la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica tempo ordinario – anno A – 2014


DSCF3841Is 58,7-10; Sal 112; 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

“Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati egli lancia, in mezzo alla miseria del presente, il suo ‘salvezza a voi!’ ‘beati, felici voi’. Una felicità dei poveri, una felicità degli infelici? Non si deve intendere la beatitudine come una regola generale a tutti comprensibile, dvunque e sempre valida: quasi che ogni povertà, ogni sofferenza, ogni miseria fosse automatica garanzia del cielo, se non addirittura del cielo sulla terra. la beatitudine dev’essere intesa come una promessa: una promessa che si avvera per chi, invece di ascoltarla impassibilmente, la fa fiduciosamente propria. Già irrompe, nella vita di costui, il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione, eredità, appagamento. Ovunque egli vada, Dio lo precede, Dio è là. Nella fiducia in questo Dio precedente si trasforma già ora la sua situazione; già ora si può vivere diversamente , diventa capace di una nuova prassi, di un’illuminata dispnibilità all’aiuto, senz’ansia di prestigio e senza invidia per chi ha di più. L’amore non si risolve in un’attesa meramente passiva. Proprio perché sa che il suo Dio lo precede; il credente può impegnarsi in maniera concreta, dando prova, in ogni attività e impegno, di una sorprendente, superiore serenità: una serenità che – simile agli uccelli del cielo e ai gigli del campo – confida nel Dio provvidente e guarda al lieto futuro, senza angustiarsi per il cibo e per il vestito, senza darsi pena per il domani” (Hans Küng, Tornare a Gesù, Rizzoli 2013, 184-185).

Subito dopo le beatitudini Matteo presenta la parola di Gesù: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” E’ una parola che dice l’identità profonda dei discepoli: chiamati ad accogliere la possibilità di una felicità sin da ora vivendo de-centrati, rivolti verso… a Dio che precede e promette. Essere e sale ed essere luce non è dato acquisito una volta per tutte. E’ piuttosto condizione di chi sa di dover rimane nell’ascolto della parola di Gesù, sospeso ad essa. E proprio questo impedisce ogni pretesa di autosufficienza, di grandezza e di vanto. Essere sale ed essere luce è dono continuamente da ricevere che mantiene nella condizione di chi è medicante e povero. E’ coinvolgimento nella via delle beatitudini, ed è accoglienza fiduciosa del futuro di Dio che già si fa vicino.

‘Voi siete sale’ è parola non da pronunciare per se stessi, ma promessa da accogliere da Gesù solo. C’è possibilità di perdere il sapore. L’indicativo è anche invito e provocazione ad essere rivolti al farsi incontro di Gesù. L’incontro con lui dà nuovo sapore all’esistenza: c’è una gioia possibile che da lì nasce. ‘Voi siete luce’ è parola unita ad un richiamo di attenzione: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro. L’invito è ad una comunicazione aperta, che come la luce illumina tutta la casa. C’è uno sguardo che si allarga a prospettive ampie, e connota i discepoli come chi spalanca porte e finestre, come chi si rende responsabile della casa di tutti: la loro vita in relazione a Gesù non può essere compresa se non nella relazione con ‘tutti quelli che sono nella casa’.

Si può cogliere una profonda consonanza tra l’identità del discepolo espressa nei termini di luce da comunicare e le indicazioni sull’attitudine dell’autentico credente nella pagina di Isaia (prima lettura): “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (Is 58,10).

Essere luce non è una condizione di privilegio che allontana dagli altri e situa in una separatezza di superiorità e di distanza (si pensi alle varie forme di gnosi diffuse e alle forme dei clericalismi) ma è immagine per indicare una vita in cui sono posti gesti concreti di liberazione. Aprire il cuore all’affamato e soccorrere l’afflitto: di fronte alle tenebre dell’ingiustizia e del’oppressione la vita di chi si affida a Dio può divenire luce anche piccola, che non elimina la tenebra ma che annuncia il senso profondo della storia e si pone nella promessa di Dio. Essere sale e luce rinvia non tanto all’esecuzione di un qualche gesto particolare e delimitato, ma ad intendere tutta la vita nell’orizzonte del dono e del servizio. Nulla ha a che fare una religiosità cultuale, delle osservanze, ma attua il digiuno autentico, quella capacità di riconoscere il limite, di aver bisogno di poco, di saper essere solidali, che è dividere il pane con l’affamato, accogliere e vestire: ‘allora la tua luce come sorgerà come l’aurora’. Ed è accoglienza che apre a riconoscere il sapore proveniente dall’esperienza umana e la luce da riconoscere in tutti coloro che anche senza saperlo esprimono nella loro vita un riflesso del vangelo, da saper valorizzare e custodire.

