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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Immacolata concezione della beata vergine Maria

DSCF4065Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38
Una festa di Maria s’inserisce nel percorso dell’avvento di quest’anno. E’ festa che richiama al dono di grazia di Dio in Maria giovane donna ebrea, immersa nelle attese del suo popolo, e disponibile ad intendere la sua vita come la prima credente in Gesù che pure è accolto in lei. E’ la madre del salvatore, ma prima di tutto è colei che ha vissuto un’attesa esistenziale profonda aperta alla presenza di Dio nella sua vita: è ‘colei che ha creduto’ alle promesse di Dio e che per prima ha seguito Gesù sulla sua via. Con lei viviamo la fatica e la gioia del cammino della fede.

Luca nei primi due capitoli del suo vangelo organizza il materiale di cui disponeva nella struttura di un grande dittico: due parti, l’una all’altra speculare. Narra l’irrompere di Dio nella vita di Zaccaria, sacerdote a Gerusalemme e di Maria, giovane donna di una regione periferica e disprezzata della Palestina; poi le due nascite, di Giovanni e di Gesù, in parallelo e nella diversità; la circoncisione di Giovanni e quella di Gesù; il cantico di Maria e il Cantico di Zaccaria. Si tratta di un dittico che appare ‘sbilanciato’: ogni avvenimento della vita di Giovanni Battista è posto in rapporto alla vicenda di Gesù e dà risalto nella differenza alla novità di Gesù stesso. C’è anche un grande messaggio da cogliere che affonda le sue radici nel riferimento storico al rapporto tra il Battista e Gesù: non si può comprendere Gesù senza il Battista anche se Gesù poi si distanzia e vive un percorso nuovo rispetto a quello di Giovanni. Da Luca tutto questo è proiettato nel momento della nascita.

Lo squilibrio del dittico di Luca si fa evidente nel parallelismo delle annunciazioni: nell’annunciazione a Maria non si è più a Gerusalemme, in Giudea, ma in Galilea; non un uomo, un sacerdote, ma una donna, in attesa; non nel Tempio, ma nell’ambiente della quotidianità, della periferia.

Sei mesi dopo – cioè 180 giorni – dell’annuncio a Zaccaria nel tempio, Gabriele è messaggero di una chiamata di Dio a Maria, questa volta a Nàzaret. Nove mesi dopo – cioè 270 giorni dopo – Maria dà alla luce il figlio. Successivamente, dopo i quaranta giorni, che la Legge indica come tempo della purificazione (Lev 12,2-4), Gesù viene presentato al tempio, offerto come primogenito (Lc 2,22-24; Es 13,2). I sei mesi assommati ai nove e ai quaranta giorni costituiscono insieme 490 giorni (70 per sette): è un rinvio alla ‘profezia delle settanta settimane’ che nel libro di Daniele erano state annunciate per ‘ungere il santo dei santi’ (Dan 9,24). Luca vede quindi in questo percorso il compiersi della profezia relativa alla figura del messia atteso e lo sottolinea nell’espressione che viene ripetuta: ‘compiuti i giorni’. L’intera vicenda di Giovanni battista, il più grande dei profeti, sin dalla sua nascita è rivolta ad un compimento, espresso attraverso la simbologia della scansione del tempo. Questo tempo ha uno spessore nuovo, di compimento: è un ‘oggi’ di salvezza.

Di Maria, in questi due capitoli, si dice molto poco: è indicata quale parente di Elisabetta, quindi anch’essa collegata a discendenza sacerdotale, e promessa sposa di un uomo della casa di Davide (Lc 1, 27). Viene in tal modo unita, attraverso Giuseppe, alla casa regale ed introduce il messaggio che Gesù è quella discendenza vivente che compie la profezia di Natan a Davide (2 Sam 7, 5-16).

‘Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te’: Il saluto che l’angelo le rivolge ‘Chaire’ richiama un’espressione ordinaria nell’incontro, ma è anche richiamo ad una gioia profonda e si fa eco di pagine del Primo Testamento che parlano di donne, di attesa, di gioia per tutto il popolo.
L’invito ‘Rallegrati’ è rinvio ad un testo di Zaccaria: ‘Rallegrati grandemente, o figlia di Sion’, saluto rivolto a Gerusalemme. E’ un invito alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio: “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14).

‘Rallegrati piena di grazia’ reca anche un’eco dell’episodio di Rut, la bisnonna di Davide che trovò grazia quando ebbe il coraggio di accostarsi a Booz nell’aia di notte (Rut 2,10-13). Ed è ricordo sottinteso alla regina Ester, altra figura di donna coraggiosa, che ‘trovò grazia’ davanti al re Assuero (Est 2,17). Il saluto introduce un contesto di nozze e di incontro. ‘Il Signore è con te’ è così citazione di Sofonia che ispira l’intera narrazione di questa pagina. Sofonia invitava il popolo a vivere una gioia particolare per l’intervento di Dio in mezzo al suo popolo, espresso nell’immagine della ‘figlia di Sion’, e la sua presenza nella storia come salvatore: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17). L’annuncio di Sofonia ‘Il Signore è in mezzo a te’ è ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: ‘egli è in mezzo a te’ si trasforma in ‘avrai nel grembo’.

Il saluto è accompagnato dall’espressione ‘piena di grazia’. Il verbo è utilizzato con il significato di ‘rendere grazioso’, cioè ‘trasformato mediante la grazia: l’espressione sottintende un’azione che proviene dalla libertà di Dio che si è attuata, e che permane. Non è solo un attributo, ‘piena di grazia’, ma un autentico ‘nome’ nuovo dato a Maria, la ‘graziosa’. Come nei racconti di chiamata ed invio, il nome nuovo è donato contemporaneamente all’invio per una missione. Ed è individuabile, nel dittico composto dalle due annunciazioni, ancora una opposizione: Zaccaria ed Elisabetta osservanti irreprensibili di tutte le leggi da un lato e dall’altro una situazione nuova e dirompente, determinata dall’azione di Dio che trasforma Maria con la potenza della sua grazia.

