la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “febbraio, 2014”

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

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VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

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Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Il Levitico è testo di difficile lettura che pone grandi difficoltà. E’ libro ricco pervaso di una elencazione di norme che offrono la sensazione di una religione centrata sull’esecuzione materiale di osservanze che soffocano la vita. Norme per lo più connesse alla questione del puro e dell’impuro. La loro finalità sta nell’eliminare impurità inconsapevoli che portano come conseguenza non poter accogliere la presenza di Dio e accostarsi a Lui. Tutte queste norme possono essere lette tuttavia nel loro intento di custodire una memoria di Dio e della relazione con Lui in ogni aspetto, anche minimo e marginale, dell’esistenza umana, nell’orizzonte della fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”.

La lettura cristiana vede queste norme in particolare quelle cultuali e quelle più legate al contesto culturale come da superare in una prospettiva che consideri come cuore della legge sta nell’amore. La lettura di queste pagine apre tuttavia a porsi una questione che riguarda la vita di ogni credente. La fede esige come suo movimento profondo di esprimersi in modalità esteriori, in gesti, in osservanze e in riti. La fedeltà ad un orientamento di vita che segni i comportamenti, l’osservanza dei rito è luogo di trasmissione, crescita e coltivazione dell’esperienza di fede. E tuttavia si può riscontrare come in diverse tradizioni religiose le osservanze, le prescrizioni e il culto si prestano a divenire svuotamento della fede stessa, un tradimento e una gabbia che impedisce addirittura un autentico incontro con Dio, fino a far convivere un culto e un rigore di esecuzione della legge con atteggiamenti disumani come la violenza, la discriminazione e l’intolleranza. E’ un problema che rimane aperto in ogni esperienza religiosa: la tensione che può essere espressa nell’antinomia tra religione e fede.

Il rischio della legge, e di una legge che giunge a codificare ogni aspetto della vita, è quello di divenire un fine a se stesso, un obiettivo da raggiungere in cui al centro non sta il riconoscimento del primato di Dio e il servizio all’altro, la percezione del proprio limite e della responsabilità a divenire migliori, ma il ripiegamento su di sé, la preoccupazione di una propria grandezza appiattita sull’osservanza della legge. Le regole su sacro e profano, su puro e impuro, elaborazioni del mondo dei sacerdoti in epoca post-esilica, hanno così incontrato la protesta e la denuncia dei profeti: possono infatti divenire una grande costruzione umana in cui rinchiudere l’esperienza della fede riducendola a esecuzione di osservanze senza più il senso della conversione: è la grande questione della importanza della Legge e nel contempo dell’esigenza di interpretarla in rapporto alla dimensione fondamentale dell’amore.

Nel cap. 19 di Levitico è presentata una grande prospettiva: la chiamata ad essere santi “perché io, il Signore vostro Dio sono santo”. Questa espressione parla innanzitutto di santità. Santità è la caratteristica di Dio, il suo essere ‘diverso’ e ‘altro’ dall’uomo. Santità è ciò che lo rende separato e non riducibile a nessuna grandezza umana. la chiamata ad essere santi pone il credente e il popolo di Dio in una condizione di apertura e di relazione con l’unico Santo, Dio stesso. Non è quindi una condizione da poter raggiungere, ma si connota come chiamata a stare in rapporto a Lui ‘perché io, il Signore vostro Dio sono santo’. Tale chiamata sta alla base delle determinazioni del Decalogo (Es 20) e si radica nel rapporto fondamentale con Dio. Da qui l’esigenza di non avere altri idoli, e di concepire il rapporto con Dio non scisso dal rapporto con gli altri. La chiamata ad essere santi colloca in un cammino di relazione con il Dio santo. Mai il volto di Dio può essere afferrato o racchiuso entro misure umane, e nel contempo proprio nel movimento di ‘discesa’ da lui compiuto nel farsi vicino a Israele, nel manifestare la sua santità negli eventi di liberazione di un popolo schiavo, può radicarsi una vita chiamata a stare in relazione con il Dio liberatore. Al cuore della vita del credente sta la chiamata a divenire immagine del modo di amare di Dio. E questo è presentato in termini molto concreti nei rapporti con il prossimo: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Nelle ultime due parole della Torah riprese da Gesù in Mt 5,38-42, appare il tema della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. “Avete inteso che fu detto: ‘occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non resistere al malvagio”. La restituzione adeguata era una legge intesa a porre un limite all’offesa, ad evitare la logica della rappresaglia e della vendetta senza confine. Gesù apre una contestazione all’atto stesso di ‘rendere il colpo’. Seguono alcuni esempi con riferimento alla concretezza: lo schiaffo, il processo per la tunica, l’angheria e il prestito. Nella passione si troveranno riferimenti a questo: Gesù schiaffeggiato risponde con il silenzio ((Mt 26,67). Così il cireneo verrà costretto dai soldati (gli ‘àngari’ – da cui angariare – che potevano chiedere a nome di un re di portare merci o viaggiare a loro ordine) a portare la croce di Gesù.

