite e della fragilità a cui siamo tutti esposti. Al cuore dell’atteggiamento di Gesù sta la tenerezza e la magnanimità, quella capacità di larghezza, di spazio del cuore capace di accoglienza: sta qui una sfida di testimonianza evangelica nel nostro tempo.

‘Alzati prendi con te il bambino e sua madre…’
La vicenda di Gesù è segnata da un ‘prendere con’. Gesù nasce in una famiglia che vive la condizione di chi deve fuggire, la condizione di esule. Certamente Matteo rilegge il percorso della famiglia di Nazaret come un ritornare sui passi del cammino di Israele, individuando così in Gesù l’Emmanuele, presenza di ‘Dio con noi’. Dio ha accompagnato il cammino di liberazione dall’Egitto: Gesù si fa solidale con il popolo dell’alleanza. Vive in prima persona il percorso dall’Egitto, subisce la minaccia e la violenza del grande re del suo tempo Erode prima poi Archelao. Gesù è il figlio come Israele: ‘Dall’Egitto ho chiamato mio figlio…’. Gesù nasce in una famiglia costretta a lasciare la propria casa. Il suo cammino è quello dei migranti di tutti i tempi, vittime di poteri che incutono paura e minacciano morte. Il volto di Dio che Gesù ci rivela è un Dio solidale con le vittime. E’ una provocazione per noi oggi a cogliere nel cammino di tante famiglie oggi esposte alla precarietà della lontananza e del vivere in paesi stranieri, una chiamata di Dio per noi che proviene dalla loro vita, dalla loro domande dalle loro attese. Infine un’ultima osservazione: la famiglia che Gesù desidera si allarga oltre i confini delle appartenenze di sangue e i vincoli familistici, è famiglia di discepole e discepoli che cercano il regno di Dio, è prospettiva di condivisione e ospitalità che si apre a legami nuovi e si fa solidale con chi famiglia non ce l’ha.

Alessandro Cortesi op

‘… perché per loro non c’era posto nell’alloggio…’

In questo giorno di Natale vorrei commentare alcune immagini che ci possono aiutare ad entrare nel significato di questa festa e accogliere la chiamata che essa racchiude per ognuno.
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La prima immagine è un quadro del 1600, di Georges de la Tour. mi pongo di fronte ad essa non con la competenza di uno storico dell’arte, ma cercando di coglierne alcuni elementi di interpretazione della fede, teologici. De la Tour è un pittore del ‘600 influenzato da Caravaggio, particolarmente attento alla contrapposizione di luci e ombre. E’ una adorazione dei pastori in cui i personaggi sono disposti in una scena che compone quasi un arco, divisi in due gruppi, sulla destra e sulla sinistra rispetto al centro costituito dal bambino sulla mangiatoia. A sinistra Maria, seduta, con un atteggiamento pensoso e attonito, in un vestito rosso, a destra Giuseppe con una candela tenuta con la mano destra mentre con l’altra protegge la fiamma. Al centro tre altri personaggi: sono i pastori che per primi sono giunti ad guardare il bambino, a rimanere stupiti e silenziosi davanti al sonno di questo neonato. Sono tre figure che si distanziano dalla iconografia tradizionale. Non ci sono aureole, né angeli, non ci sono elementi che fanno pensare ad una dimensione trascendente, ma c’è invece una rappresentazione di una quotidianità vicina. I loro volti sono ritratti di persone che potevano essere i contadini del tempo, e di un ambiente contemporaneo al pittore. Tutto è immerso in una luce che avvolge e genera contrasti. De la Tour rappresenta i pastori nelle fogge dei contadini della sua epoca ed evoca così la vita degli umili del suo tempo. A sinistra di Maria un pastore giovane, con pizzetto e baffi, con un tocco di raffinatezza nel vestito, il collare della camicia ricamato: lo sguardo è tutto preso verso il bambino, raffigurato al centro, disteso, addormentato, avvolto in fasce e adagiato sulla mangiatoia. Al centro un altro pastore, ripreso in un veloce movimento in cui sta portando la mano al cappello per toglierselo dinanzi al bambino, in un gesto antico di rispetto e gentilezza. E con l’altra mano regge un flauto. Il suo volto è attraversato da un sorriso lieve.
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L’atmosfera del dipinto è segnata da una dimensione intima, e conduce a percorrere il semicerchio di sguardi e volti segnati dalla luce e la linea delle mani dei personaggi. Una donna, una tra i pastori reca in mano un coccio coperto da un piatto; le sue mani reggono questo dono che sta portando forse al bambino, un po’ di latte o forse del cibo per i genitori. E alla sinistra Giuseppe: i suoi occhi sono scintillanti come piccole luci e sono tutti presi da uno stupore e da una gioia sobria che si esprime nel silenzio che avvolge la scena.
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Un momento di silenzio attorno al bambino. Non sono presenti gli elementi classici del presepe, non ci sono l’asino e il bue, ma solo un agnello. Un’indicazione che rinvia alla Pasqua di Gesù, agnello ferito e inerme di fronte ai suoi uccisori. E Gesù è presentato come deposto, in fasce, nel sonno di una morte che non rimane l’ultima parola della sua vita. Nel volto del neonato c’è già l’indicazione del crocifisso, di colui che ha vissuto la sua esistenza come dono per gli altri sino alla fine. Il suo volto è fonte di luce che non trova ostacolo in nessun elemento di ombra. ‘Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9). Il dipinto sembra accennare a questa luce che è presente in ogni uomo e donna, una luce da lasciar emergere nella vita, la luce della coscienza, la luce che guida a divenire umani e a seguire le ispirazioni più profonde della vita, in tutti: per i pastori questa luce è vivere l’accogliere e l’essere accolti. E Giuseppe trattenendo la candela tra le mani sembra rinviare al volto luminoso del bambino per cogliere una sorgente di luce. E’ luce che non è trattenuta: quasi allusione all’altra espressione del prologo di Giovanni “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno potuta trattenere” (Gv 1,5).

