la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Meister_der_Reichenauer_Schule_001(Maestro di Reichenau ca. 1010)
Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

“Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno … Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.
‘Se vuoi…’ la Parola di Dio è appello ad una libertà come risposta. Quando rispondiamo a qualcuno che chiama siamo invitati innanzitutto ad uscire dalla solitudine, ad aprirci all’altro nella nostra vita. E’ la possibilità di scoperta di una relazione. Rispondere è anche apertura a lasciarsi cambiare dalla parola che precede e invita.

Nell’invito ‘se vuoi…’ si socchiude una porta che apre il cammino verso una parola da accogliere e far propria. I cosiddetti ‘comandamenti’ nella tradizione biblica sono innanzitutto le parole dell’alleanza, le tracce di un incontro che si fa dialogo di vita, la declinazione della parola di amore: ‘Io sono il Signore della tua vita’. In questione non è l’osservanza di una legge anonima e oppressiva, ma un rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle parole che aprono e custodiscono nell’incontro con Dio e con gli altri: ‘Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno’.

Il libro del Siracide, scritto a Gerusalemme alla fine del II secolo a.C., è pervaso da un senso di serenità nel guardare alla vita. L’autore, di cui conosciamo il nome, Jeshua ben Sira, rilegge i primi capitoli del libro della Genesi e vede in essi il delinearsi della vicenda umana guidata dallo sguardo di cura e provvidenza di Dio: ‘I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini’. La figura femminile della sapienza presentata nella pprima parte del libro (1-23) guida la vita dell’uomo ad un percorso di libertà davanti al bene e al male per compiere la sua esistenza nelle vie del bene: ‘Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano’.

Accogliere l’invito ‘se vuoi’ apre a scoprirsi custoditi e guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, accompagnati da una pazienza amica, per attuare scelte di umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro. Nella nostra vita, dice il Siracide, c’è il seme di una promessa: ‘vivrai’. Ed è questo un seme che fiorisce nell’incontro tra dono e accoglienza, tra proposta e libertà, nell’accogliere la parola di Dio e nello schierarsi di fronte al bene e al male. E’ un esser custoditi per poter esprimere nelle scelte e nei gesti della vita di ogni giorno una risposta che si radica in uno sguardo di bene e viene accompagnata ad essere espressione di una vicinanza accolta.

Dopo la pagina delle beatitudini e subito dopo le due metafore del sale e della luce, Matteo inserisce nel suo vangelo una lunga pagina delle ‘antitesi’: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù si pone con autorevolezza di fronte alla legge e indica l’orizzonte in cui attuare alcune indicazioni.

L’intera pagina va letta però con alcune avvertenze. La prima sta nell’accogliere l’affermazione posta all’inizio: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. La prima attenzione da avere sta quindi nel non intendere queste parole come una opposizione di Gesù alla legge ebraica, alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. Leggere questa pagina nella logica della pura contrapposizione è grave errore: il vangelo contro la legge, il Nuovo Testamento contro l’Antico, la chiesa contro Israele, il Dio di Gesù contro il Dio di Mosè. Si tratta di quella logica della sostituzione così deleteria e che ha generato il sentimento di una superiorità nei confronti di Israele e di un atteggiamento di opposizione fino all’antisemitismo coltivato in ambienti cristiani. Non è quindi la logica della sostituzione o dell’abolizione ma quella del compimento che sta alla base delle parole di Gesù. Tutto il vangelo di Matteo risente di una discussione interna alla comunità di Matteo sulla questione di osservare o meno la legge di Mosè. Gesù non prende posizione in contrasto con la legge, ma fa andare alla radice di quei comandamenti, ne scorge l’appello che tocca l’interiorità di chi si pone in ascolto. Ciò che sta al cuore della sua preoccupazione è il regno dei cieli, il rapporto con Dio che è compassionevole e buono (Mt 5,45). Il desiderio di Dio è compassione giustizia oltre la legge stessa.
yellowchagallittle (Chagall, Crocifissione gialla)

Qui si collega una seconda avvertenza da mantenere. L’intero discorso è posto entro una insistenza ripetuta: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 5,20). ‘State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per non essere ammirati da loro’ (Mt 6,1). E’ questa una chiave di lettura dell’intera pagina sulle sei prescrizioni della legge. Al cuore del discorso sta l’esigenza di una ‘giustizia sovrabbondante’, in rapporto al ‘regno dei cieli’.