L’ultima parola è quella sull’amore del prossimo: “Avete inteso che fu detto ‘amerai il prossimo tuo’ e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Nella Torah non si trova che amare il prossimo, cioè l’amico e il compagno, comportasse odiare il nemico. Tuttavia poteva aprirsi a tale intrepretazione. Gesù riprende la parola ‘prossimo’ e ne allarga l’ambito di riferimento. ‘Prossimo’ (ebraico rea’ di Lev 19,18) non è da riferire solamente agli amici, ma è termine che deve includere anche i nemici.

Matteo così sottolinea che nella vita si può attuare un divenire figli del Padre; è dono di immagine ma è cammino di relazione e somiglianza e si diviene figli nell’accogliere un amore aperto che non pone esclusioni. Luca a tal proposito utilizza il termine ‘grazia’ (Lc 6,32: “Se amate quelli che vi amano quale ‘gratitudine’ vi è dovuta?”); Matteo, legato alla mentalità giudaica usa ‘ricompensa’: “Se infatti amate quelli che vi amano, che ricompensa avete?”. Non si entra nel regno di Dio – è la provocazione di questa parola – se non attuando una giustizia sovrabbondante, un agire in cui sia presente ‘più del dovuto’. ‘Che fate di più? ‘ non significa un paragone con l’agire di altri, nel senso di ‘più degli altri’, ma ‘più del dovuto’. Viene così introdotta una comprensione della vita credente nel superamento di una logica di ‘reciprocità’ per entrare in un orizzonte di ‘sovrabbondanza’.

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Dietro al termine ‘perfetto’ sta un riferimento all’ambito del culto: è infatti l’agnello del sacrificio che nella tradizione biblica dev’essere ‘perfetto’ (Es 12,5 LXX). La perfezione sta nel dono: la vita nella sua totalità va intesa nella logica di una risposta di tutta l’esistenza, data a Dio. Per questo il IV vangelo indicherà sulla croce il momento in cui tutto ha raggiunto la sua perfezione, il suo fine, dove ‘tutto è compiuto’ (Gv 19,30 tetelestai). Matteo riprenderà tale riferimento indicando la perfezione nel concepire la propria vita come liberazione da tutto ciò che può divenire più importante di Dio stesso, come apertura agli altri radicata nella relazione con la chiamata di Dio. E contrappone così l’uomo perfetto all’uomo diviso: “Se vuoi essere perfetto và vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mt 19,21).