E’ questa un’immagine che ci riporta al senso del silenzio di fronte al Dio umanissimo che Gesù nella sua vita ha raccontato. Ci parla di luce che vince le tenebre, di uno sguardo al natale come rinvio all’intera vita umana di Gesù, alla sua croce e al suo essere agnello, testimone di nonviolenza di fronte alla vioenza del potere. Ci parla anche del dono: i primi a portare un dono sono i pastori. I tre pastori raffigurati portano tre doni. La donna reca del cibo, il pastore di sinistra porta un agnello, e quello al centro porta la musica del suo flauto. Sono tre doni che ricordano alcune dimensioni essenziali della vita umana. Ogni uomo e donna ha bisogno di cibo e nutrimento condiviso, ha bisogno di lavoro vissuto non nella concorrenza ma nella mitezza, e ha bisogno anche di bellezza, di gratuità, quella bellezza e gratuità espresse dala gioia e dalla musica. Abbiamo bisogno di nutrimento, di bellezza, di mitezza. Il dono che offrono a Gesù sono il sorriso e gli sguardi. Gesù è accolto dai poveri e si fa ritrovare da chi ha lo sguardo capace dello stupore dei poveri. C’è un messaggio allora da cogliere: questa luce che sgorga dal volto del bambino, il segno inerme di un volto di Dio che si fa incontrare dai piccoli e dai poveri, è luce che rende la vita umana e viene accolta da chi sa scoprire le dimensioni più quotidiane e profonde. Uomini e donne di ogni tempo, le persone normali, coloro che non contano nulla sono accolte in questa vivenda di luce che illumina i volti e vince le tenebre.

