la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “gennaio, 2014”

Presentazione del Signore – anno A – 2014

800px-Bellini_maria1Giovanni Bellini, Presentazione al tempio, 1459, Galleria Querini Stampalia – Venezia
Mal 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

Malachia annuncia la figura di un messaggero angelo dell’alleanza, mandato a preparare la via: ‘e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate’ (Mal 3,1). Il quadro è grandioso e compito di tale messaggero sarà l’irruzione nel tempio per ristabilire che i sacrifici siano compiuti secondo una logica di fedeltà a Jahwè: ‘perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia’. E’ il quadro di un’irruzione di potenza e di gloria, forse di Dio stesso, o di una figura messianica, e la questione centrale è quella del sacrificio dell’offerta a Dio.

Molto diversa la scena che Luca propone nella presentazione di Gesù, il suo ingresso nel tempio. Ma non si tratta di tornare ai sacrifici antichi. La sua entrata apre una interruzione e una novità. Il contesto spaziale e simbolico è Gerusalemme e l’ambiente del tempio. Il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio dell’incontro con il Dio dell’alleanza. Luca fa iniziare l’intera vicenda di Gesù a Gerusalemme, nel tempio, con l’annuncio a Zaccaria prima e nella presentazione di Gesù. A Gerusalemme il cammino di Gesù è diretto, e proprio a Gerusalemme si concluderà drammaticamente, fuori dalle mura, sulla croce. A Gerusalemme Luca situa gli incontri con il risorto e la ascensione di Gesù al cielo, inzio di una assenza che diviene presenza nuova nello Spirito. Da lì invia gli apostoli nella forza dello Spirito ad essere testimoni della risurrezione.

Gesù è condotto al tempio per adempiere la legge di Mosè che prevedeva la purificazione della madre dopo il parto e l’offerta a Dio del figlio primogenito, una offerta di poveri. Il riscatto costituiva il rito di un’offerta a Dio: a lui appartenevano tutti i bambini in riferimento alla liberazione dall’Egitto. Ma mentre Gesù viene accompagnato per questo rito l’avvicinarsi di Simeone interrompe il rito. Simeone è presentato come uomo giusto, rivolto a Dio, e spinto dallo Spirito. Il suo gesto di prendere tra le braccia il bambino apre una manifestazione: la presenza di questo bambino è riconosciuta come luce di liberazione.

L’inno posto da Luca sulla bocca di Simeone è l’inno carico di stupore di un credente e rinvia ad alcuni passi del Primo Testamento, ad esempio al canto del servo di Jahwè di Is 49,6: ‘E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza sino agli estermi confini della terra’ (cfr. Is 40,15; 62,6). Ma questo testo viene ripreso con una piccola ma importante modifica: i verbi non sono più coniugati al futuro, ma al passato. Simeone vede nel bambino che tiene tra le braccia già attuata quella promessa che aveva tenuto sveglia la sua attesa e che aveva guidato la sua speranza: ‘i miei occhi han visto la tua salvezza’. Non solo una presenza di salvezza per il popolo d’Israele ma per tutti i popoli. C’è un rapporto nuovo che inizia: i pagani , gli altri diversi, sono soggetti di una benedizione di Dio.

Il suo gesto, il prendere tra le braccia che è il gesto dell’accoglienza, è così visto da Luca come l’aprirsi di una nuova storia, un nuovo inizio: accogliere Dio è aprirsi all’accoglienza della sua tenerezza d’amore per ogni uomo e donna. La presenza di Gesù è per tutti i popoli. E’ questo il fine della lunga attesa. I due anziani Simeone e Anna scoprono che la loro attesa era tutta orientata ad una conversione di amore, di sguardo diverso all’altro. Due persone nel cuore del tempio aprono lo sguardo ad un disegno di Dio il cui tempio è l’umanità. La salvezza che Gesù testimonia è per gli estremi confini della terra.

Simeone indica in quel bambino un segno di contraddizione, pietra di inciampo: qualcuno lo accoglierà, altri lo rifiuteranno. E’ l’annuncio dello scontro che si apre di fronte al volto di un Dio che sceglie la via della debolezza e dell’inermità per comunicarsi a noi. E’ una accoglienza e rifiuto che si gioca in ogni tempo e in ogni tradizione religiosa nel contrasto tra l’apertura all’amore che si fa vicino e apre vie di pace e la chiusura dell’esclusivismo e della violenza contro l’altro.

Aprirsi a questo bambino come ‘luce per tutti i popoli’, è entrare nella logica della fede e guardare il suo volto e tutta la vita con la luce che viene da lui stesso: ogni rifiuto ha alla sua radice un modo diverso di pensare a Dio. Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei padri è il Dio che si comunica nella storia e si fa incontrare nel piccolo segno del bambino così come alla nascita e nei segni apparentemente insignificanti di volti indifesi. Il volto del bambino Gesù indica già la povertà della sua vita e il suo cammino fino alla croce. E’ il Figlio che condivide le debolezze e i fallimenti del nostro vivere e presenta un volto di Dio difficile da accettare, perché si fa piccolo e povero.

Simeone e Anna sono persone anziane, segnate dagli anni, ma la loro vita è percorsa dall’attesa. Si sono affidati alla promessa del Signore durante la loro esistenza: sono tra i ‘poveri’ che si affidano solo a Jahwè. Simeone è giusto perché fedele nel tempo. La sua attesa di incontro con Dio lo ha fatto rimanere aperto. Attendeva la liberazione di Israele: al centro della sua attesa sta la memoria dell’esodo, l’incontro con il Dio dell’alleanza. E quella liberazione lo apre ora ad orizzonti più ampi di quelli che aveva sperimentato.

Dietro al riferimento all’attesa della liberazione d’Israele soggiace un riferimento alla legge del riscatto di Es 13,13 34,20 e Num 18,15. Con l’offerta rituale nel tempio Gesù sta già attuando il riscatto e la liberazione per tutto Israele e si vede già in tale gesto il senso profondo della croce quale evento di solidarietà e di amore: una esistenza offerta in fedeltà a Dio e in soldarietà ai poveri. Gesù compie l’offerta totale di sè al Padre a Dio per tutto Israele e per tutti i popoli: è lui il primogenito di una moltitudine di fratelli.

C’è una vicenda nuova che si sta facendo strada attorno a Gesù: Simeone è presentato come un uomo che si lascia condurre nella creatività e nella gioia dello Spirito. Anna serve Dio notte e giorno nella preghiera ed è presentata come profetessa, donna che vive la parola di Dio nella sua vita e sa leggere i segni del presente come luogo della presenza di Dio che chiama. In lei Luca vede realizzarsi l’attitudine di ogni credente che si lascia illuminare da Gesù: ‘si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme’. Il credente per Luca è capace di lode e di un parlare che si apre oltre ogni confine come parola che libera ed accoglie attese di liberazione.

La narrazione delle due infanzie, del Battista e di Gesù, presentate da Luca come un dittico nei primi capitoli del suo vangelo, è popolata di anziani: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna… In questo mondo, carico di anni, c’è la vita che nasce. Ma questi anziani sono anche il simbolo di una storia che attende. Simeone è un anziano con un cuore aperto e attento: come Abramo si lascia muovere dallo Spirito e accoglie la novità della benedizione di Dio che lo raggiunge non nella grandiosità del tempio, ma nella debolezza di un bambino. Recandosi nel cuore del tempio riconosce nel bambino, che accoglie tra le sue braccia, la luce delle genti.

Da questa pagina potremmo accogliere alcuni percorsi per noi:
Simeone è spinto dallo Spirito: lo Spirito si rende presente nella nostra vita in molti modi soprattutto nelle intuizioni che ci fanno uscire, andare verso, per accogliere. Dovremmo scoprire la fedeltà allo Spirito che apre cammini nuovi.

Simeone prende tra le braccia il bambino: prendere in braccio è gesto di accoglienza e gesto di chi sa scorgere la presenza di Dio nei piccoli segni. E’ gesto di custodia, di attenzione e di coinvolgimento. Il volto di quel bambino rinvia al volto di tutti gli indifesi in cui si rende vicino il volto di Dio per chiamarci a riconoscerlo e a scoprire in loro luce nuova nella nostra vita.

Luce per illuminare le genti: il passaggio ai pagani è il grande passaggio che la comunità di Luca vive e che Luca presenta in questa scena posta nell’infanzia di Gesù. Oggi ci sono passaggi nuovi che siamo chiamati a compiere: il passaggio a leggere e accogliere il vangelo in situazioni nuove dal punto di vista umano e storico, con linguaggi nuovi, in un mondo non più dominato dalla cultura greca e latina. Un mondo sempre più interrelato e in cui l’incontro tra i popoli è luogo di una chiamata di Dio. C’è una promessa per tutti i popoli e le genti da saper ascoltare, da accogliere come benedizione e su cui rispondere con la nostra benedizione. Le parole ‘Ora lascia Signore che il tuo servo vada…’ indicano la scoperta che apre un nuovo cammino. Luca dice che questo si realizza in chi come Simeone e Anna è vecchio, carico di anni. C’è una freschezza del vangelo da accogliere non solo ad ogni età, ma da chi nel tempo ha saputo coltivare e continua a rimanere nell’attesa.

Alessandro Cortesi op

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III domenica tempo ordinario – anno A – 2014

image_previewIs 8,23-9,3; Sal 27; 1Cor 1,10-17; Mt 4,23-34

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… L’inizio della predicazione di Gesù è collegato da Matteo ad una pagina del Primo testamento, di Isaia. E’ un annuncio di gioia per la presenza di Dio che si fa vicino come luce a chi sperimenta il buio. E’ una condizione che rinvia alla situazione di oppressione sperimentata dalle tribù del Nord d’Israele, terra di Zabulon e di Neftali che hanno visto una liberazione.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù prende una decisione che pone una svolta alla sua vita, lascia Nazaret e va a vivere nei territori presso il mare di Galilea, a Cafarnao. E’ un passaggio che implica un ritirarsi rispetto a tutto ciò che a Nazaret poteva essere chiusura della sua vita. Matteo lo presenta con i verbi del ‘ritirarsi’ fuori dalla città (anacoreo) che dice un distacco nel lasciare Nazaret.

Gesù si ritira in una terra di confine, di passaggio, che è il simbolo della periferia. La Galilea è corridoio di vie di commercio che uniscono Egitto e Medio Oriente, di strade attraversate da popoli di diverse lingue e culture, lontana dai centri di potere e dai luoghi in cui è presente l’istituzione religiosa. Galilea è terra di confine, luogo di incrocio tra presenze straniere che di lì passano per i commerci, luogo che risente della lontananza da Gerusalemme.

Gesù va presso il mare, non entra contatto con quelle città in cui in quel tempo era forte l’influsso ellenistico. Piuttosto il suo percorrere quella regione si svolge in rapporto ad una terra che Isaia descriveva come Galilea delle genti, terra di pagani. Terra che aveva conosciuto la devastazione di eserciti e che viveva in quegli anni un tempo di crisi che gravava soprattutto sui piccoli. Luogo in cui è presente l’esperienza del buio. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… hai moltiplicato la gioia. Hai aumentato la letizia… Gesù è uomo della periferia e sceglie la periferia come luogo in cui passare. Matteo sintetizza in un versetto le due dimensioni della sua esistenza: parola, insegnamento e azione di cura e guarigione.

La novità del passare di Gesù sta nell’annuncio che il regno dei cieli si è fatto vicino. Riprende l’annuncio del Battista ma l’accento sta ora sul fatto che il regno si è avvicinato. In quella periferia, luogo poco importante dal punto di vista della storia dei grandi, si rende presente una luce che è dono di novità. Gesù riprende la logica dell’agire di Dio: Dio sceglie non chi è forte ma i deboli per portare avanti la sua storia di alleanza. Sceglie un popolo piccolo, povero, per manifestare la sua forza nella debolezza e perché nessuno possa vantarsi davanti a lui. Nella Galilea, terra considerata ai margini della vita religiosa di Israele annuncia con parole e gesti che il regno dei cieli si è già avvicinato.