Luca indica inoltre alcune caratteristiche del figlio. Rilegge così e ri-narra in questa pagina la profezia che il profeta Natan presentò a Davide: anche Gesù, come lo stesso Davide, sarà ‘grande’ (2Sam 7,11). A lui è attribuito il titolo ‘figlio dell’Altissimo’ designazione di coloro che da Dio sono chiamati per compiti specifici (Sal 2,7; 29, 1; 82,6; 89,7) e del Messia (2Sam 7,16; Is 9,6). Gabriele fa riferimento anche alla ‘casa di Giacobbe’: questo termine indica le dieci tribù del nord, quell che stanno oltre i confini del regno di Davide. Gesù porterà ad un allargamento dei confini unendo quelli che erano stati nella storia di Israele i due regni divisi del sud e nord, Giuda e Israele, aprendo così ad un superamento di confini tra giudei e pagani. Il nome Gesù che gli viene assegnato prima della nascita indica ‘Dio salva’, ‘Dio è salvatore’.

Maria vive una disponibilità profonda. Nel suo volto Luca vede rispecchiarsi la condizione di chi è infecondo (‘non conosco uomo’), il popolo di Sion che è come sposa abbandonata. Maria è vista così come la nuova Gerusalemme che assume la condizione del peccato di Israele e vive una disponibilità radicale aprendo una nuova via all’umanità. Luca vede nel cammino di Maria riflettersi sin d’ora il medesimo cammino di Gesù che sarà abbandonato e prende su di sé la condizione del rifiutato.

Le parole dell’angelo: ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda. Nel cammino dell’esodo Israele aveva fatto esperienza della presenza di Dio che camminava con il suo popolo nella nube al di sopra della tenda del convegno. La nube coprendo, riempiva la tenda con la ‘gloria di Dio’ e Mosè stesso non poteva entrare (Es 40,34-38). Ed era nube che accompagnava il cammino della liberazione.

Il figlio annunciato a Maria è quindi accostato alla presenza della gloria di Dio, presente in mezzo al cammino di un popolo e custodita nella Shekinah, luogo della presenza e dimora. Maria agli occhi di Luca è colei che accoglie e si fa dimora: non accoglie le tavole della legge, come la tenda nel deserto, ma la presenza stessa della Parola di Dio nella vita di Gesù.

Vivere questa festa di Maria oggi significa fare spazio in noi al dono di Dio che nella sua libertà ‘ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e irreprensibili dinanzi a sè’ e ‘ci ha scelti nel suo progetto gratuitamente per manifestare la potenza della sua salvezza in noi’ (cfr. Ef 1,4.11-12).

Suggerisco al termine di questa lettura due scritti: il primo di don Tonino Bello che aiuta a riconoscere in Maria una figura fondamentale dell’avvento come attesa. Il secondo del teologo Joseph Moingt. Esso sottolinea la dimensione del femminile nella chiesa da riscoprire oggi non solo con l’esaltazione del ‘genio femminile’ rivolto spesso alla ‘donna’ intesa in astratto ma nel vivere scelte che attuino un effettivo riconoscimento della presenza e della voce delle donne concrete con la loro specificità nella vita ecclesiale e nel confronto con i rpocessi in atto nella società contemporanea.

“Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica, è carico di attese: ‘promessa sposa di un uomo della casa di Davide’. Fidanzata, cioè. A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell’ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall’obiettivo nell’atteggiamento dell’attesa. Lì, nel Cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra così divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.
(…) Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.
(don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni)

“… il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e, poiché la missione evangelica è la ragione d’essere della Chiesa, la nuova accoglienza che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo di oggi, il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo. Introdurre nella Chiesa un po’ di femminilità, a condizione di darle uno spazio in cui possa risplendere, sarà versarvi quella parte di umanità ancora troppo ridotta o mascherata da un potere esclusivamente maschile e sacro, ovvero intollerante. (…)

Si tratta, prima di tutto, di rinnovare il terreno delle comunità cristiane, di instaurarvi libertà, alterità, uguaglianza, corresponsabilità, cogestione, di lasciarvi penetrare le preoccupazioni del mondo esterno, di rendere le sue celebrazioni più conviviali, a immagine dei primi pasti eucaristici in cui si condivideva il pane e i viveri sotto la presidenza benevola di un padre di famiglia; tutto ciò senza dimenticare il principio paolino di escludere tutto quanto esclude. Dentro una tale atmosfera rinnovata la condivisione del potere si presenterà sotto una nuova luce. Ci si ricorderà che il «presbiterato» dei primi secoli, il cui nome è stato reintrodotto, non aveva granché di sacerdotale, essendo allora il sacerdozio riservato al vescovo, e si sarà capaci di reinventarlo sciogliendo il tremendo rapporto tra potere, sesso maschile e sacro. Non si rischierà così di sconvolgere il potere monarchico sul quale la tradizione ha costruito l’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica? Può darsi, ma perché averne timore in anticipo? Non è forse a proposito di una donna e per bocca di lei che fu profetizzato: ‘Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili’? Non si tratta di rovesciare alcunché, ma d’innalzare ciò che è in- giustamente abbassato. La donna e il futuro della Chiesa? La donna è e sarà il futuro della Chiesa” (Joseph Moingt, “Il Regno attualità” 4/2011 per il testo completo cfr. http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50977; anche http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201102/110203moingt.pdf).

Alessandro Cortesi op

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