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI
Ma c’è una seconda serie di immagini che vorrei unire a queste: sono immagini questa volta contemporanee, dei nostri giorni. Sono le immagini dei naufraghi del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Il 3 ottobre è stata la tragedia che ha portato all’attenzione un dramma che si va compiendo da anni e anni. Il Mediteraneo, il mare nostrum, è diventato il mare del rifiuto e della non accoglienza. A Lampedusa c’è un monumento, la porta dell’Europa, una porta aperta sul mare. Quella che dovrebbe essere una porta aperta è diventata una barriera. Lampedusa è diventato il simbolo di un mondo diviso in cui per qualcuno non c’è posto dove alloggiare e viene lasciato fuori. A Lampedusa la disponibilità e l’accoglienza degli abitanti di questa isola ha reso ancor più stridente il contrasto con politiche di respingimento e rifiuto.
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La luce che pervade il quadro di la Tour ci ricorda questa sfida per vivere con autenticità il Natale. Gesù nasce in una famiglia che cerca alloggio e si fa solidale con chi non ha luogo dove nascere ed essere accolto. Natale ci ricorda che Gesù è nato come profugo, in una situazione di chi non trovava alloggio e rifiutato nel momento di essere accolto. Nel naufragio di Lampedusa c’erano anche bambini appena nati e da poco una donna aveva partorito proprio in quella notte.
Lampedusa, le bare nell'hangar
Gesù è stato migrante ed è nato in una condizione di rifiuto. La sua vicenda ci dice che la luce della salvezza sta lì, in chi è rifiutato, non nei palazzi dei re. Questo ci ricorda il Natale. Il volto di Dio umanissimo si identifica con la vita di coloro che non hanno posto perché esclusi e tenuti ai margini. Eppure solo i poveri sono coloro che lo sanno accogliere. Natale ci dice che incontrare Gesù implica un divenire più umani, capaci di accoglienza e responsabilità capaci di divenire capaci di condivisione, poveri perché solidali con chi è tenuto fuori.
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E’ questa una tra le frontiere del nostro tempo: la frontiera non solo tra popoli dei Sud del mondo e quelli del Nord, ma tra l’accoglienza e il rifiuto, tra l’ospitalità e la chiusura egoista, tra la tranquillità dell’indifferenza e la ricerca di vie di convivenza solidale. E’ una frontiera che corre non solo nei confini geografici, ma attraversa le nostre città, i nostri incontri, l’interiorità. Celebrare il Natale è vivere il silenzio dinanzi alla domanda che proviene da chi lascia la propria terra, dai poveri in cerca di pane con cui Gesù si è identificato. Celebrare il Natale è aprire lo sguardo ad incontrare i volti di chi soffre, è entrare nella logica del dono e scoprire il dono dell’incontro come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op
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Buon Natale!

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E come quella donna,
la prima dei pastori
la prima dei magi
ad offrire un coccio
con dentro qualche cibo
dono di premura
e attenzione
un po’ di latte, forse, per il bimbo
e come Giuseppe il giusto
con occhi vivi, di gioia
inattesa, improvvisa
anche noi
a guardare
silenziosi
bisognosi di luce
di candele
consumate
ma avvolti da luce nuova
volto di indifeso
segno donato
steso tra le fasce
racconto di Dio
umanissimo e debole
per i poveri, i primi
a donare il cuore
nello sguardo.

Buon Natale e un ricordo amico

Alessandro Cortesi
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(George de la Tour, 1593-1652, Adorazione dei pastori, 1644, Paris, Louvre)

IV domenica di Avvento – anno A – 2013


20 Giotto - La Natività e l'annuncio ai pastoriIs 7,10-14; Sal 23; Rom 1,1-7 Mt 1,18-24

Tre caratteristiche della figura di Giuseppe possono essere guida per una riflessione su come vivere nella fede la festa di Natale ormai alle porte anche quest’anno.

Giuseppe è presentato da Matteo innanzitutto come un uomo giusto: “Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto…” . Nella Bibbia l’uomo giusto è l’uomo fedele, e la giustizia si esprime nel vivere la fedeltà alla legge come chiamata di Dio che si rende presente nella vita. Giuseppe è giusto perché fedele, uomo che sta in ascolto. Tuttavia la situazione in cui si trova lo conduce ad andare oltre l’osservanza della stessa legge. Giuseppe è giusto perché per lui Maria diviene più importante di se stesso: giusto quindi perché pensa alle persone davanti e prima della legge. La sua decisione di ‘ripudiare in segreto’ Maria va allora letta come attenzione profonda, anche nella sofferenza e nell’incomprensione, al volto dell’altro e come sincerità dell’amore che si fa concretezza di scelta. Giuseppe non intende esporre la vita di Maria al dispregio e alla condanna che poteva avvenire in tanti modi verso di lei. Il suo profilo ha i tratti della delicatezza del mite, che pensa all’altro come più importante di se stesso, che opera nel silenzio, non ripiegato nel rivendicare il proprio diritto e nel lamento per ciò che lo fa soffrire. E’ invece proteso a preservare l’altro nella fatica di comprendere cosa Dio chiedeva a lui in quella precisa situazione. E’ giusto, cioè attento a Maria, capace di rapporti di fedeltà. Per lui Maria è importante, più della legge, più dell’amore di se stesso, più della sua reputazione. Giusto è Giuseppe perché si fida, ed è capace di amore come uscita da sé, come sguardo a chi gli sta di fronte senza sospetto. Giuseppe è giusto perché capace di umanità autentica.

