la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Natale – anno A – 2014


2013-12-14 09.46.53Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-18; Gv 1,1-18

Si può leggere il IV vangelo a partire dall’inizio o a partire dalla fine. Leggerlo a partire dalla fine significa accostarlo dopo aver percorso la vicenda di Gesù, il suo cammino umano presentata nel vangelo. E’ forse quello che ha fatto il redattore del Prologo (Gv 1,1-18): dopo aver ripercorso l’incontro con Gesù, ha posto come grande ingresso del vangelo questo inno per indicare le profondità del suo essere. Penso così che il prologo debba essere letto come pagina che sintetizza in un grande inno la meditazione sulla vicenda di Gesù, sul suo percorso umano. E’ uno sguardo profondo che a partire dalla vicenda di Gesù di Nazaret e legge il manifestarsi, in quella vicenda di carne, della sapienza di Dio, del suo disegno sulla storia.

Il prologo esprime così una intuizione decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, solamente il Figlio, lui ce lo ha raccontato, se ne è fatto l’esegeta. Gesù è così presentato come il figlio. La sua identià, come quella di ogni figlio, sta nella relazione, nel legame. Tutta la sua vita è stata vissuta nell’orizzonte di un legame fondante con il Padre, nell’intendere il suo cammino come invio a compiere la volontà del Padre e ad essere manifestazione nei suoi gesti dello stile stesso di Dio. Gesù nella sua vicenda umana è stato interprete ed ha manifestato il volto di Dio come amore che si dà fino alla fine. Nella sua vita, nei suoi gesti, parole, nel suo modo di formarsi una comunità di discepoli, nella sua morte possiamo cogliere il volto di Dio che nessuno ha mai visto. In Gesù Dio si è reso vicino. Così vicino da entrare nella carne, da far sua la storia e di farsi incontrare nella vicenda di un uomo.

L’autore del IV vangelo esprime questo dapprima raccontando la vicenda di Gesù e leggendola come grande segno: non solo i vari momenti del suo agire sono letti come ‘segni’, rinvio a qualcos’altro, al volto stesso di Dio di cui quei segni sono rivelatori. Gesù è grande rivelatore del Padre. Ma la sua stessa morte è alla fine il grande segno, l’unico segno che rimane, da leggere come punto di riferimento in cui scorgere il volto di Dio come Amore nel volto del crocifisso.

Nel grande inno iniziale Gesù è così presentato come il figlio che ha raccontato nella sua vita umana il volto di Dio. Non solo, in Gesù si manifesta una sapienza, un disegno che da sempre è presente in Dio stesso. Quella sapienza è una parola che sta al cuore dell’esistenza stessa di tutte le cose, è una presenza che sta dentro il dinamismo della vita: “tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini”. C’è in queste parole una provocazione ad ascoltare la vita e a cogliere nelle sue dimensioni profonde questa presenza ed il riferimento al disegno di Dio, che è sogno di Dio sulla storia. Un sogno e progetto che sta al principio e sta a fondamento di ogni esistenza. Una presenza non riservata ad alcuni ma a tutti coloro che cercano di andare al fondo della vita.

Quella parola è non solo all’inizio, ma è posta nelle profondità del cuore di ogni donna e uomo. E’ qusto un annuncio che amplia gli orizzonti e fa cogliere come l’incontro con la sapienza di Dio, con il suo progetto non è cosa riservata ad alcuni, non è dominio di chiese, ma sta nelle profondità dei cuori. E’ luce che brilla e nel profondo rimane e può essere indicata come la luce della coscienza, che nel profondo offre possibilità di aprire cammini, di inseguire il senso più autentico della vita umana : ‘Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo’. E’ luce nelle profondità delle esistenze ma anche luce che guida uomini e donne nei loro cammini di ricerca del vero del bene e del giusto, luce che illumina ogni percorso relgiioso dell’umanità ed ogni apertura a ciò che è autenticamente umano.

Questa parola e questa luce hanno a che fare con il ‘principio’. Non si tratta di un principio cronologico, ma di una dimensione che supera la storia. In Gesù si è manifestato il senso a cui tutta la storia umana tende. Dio in lui ha donato la sua parola. Nella vicenda di Gesù, nella debolezza della sua fragilità umana, nel suo essere uomo, Dio si è fatto conoscere a noi. In Gesù si fa visibile in gesti e scelte di vicinanza, cura e servizio quella sapienza che da sempre era presso Dio: nel suo accogliere le persone, nella sua condivisione, nel suo opprosi con la nonviolenza e il perdono a chi lo rifiutava e condannava. In lui si fa vicino quel sogno di Dio sulla storia, quella luce che è presente in ogni coscienza. Nel suo modo di vivere di Gesù c’è manifestazione di questa sapienza ed è una luce che nessuna tenebra può trattenere e nemmeno può vincere: “la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”.