Il ‘regno dei cieli’ indica la presenza salvifica vicina di Dio che si prende cura e rivolge il suo sguardo a chi è dimenticato. Gesù annuncia che tale realtà è in atto. I suoi gesti lo esprimono come già presente nella forma del prendersi cura, del portar e guarigione, del restituire alla vita, del far scoprire che lì, nella terra delle tenebre, dove era passata violenza e oppressione, è già presente una luce. Le sue parole lo dicono e nel comunicarlo generano gioia e fascino. E’ un annuncio di gioia quello che Gesù offre: parla di Dio in termini che offrono luce a chi vive nel buio e genera adesione e desiderio di seguirlo.

I suoi gesti dicono alle persone a cui si fa incontro che una speranza, una luce si apre nella loro vita: è una luce che fa scorgere orizzonti nuovi, apre alla felicità, a un compimento impensato della vita. Apre a scoprire che una luce è nascosta nella loro esistenza. La loro vita ha un senso profondo non è dimenticata da Dio, dal suo amore; non solo, annuncia loro che il volto di Dio non è il volto di un Dio di una religione lontana dalla vita, ma è il Dio preoccupato della vita dei suoi figli. E’ soprattutto il volto di un Dio che si china a raccogliere chi è perduto, che non guarda all’apparenza ma alle cose piccole, che si prende cura che uomini e donne siano guariti, riconosciuti, amati.

Ascoltare la parola di Gesù non è questione di ingresso in un sistema religioso o in una appartenenza che chiude ed esclude, ma è scoperta di senso profondo dell’esistenza nel prendersi cura. La sua predicazione e il suo passare non lega, ma chiama a scoprire la presenza di Dio vicino che apre ad un nuovo modo di intendere la vita nel liberare gli altri, nel cercare di dare spazio alla vita come fraternità e incontro.

‘Convertitevi’ non è tanto un invito di tipo moralistico, ma è appello ad accogliere il regno dei cieli come un nuovo modo di intendere l’esistenza, generato dalla scoperta di essere amati. Allora il dono è possibile e costruire il noi nella condivisione è più importante della ricerca di un io angustiato delle proprie sicurezze: la ragione di un cambiamento del cuore sta proprio nel fatto che il regno dei cieli si è fatto vicino, la vicinanza di Dio è realtà in gesti di Gesù, in parole contagiose, annuncio ‘poetico’ che fa quello che dice. E’ annuncio non di minaccia ma di gioia. C’è una luce, un tesoro, una perla preziosa nella vita e la sua scoperta richiede di entrare in un cammino di cambiamento, un modo nuovo di pensare Dio.

Gesù chiama lungo il mare due coppie di fratelli. E’ da cogliere questo particolare: chiama Simone e Andrea che vivono la dimensione di essere fratelli. Chiama poi Giacomo e Giovanni mentre riassettavano le reti: erano fratelli insieme al loro padre immersi nel lavoro. Li chiama con sé e questo implica un lasciare. Come lui si è distaccato da Nazaret così Andrea e Simone che per seguirlo lasciano le reti. Giacomo e Giovanni sono al lavoro con il padre, Possedevano una barca. Lasciano la loro occupazione le reti e il padre per accogliere la chiamata di Gesù ad andare dietro a lui. Dice Matteo che “Gesù vide”: il suo è uno sguardo che va al cuore e quei fratelli si sentirono guardati dentro, avvertirono che Gesù sapeva cogliere le attese più profonde del loro cuore.

In questa chiamata scoprono la possibilità di diventare ‘pescatori di uomini’. Bisogna però interrogarsi su cosa significa questa espressione: pescatori di uomini può essere un termine inteso nell’ottica di attrarre altre persone per moltiplicare il numero degli appartenenti al gruppo, un prendere nella rete come imprigionamento. Ma il senso è ben diverso. Pescare era per quei fratelli il lavoro che dava vita alla loro famiglia, che riempiva la loro vita in una relazione. Così ‘pescatori di uomini’ non è metafora che assimila le persone a dei pesci da attirare all’amo, magari con forme di propaganda e di pubblicità sotto le forme del mercato religioso. Ben diversamente essere pescatori di uomini è chiamata a seguire Gesù nel restituire vita agli altri, nel divenire persone che scorgono un orizzonte nuovo di vita in cui è possibile la gratuità, in cui si può restituire dignità e vita, curare e guarire, dire con la vita la bella notizia del regno che si è fatto vicino. Che Dio non abbandona i suoi figli, che la vita di ognuno è importante, che la gloria di Dio è la vita del povero.

L’appello ‘convertitevi’ si compie per loro in una trasformazione che li porta a cambiare per seguire strade che conducono ad essere preoccupati per la vita degli altri. Gesù chiede loro di seguire lui ed essi si troveranno spiazzati nello scoprire che seguire lui implica intendere la vita a partire dalla periferia, non attendendo ma facendosi incontro, camminando e sperimentando cambiamenti ben più radicali delle rivoluzioni che ritornano al punto da cui erano partite. A servizio di una umanità che vive le tenebre, immergendosi in rapporti di coinvolgimento e di solidarietà per condividere quella luce scoperta negli occhi di Gesù. E’ un senso nuovo scoperto per la propria vita.

Paolo lo esprime nella seconda lettura indicando il Cristo crocifisso in contrasto a parole di sapienza: predicare Cristo crocifisso non è annunciare una vicenda di sofferenza e di dolore. E’ annunciare la bella notizia che una vita spesa in quel modo come l’ha vissuta Gesù è vita che si è compiuta perché ha vissuto l’incontro pieno e la disponibilità a Dio e la solidarietà con gli altri. Questo cuore della vita credente può essere svilito e coperto da tanti elementi che portano a perderlo di vista. La storia dell’esperienza cristiana è triste vicenda di tanti svisamenti del vangelo e di perdita dell’essenziale dell’annuncio, barattato con il potere mondano, con la ricerca di carriere, con la violenza nelle sue diverse forme.

Paolo ricorda che questo riferimento conduce a rapporti diversi in una comunità chiamata non a riproporre le logiche della rivalità, dell’aggressività e della gerarchia proprie di un mondo segnato dalla paura dell’altro, dalla violenza e dalla mancanza di speranza. Proprio perché Dio si prende cura di ciascuno non c’è chi vale meno nella comunità di Corinto e non devono esserci divisioni generate da chi pensa di essere sapiente e disprezza gli altri. Perché non venga svuotata la croce di Cristo.

Quale provocazione per noi oggi sottolineerei alcuni aspetti racchiusi nell’invito: ‘convertitevi’. Convertirsi non è entrare nella linea del pentimento e del ripiegamento su di sè, ma è più radicalmente cambiare stile di vita. Penso a tre conversioni oggi che il cammino dell’umanità ci pone di fronte. Una prima conversione è la conversione all’altro: è scoprire la chiamata dell’altro nella propria vita, di ogni altro, rivolgendo lo sguardo a chi non è considerato perché non rientra nella cerchia di coloro che possiedono ricchezza e benessere,.

Una seconda conversione è il rivolgersi alle situazioni in cui è presente il buio, i luoghi di frattura e le terre di confine dell’umanità, alle periferie dove più si soffre e dove vivono le vittime dei sistemi iniqui del potere che piega, della guerra, della sopraffazione: è una conversione alla giustizia come attenzione alle vittime.

Una terza conversione è la conversione ecologica, per intendere la vita in modo diverso, non secondo la logica della competizione, ma nella linea del costruire una casa comune, in cui potersi riconoscere fratelli. Dietro a queste conversioni sta la conversione al Dio di Gesù, il Dio umanissimo che raggiunge anche noi, come i primi discepoli, con la voce umana di una parola che chiama e di uno sguardo che sa dare riconoscimento, e spinge ogni giorno a lasciare qualcosa per scoprire un cammino nuovo segnato dalla gioia di un incontro da condividere.

Alessandro Cortesi op

Centrafrica, un dramma dimenticato: un appello a sapere

195350489-3e828864-f317-4e30-b129-a205e7dd98f9Le notizie che giungono dalla Repubblica Centrafricana sono allarmanti e tragiche. Un rapporto di Amnesty International di fine dicembre 2013, dopo l’invio di una delegazione per una indagine di due settimane, ha parlato di crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da tutte le parti in conflitto. Il 10 gennaio u.s. il presidente Djotodia ha consegnato le dimissioni:

“È forse giunta a una svolta la drammatica situazione che da oltre un anno stanno vivendo le popolazioni della Repubblica Centrafricana. Il Paese è nella morsa feroce dei guerriglieri che si contendono il controllo delle immense ricchezze del sottosuolo. Oggi il presidente Djotodia, accusato dalla comunità internazionale di estrema passività nella gestione della crisi militare, si è dimesso, insieme al primo ministro Tiangaye.

Ma, nelle stesse ore in cui migliaia di abitanti scendevano per le strade della capitale Bangui per festeggiare, continua senza soluzione di continuità nel Paese la devastazione e, soprattutto, l’emergenza umanitaria. (…) Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono ormai quasi un milione su una popolazione totale di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui; alcuni, soprattutto gli stranieri, stanno invece cercando di lasciare il Paese”.
(da ‘La Repubblica’ 10 gennaio 2014)

“Nella Repubblica Centrafricana, dove dal marzo scorso è in corso un conflitto settario, “senza dubbio ci sono tutti gli elementi” per parlare di “un genocidio”, così com’è stato fatto per “il Ruanda e la Bosnia”. Lo ha detto il capo delle operazioni umanitarie delle Nazioni unite, John Ging, chiedendo che nel paese venga ripristinata la stabilità politica.
Sono stati almeno sette i morti negli scontri della scorsa notte nella capitale Bangui, teatro di un’ondata di violenze senza precedenti dopo le dimissioni del presidente Michel Djotodia. Tre persone, incluso un bambino, sono state raggiunte da proiettili in una moschea, mentre altre 4 sono state uccise a colpi di machete” (da ‘La Repubblica’ 16 gennaio 2014).

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Riprendo e rilancio un appello dal Centrafrica di due missionari che vivono in loco, don Sandro Canton e don Mauro Milani, canonici Lateranensi, in missione a Safa in Centrafrica da circa dieci anni.

Appello dal Centrafrica
Amici, dopodomani, lunedì 20 gennaio, a Bruxelles si deciderà se dare aiuti militari e altro alla repubblica centrafricana. Bisogna a mio parere, per chi ne ha le capacità e le possibilità, infiammare l’Italia con questa notizia se non vogliamo ritrovarci immersi in un altro genocidio, o guerra dimenticata. Due anni di violenze, stupri, saccheggi, devastazioni, soprusi, uno stato inesistente, un milione di rifugiati interni ed esterni, su 4,5 mill di abitanti, tutto è stato distrutto, armi a tonnellate che girano dappertutto, sonnolenza internazionale, ONU incapace di richiamare gli stati alla responsabilità di difendere la dignità umana….Bisogna cominciare a far sapere…FAR SAPERE…. L’Italia è uno degli stati che ora profitta dell’instabilità per il contrabbando di diamanti. Siamo in un certo modo responsabili di tutto ciò. E cosa sarà poi se il conflitto interreligioso scoppierà? Un altro Mali, un altro Egitto, un’altra Siria…Terrorismo? Infiltrazioni di gruppi fondamentalisti? Tutto ciò non toccherà anche l’Europa? NO? altre immigrazioni verso l’Italia? e poi discuteremo se ne hanno diritto o non? E noi abbiamo il diritto di piangere se l’euro va in crisi? Quale diritto?
Bisogna far conoscere, diffondere con tutti i mezzi disponibili. Cosa faranno l’Italia e l’Europa lunedì? Orecchie da mercanti? Come d’abitudine? Poi la Rai, o Canale 5 etc. ci metteranno gli annunzi di adozioni a distanza? Questo ci rende buoni e ci scusa?
Dobbiamo agire, far conoscere, diffondere, chiamare all’appello tutti e mettere gli occhi sui bambini che non sono i nostri.
Conoscere e dire significa molto. Le Chiese devono aprire i loro finestroni colorati, che impediscono di vedere al di fuori, perché fissare il SS Sacramento senza percepire il dolore dell’umanità è da bigotti. Gridiamo che tutto ciò deve smettere e deve interessarci!!
GRAZIE don Mauro e don Sandro
Safa, 18 gennaio 2013
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Riporto di seguito una analisi di Mario Menin, saveriano di Brescia direttore di ‘Missione oggi’ che presenta la situazione drammatica nella regione.