Giuseppe, ed è una seconda caratteristica, è uomo capace di sognare: “mentre però stava considerando queste cose ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…” Il sonno è il momento unico e particolare del venir meno della lucidità razionale, dell’assopirsi del controllo sui propri sensi. E’ quindi metafora di una situazione in cui si è aperti al venire di qualcosa non proveniente da noi e che non sappiamo da dove giunge. Nella Bibbia è il momento in cui Dio interviene senza che sia possibile vederlo o renderci conto di ciò che compie senza di noi. Così il sogno nella Bibbia è luogo delle chiamate e i grandi sognatori sono colori che hanno saputo ascoltare le chiamate di un Dio inafferrabile e vicino e hanno saputo riconoscere i suoi messaggeri nelle presenze portatrici di orientamenti per la vita. Come nel sonno Adamo sperimentò il venire di Dio che gli pose davanti Eva, così Giuseppe nel sonno vive l’intervento di un messaggero che lo conduce ad accogliere Maria. Il sonno e la capacità di sognare sono segni di un ascolto che conduce a scoprire qualcun altro davanti a sé… Nel sogno gli si fa incontro una chiamata. Il sogno è spazio creativo della chiamata di Dio, come nel sogno dei magi si attua la guida di un Dio vicino. Giuseppe è così presentato come esempio del credente, che s’interroga ed è pensoso, ma aperto ad una storia che lo supera e in cui è chiamato ad essere coinvolto e a mettere tutta la sua generosità. Sperimenta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. Trova nell’invito a ‘non temere’ la ragione per rendersi disponibile nuovamente ad una duplice fedeltà che lo coinvolge, di fronte a Dio per chi Dio gli affida. “Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…”

Infine Giusepe è presentato da Matteo come uomo invitato a non temere e a prendere con sé: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito santo”. Il messaggero gli indica una paura da superare, ed una responsabilità da assumere. C’è una paura da vincere perché l’ascolto delle chiamate di Dio apre ad un coinvolgimento personale, che non fa dipendere la vita da giudizi o dalle gratificazioni ma la pone nello stare davanti a Lui. E c’è una resposnabilità che è prendere con sé. Chi ‘prende con’ si fa carico, assume nella sua vita la vita dell’altro, si espone ad un peso di fronte al quale ci si sente inadeguati. A Giuseppe è affidato il compito di dare il nome a Gesù: ‘Tu lo chiamerai Gesù’, un nome che racchiude un’indicazione: ‘il Signore salva’. A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così presenza disponibile al disegno di Dio.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Giuseppe, quela figura che nelle raffigurazioni artistiche della natività è spesso rappresentato in disparte, pensieroso, talvolta con sguardo trasognato e sognante, con la mano a reggere il capo appesantito o appoggiato ad un bastone, esposto al non capire e alla tentazione che gli si fa presso – nelle icone orientali – nei panni di una figura mostruosa, quel Giuseppe è la figura di ogni credente colto nella fatica deldell’accolgiere una chiamata che giunge atraverso le voci umane di messaggeri, che si fa incontro nelle intuizioni dei sogni e delle passioni, che apre a legami e incontri.

Ascoltiamo questa prola in un tempo in cui scopriamo sempre più la differenza tra le persone che ricercano una religiosità come appagamento a desideri individualistici e coloro che vivono da giusti davanti agli altri, giusti perché seguono quella spinta interiore e profonda della coscienza verso il bene e che pongono così la responsabilità verso l’altro prima di ogni prescrizione e legge: è Antigone la donna giusta, così come Tommaso Moro, e come tutti i giusti che nella storia, animati da una ispirazione di fede o seguendo la luce della propria coscienza dove si fa incontro la chiamata di Dio, hanno superato i limiti di una legge che garantiva tranquillità a scapito degli altri, o che impediva di riconoscere dignità e libertà, e si sono opposti ai regimi a scapito della propria sicurezza e della loro stessa vita.

In un tempo di assenza di sogni Giuseppe parla della vicenda di un sognatore. E i grandi sogni sono quelli che hanno fatto crescere la storia e hanno suscitato impegni personali e movimenti collettivi nella ricerca di libertà, di giustizia, di dedizione, di gratuità. Il sogno di Martin Luther King, il sogno di Nelson Mandela coltivato per ventisette anni nel carcere, ma anche i sogni che hanno guidato le scelte personali di cura, di dedizione, di impegno, di costruzione di comunità vive. E’ invito ad essere ancora capaci di sognare e lasciare quello spazio al venire di Dio che con il suo Spirito suggerisce strade sempre nuove e dà forza per camminare.