‘Scribi e farisei’ sono coloro che risultano preoccupati di una esecuzione religiosa puntuale ma senz’anima di prescrizioni, con uno sguardo non aperto agli altri e umile di fronte a Dio, ma ripiegato su di sè e appiattito sull’esteriorità. Di essi Gesù dirà: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Essi perdono di vista il senso profondo dell’esperienza di fede come relazione di amore con Dio, e della legge stessa come parola che genera libertà e va accolta nel cuore. Non è un’imposizione oppressiva che genera schiavitù, ma parola che ispira a scelte responsabili e libere.

Se Dio è giusto perché rimane fedele e non viene meno alle sue promesse, ‘il giusto’ è colui che compie la parola di Dio in quanto accoglie l’incontro di alleanza e vi rimane nella fedeltà. Gesù chiede di superare quel modo di intendere la legge come pretesa di salvezza attraverso il compimento di norme, osservanze e pratiche puntuali. Non indica infatti una misura stabilita, ma richiama ad un ‘compimento’, ad un ‘portare a pienezza’. Non sono indicati i limiti, perché richiede coinvolgimento pieno della vita. Le sue parole divengono così apertura e orientamento, sfida alla libertà, indicazione di percorsi che toccano l’interiorità e che soprattutto vanno alla radice.

‘Ma io vi dico’: una pretesa risuona in queste parole e deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge – pronti a compiere il dovuto – ma di persone libere che accolgono in una adesione di coscienza a chiamata ad amare, in un movimento del ‘cuore’ la legge come relazione con Dio stesso, sua Parola. Allora non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), ma la provocazione di Gesù giunge alle radici della violenza che porta all’uccisione, l’insulto, il disprezzo dell’altro. Non è sufficiente ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18) ma l’invito sta nello scorgere un modo di relazionarsi agli altri come pretesa di possesso dell’altro. Riguardo al ripudio della moglie (Dt 24,1-4) Gesù richiama una prospettiva che fa risalire alla volontà di Dio nella creazione, al significato profondo dell’incontro di uomo e donna e, in un contesto in cui solo l’uomo poteva ripudiare la moglie (darle il libello di ripudio) rendendole quasi impossobile la sopravvivenza, pone una parola di attenzione alla donna che richiama al senso originario del matrimonio come esperienza di amore fedele, non come proprietà di un’altra persona. E così sull’uso della parola indica uno stile di dirittura e coraggio.

Appaiono nel discorso tre grandi preoccupazioni di Gesù. Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto se si segue una linea di scontro e di violenza contro gli altri: si richiede che il male venga riconosciuto e combattuto nelle diverse forme che si annidano nel cuore umano. In secondo luogo questo cammino si pone in alternativa ad una modalità di intendere i rapporti come possesso dell’altra persona. In terzo luogo la fede in Gesù richiede una parola trasparente e chiede una credibilità della persona senza richiamare Dio a testimone (il giuramento). Gesù propone di intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. Per realizzare l’incontro con Dio, la ‘giustizia sovrabbondante’, Gesù rinvia ad avvicinare l’altro. Non si può vivere un rapporto autentico con Dio dimenticandosi dell’altro. Tutta la legge per Gesù si riassume in un sola parola decisiva. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con il prossimo e in tal senso il prossimo prende il posto della legge. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (Mt 22,37-40).

Anche Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma è lo Spirito la presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. La sapienza di Dio, quella sapienza che si è raccontata nella vicenda del crocifisso: stoltezza, follia umana. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Ma proprio la vita donata e la morte di Gesù sono manifestazione della sapienza di Dio, sapienza come amore che giunge al dono fino alla fine e che salva. Nel volto del crocifisso si è manifestata la sapienza di Dio, sapienza dell’amore. Secondo i criteri umani ciò appare come stoltezza. Paolo ricorda che solamente lo Spirito può rendere accoglienti di questo ‘vangelo’: Vita spirituale prende allora i caratteri di una vita aperta al soffio dello Spirito: “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. Solamente lo Spirito può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio.

Alessandro Cortesi op

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