Centrafrica trafitto
I vescovi del continente africano, riuniti per l’assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar (Secam), a Kinshasa dal 9 al 14 luglio, hanno lanciato un accorato appello per la pace in Repubblica Centrafricana. Sono ormai migliaia le vittime e decine di migliaia le persone in fuga a seguito del colpo di Stato da parte dei guerriglieri Seleka del marzo 2013. Anche i vescovi del Centrafrica hanno denunciato, nella loro lettera ‘Mai più così’, la spaventosa situazione del paese: “Dovunque sono arrivate le milizie Seleka regnano terrore, torture, stupri, ruberie. Le popolazioni fuggono, sono prive di tutto, di cibo e medicinali. Il Centrafrica è diventato uno Stato fantasma e le grida e le lacrime della nostra popolazione ci trafiggono il cuore”.

Le Caritas africane, dal canto loro, si sono appellate a tutte le persone di buona volontà, ai governi europei e alla comunità internazionale, affinché non rimangano indifferenti a questa tragedia e intervengano rapidamente con ogni mezzo diplomatico, politico e di aiuto alla popolazione. Molti missionari e missionarie si chiedono il perché di tanta degenerazione, che li ha colpiti anche personalmente, in un paese dove i fedeli di credo diverso – su circa 4,6 milioni di abitanti, il 50% sono cristiani, il 15% musulmani, il resto segue le religioni tradizionali africane – coesistevano senza conflitti ed avevano avviato da tempo incontri interreligiosi per garantire una pacifica convivenza civile.

Come mai continuano a sussistere le milizie Seleka, se il presidente Michel Djotodia le ha sciolte? Perché la Missione internazionale per la stabilizzazione del Centrafrica (Misca) dell’Unione Africana (Ua) non è intervenuta a dovere? Come si spiega il salto di qualità dei gruppi di autodifesa? Chi c’è dietro? Chi li arma? Insomma l’impressione è che in Centrafrica si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo. Una partita che vede coinvolte sia potenze come la Francia, che aveva scaricato il presidente Francois Bozizé, al potere dal 2003, e dato via libera a Seleka per prendere il potere, sia forze dell’integralismo islamico – per la prima volta c’è un presidente, Djotodia, musulmano -, ma anche gli interessi delle potenze regionali come il Sudan e il Ciad che hanno fornito miliziani a Seleka.

Ma non c’entrano forse anche gli interessi delle potenze emergenti asiatiche e di quella continentale, cioè il Sudafrica che conta su un paese ricco di materie prime come il Centrafrica? Niente di nuovo sotto il sole per l’Africa dove le guerre di solito si fanno per procura e le forze locali sono solo comparse. I vescovi, seppure preoccupati degli effetti che questa terribile situazione ha sui rapporti interreligiosi, sottolineano che la crisi è politica e non religiosa e occorre evitare che il conflitto si connoti in questo senso. Per questo hanno fatto pressione sull’Onu e sull’Ua affinché procedano al disarmo degli uomini di Seleka e dei civili sia cristiani sia musulmani. Il lavoro più importante e delicato è quello di riconciliare gli animi, promuovere il perdono e la tolleranza.

Nel frattempo le Chiese cattolica e protestante del paese hanno firmato L’Appello di Bangui, con il quale si invitano i fedeli cristiani alla pace e alla riconciliazione con i musulmani e si chiede alla comunità internazionale di intervenire per far uscire il paese dalla crisi. Quanto tempo dovrà passare prima che si prenda qualche misura concreta a livello internazionale per favorire la fine di quest’ennesima carneficina dimenticata?” (tratto da “Missione oggi” – novembre 2013)

(a.c.)

Non si può tacere

Riporto qui di seguito un testo di don Virginio Colmegna che mi trova pienamente d’accordo e che sottoscrivo, anche in vista della 100 giornata mondiale dei migranti e rifugiati di domenica 19 gennaio p.v.
(a.c.)

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERINon si può tacere di fronte alla campagna di aggressione di chiaro stampo razzista contro la ministra Cécile Kyenge. Un conto è criticare alcune scelte politiche e contrastarle anche con fermezza, un conto è seminare rancore ed alimentare un’aggressività che solo superficialmente, e quindi pericolosamente, si richiama ad obiettivi di carattere politico, ma che in realtà si basa solo su sentimenti di esclusione e di intolleranza.

La crisi che viviamo ha determinato un crescita della sfiducia verso le istituzioni ed è una crisi anche culturale che può degenerare in una conflittualità senza sbocchi. Una società che vuole continuare ad essere civile non può far spallucce (magari pensando che è opera di una esigua minoranza) di fronte a una campagna di inciviltà che punta alla visibilità mediatica e al consenso politico. Si tratta di un’inaccettabile propaganda razzista e questo va detto in modo chiaro, senza giri di parole, ad alta voce.

Sono sicuro che la maggioranza dei cittadini della nostra città e del nostro paese sia del mio stesso parere. Per questo bisogna rispondere a queste persone non scendendo sul loro terreno ma rilanciando il valore politico ed educativo della civiltà e rimettendo al centro la dignità di ogni persona, soprattutto se debole e fragile, esclusa e abbandonata. Per il sociologo Edgard Morin l’antidoto fondamentale alle tante barbarie è la solidarietà, la cui intensità emotiva riveste la forma della fraternità. È così. La solidarietà è il lievito di una politica di civiltà che inevitabilmente contrasta ogni pregiudizio che è d’ostacolo ad ogni tipo di sviluppo. La solidarietà chiede di reagire opponendo la cultura del bene comune all’analfabetismo rancoroso e conflittuale.

Essere solidali oggi con la ministra Kyenge vuol dire avvertire la pericolosità delle campagne che sfruttano la sofferenza reale delle persone. Cécile Kyenge deve essere criticata, quando si merita critiche politiche per ciò che fa o non fa, non per il colore della sua pelle, non per un nome e cognome poco italiani.

Semmai, al governo va chiesto di dar più poteri, più peso, più centralità al Ministero dell’integrazione, che non può essere solo un fiore all’occhiello di un dicastero ma deve agire da attore forte nella questione dei diritti civili. È “un’urgenza che – come ha scritto alcuni giorni fa Michele Ainis – è rimasta sin qui sotto un cono d’ombra”. È arrivato il momento di parlare di riforma della Bossi-Fini sull’immigrazione oltre che dell’abolizione del reato di clandestinità e di trovare una soluzione per i diciottenni, figli di immigrati, nati in Italia, solo per citare due temi cruciali. È il momento di mettere le vele della barca in cui ci troviamo tutti al vento della speranza, allontanandoci dalle raffiche contrarie e pericolose che attraversano l’Europa in crisi. È il momento di alzare la voce per zittire chi sa solo imprecare. Non è il momento di tacere.
don Virginio Colmegna
in http://colmegna.blogautore.repubblica.it/2014/01/17/non-sottovalutiamo-le-intolleranze/?ref=HREC1-20

II domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4447(Sculture in vetro di Bertil Vallien)
Is 49,1-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

Il brano di Giovanni si colloca all’inizio del IV vangelo nella successione di sette giorni che culminano nel segno di Cana (Gv 1,19-2,12), il sabato in cui l’acqua viene trasformata in vino, e in cui i discepoli ‘videro la sua gloria’: sono i sette giorni che ripropongono i tempi della creazione e l’incontro con il Battista è posto nel secondo giorno. A Cana festa di un matrimonio, il segno rinvia alla comunione tra Gesù e i suoi discepoli, la ‘gloria dell’amore’ e questo incontro viene preparandosi in tutti i passaggi precedenti.

Ci sono alcuni elementi nella narrazione dell’incontro tra il Battista e Gesù nel IV vangelo che meritano di essere sottolineati: il Battista è colui che indica Gesù. La sua funzione è quella di chi diminuisce per lasciar posto ed indicare un altro: “Lui deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,30). Nel IV vangelo è il Battista che vede i cieli aperti e discendere la colomba. E Giovanni si fa indicatore e testimone. La più bella descrizione di Giovanni è quindi quella di ‘amico dello sposo’ (Gv 3,29), amico che sa leggere e indicare Gesù e la sua identità come dono di relazione.

In questo brano Gesù è indicato con due titoli particolari. ‘agnello di Dio’ e ‘figlio di Dio’. Sono due indicazioni sulla sua identità che vanno colti all’interno dello sviluppo del IV vangelo. Sono due titoli posti all’inizio e alla fine di questa pagina: “Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29) e a conclusione: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).

Dietro al titolo ‘agnello di Dio’ sta il termine aramaico ‘talja’, un termine usato nei canti del servo di Jahwè (Is 53,4-6.12) per indicare appunto la figura del servo. ‘Talja’ è quindi l’eletto, il ‘servo’ e il Battista usando questo titolo individua in Gesù colui che compie il percorso del servo. E’ servo che risponde ad una chiamata di Dio che coinvolge totalmente la sua esistenza in senso profetico: è inviato a portare la salvezza non solo a Israele ma fino all’estremità della terra (Is 49,5). E’ servo che vive una attitudine di nonviolenza dinanzi all’ostilità ed alla persecuzione: “ha spogliato se stesso fino alla morte” (Is 53,12). Ed offre la sua vita prendendo su di sé il peccato delle moltitudini (Is 53,12). Nel termine ‘talja’ quindi viene evocata la figura del profeta servo, che nella tradizione di Israele era letta come figura collettiva di un piccolo resto che rimane fedele a Dio nonostante la prova e il rifiuto. Nel profeta-servo, nella sua mitezza, si manifesta la gloria di Dio (Is 49,3) e in lui sarà portata salvezza alle nazioni.

Ma il medesimo termine ‘talja’ era usato anche per indicare l’agnello. E a tal riguardo il IV vangelo pone un rapporto fondamentale tra la Gesù e la figura simbolica dell’agnello, l’animale del sacrificio, connesso alla celebrazione della Pasqua ebraica: il sangue dell’agnello nella notte della liberazione aveva salvato il popolo d’Israele dallo sterminio. E di qui la Pasqua come memoria di liberazione e ingresso in un cammino di alleanza con Dio. Proprio Giovanni, tracciando la cronologia dei giorni della passione indica che Gesù venne crocifisso proprio nel momento in cui, nel pomeriggio della vigilia della Pasqua, che in quell’anno – probabilmente il 30 d.C. – coincideva con il sabato, nel tempio venivano uccisi gli agnelli. Il segno dell’uccisione degli agnelli, che preludeva alla consumazione dell’agnello nella cena vissuta nel contesto familiare alla sera, viene così collegato dal IV vangelo a Gesù, alla sua vita e alla sua morte. Gesù è indicato come agnello che compie il significato racchiuso nell’agnello pasquale.

L’agnello della pasqua era connesso al passaggio dalla schiavitù alla libertà, elemento centrale della cena in cui si faceva memoria dell’intervento di Dio come liberazione e vicinanza ad Israele. La sua presenza è liberazione. Gesù è indicato dal Battista come ‘agnello che toglie il peccato del mondo’. La sua vita racchiude e comunica quella luce che le tenebre non possono trattenere e vincere: il suo cammino di servo apre ad un percorso di liberazione dal ‘peccato del mondo’ (Gv 1,29). Si parla qui di ‘peccato’ al singolare: è rinvio ad una forza che segna tutto il cosmo, una dimensione di male che trova espressione nelle scelte e nei comportamenti portatori di malvagità e cattiveria, ma che appare come una struttura profonda di male che in qualche modo attanaglia la vita umana e di tutto il cosmo e la assoggetta ad una logica di violenza e di sopraffazione. Il peccato può così essere indicato come la forza che disumanizza la vita umana. In Gesù agnello si compie una liberazione che capovolge questa logica, che si pone in contrasto radicale con la violenza ed apre a vivere l’esistenza in modo diverso. Toglie il peccato, la condizione di fallimento dell’umanità, e d’altra prende e si fa carico del peccato del mondo. Gesù come agnello mite ha assunto su di sé la condizione umana segnata dall’idolatria, e dall’odio (cfr. 1Gv 2,16; 3,14-15). La sua vicenda è presentata sin da ora come un cammino di solidarietà con l’umanità che soffre e vive il peso del peccato. Sin dal secondo giorno di questa nuova creazione il volto di Gesù è presentato con il profilo del servo e dell’agnello: la sua vita sarà nella mitezza e nella fedeltà alla nonviolenza e il suo eliminare il peccato è motivo di liberazione per tutti. In questo senso è Figlio: sta nella relazione con il Padre e manifesta il volto di Dio come amore che apre una nuova vita.