Gesù riprenderà queste parole “Amerai il prossimo tuo” (Lev 19,18) unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. “Questo è il grande e primo comdamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 23,37-39). Nella lettura di Gesù amore di Dio e amore del prossimo fanno una cosa sola, un unico comandamento, riassunto e sintesi di tutta la legge (Mt 23,40). Il resto può avere senso solamente se orientato in questa direzione fondamentale. Non sono due amori diversi ma amare Dio si verifica nel riconoscere l’altro. Non coltivare attenzione all’altro è venir meno al rapporto con Dio. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo Testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”: una interpretazione possibile da cui si possono trarre molteplici conseguenze.
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Gesù non invita ad una perfezione come ideale che genera ipocrisia nella vita e incapacità di riconoscere la fatica e il cammino, proprio e degli altri. L’invito ad essere perfetti è cammino ad intendere la vita nella relazione. Indica l’orizzonte della logica del dono e della sovrabbondanza nel lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio: è cammino nell’imperfezione, nell’imparare ad amare secondo lo stile di Dio, riconosce a Lui solo la pienezza dell’amore. Solamente il suo amore accolto poco alla volta ci cambia e rende capaci di accettarci con le nostre imperfezioni e fatiche. Solo la bontà di Dio, la sua perfezione da leggere come gratuità dell’amore, può rendere la nostra vita luogo di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non covare odio, ma covare tutto ciò che si oppone all’odio, accoglienza, comprensione, dedizione concreta. C’è un covare come un rimanere imprigionati di sentimenti e abitudini che fanno inaridire la vita, la chiudono in un risentimento e nella conflittualità continua. C’è un altro covare possibile, è il rimanere con la pazienza dell’atto di accompagnare una vita che si genera e cresce, il covare che significa custodia e cura di tutto ciò che lascia spazio ai piccoli segni della vita che ha inizio, un custodire gli inizi che segnao una umanità capace di relazione.

La prospettiva di amare il nemico non è indicazione di assuefazione di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, è piuttosto porre energie perché il nemico sia liberato dalla logica dell’inimicizia, per trasformare l’hostis in hospes, il nemico in possibile ospite da incontrare e accogliere. Non è invito a non disturbare i potenti. Nel racconto del IV vangelo Gesù stesso di fronte alla violenza subita non porge l’altra guancia ma chiede ‘perché?’ e oppone la sua parola nonviolenta come sfida al gesto ingiusto. Davanti a Caifa Gesù riceve uno schaiffo da una delle guardie presenti e la sua reazione è significativa: “se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” (Gv 18,22-23). Gesù oppone alla violenza la debolezza della parola, la resistenza di una nonviolenza attiva, come lo stesso Matteo sottolinea nel racconto della passione (Mt 26,52: “Rimetti la tua spada al suo posto perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma reagisce al male con chiarezza. C’è un amore esigente che affronta il conflitto e sa opporsi in modo radicale al male dentro di noi e fuori di noi. Gesù non ha vissuto la ricerca di una tranquillità senza conflitti, ha testimoniato invece la fedeltà al regno di Dio, la coerenza fino in fondo vivendo lo stile di accoglienza e servizio. Gesù ha amato non perché si è piegato ad accettare la logica dei poteri, politico e religioso, che l’hanno condannato, ma ha amato opponendosi alla violenza e all’arroganza del potere con la testimonianza della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Meister_der_Reichenauer_Schule_001(Maestro di Reichenau ca. 1010)
Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

“Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno … Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.
‘Se vuoi…’ la Parola di Dio è appello ad una libertà come risposta. Quando rispondiamo a qualcuno che chiama siamo invitati innanzitutto ad uscire dalla solitudine, ad aprirci all’altro nella nostra vita. E’ la possibilità di scoperta di una relazione. Rispondere è anche apertura a lasciarsi cambiare dalla parola che precede e invita.

Nell’invito ‘se vuoi…’ si socchiude una porta che apre il cammino verso una parola da accogliere e far propria. I cosiddetti ‘comandamenti’ nella tradizione biblica sono innanzitutto le parole dell’alleanza, le tracce di un incontro che si fa dialogo di vita, la declinazione della parola di amore: ‘Io sono il Signore della tua vita’. In questione non è l’osservanza di una legge anonima e oppressiva, ma un rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle parole che aprono e custodiscono nell’incontro con Dio e con gli altri: ‘Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno’.

Il libro del Siracide, scritto a Gerusalemme alla fine del II secolo a.C., è pervaso da un senso di serenità nel guardare alla vita. L’autore, di cui conosciamo il nome, Jeshua ben Sira, rilegge i primi capitoli del libro della Genesi e vede in essi il delinearsi della vicenda umana guidata dallo sguardo di cura e provvidenza di Dio: ‘I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini’. La figura femminile della sapienza presentata nella pprima parte del libro (1-23) guida la vita dell’uomo ad un percorso di libertà davanti al bene e al male per compiere la sua esistenza nelle vie del bene: ‘Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano’.

