la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

duccio11w
Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Il Levitico è testo di difficile lettura che pone grandi difficoltà. E’ libro ricco pervaso di una elencazione di norme che offrono la sensazione di una religione centrata sull’esecuzione materiale di osservanze che soffocano la vita. Norme per lo più connesse alla questione del puro e dell’impuro. La loro finalità sta nell’eliminare impurità inconsapevoli che portano come conseguenza non poter accogliere la presenza di Dio e accostarsi a Lui. Tutte queste norme possono essere lette tuttavia nel loro intento di custodire una memoria di Dio e della relazione con Lui in ogni aspetto, anche minimo e marginale, dell’esistenza umana, nell’orizzonte della fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”.

La lettura cristiana vede queste norme in particolare quelle cultuali e quelle più legate al contesto culturale come da superare in una prospettiva che consideri come cuore della legge sta nell’amore. La lettura di queste pagine apre tuttavia a porsi una questione che riguarda la vita di ogni credente. La fede esige come suo movimento profondo di esprimersi in modalità esteriori, in gesti, in osservanze e in riti. La fedeltà ad un orientamento di vita che segni i comportamenti, l’osservanza dei rito è luogo di trasmissione, crescita e coltivazione dell’esperienza di fede. E tuttavia si può riscontrare come in diverse tradizioni religiose le osservanze, le prescrizioni e il culto si prestano a divenire svuotamento della fede stessa, un tradimento e una gabbia che impedisce addirittura un autentico incontro con Dio, fino a far convivere un culto e un rigore di esecuzione della legge con atteggiamenti disumani come la violenza, la discriminazione e l’intolleranza. E’ un problema che rimane aperto in ogni esperienza religiosa: la tensione che può essere espressa nell’antinomia tra religione e fede.

Il rischio della legge, e di una legge che giunge a codificare ogni aspetto della vita, è quello di divenire un fine a se stesso, un obiettivo da raggiungere in cui al centro non sta il riconoscimento del primato di Dio e il servizio all’altro, la percezione del proprio limite e della responsabilità a divenire migliori, ma il ripiegamento su di sé, la preoccupazione di una propria grandezza appiattita sull’osservanza della legge. Le regole su sacro e profano, su puro e impuro, elaborazioni del mondo dei sacerdoti in epoca post-esilica, hanno così incontrato la protesta e la denuncia dei profeti: possono infatti divenire una grande costruzione umana in cui rinchiudere l’esperienza della fede riducendola a esecuzione di osservanze senza più il senso della conversione: è la grande questione della importanza della Legge e nel contempo dell’esigenza di interpretarla in rapporto alla dimensione fondamentale dell’amore.

Nel cap. 19 di Levitico è presentata una grande prospettiva: la chiamata ad essere santi “perché io, il Signore vostro Dio sono santo”. Questa espressione parla innanzitutto di santità. Santità è la caratteristica di Dio, il suo essere ‘diverso’ e ‘altro’ dall’uomo. Santità è ciò che lo rende separato e non riducibile a nessuna grandezza umana. la chiamata ad essere santi pone il credente e il popolo di Dio in una condizione di apertura e di relazione con l’unico Santo, Dio stesso. Non è quindi una condizione da poter raggiungere, ma si connota come chiamata a stare in rapporto a Lui ‘perché io, il Signore vostro Dio sono santo’. Tale chiamata sta alla base delle determinazioni del Decalogo (Es 20) e si radica nel rapporto fondamentale con Dio. Da qui l’esigenza di non avere altri idoli, e di concepire il rapporto con Dio non scisso dal rapporto con gli altri. La chiamata ad essere santi colloca in un cammino di relazione con il Dio santo. Mai il volto di Dio può essere afferrato o racchiuso entro misure umane, e nel contempo proprio nel movimento di ‘discesa’ da lui compiuto nel farsi vicino a Israele, nel manifestare la sua santità negli eventi di liberazione di un popolo schiavo, può radicarsi una vita chiamata a stare in relazione con il Dio liberatore. Al cuore della vita del credente sta la chiamata a divenire immagine del modo di amare di Dio. E questo è presentato in termini molto concreti nei rapporti con il prossimo: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Nelle ultime due parole della Torah riprese da Gesù in Mt 5,38-42, appare il tema della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. “Avete inteso che fu detto: ‘occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non resistere al malvagio”. La restituzione adeguata era una legge intesa a porre un limite all’offesa, ad evitare la logica della rappresaglia e della vendetta senza confine. Gesù apre una contestazione all’atto stesso di ‘rendere il colpo’. Seguono alcuni esempi con riferimento alla concretezza: lo schiaffo, il processo per la tunica, l’angheria e il prestito. Nella passione si troveranno riferimenti a questo: Gesù schiaffeggiato risponde con il silenzio ((Mt 26,67). Così il cireneo verrà costretto dai soldati (gli ‘àngari’ – da cui angariare – che potevano chiedere a nome di un re di portare merci o viaggiare a loro ordine) a portare la croce di Gesù.