C’è un secondo elemento. Il Battista parla di Gesù come di uno sconosciuto. Compare una insistenza da parte di Giovanni nel dire ‘Io non lo conoscevo’: “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua , perché egli fosse manifestato a Israele (…) io non lo conoscevo. Giovanni è inviato ad annunciare ai giudei che tra di loro c’è qualcuno che essi ‘non conoscevano’. C’è un cammino di conoscenza di Gesù che lungo tutto il IV vangelo deve essere compiuto. Se Gesù è lo sconosciuto, l’incontro con lui apre ad un cammino in cui il conoscere non è un dato scontato, ma è apertura di una vicenda di incontro. Conoscerlo diviene così uno stare con lui, un condividere la sua vita per rimanere. Accogliere questo conduce a lasciarsi interrogare e cambiare dai segni che egli pone, dalle sue parole. Per l’autore del IV vangelo questo è importante: il cammino di conoscenza non è solamente una questione intellettuale, ma implica un rapporto vivente che conduce ad un conoscere esistenziale e che coinvolge tutta la persona. Dal non conoscere il IV vangelo condurrà a vivere il percorso del ‘sapere’ in modo profondo e vitale perché si è accolto l’invito a rimanere nel rapporto con lui. L’intero cammino di fede per Giovanni è un cammino esistenziale e di relazione lasciandosi guidare dai segni fino all’unico grande segno che rivela la ‘gloria’, il dono fino alla fine sulla croce, rivelazione del volto di Dio amore.

Un terzo elemento è il confronto tra i due battesimi. Il Battista battezza in acqua, Gesù battezza in Spirito. “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo” (Gv 1,33). C’è una epifania per Giovanni. Si apre così l’orizzonte di una immersione nello Spirito: è questo il nuovo battesimo portato da Gesù, la trasformazione nella potenza di Dio, la possibilità di essere invasi dallo Spirito per una vita che respira del soffio dello Spirito. Gesù porta un battesimo che è immersione nello Spirito, cioè nella forza creatrice di Dio.

Gesù viene così presentato con il volto dell’agnello. L’agnello era il segno del sacrificio nel giorno della Pasqua. La vita di Gesù non può esser rinchiusa secondo la logica sacrificale che implica un’idea di Dio da placare attraverso riti sacri. Gesù è agnello perché nel dono della sua vita nell’orizzonte della nonviolenza e dell’amore interrompe la logica sacrificale. La sua vita non è sacrificio secondo la logica dei sacrifici ma è dono di sé, in obebdienza al Padre come figlio e nella solidarietà con gli altri. E’ il figlio, in una relazione di affidamento totale a Dio che è Padre, Abbà nella sua vita. Ed è agnello che vince il male in se stesso e in tutti coloro che entrano nella conoscenza di lui, non opponendo violenza a violenza ma vivendo l’inermità dell’amore. Da questo dono di sé per il IV vangelo sgorga lo Spirito che è effuso, versato, nei cuori (Gv 19,30; cfr. Rom 5,5).

Alcune osservazioni per noi oggi.

Il Battista è il grande indicatore che intende la sua vita in relazione, non nella crescita indefinita ma nel diminuire. La sua esistenza è nella linea del legame dell’amicizia (Gv 3,29) dell’amico dello sposo. Tale sguardo che va oltre, che sa vedere e scorge la presenza dove lo Spirito si posa e rimane è lo sguardo lungo di un testimone che provoca anche noi ad intendere la vita non slegata e ripiegata in dimensioni di un individualismo cieco e indifferente alla presenza di altri, a chi viene dopo. La testimonianza del Battista indica una strada: anche noi dovremmo maturare questa attitudine nuova e diversa, uno sguardo capace di attenzione all’altro, di ascolto di chi viene dopo, le generazioni future a cui consegnare un mondo vivibile, e insieme ad esso un senso della vita scoperto nell’incontro. Una vita non solo nel perseguire una crescita indefinita, ma nel cogliere i limiti che provengono dall’attenzione dall’altro, nelle scelte economiche e in stili di vita che portano cambiamenti nel quotidiano. Solamente se si intende la vita nella capacità di diminuire perché qualcun altro cresca questa si apre ad una relazione e ad una amicizia che fa scorgere l’operare dello Spirito nella storia.

Siamo invitati a vivere il percorso nell’accogliere Gesù come lo sconosciuto, alla pazienza di entrare in una conoscenza che non è un dato da sapere o un’identità di cui possedere alcuni dati, ma che si connota piuttosto come ingresso e cammino in una storia di incontro, in una amicizia. Conoscere è esperienza vitale, è cammino di amore, è approfondimento per scorgere nel volto del servo il profilo dell’agnello. Nella sua debolezza e inermità è fonte di liberazione. Come vivere oggi la testimonianza del vangelo in uno stile di servizio e di nonviolenza?

Nella seconda lettura si parla della “chiesa di Dio che è in Corinto”. Questo cammino di immersione nello Spirito è cammino di comunità invase dallo Spirito e generate dall’ascolto della Parola. La chiesa di Dio sorge e si articola come comunione di chiese chiamate a sperimentare il dono della Pasqua, lo Spirito come fonte della propria vita e esprimerla in una comunione da ricercare sempre al proprio interno e con le altre chiese. Questo pensiero si fa più vivo nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno che ha come tema ‘Cristo non può essere diviso’. Pregare è luogo di scoperta del disegno di Dio e accoglienza della sua chiamata al superamento delle divisioni, non come strategia politica, ma come accoglienza del dono della comunione. Siamo invitati a scoprire la possibilità di vivere oggi una ‘chiesa di chiese’, dove l’unità non debba essere concepita come uniformità e nella logica del ritorno. Costruire una unità che non mortifichi le differenze è compito mai concluso e rende responsabili di realizzare la dinamica che sorregge la comunione, lo scambio nel dare e ricevere i doni diversi, la fatica della traduzione, la tessitura della comprensione. Ciò non si attua senza fatica di un cammino di diversi che sanno di camminare verso colui che sempre rimane ‘lo sconosciuto’ da incontrare più profondamente. Un cammino di ‘chiese provvisorie’ invitate a lasciarsi guidare dallo Spirito incontro a Cristo che sta sempre davanti a noi.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2014

DSCF3432Is 42,1-6; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

Questa domenica del battesimo di Gesù è collocata a conclusione del tempo del Natale. A conclusione di un percorso di epifanie. C’è uno svelamento, una epifania, manifestazione, da cogliere nei vangeli delle origini; e c’è uno svelamento molteplice da inseguire in tutto il percorso di Gesù, indicato dai racconti del vangelo sin da questo momento decisivo del battesimo.

Dopo che Gesù si era recato presso Giovanni Battista e dopo aver vissuto per un certo periodo come suo discepolo, il battesimo è un momento chiave della vicenda di Gesù. Così importante che tutti i quattro vangeli canonici ne parlano, benchè costituisca motivo di difficoltà. E pur tra difficoltà ne riportano la testimonianza e ne presentano una lettura per cogliere lo svelamento che in questo passaggio si attua.

Marco è l’unico che narra l’atto del battesimo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano” (Mc 1,9). Matteo, che forse avverte maggiormente le difficoltà di questo gesto, non racconta il momento del battesimo. Accenna invece ad un dialogo tra il Battista e Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Gesù gli rispose lascia fare per ora perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Gesù compie innanzitutto il gesto di rendersi vicino e farsi compagno con tutti coloro che, attratti dal Battista avvertivano l’esigenza di un ritorno a Dio, di apertura ad un futuro diverso, di un cambiamento della vita e di una conversione. Il suo è un gesto radicale di condivisione e di solidarietà.

Le parole del dialogo tra Gesù e il Battista sono una chiave per interpretare il senso di questa scelta: ‘conviene adempiere ogni giustizia’. La giustizia è l’orizzonte del suo agire. Si tratta della giustizia in senso biblico, a cui Matteo è particolarmente attento. Anche l’intero discorso della montagna infatti verrà posto nella luce della grande affermazione: “Se la vostra giustizia non supera quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5,20). La giustizia a cui Gesù rinvia non è certamente una visione di una separazione secondo la logica dell’esclusione, della punizione e della vendetta che spesso regola il modo umano di fare giustizia. Non è neppure una concezione di giustizia secondo la riflessione filosofica greca codificata nella regola del ‘dare a ciascuno il suo’ in senso commutativo o distributivo.

Adempiere la giustizia per Gesù significa porsi in ascolto della giustizia di Dio. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse di bene e di salvezza e non viene meno. Dio è giusto perché vuole salvare le vittime e i poveri così come è sceso a liberare Israele vittima del potere egiziano. Così la giustizia che Gesù indica si esprime nel suo condividere pienamente il percorso di chi è considerato fuori della salvezza, incapace di accedere a Dio. Si attua così un primo svelamento in questo suo immergersi: è uno svelamento che riguarda il volto di Dio. Il volto di Dio è giustizia ossia fedeltà al suo disegno di salvezza rivolto a tutti, aperto agli esclusi.

Gesù si fa compagnia di coloro che vanno dal Battista perché scorge come quella parola e la testimonianza del profeta del deserto -lontano dal tempio – apre a tutti e non solo ad alcune categorie, coloro che si ritenevano puri o giusti, la possibilità di preparare un’accoglienza di Dio, nel cambiamento della vita. Non in gesti esteriori di appartenenza ad un sistema religioso istituzionale che aveva il suo centro nel tempio, ma nel cambiamento del cuore, in un orientamento della vita, che porta frutti nell’agire e nell’esistenza.

Matteo osserva cha allora Il Battista ‘lo lasciò’: è lo stesso movimento che Matteo indica nell’episodio delle tentazioni indicando in esso l’allontanarsi, il lasciare, del ‘tentatore’, dopo aver tentato Gesù (Mt 4,11). Si tratta allora anche qui di un dialogo che presenta due modi di intendere il messianismo. Per il Battista il messia doveve avere il carattere della potenza e della forza. La sua idea si collegava alla concezione di un Dio minaccioso che viene a giudicare, la cui scure è posta già alle radici (Mt 3,10). Ma questa attesa trova una contestazione nello stile di Gesù. Gesù adempie la giustizia nel presentare il volto di chi si fa accanto, di chi offre compagnia e non minaccia, di chi semina segni di vita, di guarigione e di restituzione alla libertà. E questo mette in crisi lo stesso Giovanni e troverà espressione nell’invio dei discepoli e nella domanda rivolta a Gesù: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr. Mt 11,3-6).

Ma c’è anche un altro svelamneto che questo gesto di Gesù apre. Questa volta è apertura dei cieli: “Quando uscì dall’acqua i cieli si aprirono”. Il salire dalle acque è già indicazione del movimento della risurrezione. E’ un rialzarsi infatti il risorgere, il risalire dalla tomba. E’ condizione di nuova vita in cui Gesù entra nella risurrezione. Una nuova comunicazione si apre tra Dio e l’umanità. Matteo a questo punto esplicita un’esperienza propria di Gesù in cui fa entrare il lettore del vangelo come uno spettatore che viene a conoscere un’esperienza personale e interiore: “Egli vide lo spirito di Dio scendere su di lui come una colomba”. Si tratta di simboli che indicano come l’evento del battesimo sia letto come momento di svelamento, di apertura.

Lo Spirito invade la persona di Gesù. Come lo spirito simboleggiato dal volo della colomba che aleggiava sulla acque delle acque al momento della creazione (Gen 1,2) così ora lo Spirito sta sopra Gesù. Con tale evocazione simbolica e narratva Matteo suggerisce che una nuova genesi (cfr. Mt 1,1), una nuova creazione sta prendendo origine. E’ un nuovo inizio che riprende e si collega alla vicenda della storia di Israele e di tutta la storia della creazione. La colomba diviene simbolo di un discendere, una unzione che richiama il momento in cui i profeti avvertivano la chiamata e l’invio ad essere portatori della parola del Signore in una forza che li invadeva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto per portare ai poveri il lieto messaggio” (Is 61,1). E’ uno svelamento dello Spirito nella vita di Gesù che su di lui rimane ed è svelamento di una chiamata e di un invio che provengono dal Padre e che spingono Gesù ad iniziare la sua missione nella forza dello Spirito: lo Spirito come soffio della creazione, lo Spirito che aveva animato la testimonianza dei profeti, lo Spirito che partecipa la vita stessa di Dio.