Accogliere l’invito ‘se vuoi’ apre a scoprirsi custoditi e guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, accompagnati da una pazienza amica, per attuare scelte di umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro. Nella nostra vita, dice il Siracide, c’è il seme di una promessa: ‘vivrai’. Ed è questo un seme che fiorisce nell’incontro tra dono e accoglienza, tra proposta e libertà, nell’accogliere la parola di Dio e nello schierarsi di fronte al bene e al male. E’ un esser custoditi per poter esprimere nelle scelte e nei gesti della vita di ogni giorno una risposta che si radica in uno sguardo di bene e viene accompagnata ad essere espressione di una vicinanza accolta.

Dopo la pagina delle beatitudini e subito dopo le due metafore del sale e della luce, Matteo inserisce nel suo vangelo una lunga pagina delle ‘antitesi’: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù si pone con autorevolezza di fronte alla legge e indica l’orizzonte in cui attuare alcune indicazioni.

L’intera pagina va letta però con alcune avvertenze. La prima sta nell’accogliere l’affermazione posta all’inizio: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. La prima attenzione da avere sta quindi nel non intendere queste parole come una opposizione di Gesù alla legge ebraica, alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. Leggere questa pagina nella logica della pura contrapposizione è grave errore: il vangelo contro la legge, il Nuovo Testamento contro l’Antico, la chiesa contro Israele, il Dio di Gesù contro il Dio di Mosè. Si tratta di quella logica della sostituzione così deleteria e che ha generato il sentimento di una superiorità nei confronti di Israele e di un atteggiamento di opposizione fino all’antisemitismo coltivato in ambienti cristiani. Non è quindi la logica della sostituzione o dell’abolizione ma quella del compimento che sta alla base delle parole di Gesù. Tutto il vangelo di Matteo risente di una discussione interna alla comunità di Matteo sulla questione di osservare o meno la legge di Mosè. Gesù non prende posizione in contrasto con la legge, ma fa andare alla radice di quei comandamenti, ne scorge l’appello che tocca l’interiorità di chi si pone in ascolto. Ciò che sta al cuore della sua preoccupazione è il regno dei cieli, il rapporto con Dio che è compassionevole e buono (Mt 5,45). Il desiderio di Dio è compassione giustizia oltre la legge stessa.
yellowchagallittle (Chagall, Crocifissione gialla)

Qui si collega una seconda avvertenza da mantenere. L’intero discorso è posto entro una insistenza ripetuta: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 5,20). ‘State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per non essere ammirati da loro’ (Mt 6,1). E’ questa una chiave di lettura dell’intera pagina sulle sei prescrizioni della legge. Al cuore del discorso sta l’esigenza di una ‘giustizia sovrabbondante’, in rapporto al ‘regno dei cieli’.

‘Scribi e farisei’ sono coloro che risultano preoccupati di una esecuzione religiosa puntuale ma senz’anima di prescrizioni, con uno sguardo non aperto agli altri e umile di fronte a Dio, ma ripiegato su di sè e appiattito sull’esteriorità. Di essi Gesù dirà: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Essi perdono di vista il senso profondo dell’esperienza di fede come relazione di amore con Dio, e della legge stessa come parola che genera libertà e va accolta nel cuore. Non è un’imposizione oppressiva che genera schiavitù, ma parola che ispira a scelte responsabili e libere.

Se Dio è giusto perché rimane fedele e non viene meno alle sue promesse, ‘il giusto’ è colui che compie la parola di Dio in quanto accoglie l’incontro di alleanza e vi rimane nella fedeltà. Gesù chiede di superare quel modo di intendere la legge come pretesa di salvezza attraverso il compimento di norme, osservanze e pratiche puntuali. Non indica infatti una misura stabilita, ma richiama ad un ‘compimento’, ad un ‘portare a pienezza’. Non sono indicati i limiti, perché richiede coinvolgimento pieno della vita. Le sue parole divengono così apertura e orientamento, sfida alla libertà, indicazione di percorsi che toccano l’interiorità e che soprattutto vanno alla radice.