Vincere le paure e prendere con sé: sono due movimenti che hanno una particolare urgenza oggi, tempo della paura verso l’altro e tempo in cui si presenta sempre più chiaro che solo tesendo nuovi legami, solamente accogliendo la provocazione che viene dall’altro, potremo vivere un futuro in cui vi sia spazio per una umanità plurale che impara a vivere insieme. Le quotidiane vicende di discriminazione e disprezzo verso i poveri che lasciano le loro terre in cerca di accoglienza e trovano respingimento e rifiuto, sono espressione di una società che non fa i conti con le proprie paure, che cerca di fuggire la paura con la violenza, con il rifiuto, che ha paura in fondo di se stessa. Siamo chiamati a guardare in faccia le paure con il coraggio di scoprire il legame che ci unisce all’altro, a superarle nel ‘prendere con’, nel farsi capci di risposta e capaci di condividere il peso del vivere insieme. Viviamo oggi il tentativo di fuga da questa responsabilità di ‘prendere con’ la vicenda di persone e popoli. Il cammino di Giuseppe sta a ricordarci che la via della fede è la via di una autentica umanità che si attua nel prendere con sé l’altro.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A 2013

DSCF4066Is 35, 1-10; 
Sal 145;
 Gc 5,7-10; 
Mt 11, 2-11

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete… allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada…”


Smarrimento: è la condizione dell’Israele nell’esilio, ma è anche condizione del nostro presente. Chi si è smarrito percepisce l’incertezza e il panico dell’aver perso il cammino. Scopre quanto sia difficile orientarsi. La nebbia di questi giorni sta lì a ricordarcelo. Nonostante le certezze sbandierate da chi vanta pretese di soluzione il nostro è tempo di smarrimento. Nonostante l’aria fresca della nuova stagione di Francesco, vescovo di Roma, è smarrimento nella chiesa incapace di offrire nelle sue espressioni istituzionali parole e gesti che aprono, che appassionano e spingono a camminare i giovani in particolare. E senso di smarrimento pervade la società per una crisi dai molti volti ma che soprattutto è crisi del vivere insieme, per i fallimenti di un modello di economia e di vita che prometteva certezze e conquiste, per quell’invecchiamento del cuore che è ripiegamento su diritti acquisiti senza scorgere la fatica di chi non ha diritti riconosciuti. Ed è anche smarrimento per l’incapacità di intraprendere vie nuove con creatività, con libertà e gioia.

La promessa di Isaia è un’apertura, indica un sentiero, ma tiene conto dello smarrimento. Anzi fa dello smarrimento la condizione per intraprendere una via non carichi di sicurezze ma spogli: l’annuncio è proprio per gli smarriti. Solo chi si è smarrito può comprendere una parola di coraggio che viene da fuori di lui. Impara a procedere non deciso ma chiedendo e riconoscendosi bisognoso degli altri. Solo chi non ritrova la strada va avanti non a falcate decise ma a tentoni, consapevole della sua fragilità. Isaia invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, la chiusura e l’isolamento in se stessi. Coraggio, non temete! E’ un coraggio che trova punto di appoggio non su illusioni di una propria potenza ma su Dio che si fa incontro, e va in cerca di chi è smarrito, e prende su di sé, come pastore, le pecore appesantite e gravide, e si fa compagnia dell’umanità fragile e spossata. Le ginocchia vacillanti possono trovare possibilità di sostegno; le mani indebolite possono riacquisire forza da mani tese ad afferrrare e ad accompagnare: è forza che viene da altro e da altrove e conduce a scoprire nello smarrimento la possibilità di affidarsi. E’ un affidarsi a Dio ma è anche affidarsi a chi vicino tende una mano e fa comprendere la vita in modo nuovo.

Anche Giovanni, profeta dell’imminente ira di Dio, che aveva predicato il giudizio ormai prossimo rivela un aspetto inedito del suo profilo. L’asceta del deserto e della parola tagliente si manifesta come uomo attraversato dal dubbio e dagli interrogativi. Si trova smarrito in carcere, si lascia mettere in discussione, è sovrastato da eventi che cerca di leggere con fatica. Davanti a Gesù, al suo comportamento, al suo agire, è scosso da un dubbio: ‘Sei tu colui che deve venire? Sei tu ‘il veniente’?’. Le sue idee sul messia che giudica e separa non corrispondono al rabbi di Nazaret amico dei pubblicani e dei peccatori.