Proprio in questo momento Matteo evoca la voce del Padre che, rivolto a Gesù, lo chiama con il nome unico ‘il Figlio, l’amato’: “Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’”.
 E’ una voce che proviene dall’alto. Matteo legge il battesimo di Gesù come evento in cui si svela il volto di Dio comunione, un Padre che ama il Figlio della sua gioia. Ed è presente lo Spirito nel simbolo della colomba che viene dall’alto e si ferma. Gesù è indicato come ‘il Figlio’. Sotto queste parole sta uno svelamento del modo in cui Gesù attua la sua missione di messia.

In lui sono pronunciate le parole con cui si delineava il profilo del ‘servo di Jahwè’: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui” (Is 42,1-6). Tutto il percorso di Gesù viene così situato nell’orizzonte del ‘servo’. Forse egli stesso aveva lasciato ai suoi il ricordo del modo in cui aveva inteso la sua vita richiamandosi al servo di Jahwè: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ – una parola che Luca porrà nel contesto dell’ultima cena (Lc 22,16.18) e che Marco riprende nell’indicazione di uno stile che si contrappone alla logica di chi cerca i primi posti e l’affermazione a modo del potere del mondo: tra voi non è così… “il Figlio dell’uomo non è venuto per esssere srvito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (Mc 10,45).

Ma l’indicazione: ‘mio figlio, l’eletto” è anche la parola, il nome del padre Abramo rivolto ad Isacco, il figlio della promessa, il figlio amato (Gen 22,2): Gesù vive come Isacco il movimento dell’essere restituito totalmente. La sua vita si pone nel movimento del restituire, del ridonare, del riamare. Tutta la sua vita sta in una relazione in cui vive la sua esistenza come dono ricevuto e da ridonare, a Dio e agli altri, in una risposta di affidamento e solidarietà: tutto il percorso di Gesù si pone così nella linea di una fedeltà al Padre vissuta come relazione che costituisce la dimensione più profonda sua vita – in questo senso è Figlio – e nella solidareità con coloro che cercano la salvezza. Ancora, ‘mio figlio’ è termine utilizzato nel salmo 2 che parla del messia: “Sei tu il mio figlio, oggi ti ho generato”. Il figlio è allora il messia e Gesù è indicato come messia. Ma un messia particolare, un anti-messia. La sua missione è nella linea del servo che dà la vita in favore degli altri, che intende la sua esistenza nella logica della solidarietà.

Indico due linee di attualizzazione delle letture per noi:

Il profilo del servo è di colui che non grida, non s’impone, che non spezza una canna incrinata, e non spegne uno stoppino fumigante. E’ il profilo del mite, di colui che passa facendo del bene, in modo disinteressato, senza coltivare progetti di grandezza per sé, ma attento a non calpestare le realtà fragili, tutto ciò che può essere interrotto e schiacciato. E’ profilo di chi segue la via della tenerezza e non dell’esigenza, di chi attua compassione e guarda con comprensione ogni cosa che dice attesa, apertura. Viviamo tempi in cui si manifestano profonde fragilità e i deboli sono i primi a subire le conseguenze di un sistema economico che privilegia i più forti e fa arricchire i più ricchi. Di fronte alla logica della selezione del più forte che spesso regna in ambienti di lavoro e nel contesto sociale, di fronte alla logica della ragione data a chi urla più forte dovremmo forse interrogarci sullo stile del nonviolento e sulla resistenza mite da attuare per contrastare il predominio, la corruzione e lo strapotere.

Pietro nella casa di Cornelio scopre che proprio entrando nella casa del pagano e lasciandosi interrogare dall’altro, si apre ad una nuova comprensione di se stesso (‘alzati anch’io sono un uomo’ At 10,26) e ad una più profonda comprensione di Gesù stesso, di Dio, dello Spirito. Parla di Gesù nei termini essenziali di ‘colui che è passato facendo del bene e guarendo’. Scopre il volto di Dio in modo inedito come colui che ‘non fa preferenze di persone’, che accoglie oltre ogni confine di religione e cultura. Scopre soprattutto che è lo Spirito a spingerlo, a guidarlo e a precederlo sempre in modi imprevedibili in un cammino in cui l’unica cosa che gli è chiesta è uscire, lasciarsi guidare a riconoscere l’agire dello Spirito oltre ogni suo programma. La sfida dell’incontro con l’altro, la grande esperienza del poter entrare nella casa dell’altro, del vicino straniero e dell’altro di religione, cultura e provenienza diversa, è oggi una delle frontiere in cui scoprire in modo nuovo il vangelo e, insieme, le chiamate dello Spirito che è sempre oltre i limiti angusti entro cui vorremmo rinchiuderlo.

Alessandro Cortesi op

noi delle strade

loadimg.phpDa un articolo di Enzo Bianchi, che parla di Madeleine Delbrêl che scelse di vivere egli anni ’30 del secolo scorso, da semplice cristiana, nella periferia operaia di Parigi:
“Certo, quando nel 1935 la Delbrêl si trasferisce con alcune compagne al numero 11 di rue Raspail a Ivry-sur-Seine per una presenza e una testimonianza cristiana al cuore di un quartiere operaio, non sono molti nel mondo cattolico a capire quella follia di una donna tenace e dolcissima. E ancora meno sono quelli che pensano di sostenerla in questo suo modo insolito di vivere la fede come «coinvolgimento della vita eterna nella storia». (…)
Sì, perché «noi altri, gente di strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo nel quale Dio ci ha posto sia il luogo della nostra santità».
Allora anche una vecchia casa di periferia – con i suoi muri silenziosi, le sue finestre affacciate su una strada qualsiasi, le sue stanze di dignitosa povertà – può ricordarci come nel vissuto ecclesiale e sociale ci sono stagioni che mutano, tempi propizi e momenti più travagliati. E nella Chiesa, come nella società, ci sono sì persone che fiutano il vento che tira e si affrettano a correggere la rotta secondo convenienza, ma ci sono anche uomini e donne che sanno anticipare le svolte e precorrere i
tempi, disposte anche a pagare lo scotto del loro discernimento anticipato e della fedeltà a un’intuizione evangelica. Per poi magari sorridere da un angolino periferico di quel regno di cui avevano voluto anticipare qualche tratto”. (Enzo Bianchi, Sottomessa alla carità e quindi libera di tutto, “Avvenire”, 5 gennaio 2014)

Risposta al questionario per il Sinodo dei vescovi

Aligi Sassu s.Andrea PescaraRiporto qui di seguito la Risposta al questionario in vista del Sinodo dei vescovi sulla famiglia elaborata in una discussione del gruppo liturgia che si ritrova presso il convento san Domenico di Pistoia. Chi desidera aderire può inviare un messaggio a breve e il suo nome sarà inserito nella lista di coloro che sottoscrivono.

a.c.

A Mons. Lorenzo BALDISSERI

Segretario generale del Sinodo dei vescovi
c/o Segreteria del Sinodo dei vescovi, 
via della Conciliazione 34

00120 Città del Vaticano
 fax 06 69883392

Risposta al questionario in preparazione al Sinodo sulla famiglia

Siamo un piccolo gruppo di cristiani che si ritrovano settimanalmente nel convento san Domenico di Pistoia (Italia) per riflettere sulle letture della liturgia e prepararci insieme alla Eucaristia domenicale delle ore 19.00 presso la chiesa san Domenico.

Abbiamo accolto con sollievo la proposta di un questionario rivolto non solo ad alcuni ma a tutto il popolo di Dio in vista del Sinodo sulla famiglia e pensiamo che sia molto importante questa novità che attua l’esigenza di ascolto del sensus fidei proprio di tutto il popolo di Dio, come comunità di credenti in cammino insieme.

Alla valutazione positiva del fatto della pubblicazione e dell’invio del questionario ha fatto seguito una impressione perplessa e per lo più negativa sul modo in cui le domande sono formulate. L’impostazione di fondo si rivela segnata dalla preoccupazione di verificare l’applicazione di un impianto dottrinale già codificato e che poco si apre a considerare un ascolto del vangelo in rapporto alle situazioni di uomini e donne che vivono nel tempo. Non sembra esserci nella formulazione delle questioni un ascolto delle effettive relazioni d’amore così come oggi sono vissute dalle persone nella complessità del nostro presente. Tale disponibilità di ascolto è presente nella proposta di aprire un dibattito ma questo andrebbe poi concretizzato anche nello stile delle domande.

Se l’invio del questionario compie le aperture del Vaticano II verso un ascolto che lasci a tutti nella chiesa la possibilità di prendere parola e di essere riconosciuti nella loro dignità di battezzati, la formulazione non sembra accogliere pienamente l’apertura del Concilio a sviluppare una teologia di ascolto del vangelo che si rapporti anche all’ascolto delle situazioni del tempo presente: solamente in questa relazione possiamo rispondere alla chiamata del vangelo nel tempo, in attenzione ai segni dei tempi, riconoscendo un messaggio significativo per le persone di oggi. Sperimentiamo infatti che dove non vi è tale attitudine la chiesa diviene una sorta di setta incapace di parlare al di fuori di gruppi assai limitati e di far scorgere le prospettive umanizzanti del vangelo per tutti.

Nonostante questa difficoltà previa riscontrata abbiamo pensato importante riflettere insieme sulle domande rivolte soprattutto valorizzando il fatto che il questionario non è finalizzato ad individuare risposte a modo di dire sì o no, secondo una prospettiva teorica, ma può essere un primo passo per porre attenzione e lasciarsi interrogare su ciò che succede, nella vita concreta, nelle nostre comunità e famiglie.

Nell’affrontare il questionario abbiamo colto l’importanza della partecipazione richiesta e ci siamo ritrovati non abituati a tale tipo di coinvolgimento: abbiamo così riflettuto sull’importanza di educazione ad uno stile di condivisione e partecipazione che andrebbe coltivato come stile di chiesa.

Abbiamo pensato di non affrontare tutte le domande del questionario ma di concentrarci in particolare sulle domande del punto 4 relativamente alla situazione sempre più diffusa delle convivenze ed alle situazioni dei divorziati risposati.

Nel corso della discussione abbiamo percepito la complessità di temi e questioni che si riferiscono alla vita e toccano aspetti interiori dell’esistenza delle persone. Da un lato abbiamo condiviso la preziosità della bella notizia del vangelo sull’amore, sulle relazioni, su rapporti vissuti nell’affidamento alla grazia di Dio che conduce a vivere un amore con le caratteristiche presentate nell’inno alla carità di 1Cor 13, un amore gratuito, fedele, magnanimo. Ci siamo ritrovati concordi sull’importanza di custodire l’annuncio della preziosità di un amore che rifletta la fedeltà di Dio per l’umanità che non viene mai meno, e l’amore testimoniato da Gesù che ha dato la sua vita in fedeltà al Padre e in solidarietà con tutti, uomini e donne. Qualcuno a tal riguardo ha ricordato l’importanza di una testimonianza e di un accompagnamento ai giovani per scoprire e sperimentare la gioia di un impegno per tutta la vita e la profondità di promesse reciproche fatte affidandosi al Signore.

D’altra parte i concreti percorsi della vita, situazioni vissute personalmente o conosciute di conoscenti, amici e parenti, presentano fragilità, ferite, sofferenze nelle relazioni e negli affetti. Le situazioni vissute realmente pongono domande sulla possibilità di vivere un’esperienza di chiesa che sia espressione effettiva e significativa della accoglienza e della misericordia di Dio per ogni persona. Le nostre osservazioni, ci rendiamo conto, sono frammentarie e non hanno pretesa di essere esaustive. Il dialogo vissuto tra noi in preparazione a questo documento è stata esperienza importante di valutazione di differenti aspetti che vanno tenuti presenti insieme.

In sintesi nel confronto di gruppo che abbiamo svolto sono emerse le seguenti osservazioni condivise che veniamo a presentare.

L’impressione è che il modo in cui sono formulate le domande è lontano dalla realtà e dalla comprensione della reale esperienza delle persone. L’insistenza su di un approccio statistico ai problemi è assai limitato. Certamente vi sono statistiche aggiornate sui fenomeni curate da enti specializzati ma c’è da chiedersi, oltre le statistiche, quanti battezzati oggi lo sono solamente per motivi di tradizione e di tipo anagrafico senza che questo incida nelle scelte della loro vita.