‘Ma io vi dico’: una pretesa risuona in queste parole e deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge – pronti a compiere il dovuto – ma di persone libere che accolgono in una adesione di coscienza a chiamata ad amare, in un movimento del ‘cuore’ la legge come relazione con Dio stesso, sua Parola. Allora non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), ma la provocazione di Gesù giunge alle radici della violenza che porta all’uccisione, l’insulto, il disprezzo dell’altro. Non è sufficiente ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18) ma l’invito sta nello scorgere un modo di relazionarsi agli altri come pretesa di possesso dell’altro. Riguardo al ripudio della moglie (Dt 24,1-4) Gesù richiama una prospettiva che fa risalire alla volontà di Dio nella creazione, al significato profondo dell’incontro di uomo e donna e, in un contesto in cui solo l’uomo poteva ripudiare la moglie (darle il libello di ripudio) rendendole quasi impossobile la sopravvivenza, pone una parola di attenzione alla donna che richiama al senso originario del matrimonio come esperienza di amore fedele, non come proprietà di un’altra persona. E così sull’uso della parola indica uno stile di dirittura e coraggio.

Appaiono nel discorso tre grandi preoccupazioni di Gesù. Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto se si segue una linea di scontro e di violenza contro gli altri: si richiede che il male venga riconosciuto e combattuto nelle diverse forme che si annidano nel cuore umano. In secondo luogo questo cammino si pone in alternativa ad una modalità di intendere i rapporti come possesso dell’altra persona. In terzo luogo la fede in Gesù richiede una parola trasparente e chiede una credibilità della persona senza richiamare Dio a testimone (il giuramento). Gesù propone di intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. Per realizzare l’incontro con Dio, la ‘giustizia sovrabbondante’, Gesù rinvia ad avvicinare l’altro. Non si può vivere un rapporto autentico con Dio dimenticandosi dell’altro. Tutta la legge per Gesù si riassume in un sola parola decisiva. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con il prossimo e in tal senso il prossimo prende il posto della legge. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (Mt 22,37-40).

Anche Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma è lo Spirito la presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. La sapienza di Dio, quella sapienza che si è raccontata nella vicenda del crocifisso: stoltezza, follia umana. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Ma proprio la vita donata e la morte di Gesù sono manifestazione della sapienza di Dio, sapienza come amore che giunge al dono fino alla fine e che salva. Nel volto del crocifisso si è manifestata la sapienza di Dio, sapienza dell’amore. Secondo i criteri umani ciò appare come stoltezza. Paolo ricorda che solamente lo Spirito può rendere accoglienti di questo ‘vangelo’: Vita spirituale prende allora i caratteri di una vita aperta al soffio dello Spirito: “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. Solamente lo Spirito può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio.

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno A – 2014


DSCF3841Is 58,7-10; Sal 112; 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

“Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati egli lancia, in mezzo alla miseria del presente, il suo ‘salvezza a voi!’ ‘beati, felici voi’. Una felicità dei poveri, una felicità degli infelici? Non si deve intendere la beatitudine come una regola generale a tutti comprensibile, dvunque e sempre valida: quasi che ogni povertà, ogni sofferenza, ogni miseria fosse automatica garanzia del cielo, se non addirittura del cielo sulla terra. la beatitudine dev’essere intesa come una promessa: una promessa che si avvera per chi, invece di ascoltarla impassibilmente, la fa fiduciosamente propria. Già irrompe, nella vita di costui, il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione, eredità, appagamento. Ovunque egli vada, Dio lo precede, Dio è là. Nella fiducia in questo Dio precedente si trasforma già ora la sua situazione; già ora si può vivere diversamente , diventa capace di una nuova prassi, di un’illuminata dispnibilità all’aiuto, senz’ansia di prestigio e senza invidia per chi ha di più. L’amore non si risolve in un’attesa meramente passiva. Proprio perché sa che il suo Dio lo precede; il credente può impegnarsi in maniera concreta, dando prova, in ogni attività e impegno, di una sorprendente, superiore serenità: una serenità che – simile agli uccelli del cielo e ai gigli del campo – confida nel Dio provvidente e guarda al lieto futuro, senza angustiarsi per il cibo e per il vestito, senza darsi pena per il domani” (Hans Küng, Tornare a Gesù, Rizzoli 2013, 184-185).