Il rapporto con Gesù, la fede dei discepoli, non si esaurisce in una dimensione etica, ma certo implica una trasformazione, sempre provvisoria e da rivedere, della vita. Non può non trovare espressione nella concretezza di scelte e di un agire secondo una logica nuova: provoca a frutti di cambiamento, indicati in questo testo di Matteo come le ‘opere belle’. Opere belle sono gesti capaci di esprimere la bellezza che contagia la serenità di confidare nella vicinanza di Dio, il suo regno. Sono opere che non pongono pretese ma si offrono come traccia di una felicità da condividere, nella linea delle beatitudini: la capacità di una nuova prassi segnata dalla serenità di Dio che precede.

Opere belle sono l’emergenza di un agire di libertà di chi non cerca un dominio, o intende strumentalizzare gli altri. In esse vi è bellezza come un offrirsi gratuitamente: sono tracce di libertà come l’offrirsi di tutte le esperienze di bellezza che non sono racchiudibili in un possesso ma rimangono aperte e non comprabili. In esse sta la gioia contagiosa di chi pone al primo posto attenzione all’altro, la ricerca di beni comuni, la crescita di tutti e non la competizione, la ricerca della collaborazione al posto dell’esclusione. E’ la gioia di chi sa scorgere la vicenda umana da vivere insieme come un’unica storia di salvezza. C’è quindi un messaggio sullo stile della comunità: chi ha ascoltato il discorso della montagna deve essere solidale con il cammino umano, immerso in esso. Questa comunità composta di presenze diverse (‘voi’, al plurale) è chiamata ad essere portatrice di un ‘sapore’, a rendersi responsabile di una luce, per ‘far vedere’ non se stessa – anzi dovrebbe essere sospettosa di ogni visibilità che dà gloria – ma il Padre che è nei cieli: una vita orientata non ad una ricerca di autoaffermazione, di un riconoscimento ma tesa nel lasciar spazio ad altro: far scorgere la presenza del Padre. E’ proposta di centrarsi sull’essenziale.
Centrarsi sull’essenziale, tornare a Gesù: Paolo ai Corinzi parla della sua predicazione non fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’unica cosa che ritiene di sapere è Cristo crocifisso. E’ forse questo il perocrso di ogni credente che deve tornare sempre lì al cuore della fede: tornare a Gesù.

Penso così ad alcuni spunti di riflessione per oggi. Vorrei riprendere alcuni richiami di questa parola collegandoli ad una lettura di alcuni passi della Evangelii Gaudium di Francesco, vescovo di Roma.

“Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca di per se stessa la sau espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. per questo chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra starda che riconoscere l’altro e cercare il suo bene. Non dovrebbero meravigliarci allora alcune espressioni di san Paolo: ‘L’amore di Cristo ci possiede’ (2Cor 5,14); ‘Guai a me se non annuncio il vangelo’” (1Cor 9,16) (EG 9)
Oggi siamo chiamati ad accogliere e sperimentare l’incontro co Geù, il tornare a Lui come esperienza di gioia e di liberazione della vita, imparando a liberarci anche da tante immagini che hanno reso Gesù lontano dal vita e non lasciando spazio alla gioia del vangelo.

“La gioia del vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. (…) Questa gioia è un segno che il vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (EG 21).
Ci possiamo chiedere in qual misura la nostra vita si apre all’uscire, come singoli e comunità, e non rimane prigioniera di modalità di vita già date, di un linguaggio magari completamente ortodosso ma che non corrisponde al vangelo di Cristo (cfr. EG 41). Accogliamo la sfida ad andare oltre, a vivere concretamente l’apertura del cammino, lasciando spazio alla luce da non chiudere ma da lasciar illuminare?

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spige ad evangelizzare. Il popolo è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile ‘in credendo’. Questo significa che quando crede nonsi sbalgia anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida alla verità e lo condduce alla salvezza (EG 119) …nessuno rinunci al proprio al proprio impegno di evangelizzazion, dal omenot ch se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è misisonario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepolimissionari’ (EG 120).
Come vivere questa spinta a comunicare non nell’atteggiamento della conquista e dell’imposizione ma nella debolezza, con timore e trepidazione, nell’atteggiamento di chi accoglie la parola di Gesù, la parola della croce, nel dialogo che è testimonianza di vangelo e nello spossessamento da se stessi ‘perché rendano gloria al Padre’?

Alessandro Cortesi op

P.S. aggiornamenti in http://espacespistoia.wordpress.com/ su:
– Olimpiadi: sport ma non solo
– Egitto e Costituzione
– Ucraina lontana e vicina

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