C’è un problema quindi da porre a monte: l’insistenza da parte della chiesa sulla celebrazione dei sacramenti non ha avuto e non ha pari impegno sul versante dell’annuncio del vangelo e dell’accompagnamento in percorsi di fede adulta e di formazione nell’approfondimento di una fede pensata e vissuta e tradotta in scelte di vita.

Nell’ultimo decennio c’è stata un’insistenza a nostro avviso eccessiva da parte del magistero nel concentrare il discorso pubblico sui ‘valori non negoziabili’. Tale insistenza ha provocato la quasi identificazione nella mentalità diffusa tra vangelo e indicazioni in ambito morale, fino a sostituire l’annuncio della bella notizia dell’amore di Dio e della risurrezione con una sorta di elenco di atteggiamenti morali indiscutibili. Tale impostazione si è rivelata incapace di comunicare la preziosità di una esigenza di uno stile di vita che si radica però nell’accoglienza del vangelo e che non confonde fede ed etica: questo linguaggio non riesce a parlare soprattutto ai giovani bisognosi di proposte non autoritarie. Tutti oggi, e i giovani con maggiore autenticità, desiderano essere ascoltati e accolti nelle loro ricerche segnate da tante incertezze e precarietà in particolare nel tempo del pluralismo che implica una fatica più grande ma anche maggiore consapevolezza nel compiere scelte e prendere orientamenti nella vita.

Condividiamo la prospettiva suggerita da papa Francesco nella sua recente intervista alla Civiltà Cattolica avvalorata dai gesti di attenzione e accoglienza verso tutti senza esclusioni ponendo al centro lo sguardo alle persone e all’essenziale del vangelo: «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Ci sembra che sia urgente oggi una maggiore sensibilità alla vita reale e alle situazioni in cui concretamente vivono le persone: è una sensibilità che spesso non è coltivata in ambienti clericali spesso chiusi e incapaci di un contatto di vita con le condizioni concrete delle persone.

Sono in forte aumento le convivenze e di fronte a questo fenomeno sarebbe importante offrire parole che siano punti di riferimento in termini positivi e che sappiano anche cogliere i percorsi graduali con cui oggi si scopre la dimensione dell’impegno di amore verso l’altro. Più che affermare in linea generale e teorica i principi andrebbero offerte parole che sappiano accompagnare, incoraggiare ad andare oltre le posizioni acquisite e ad assumere responsabilità di fronte agli altri.

Di fronte a tante esperienze di convivenza si può osservare come vi siano convivenze vissute nell’irresponsabilità oppure come un contratto di tipo commerciale. Altre sono vissute con sofferenza nella precarietà che la situazione del lavoro genera oggi per tantissimi giovani. Altre ancora sono primi passi in vista di un cammino che presenta fatiche nuove in un tempo in cui la facilità delle relazioni è grande ma non è altrettanto facile approfondire la conoscenza di se stessi, degli altri in un cammino di maturazione della vita affettiva e sessuale. I giovani più che mai sono anche molto reattivi di fronte a forme di imposizione per via autoritaria non motivati e che non lasciano spazio all’autenticità e a convincimenti maturati personalmente. Ci sembra che ogni convivenza sia da orientare verso forme di assunzione di responsabilità e da richiamare ad un prendersi carico dell’altro/a e degli altri in cui si coltivi l’amore e non solo il proprio tornaconto.

Così di fronte a tante convivenze che sono primi passi aperti ad una crescita perché non accogliere queste esperienze come un passaggio di crescita con la fiducia nella capacità delle persone di vivere percorsi graduali e nella libertà, trovando modi perché si sentano accolte proprio nel loro cammino e nella loro ricerca? La proposta delle comunità cristiane dovrebbe concentrarsi sul richiamo a maturare in positivo la bellezza di un amore che assume i caratteri della dedizione e del servizio, della gratuità e dell’apertura ai poveri.

Una notazione che è emersa con forza è come la posizione ufficiale della chiesa riguardo in particolare ai divorziati risposati abbia causato sofferenze profonde nelle persone, e abbia costituito una categoria che con l’esclusione dai sacramenti e da ogni ruolo all’interno della comunità cristiana vive una condizione di discriminazione di fatto e di distanza per una colpa percepita come irredimibile. Questa è la situazione vissuta benché una serie di documenti ufficiali della Chiesa insista sulla non esclusione dei divorziati risposati dalla vita ecclesiale e di fede.

Nell’esperienza concreta sembra però che l’unico peccato imperdonabile sia quello dell’essere divorziati risposati. Come qualcuno ha osservato, paradossalmente il non credente che ha convissuto e si è separato e ad un certo punto chiede di sposarsi in chiesa è accolto, e il credente con una separazione alle spalle non è ammesso ai sacramenti. Così pure anche per peccati di particolare gravità come l’omicidio c’è la possibilità della riconciliazione sacramentale, possibilità che non esiste attualmente per i divorziati risposati tranne la soluzione che ha il sapore di ipocrisia di una richiesta di convivenza ‘da fratello e sorella’.

Di fatto la realtà è molto più variegata e chi nella propria coscienza è convinto della propria situazione davanti a Dio accede ai sacramenti. Così pure nella realtà molti preti propongono l’invito a comportarsi secondo coscienza e nella responsabilità davanti a Dio valutando la propria situazione. Tuttavia questa linea presenta limiti perché mostra una schizofrenia ed anche un contrasto tra insegnamento ufficiale e prassi di vaste aree del popolo di Dio. C’è anche esigenza di un indirizzo di fondo generale e poi soprattutto le persone più semplici si trovano ad avere inflitta una sofferenza di esclusione e una durezza nei loro confronti che contrasta con l’annuncio di misericordia .

Tra di noi c’è chi ha conosciuto o direttamente o indirettamente la sofferenza che segna la vita di chi ha vissuto l’interruzione di legami e ne ha costruiti di nuovi talvolta non senza difficoltà e sobbarcandosi pesi ingenti e la sofferenza vissuta da tanti è assai profonda.

Pensiamo che la chiesa dovrebbe innanzitutto porsi in posizione di ascolto delle sofferenze di tante persone che hanno vissuto questo marchio di marginalità e di sentirsi allontanate da Dio. Appare in stridente contrasto l’insistenza sul perdono e la misericordia di Dio in rapporto alla prassi di marginalizzazione di fatto attuata con i divorziati risposati.

Ci sembra che questa logica di esclusione sia in netto contrasto con l’annuncio della misericordia da parte di Gesù, con la sua prassi di convivialità aperta con pubblici peccatori (Mt 11,19; Lc 15,1-2) e con persone considerate ai margini dal punto di vista sociale e religioso (Mt 9,10; Mt 21,31; Lc 7,37-50). Contrasta anche con la possibilità donata da Gesù per tutti di trovare una accoglienza nell’amore gratuito del Padre che apre a tutti il suo perdono e il suo amore (Lc 7,37-50; Lc 19,1-9).

Le situazioni che toccano il mondo affettivo sono estremamente complesse ed anche le rotture di matrimoni e le separazioni hanno cause che non sempre sono identificabili in modo chiaro. Ci può essere una colpa di uno o dell’altra, che conduce ad una sofferenza profonda soprattutto di chi subisce un separazione. Spesso vi è una rottura reciproca, progressivamente approfonditasi, che se anche si manifesta per la colpa di uno, è sorta per una condizione di passività oppure di non sufficiente attenzione alla relazione. E’ importante avere questo sguardo alla complessità di situazioni altrimenti si giudicano le separazioni o in modo moralistico o secondo una logica di giudizio sull’uno o sull’altro dei coniugi.

C’è chi è giunto alla separazione proprio perché ha creduto sino in fondo al matrimonio e non vedeva la possibilità di realizzarlo in una relazione in cui era venuto meno l’amore di dedizione e la reciprocità. In tal senso è da ascoltare la sofferenza e il desiderio di fedeltà nel cuore di tanti che vivono la condizione nella chiesa di esclusi e tenuti ai margini.

Su questo ci sembrano importanti le osservazioni di Oliviero Arzuffi (Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato, Oltre edizioni, Sestri Levante 2013), divorziato risposato che presenta la sofferenza e il disagio di chi vive perdita dell’autostima, pesanti sensi di colpa che ritornano e si accentuano per la presenza dei figli, solitudine ed emarginazione come anche paura di fronte ad ogni passo da compiere. E presenta anche la richiesta alla chiesa di operare un cambiamento nella disciplina oggi vigente.

Vorremmo far presente pur con la sofferenza di chi ha a cuore la vita della chiesa e l’annuncio del vangelo che su tali temi è in atto uno ‘scisma sommerso’ che i dati sociologici difficilmente riescono a rendere. E’ un allontanamento vissuto tacitamente e in solitudine da tanti, anche da preti che non si esprimono in sede pubblica per evitare censure e punizioni. Per molti la durezza delle parole della chiesa ha comportato l’allontanamento radicale e la perdita di ogni legame e di coltivazione della fede. Per altri ha segnato un passaggio di allontanamento critico dalla chiesa rispetto a posizioni ritenute disumane o di allontanamento silenzioso nella solitudine e nell’indifferenza.

Si è osservato a tal riguardo non solo la sofferenza di chi vive in prima persona situazioni considerate irregolari dall’insegnamento ufficiale della chiesa, ma anche le estreme difficoltà dei preti, di chi ha responsabilità nelle comunità cristiane che vede come prioritario l’annuncio evangelico della misericordia e l’invito alla responsabilità e si trova a dover misurarsi con un atteggiamento di tipo moralistico e limitato ad una prospettiva giuridica da parte del magistero, come se il vangelo si riducesse ad una legge con norme da osservare. Nel vangelo le persone vengono prima della legge e la logica di Gesù è che non è l’uomo per il sabato ma il sabato per l’uomo (Mc 2,23-3,6).

La chiesa e i preti non possiedono i sacramenti ma dovrebbero essere consapevoli di avere la responsabilità dell’annuncio del vangelo all’interno del sacramento. E il vangelo va annunciato per suscitare il fascino di essere fedeli ad esso, in un cammino che si connota come cammino di peccatori bisognosi di perdono e di essere curati e accompagnati.

E’ stato osservato come la chiesa dovrebbe aprirsi a riconoscere che i matrimoni possono fallire, anche quelli vissuti con consapevolezza e impegno: il fallimento e la possibilità del venir meno della relazione fanno parte dell’essere umani, limitati e esposti anche a compiere passi falsi ed errori nella vita.

Pensare di risolvere la questione dei divorziati risposati secondo la via del riconoscimento di nullità presenta elementi importanti ma altri assai discutibili. Certamente per molti casi questo è importante e ci sono casi di effettiva nullità perché mancano le condizioni fondamentali di base, ma per molte altre situazioni è una via d’uscita che ha forti elementi di ipocrisia. Appare forte il contrasto tra una dichiarazione che un matrimonio non è mai esistito e la realtà di una vita condotta magari per molti anni, con figli e che a un certo punto ha trovato una fine della relazione.

Inoltre è stato sottolineato come la chiesa dovrebbe parlare alle famiglie non solo individuando i casi di rottura esplicitata ma cogliendo le logiche di rottura anche dove tutto dal punto di vista formale è ‘regolare’: si pensi al fenomeno in forte aumento delle violenze domestiche, dei maltrattamenti. Le logiche seguite da tante famiglie ‘regolari’ tutte proiettate all’arricchimento e pervase da egoismo o che perseguono una vita appiattita sulla dimensione materialistica.

Si parla poi nel questionario di matrimonio sacramentale, ma sembra che l’impostazione sia prettamente appiattita sulla valutazione giuridica: quanti matrimoni celebrati in chiesa sopravvivono senza essere sacramento anche se non vi è rottura esplicita e separazione? Non sempre il matrimonio di due battezzati è sacramento. Questa impostazione prevalentemente giuridica fa ricadere in una logica della legge e non apre ad ascoltare la bella notizia del vangelo sulla vita di coppia, sulla famiglia e sulle relazioni affettive.

Una notazione che è stata fatta è che solitamente la posizione della chiesa viene giustificata a partire da alcuni versetti del vangelo di Marco (Mc 10,1-12) e di Matteo (Mt 19,3-12) in cui Gesù risponde alle questioni postegli in un dibattito con i farisei riguardo all’atto di ripudio. E’ noto come il testo di Matteo presenti rispetto al testo di Marco una eccezione circa la possibilità di ripudio: possibile nel caso di porneia, di difficile traduzione e interpretato come un ‘comportamento immorale’ o ‘impudicizia’. Questa eccezione presentata sin nella prima comunità cristiana è accolta nella tradizione orientale che prevede la possibilità di seconde nozze.