Subito dopo le beatitudini Matteo presenta la parola di Gesù: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” E’ una parola che dice l’identità profonda dei discepoli: chiamati ad accogliere la possibilità di una felicità sin da ora vivendo de-centrati, rivolti verso… a Dio che precede e promette. Essere e sale ed essere luce non è dato acquisito una volta per tutte. E’ piuttosto condizione di chi sa di dover rimane nell’ascolto della parola di Gesù, sospeso ad essa. E proprio questo impedisce ogni pretesa di autosufficienza, di grandezza e di vanto. Essere sale ed essere luce è dono continuamente da ricevere che mantiene nella condizione di chi è medicante e povero. E’ coinvolgimento nella via delle beatitudini, ed è accoglienza fiduciosa del futuro di Dio che già si fa vicino.

‘Voi siete sale’ è parola non da pronunciare per se stessi, ma promessa da accogliere da Gesù solo. C’è possibilità di perdere il sapore. L’indicativo è anche invito e provocazione ad essere rivolti al farsi incontro di Gesù. L’incontro con lui dà nuovo sapore all’esistenza: c’è una gioia possibile che da lì nasce. ‘Voi siete luce’ è parola unita ad un richiamo di attenzione: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro. L’invito è ad una comunicazione aperta, che come la luce illumina tutta la casa. C’è uno sguardo che si allarga a prospettive ampie, e connota i discepoli come chi spalanca porte e finestre, come chi si rende responsabile della casa di tutti: la loro vita in relazione a Gesù non può essere compresa se non nella relazione con ‘tutti quelli che sono nella casa’.

Si può cogliere una profonda consonanza tra l’identità del discepolo espressa nei termini di luce da comunicare e le indicazioni sull’attitudine dell’autentico credente nella pagina di Isaia (prima lettura): “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (Is 58,10).

Essere luce non è una condizione di privilegio che allontana dagli altri e situa in una separatezza di superiorità e di distanza (si pensi alle varie forme di gnosi diffuse e alle forme dei clericalismi) ma è immagine per indicare una vita in cui sono posti gesti concreti di liberazione. Aprire il cuore all’affamato e soccorrere l’afflitto: di fronte alle tenebre dell’ingiustizia e del’oppressione la vita di chi si affida a Dio può divenire luce anche piccola, che non elimina la tenebra ma che annuncia il senso profondo della storia e si pone nella promessa di Dio. Essere sale e luce rinvia non tanto all’esecuzione di un qualche gesto particolare e delimitato, ma ad intendere tutta la vita nell’orizzonte del dono e del servizio. Nulla ha a che fare una religiosità cultuale, delle osservanze, ma attua il digiuno autentico, quella capacità di riconoscere il limite, di aver bisogno di poco, di saper essere solidali, che è dividere il pane con l’affamato, accogliere e vestire: ‘allora la tua luce come sorgerà come l’aurora’. Ed è accoglienza che apre a riconoscere il sapore proveniente dall’esperienza umana e la luce da riconoscere in tutti coloro che anche senza saperlo esprimono nella loro vita un riflesso del vangelo, da saper valorizzare e custodire.

Il rapporto con Gesù, la fede dei discepoli, non si esaurisce in una dimensione etica, ma certo implica una trasformazione, sempre provvisoria e da rivedere, della vita. Non può non trovare espressione nella concretezza di scelte e di un agire secondo una logica nuova: provoca a frutti di cambiamento, indicati in questo testo di Matteo come le ‘opere belle’. Opere belle sono gesti capaci di esprimere la bellezza che contagia la serenità di confidare nella vicinanza di Dio, il suo regno. Sono opere che non pongono pretese ma si offrono come traccia di una felicità da condividere, nella linea delle beatitudini: la capacità di una nuova prassi segnata dalla serenità di Dio che precede.