Agli inviati di Giovanni Gesù non offre facili risposte ma invita a scrutare i segni. Li rinvia ai gesti che compie: sono segni di apertura e liberazione. Non sono azioni eclatanti, non si impongono con potenza; suscitano meraviglia e domanda, ma anche opposizione e sospetto. Il suo passare non è quello di chi ha successo e si impone, ma è passare sommesso ‘facendo del bene’, è quello di un messia che rifugge dalle vie del successo e dell’imposizione. I suoi sono gesti di vicinanza ai poveri, non hanno nulla del dominio e per questo regalano speranza. In essi è racchiusa quella luce nascosta nelle promesse dei profeti in cui il regnare di Dio era descritto come umanizzazione della vita e della storia. Perché la causa di Dio è la causa dell’uomo. I suoi gesti raccontano il volto di un messia che è attento agli smarriti e il segno più grande, verso cui tutto converge, sta nell’annuncio ai poveri di una bella notizia. Il suo essere messia trova espressione nella vicinanza ai poveri. Anche lui, come Giovanni, fino ad essere preso, consegnato e poi ucciso. E’ il destino dei profeti. E Giovanni è stato un grande profeta. Ma Gesù dice che il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui: perché quel piccolo può aprirsi al ‘regno’, che ha fatto irruzione, ed è già presente, non è solo promessa di futuro. Giovanni gli fa chiedere ‘sei tu il veniente’, colui che viene e si fa vicino? Gesù chiede di non lasciarsi scandalizzare da questo suo agire che manifesta il volto di un messia debole che rimane con i poveri fino alla croce.

Dovremmo imparare a tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia – il sogno di un mondo in cui gli ultimi ritrovano speranza, lo zoppo saltella e il muto recupera parola – e la domanda e l’inquietudine di Giovanni. Vivere l’attesa propria degli smarriti conduce ad imparare a leggere i segni di un messia che si fa vicino e viene e verrà ancora chinandosi sulle nostre fragilità, stando vicino ai poveri e facendosi trovare là dove vi sono segni di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Immacolata concezione della beata vergine Maria

DSCF4065Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38
Una festa di Maria s’inserisce nel percorso dell’avvento di quest’anno. E’ festa che richiama al dono di grazia di Dio in Maria giovane donna ebrea, immersa nelle attese del suo popolo, e disponibile ad intendere la sua vita come la prima credente in Gesù che pure è accolto in lei. E’ la madre del salvatore, ma prima di tutto è colei che ha vissuto un’attesa esistenziale profonda aperta alla presenza di Dio nella sua vita: è ‘colei che ha creduto’ alle promesse di Dio e che per prima ha seguito Gesù sulla sua via. Con lei viviamo la fatica e la gioia del cammino della fede.

Luca nei primi due capitoli del suo vangelo organizza il materiale di cui disponeva nella struttura di un grande dittico: due parti, l’una all’altra speculare. Narra l’irrompere di Dio nella vita di Zaccaria, sacerdote a Gerusalemme e di Maria, giovane donna di una regione periferica e disprezzata della Palestina; poi le due nascite, di Giovanni e di Gesù, in parallelo e nella diversità; la circoncisione di Giovanni e quella di Gesù; il cantico di Maria e il Cantico di Zaccaria. Si tratta di un dittico che appare ‘sbilanciato’: ogni avvenimento della vita di Giovanni Battista è posto in rapporto alla vicenda di Gesù e dà risalto nella differenza alla novità di Gesù stesso. C’è anche un grande messaggio da cogliere che affonda le sue radici nel riferimento storico al rapporto tra il Battista e Gesù: non si può comprendere Gesù senza il Battista anche se Gesù poi si distanzia e vive un percorso nuovo rispetto a quello di Giovanni. Da Luca tutto questo è proiettato nel momento della nascita.

Lo squilibrio del dittico di Luca si fa evidente nel parallelismo delle annunciazioni: nell’annunciazione a Maria non si è più a Gerusalemme, in Giudea, ma in Galilea; non un uomo, un sacerdote, ma una donna, in attesa; non nel Tempio, ma nell’ambiente della quotidianità, della periferia.