Troviamo limitato e non fedele ad un corretto accostamento ai vangeli leggere questi versetti staccati dal contesto in cui essi sono stati scritti e soprattutto dal contesto del dibattito religioso e sociale in cui sono stati formulati. Se si tiene conto di tale contesto appare come le parole di Gesù non siano finalizzate a determinare norme per i divorziati risposati, piuttosto a evitare la situazione di una poligamia di fatto in cui le donne soprattutto erano le prime vittime di un arbitrio maschile che aveva trovato un primo limite nel libello di ripudio e che Gesù radicalizza nel senso di una difesa dei più deboli.

Ma le questioni di tipo pastorale e teologico che si pongono oggi dovrebbero trovare riferimento non tanto nella puntuale esegesi di un versetto del vangelo, quanto nel generale atteggiamento di Gesù che si è presentato come profeta accogliente e ha vissuto la commensalità con i peccatori aprendo a tutti la possibilità di accogliere l’annuncio del regno.

Ci sarebbe peraltro da considerare anche il testo di 1Cor 7,12-16 il cosiddetto privilegio paolino in cui si riconosce al coniuge convertito che trova ostacolo nel vivere la sua fede la possibilità di separarsi e di accedere ad un nuovo matrimonio. Questo testo fa cogliere la priorità della fede su altre considerazioni e conduce anche a poter pensare alla priorità dell’amore vissuto in modo autentico. L’indissolubilità più che un fatto naturale è istanza che proviene dal vangelo che va compresa in un contesto di fede e non può essere ridotta ad una dimensione puramente giuridica. Matteo nella sua comunità ha già dato esempio di una traduzione pastorale di questa mediazione. Proprio nel vangelo di Matteo la considerazione dell’indissolubilità del matrimonio (Mt 5,31-32) è inserita nel discorso della montagna, sintesi della nuova legge e di ogni legge, indica l’orizzonte profetico della vita del cristiano.

Le posizioni di Gesù non erano segnate da moralismo. Gesù non è preoccupato di offrire prescrizioni etiche e morali ma al cuore del suo annuncio sta il regno di Dio. Così al centro della relazione coniugale come della vita del credente sta una prospettiva di amore di dono (agape) fondata sulla reciprocità e sul piacere condiviso. La chiamata di Dio per il credente nell’esperienza di coppia è a ‘vivere nella libertà’ (Gal 5,13-16) e nel servizio reciproco e se manca la reciprocità fallisce qualsiasi tipo di rapporto. La predicazione di Gesù è profetica e si accompagna con il realismo. L’unione infatti deve essere nella santità tranne il caso di “porneia” (impudicizia come adulterio, come fatto cioè che determina il venir meno della fiducia reciproca): se la scelta cristiana non viene condivisa da uno dei coniugi è meglio la separazione: il vincolo non deve divenire un cappio. Questo, come osserva Paolo, trova ragione nella chiamata di Dio, “perché Dio ci chiama alla pace’ (1Cor 7,17), soprattutto reciproca, non alle contese, o ad una situazione di dissidio e litigio senza soluzione.

Uno sguardo alla storia della problematica ci rende consapevoli che nel primo millennio cristiano benché la rottura del matrimonio fosse considerata peccato si apriva però ad una riammissione ai sacramenti. Non vi era la condizione di vivere “come fratello e sorella” col nuovo coniuge. Nei primi secoli della Chiesa i divorziati potevano essere accolti nuovamente nella Chiesa dopo un percorso penitenziale e la comunità accoglieva le nuove nozze. In qualche modo la rottura irreversibile del rapporto affettivo tra due coniugi veniva assimilato alla morte di uno dei coniugi che, allora come ora, lasciava libero il coniuge sopravvissuto di risposarsi. Tale prassi era comunemente accettata nella Chiesa dei primi secoli.

Come ha posto in luce Giovanni Cereti il canone 8 del primo concilio di Nicea (325 d.C.) conferma tale prassi quando indicava la riammissione degli eretici novaziani nella Chiesa a condizione che esplicitassero una dichiarazione in cui accettavano, oltre alle dottrine e alle prassi che li avevano contrapposti alla chiesa, anche la riammissione ai sacramenti per i ‘digami’. Cereti, dopo una approfondita analisi individua nei ‘digami’ coloro che vivevano in seconde nozze. Questo elemento è importante per cogliere come la prassi della chiesa sia mutata nel tempo e nel primo millennio, pur considerando il divorzio un peccato grave, era tuttavia attuata una prassi di riammissione ai sacramenti che oggi permane nella tradizione ortodossa nelle Chiese orientali.

Vari interventi hanno sottolineato come oggi le problematiche derivanti da una situazione culturalmente diversa dal passato esiga una capacità di ascolto e di discernimento a fronte di situazioni estremamente diverse tra loro. Ad esempio è diversa la situazione di persone pur battezzate ma che non hanno coltivato un cammino di fede e derivano criteri di vita morale dalle mode e da un atteggiamento di tipo utilitarista e consumista anche nel campo delle relazioni. Diversa è la situazione di chi ha incontrato, magari non per sua colpa, il fallimento del proprio matrimonio oppure di chi ha sperimentato il venir meno della relazione pur in un matrimonio preparato e vissuto con impegno di consapevolezza e di fede. C’è chi dopo un matrimonio che si è interrotto ha vissuto il ricomporsi di una relazione di coppia e di famiglia con fedeltà e sincerità verificata nel tempo vivendo dedizione ai figli e affrontando fatiche e sofferenze che questa nuova condizione comporta insieme all’accompagnamento di figli. Di fronte a queste situazioni viene da chiedersi se non sia da riconoscere che laddove si è maturata una relazione fedele nella gratuità e nella fatica della vita quotidiana lì è presente il sacramento del matrimonio come dono dello Spirito che è Spirito dell’amore.

A partire dalla sofferenza e dai cammini di tanti che hanno costruito nuovi legami ci si può chiedere se le seconde nozze siano un’esperienza sbagliata oppure se essa non possa essere una autentica unione in cui è in atto il sacramento. Quando una persona decide davvero di iniziare una vita nuova si può “in molti casi riconoscere che è proprio la seconda unione che si manifesta come viva e vitale che deve essere considerata come ciò che Dio ha veramente unito e che è probabilmente questa seconda unione che può essere riconosciuta come il segno dell’amore fedele di Dio nei confronti di un popolo peccatore”.

Nel 1993 alcuni vescovi della regione dell’Alto-Reno avevano proposto che situazioni di persone divorziate che dopo un certo tempo avevano costruito nuove relazioni potevano trovare modi di vivere una riammissione ai sacramenti dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento affidando ad una responsabilità di coscienza aiutata a confrontarsi con il vangelo e con la comunità. Essi si dichiaravano contrari ad una riammissione indiscriminata ufficiale e formale dei divorziati risposati alla comunione e affermavano la necessità di “verificare ogni singolo caso: non ammettere indiscriminatamente, non escludere indiscriminatamente».

Benché quella proposta abbia trovato rifiuto in una lettera della Congregazione della fede tuttavia ci sembra che debba essere portata avanti e approfondita come anche sostiene una presa di posizione della diocesi di Friburgo del maggio 2012 (Divorziati risposati nella nostra Chiesa) e il documento sull’accompagnamento dei divorziati separati risposati civilmente pubblicato nell’ottobre 2013. In esso si offrono motivate ragioni per una apertura che fa proprio l’atteggiamento di fondo di Gesù, che era vicino alle persone e pieno di rispetto, e si afferma: “In seguito ad una decisione assunta in maniera
responsabile, si può, in una situazione concreta, aprire la possibilità di ricevere i sacramenti del
battesimo, della santa comunione, della confermazione, della riconciliazione e dell’unzione degli
 infermi, nella misura in cui ci si trovi nella disposizione di fede concretamente richiesta”. In questo testo si apre alla possibilità di una benedizione sulla coppia e di una preghiera comune, dopo un periodo di discernimento e di accompagnamento spirituale, spesso richiesta da coppie sposate civilmente in seconde nozze che partecipano alla vita delle comunità.

Nel nostro incontro qualcuno ha sottolineato l’importanza di non fermarsi ad una impostazione giuridica, anche perché l’annuncio della bella notizia sul matrimonio dovrebbe trovare la chiesa impegnata a sottolineare la prospettiva dell’indissolubilità del matrimonio non tanto come precetto, ma come una prospettiva a cui tendere connessa alla storia delle persone, e sempre più grande delle effettive attuazioni.

A tal riguardo ci sembra di poter condividere i suggerimenti del teologo Giannino Piana che scrive:
“Non è forse possibile fare qui riferimento – è questa la nostra opinione oggi peraltro condivisa da molti esegeti – alla nota distinzione introdotta dalla riflessione teologico-morale tra norma-precetto e norma escatologico-profetica? La prima ha il carattere di norma chiusa, alla quale occorre aderire incondizionatamente, senza alcuna limitazione; la seconda è, invece, una norma aperta, che spinge costantemente l’uomo in avanti e lo sollecita ad un impegno di permanente conversione. La radicalità del messaggio di Gesù sulla indissolubilità assumerebbe, in quest’ultimo caso, il significato di un ideale di perfezione, che per il credente ha connotati decisamente normativi – non si tratta di un pio consiglio riservato ad alcuni (pochi) eletti -; ma che va, nello stesso tempo, opportunamente mediato di fronte a situazioni particolari, come d’altronde già si verifica – lo si è visto – nell’ambito degli stessi testi evangelici. A conferma di questo assunto vi è, d’altra parte, l’inserimento del principio dell’indissolubilità nel contesto del discorso della montagna (Mt 5, 31- 32), le cui grandi indicazioni che devono guidare la condotta del discepolo alla sequela di Gesù sono totalmente ispirate all’ideale di perfezione: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48)”.

Intendiamo l’invito ad essere perfetti come tensione a vivere come persone complete, secondo la misura di ognuno, nel rispondere alle chiamate del Signore in una apertura del cuore ad accogliere l’amore di Dio e ad una conversione a Lui da mantenere come attitudine costante nella vita.

Nel dibattito è emerso come ciò che è importante è rispondere alla questione sulla misericordia: tutti siamo figli di Dio e per questo l’approccio a questi problemi dovrebbe essere più vasto. C’è chi ha sottolineato la difficoltà di intendere queste problematiche secondo una logica della ‘regola’. Tutti siamo peccatori e in cammino: chi può dirsi ‘regolare’ davanti al vangelo e a Gesù? Il parlare di situazioni irregolari conduce ad una sorta di separazione tra chi è a posto e chi no. E potrebbe anche far pensare ad un senso di superiorità di chi è regolare rispetto ad altri che sono ‘irregolari’. Sarebbe da sottolineare che è irregolare chi non vive l’amore secondo le esigenze dell’agape (1Cor 13). Il messaggio del vangelo è annuncio del ‘regno di Dio’, la vicinanza di Dio per i peccatori che scoprono, toccati dalla gratuità del suo amore, la propria inadeguatezza, mai adeguata ad una regola, e la possibilità di camminare nel vivere più a fondo il comandamento dell’amore.

In tal senso particolare importanza andrebbe data alla dimensione della coscienza da coltivare con una formazione e un accompagnamento a leggere la propria esperienza scorgendo la chiamata del Signore nelle situazioni diverse e particolari. Tutti siamo chiamati ad una conversione continua e l’esperienza di chi vive la sofferenza della rottura di un matrimonio apre tutti ad una comprensione nuova di vicinanza e solidarietà.

Siamo stati colpiti da alcune parole di papa Francesco: “Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” .

Sarebbe importante anche a tal riguardo un approfondimento da attuare soprattutto ascoltando la voce delle donne sulla teologia riguardante la sessualità. Ancora la visione della sessualità nell’insegnamento ufficiale della chiesa e nella prassi ha risvolti di idealizzazione disincarnata da un lato e di negazione e condanna come realtà negativa dall’altro. L’attuale situazione di liberazione sessuale, se per certi versi rappresenta una banalizzazione e non considerazione dello spessore della sessualità – nella stessa linea anche se con esiti opposti della negazione e del rifiuto della sessualità – dall’altro è una provocazione nuova del nostro tempo, per scoprire la sua concreta valenza nella vita umana e nella relazione e per non ridurre la complessa dinamica dell’amore al solo aspetto della fisicità.