Opere belle sono l’emergenza di un agire di libertà di chi non cerca un dominio, o intende strumentalizzare gli altri. In esse vi è bellezza come un offrirsi gratuitamente: sono tracce di libertà come l’offrirsi di tutte le esperienze di bellezza che non sono racchiudibili in un possesso ma rimangono aperte e non comprabili. In esse sta la gioia contagiosa di chi pone al primo posto attenzione all’altro, la ricerca di beni comuni, la crescita di tutti e non la competizione, la ricerca della collaborazione al posto dell’esclusione. E’ la gioia di chi sa scorgere la vicenda umana da vivere insieme come un’unica storia di salvezza. C’è quindi un messaggio sullo stile della comunità: chi ha ascoltato il discorso della montagna deve essere solidale con il cammino umano, immerso in esso. Questa comunità composta di presenze diverse (‘voi’, al plurale) è chiamata ad essere portatrice di un ‘sapore’, a rendersi responsabile di una luce, per ‘far vedere’ non se stessa – anzi dovrebbe essere sospettosa di ogni visibilità che dà gloria – ma il Padre che è nei cieli: una vita orientata non ad una ricerca di autoaffermazione, di un riconoscimento ma tesa nel lasciar spazio ad altro: far scorgere la presenza del Padre. E’ proposta di centrarsi sull’essenziale.
Centrarsi sull’essenziale, tornare a Gesù: Paolo ai Corinzi parla della sua predicazione non fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’unica cosa che ritiene di sapere è Cristo crocifisso. E’ forse questo il perocrso di ogni credente che deve tornare sempre lì al cuore della fede: tornare a Gesù.

Penso così ad alcuni spunti di riflessione per oggi. Vorrei riprendere alcuni richiami di questa parola collegandoli ad una lettura di alcuni passi della Evangelii Gaudium di Francesco, vescovo di Roma.

“Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca di per se stessa la sau espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. per questo chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra starda che riconoscere l’altro e cercare il suo bene. Non dovrebbero meravigliarci allora alcune espressioni di san Paolo: ‘L’amore di Cristo ci possiede’ (2Cor 5,14); ‘Guai a me se non annuncio il vangelo’” (1Cor 9,16) (EG 9)
Oggi siamo chiamati ad accogliere e sperimentare l’incontro co Geù, il tornare a Lui come esperienza di gioia e di liberazione della vita, imparando a liberarci anche da tante immagini che hanno reso Gesù lontano dal vita e non lasciando spazio alla gioia del vangelo.

“La gioia del vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. (…) Questa gioia è un segno che il vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (EG 21).
Ci possiamo chiedere in qual misura la nostra vita si apre all’uscire, come singoli e comunità, e non rimane prigioniera di modalità di vita già date, di un linguaggio magari completamente ortodosso ma che non corrisponde al vangelo di Cristo (cfr. EG 41). Accogliamo la sfida ad andare oltre, a vivere concretamente l’apertura del cammino, lasciando spazio alla luce da non chiudere ma da lasciar illuminare?

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spige ad evangelizzare. Il popolo è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile ‘in credendo’. Questo significa che quando crede nonsi sbalgia anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida alla verità e lo condduce alla salvezza (EG 119) …nessuno rinunci al proprio al proprio impegno di evangelizzazion, dal omenot ch se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è misisonario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepolimissionari’ (EG 120).
Come vivere questa spinta a comunicare non nell’atteggiamento della conquista e dell’imposizione ma nella debolezza, con timore e trepidazione, nell’atteggiamento di chi accoglie la parola di Gesù, la parola della croce, nel dialogo che è testimonianza di vangelo e nello spossessamento da se stessi ‘perché rendano gloria al Padre’?

Alessandro Cortesi op

P.S. aggiornamenti in http://espacespistoia.wordpress.com/ su:
– Olimpiadi: sport ma non solo
– Egitto e Costituzione
– Ucraina lontana e vicina

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