Sei mesi dopo – cioè 180 giorni – dell’annuncio a Zaccaria nel tempio, Gabriele è messaggero di una chiamata di Dio a Maria, questa volta a Nàzaret. Nove mesi dopo – cioè 270 giorni dopo – Maria dà alla luce il figlio. Successivamente, dopo i quaranta giorni, che la Legge indica come tempo della purificazione (Lev 12,2-4), Gesù viene presentato al tempio, offerto come primogenito (Lc 2,22-24; Es 13,2). I sei mesi assommati ai nove e ai quaranta giorni costituiscono insieme 490 giorni (70 per sette): è un rinvio alla ‘profezia delle settanta settimane’ che nel libro di Daniele erano state annunciate per ‘ungere il santo dei santi’ (Dan 9,24). Luca vede quindi in questo percorso il compiersi della profezia relativa alla figura del messia atteso e lo sottolinea nell’espressione che viene ripetuta: ‘compiuti i giorni’. L’intera vicenda di Giovanni battista, il più grande dei profeti, sin dalla sua nascita è rivolta ad un compimento, espresso attraverso la simbologia della scansione del tempo. Questo tempo ha uno spessore nuovo, di compimento: è un ‘oggi’ di salvezza.

Di Maria, in questi due capitoli, si dice molto poco: è indicata quale parente di Elisabetta, quindi anch’essa collegata a discendenza sacerdotale, e promessa sposa di un uomo della casa di Davide (Lc 1, 27). Viene in tal modo unita, attraverso Giuseppe, alla casa regale ed introduce il messaggio che Gesù è quella discendenza vivente che compie la profezia di Natan a Davide (2 Sam 7, 5-16).

‘Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te’: Il saluto che l’angelo le rivolge ‘Chaire’ richiama un’espressione ordinaria nell’incontro, ma è anche richiamo ad una gioia profonda e si fa eco di pagine del Primo Testamento che parlano di donne, di attesa, di gioia per tutto il popolo.
L’invito ‘Rallegrati’ è rinvio ad un testo di Zaccaria: ‘Rallegrati grandemente, o figlia di Sion’, saluto rivolto a Gerusalemme. E’ un invito alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio: “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14).

‘Rallegrati piena di grazia’ reca anche un’eco dell’episodio di Rut, la bisnonna di Davide che trovò grazia quando ebbe il coraggio di accostarsi a Booz nell’aia di notte (Rut 2,10-13). Ed è ricordo sottinteso alla regina Ester, altra figura di donna coraggiosa, che ‘trovò grazia’ davanti al re Assuero (Est 2,17). Il saluto introduce un contesto di nozze e di incontro. ‘Il Signore è con te’ è così citazione di Sofonia che ispira l’intera narrazione di questa pagina. Sofonia invitava il popolo a vivere una gioia particolare per l’intervento di Dio in mezzo al suo popolo, espresso nell’immagine della ‘figlia di Sion’, e la sua presenza nella storia come salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17). L’annuncio di Sofonia ‘Il Signore è in mezzo a te’ è ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: ‘egli è in mezzo a te’ si trasforma in ‘avrai nel grembo’.

Il saluto è accompagnato dall’espressione ‘piena di grazia’. Il verbo è utilizzato con il significato di ‘rendere grazioso’, cioè ‘trasformato mediante la grazia: l’espressione sottintende un’azione che proviene dalla libertà di Dio che si è attuata, e che permane. Non è solo un attributo, ‘piena di grazia’, ma un autentico ‘nome’ nuovo dato a Maria, la ‘graziosa’. Come nei racconti di chiamata ed invio, il nome nuovo è donato contemporaneamente all’invio per una missione. Ed è individuabile, nel dittico composto dalle due annunciazioni, ancora una opposizione: Zaccaria ed Elisabetta osservanti irreprensibili di tutte le leggi da un lato e dall’altro una situazione nuova e dirompente, determinata dall’azione di Dio che trasforma Maria con la potenza della sua grazia.

Luca indica inoltre alcune caratteristiche del figlio. Rilegge così e ri-narra in questa pagina la profezia che il profeta Natan presentò a Davide: anche Gesù, come lo stesso Davide, sarà ‘grande’ (2Sam 7,11). A lui è attribuito il titolo ‘figlio dell’Altissimo’ designazione di coloro che da Dio sono chiamati per compiti specifici (Sal 2,7; 29, 1; 82,6; 89,7) e del Messia (2Sam 7,16; Is 9,6). Gabriele fa riferimento anche alla ‘casa di Giacobbe’: questo termine indica le dieci tribù del nord, quell che stanno oltre i confini del regno di Davide. Gesù porterà ad un allargamento dei confini unendo quelli che erano stati nella storia di Israele i due regni divisi del sud e nord, Giuda e Israele, aprendo così ad un superamento di confini tra giudei e pagani. Il nome Gesù che gli viene assegnato prima della nascita indica ‘Dio salva’, ‘Dio è salvatore’.