Come si può manifestare un volto di chiesa capace di testimoniare l’ospitalità di Gesù verso tutti di fronte a chi, divorziato, ha ricostruito legami con altri? Una proposta è quella di riconoscere la nuova unione dopo un periodo di verifica con una benedizione della nuova unione che ne dica il senso di un cammino aperto e pur sempre chiamato a conversione come la vita di ogni credente consapevole del peccato e aperto a crescere nella conversione.

Si può anche tenere presente della riflessione in atto in altre chiese: per la Chiesa valdese l’accettazione delle nuove nozze è un segno di solidarietà della comunità dopo un impegnativo percorso pastorale successivo al divorzio, che viene concepito come un male grave ma minore. Il riferimento alla prassi delle Chiese orientali che, alla luce del principio della “economia” permettono le seconde nozze come segno della condiscendenza di Dio di fronte al limite umano ed anche al peccato potrebbe essere un riferimento importante.

Pensiamo sia urgente quanto papa Francesco ha detto in una recente intervista a La Stampa (15 dicembre 2013) invitando a «facilitare la fede, più che controllarla». Ci ritroviamo nelle sottolineature da lui pure espresse in una recente intervista a Civiltà cattolica: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».

Pensiamo sia importante a tal riguardo vivere uno stile ecclesiale di comprensione, di misericordia e compassione. Vediamo urgente oggi individuare vie concrete che dicano la possibilità per tutti di trovare misericordia e di comprendere la propria vita come cammino mai concluso, pur nella fragilità, verso l’incontro con il Signore e nel servizio agli altri: questo implica tornare alla logica evangelica del primato delle persone sulla legge e della finalizzazione della legge stessa alla vita delle persone chiamate a percorsi di responsabilità.

Misericordia, compassione, responsabilità, ospitalità accogliente, senso della vita come cammino, sono le parole che oggi possono suscitare quel fascino del vangelo non come possesso ma come bella notizia per uomini e donne del nostro tempo e per poter vivere un’esperienza di chiesa chiamata ad accogliere sempre la misericordia di Dio ricevuta come dono di riconciliazione e di nuovo inizio e ad essere non padroni della fede ma collaboratori della gioia degli altri (2Cor 1,24).

Pistoia, 3 gennaio 2014
Piazza san Domenico 1, 51100 Pistoia

I componenti il gruppo di risposta (in ordine alfabetico)

Giuseppe Alibrandi
Giorgio Brembilla
Luca Chiti
Tiziana Ciampi
Rita Corrieri
Alessandro Cortesi
Paola Fedi
Aldo Fedi
Elettra Giaconi
Angela Iucchi
Mauro Lucarelli
Margherita Magni
Isabella Manara
Alberto Niccolai
Nada Filippi
Giovanni Pieraccioli
Raffaella Pettinà
Cecilia Turco
Gloria Zucconi

Sottoscrivono il documento (aggiornamento al 5 gennaio 2014)

Franco Bertini
Franco Burchietti
Giacoma Cannizzo
Vincenzo Caprara
Chiara Cei
Fausto Ciatti
Francesca Cortesi
Sergio Cortesi
Piero Erle
Carlo Dini
Ugo Fanti
Guido Galeotti
Tania Groppi
Luca Innocenti
Grazia Lupi
Carla Madricardo
Giovanni Mandorli
Paolo Massaini
Mariangela Maraviglia
Paolo Morosi
Isabella Poli
Silvia Potenti
Alessandra Saccardo
Maria Veronica Sforzi
Tiziana Traversari

II domenica di Natale – anno A – 2014


2013-12-14 09.46.53Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-18; Gv 1,1-18

Si può leggere il IV vangelo a partire dall’inizio o a partire dalla fine. Leggerlo a partire dalla fine significa accostarlo dopo aver percorso la vicenda di Gesù, il suo cammino umano presentata nel vangelo. E’ forse quello che ha fatto il redattore del Prologo (Gv 1,1-18): dopo aver ripercorso l’incontro con Gesù, ha posto come grande ingresso del vangelo questo inno per indicare le profondità del suo essere. Penso così che il prologo debba essere letto come pagina che sintetizza in un grande inno la meditazione sulla vicenda di Gesù, sul suo percorso umano. E’ uno sguardo profondo che a partire dalla vicenda di Gesù di Nazaret e legge il manifestarsi, in quella vicenda di carne, della sapienza di Dio, del suo disegno sulla storia.

Il prologo esprime così una intuizione decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, solamente il Figlio, lui ce lo ha raccontato, se ne è fatto l’esegeta. Gesù è così presentato come il figlio. La sua identià, come quella di ogni figlio, sta nella relazione, nel legame. Tutta la sua vita è stata vissuta nell’orizzonte di un legame fondante con il Padre, nell’intendere il suo cammino come invio a compiere la volontà del Padre e ad essere manifestazione nei suoi gesti dello stile stesso di Dio. Gesù nella sua vicenda umana è stato interprete ed ha manifestato il volto di Dio come amore che si dà fino alla fine. Nella sua vita, nei suoi gesti, parole, nel suo modo di formarsi una comunità di discepoli, nella sua morte possiamo cogliere il volto di Dio che nessuno ha mai visto. In Gesù Dio si è reso vicino. Così vicino da entrare nella carne, da far sua la storia e di farsi incontrare nella vicenda di un uomo.

L’autore del IV vangelo esprime questo dapprima raccontando la vicenda di Gesù e leggendola come grande segno: non solo i vari momenti del suo agire sono letti come ‘segni’, rinvio a qualcos’altro, al volto stesso di Dio di cui quei segni sono rivelatori. Gesù è grande rivelatore del Padre. Ma la sua stessa morte è alla fine il grande segno, l’unico segno che rimane, da leggere come punto di riferimento in cui scorgere il volto di Dio come Amore nel volto del crocifisso.

Nel grande inno iniziale Gesù è così presentato come il figlio che ha raccontato nella sua vita umana il volto di Dio. Non solo, in Gesù si manifesta una sapienza, un disegno che da sempre è presente in Dio stesso. Quella sapienza è una parola che sta al cuore dell’esistenza stessa di tutte le cose, è una presenza che sta dentro il dinamismo della vita: “tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini”. C’è in queste parole una provocazione ad ascoltare la vita e a cogliere nelle sue dimensioni profonde questa presenza ed il riferimento al disegno di Dio, che è sogno di Dio sulla storia. Un sogno e progetto che sta al principio e sta a fondamento di ogni esistenza. Una presenza non riservata ad alcuni ma a tutti coloro che cercano di andare al fondo della vita.

Quella parola è non solo all’inizio, ma è posta nelle profondità del cuore di ogni donna e uomo. E’ qusto un annuncio che amplia gli orizzonti e fa cogliere come l’incontro con la sapienza di Dio, con il suo progetto non è cosa riservata ad alcuni, non è dominio di chiese, ma sta nelle profondità dei cuori. E’ luce che brilla e nel profondo rimane e può essere indicata come la luce della coscienza, che nel profondo offre possibilità di aprire cammini, di inseguire il senso più autentico della vita umana : ‘Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo’. E’ luce nelle profondità delle esistenze ma anche luce che guida uomini e donne nei loro cammini di ricerca del vero del bene e del giusto, luce che illumina ogni percorso relgiioso dell’umanità ed ogni apertura a ciò che è autenticamente umano.

Questa parola e questa luce hanno a che fare con il ‘principio’. Non si tratta di un principio cronologico, ma di una dimensione che supera la storia. In Gesù si è manifestato il senso a cui tutta la storia umana tende. Dio in lui ha donato la sua parola. Nella vicenda di Gesù, nella debolezza della sua fragilità umana, nel suo essere uomo, Dio si è fatto conoscere a noi. In Gesù si fa visibile in gesti e scelte di vicinanza, cura e servizio quella sapienza che da sempre era presso Dio: nel suo accogliere le persone, nella sua condivisione, nel suo opprosi con la nonviolenza e il perdono a chi lo rifiutava e condannava. In lui si fa vicino quel sogno di Dio sulla storia, quella luce che è presente in ogni coscienza. Nel suo modo di vivere di Gesù c’è manifestazione di questa sapienza ed è una luce che nessuna tenebra può trattenere e nemmeno può vincere: “la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”.

Gesù ha raccontato nella sua vita il volto di un Dio che non sta lontano e indifferente rispetto alla storia e ai percorsi umani ma fa sua la causa dell’uomo, e per essere incontrato chiede che lo si guardi nella fragilità della carne: la sua ‘gloria’ – lo ‘spessore’ del suo essere Dio – può essere incontrata e vista nella debolezza di una vita che si dona e si fa servizio. “E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità”.

In questa espressione ‘la Parola si è fatta carne’, non c’è solo il riconoscimento che nella vita di Gesù sta il rivelarsi di quella sapienza che è il senso della storia umana, ma c’è anche l’appello a riconoscere nella realtà umana, nella sua debolezza il luogo del farsi vicino di Dio. Il luogo del dimorare di Dio è la vita umana e nel volto dell’uomo vivente è da rintracciare la gloria di Dio. Qui sta un grande messaggio riguardo al rapporto tra Dio e l’umanità. Dio abbraccia e prende con sé l’umanità nel suo limite, nella sua fragilità. Si rende presente nei volti dell’umanità fragile e dimenticata, come si è reso visibile nel volto di un bambino.

A chi accoglie questo si apre l’esperienza della gratuità e di un modo nuovo di guardare la vita, perché ci si lascia illuminare da questa luce che è il senso profondo non solo dell’esistenza personale, ma di tutta la vicenda storica e cosmica. “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia”. “A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Divenire figli è la possibilità aperta: è scoperta possibile nel riconoscimento di una fraternità che lega al di là di confini e seaprazioni. E’ mettersi in attenzione ad accogliere quella luce che è nel cuore di ognuno e cercare di camminare sui percorsi che essa suggerisce. E’ disponibità ad aprirsi così ad una inquietudine e ad una ricerca di Dio sempre al di là dei nostri piccoli schemi e delle nostre teologie e di un Dio da incontrare nella vita dei poveri: ‘la gloria di Dio è la vita del povero’ (Oscar Romero).

Viviamo oggi una duplice sfida: quella a vivere una attitudine di apertura e di ricerca e quella di scoprire come l’incontro con Dio passi attraverso la vita dei poveri.

Per la prima sfida penso sia da riflettere sulle parole di Papa Francesco che in questi giorni (3 gennaio 2014) parlando di Pietro Favre, gesuita ha avuto alcune espressioni riguardo all’esigenza di una inquietudine davanti a Dio sempre più grande dei nostri pensieri e l’importanza di avere un atteggiamento di inquietudine, di ricerca e di desiderio: “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta. Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!
Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. E’ l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili. E’ questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri”.

La sfida di vivere un rapporto con Dio che passi attraverso l’attenzione alla vita del povero è spesso ostacolato dal pensare che l’orizzonte della vita è quello del cielo non quello della terra: ma la Parola si è fatta carne, si è fatta schiavitù, povertà, e da qui sgorga l’indicazione che l’incontro con Dio si attua nel farsi carico della carne del povero. La cura del povero non è mezzo per giungere a parlargli di Dio ma è quanto richiede la scelta di Dio stesso di farsi incontrare nella debolezza e nella povertà della carne umana. Come nella parabola del giudizio finale di Matteo la domanda non è se si è parlato di Dio, ma se si è dato pane acqua, soccorso… Questo approccio de-centralizza la stessa chiesa da se stessa. Se la Parola si è fatta carne, allora tutto quello che è esperienza di chiesa dovrebe essere al servizio di questo movimento di farsi povero. Come Cristo da ricco che era si è fatto povero, così questo è il percorso per ogni credente e per ogni comunità. In ogni gesto di promozione umana sta un annuncio profondo del vangelo che è il vangelo dell’incarnazione, di un Dio solidale con l’umanità povera e fragile. Siamo posti di fronte ad un cambiamento di stile perché lo stile e la prassi di dono e di incontro esprimono in se stessi la fonte da cui provengono scelte e orientamenti e lasciano trasparire il senso profondo della vita umana, quel sogno di Dio di fraternità.

Alessandro Cortesi op

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