Gesù ha raccontato nella sua vita il volto di un Dio che non sta lontano e indifferente rispetto alla storia e ai percorsi umani ma fa sua la causa dell’uomo, e per essere incontrato chiede che lo si guardi nella fragilità della carne: la sua ‘gloria’ – lo ‘spessore’ del suo essere Dio – può essere incontrata e vista nella debolezza di una vita che si dona e si fa servizio. “E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità”.

In questa espressione ‘la Parola si è fatta carne’, non c’è solo il riconoscimento che nella vita di Gesù sta il rivelarsi di quella sapienza che è il senso della storia umana, ma c’è anche l’appello a riconoscere nella realtà umana, nella sua debolezza il luogo del farsi vicino di Dio. Il luogo del dimorare di Dio è la vita umana e nel volto dell’uomo vivente è da rintracciare la gloria di Dio. Qui sta un grande messaggio riguardo al rapporto tra Dio e l’umanità. Dio abbraccia e prende con sé l’umanità nel suo limite, nella sua fragilità. Si rende presente nei volti dell’umanità fragile e dimenticata, come si è reso visibile nel volto di un bambino.

A chi accoglie questo si apre l’esperienza della gratuità e di un modo nuovo di guardare la vita, perché ci si lascia illuminare da questa luce che è il senso profondo non solo dell’esistenza personale, ma di tutta la vicenda storica e cosmica. “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia”. “A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Divenire figli è la possibilità aperta: è scoperta possibile nel riconoscimento di una fraternità che lega al di là di confini e seaprazioni. E’ mettersi in attenzione ad accogliere quella luce che è nel cuore di ognuno e cercare di camminare sui percorsi che essa suggerisce. E’ disponibità ad aprirsi così ad una inquietudine e ad una ricerca di Dio sempre al di là dei nostri piccoli schemi e delle nostre teologie e di un Dio da incontrare nella vita dei poveri: ‘la gloria di Dio è la vita del povero’ (Oscar Romero).

Viviamo oggi una duplice sfida: quella a vivere una attitudine di apertura e di ricerca e quella di scoprire come l’incontro con Dio passi attraverso la vita dei poveri.

Per la prima sfida penso sia da riflettere sulle parole di Papa Francesco che in questi giorni (3 gennaio 2014) parlando di Pietro Favre, gesuita ha avuto alcune espressioni riguardo all’esigenza di una inquietudine davanti a Dio sempre più grande dei nostri pensieri e l’importanza di avere un atteggiamento di inquietudine, di ricerca e di desiderio: “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta. Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!
Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. E’ l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili. E’ questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri”.

La sfida di vivere un rapporto con Dio che passi attraverso l’attenzione alla vita del povero è spesso ostacolato dal pensare che l’orizzonte della vita è quello del cielo non quello della terra: ma la Parola si è fatta carne, si è fatta schiavitù, povertà, e da qui sgorga l’indicazione che l’incontro con Dio si attua nel farsi carico della carne del povero. La cura del povero non è mezzo per giungere a parlargli di Dio ma è quanto richiede la scelta di Dio stesso di farsi incontrare nella debolezza e nella povertà della carne umana. Come nella parabola del giudizio finale di Matteo la domanda non è se si è parlato di Dio, ma se si è dato pane acqua, soccorso… Questo approccio de-centralizza la stessa chiesa da se stessa. Se la Parola si è fatta carne, allora tutto quello che è esperienza di chiesa dovrebe essere al servizio di questo movimento di farsi povero. Come Cristo da ricco che era si è fatto povero, così questo è il percorso per ogni credente e per ogni comunità. In ogni gesto di promozione umana sta un annuncio profondo del vangelo che è il vangelo dell’incarnazione, di un Dio solidale con l’umanità povera e fragile. Siamo posti di fronte ad un cambiamento di stile perché lo stile e la prassi di dono e di incontro esprimono in se stessi la fonte da cui provengono scelte e orientamenti e lasciano trasparire il senso profondo della vita umana, quel sogno di Dio di fraternità.

Alessandro Cortesi op

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