Maria vive una disponibilità profonda. Nel suo volto Luca vede rispecchiarsi la condizione di chi è infecondo (‘non conosco uomo’), il popolo di Sion che è come sposa abbandonata. Maria è vista così come la nuova Gerusalemme che assume la condizione del peccato di Israele e vive una disponibilità radicale aprendo una nuova via all’umanità. Luca vede nel cammino di Maria riflettersi sin d’ora il medesimo cammino di Gesù che sarà abbandonato e prende su di sé la condizione del rifiutato.

Le parole dell’angelo: ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda. Nel cammino dell’esodo Israele aveva fatto esperienza della presenza di Dio che camminava con il suo popolo nella nube al di sopra della tenda del convegno. La nube coprendo, riempiva la tenda con la ‘gloria di Dio’ e Mosè stesso non poteva entrare (Es 40,34-38). Ed era nube che accompagnava il cammino della liberazione.

Il figlio annunciato a Maria è quindi accostato alla presenza della gloria di Dio, presente in mezzo al cammino di un popolo e custodita nella Shekinah, luogo della presenza e dimora. Maria agli occhi di Luca è colei che accoglie e si fa dimora: non accoglie le tavole della legge, come la tenda nel deserto, ma la presenza stessa della Parola di Dio nella vita di Gesù.

Vivere questa festa di Maria oggi significa fare spazio in noi al dono di Dio che nella sua libertà ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e irreprensibili dinanzi a sè’ e ‘ci ha scelti nel suo progetto gratuitamente per manifestare la potenza della sua salvezza in noi’ (cfr. Ef 1,4.11-12).

Suggerisco al termine di questa lettura due scritti: il primo di don Tonino Bello che aiuta a riconoscere in Maria una figura fondamentale dell’avvento come attesa. Il secondo del teologo Joseph Moingt. Esso sottolinea la dimensione del femminile nella chiesa da riscoprire oggi non solo con l’esaltazione del ‘genio femminile’ rivolto spesso alla ‘donna’ intesa in astratto ma nel vivere scelte che attuino un effettivo riconoscimento della presenza e della voce delle donne concrete con la loro specificità nella vita ecclesiale e nel confronto con i rpocessi in atto nella società contemporanea.

“Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica, è carico di attese: ‘promessa sposa di un uomo della casa di Davide’. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’obiettivo nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel Cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.
(…) Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.
(don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni)

“… il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e, poiché la missione evangelica è la ragione d’essere della Chiesa, la nuova accoglienza che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo di oggi, il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo. Introdurre nella Chiesa un po’ di femminilità, a condizione di darle uno spazio in cui possa risplendere, sarà versarvi quella parte di umanità ancora troppo ridotta o mascherata da un potere esclusivamente maschile e sacro, ovvero intollerante. (…)

Si tratta, prima di tutto, di rinnovare il terreno delle comunità cristiane, di instaurarvi libertà, alterità, uguaglianza, corresponsabilità, cogestione, di lasciarvi penetrare le preoccupazioni del mondo esterno, di rendere le sue celebrazioni più conviviali, a immagine dei primi pasti eucaristici in cui si condivideva il pane e i viveri sotto la presidenza benevola di un padre di famiglia; tutto ciò senza dimenticare il principio paolino di escludere tutto quanto esclude. Dentro una tale atmosfera rinnovata la condivisione del potere si presenterà sotto una nuova luce. Ci si ricorderà che il «presbiterato» dei primi secoli, il cui nome è stato reintrodotto, non aveva granché di sacerdotale, essendo allora il sacerdozio riservato al vescovo, e si sarà capaci di reinventarlo sciogliendo il tremendo rapporto tra potere, sesso maschile e sacro. Non si rischierà così di sconvolgere il potere monarchico sul quale la tradizione ha costruito l’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica? Può darsi, ma perché averne timore in anticipo? Non è forse a proposito di una donna e per bocca di lei che fu profetizzato: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’? Non si tratta di rovesciare alcunché, ma d’innalzare ciò che è in- giustamente abbassato. La donna e il futuro della Chiesa? La donna è e sarà il futuro della Chiesa” (Joseph Moingt, “Il Regno attualità” 4/2011 per il testo completo cfr. http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50977; anche http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110203moingt.pdf).

Alessandro Cortesi op

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