L’ultima parola è quella sull’amore del prossimo: “Avete inteso che fu detto ‘amerai il prossimo tuo’ e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Nella Torah non si trova che amare il prossimo, cioè l’amico e il compagno, comportasse odiare il nemico. Tuttavia poteva aprirsi a tale intrepretazione. Gesù riprende la parola ‘prossimo’ e ne allarga l’ambito di riferimento. ‘Prossimo’ (ebraico rea’ di Lev 19,18) non è da riferire solamente agli amici, ma è termine che deve includere anche i nemici.

Matteo così sottolinea che nella vita si può attuare un divenire figli del Padre; è dono di immagine ma è cammino di relazione e somiglianza e si diviene figli nell’accogliere un amore aperto che non pone esclusioni. Luca a tal proposito utilizza il termine ‘grazia’ (Lc 6,32: “Se amate quelli che vi amano quale ‘gratitudine’ vi è dovuta?”); Matteo, legato alla mentalità giudaica usa ‘ricompensa’: “Se infatti amate quelli che vi amano, che ricompensa avete?”. Non si entra nel regno di Dio – è la provocazione di questa parola – se non attuando una giustizia sovrabbondante, un agire in cui sia presente ‘più del dovuto’. ‘Che fate di più? ‘ non significa un paragone con l’agire di altri, nel senso di ‘più degli altri’, ma ‘più del dovuto’. Viene così introdotta una comprensione della vita credente nel superamento di una logica di ‘reciprocità’ per entrare in un orizzonte di ‘sovrabbondanza’.

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Dietro al termine ‘perfetto’ sta un riferimento all’ambito del culto: è infatti l’agnello del sacrificio che nella tradizione biblica dev’essere ‘perfetto’ (Es 12,5 LXX). La perfezione sta nel dono: la vita nella sua totalità va intesa nella logica di una risposta di tutta l’esistenza, data a Dio. Per questo il IV vangelo indicherà sulla croce il momento in cui tutto ha raggiunto la sua perfezione, il suo fine, dove ‘tutto è compiuto’ (Gv 19,30 tetelestai). Matteo riprenderà tale riferimento indicando la perfezione nel concepire la propria vita come liberazione da tutto ciò che può divenire più importante di Dio stesso, come apertura agli altri radicata nella relazione con la chiamata di Dio. E contrappone così l’uomo perfetto all’uomo diviso: “Se vuoi essere perfetto và vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mt 19,21).

Gesù riprenderà queste parole “Amerai il prossimo tuo” (Lev 19,18) unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. “Questo è il grande e primo comdamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 23,37-39). Nella lettura di Gesù amore di Dio e amore del prossimo fanno una cosa sola, un unico comandamento, riassunto e sintesi di tutta la legge (Mt 23,40). Il resto può avere senso solamente se orientato in questa direzione fondamentale. Non sono due amori diversi ma amare Dio si verifica nel riconoscere l’altro. Non coltivare attenzione all’altro è venir meno al rapporto con Dio. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo Testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”: una interpretazione possibile da cui si possono trarre molteplici conseguenze.
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Gesù non invita ad una perfezione come ideale che genera ipocrisia nella vita e incapacità di riconoscere la fatica e il cammino, proprio e degli altri. L’invito ad essere perfetti è cammino ad intendere la vita nella relazione. Indica l’orizzonte della logica del dono e della sovrabbondanza nel lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio: è cammino nell’imperfezione, nell’imparare ad amare secondo lo stile di Dio, riconosce a Lui solo la pienezza dell’amore. Solamente il suo amore accolto poco alla volta ci cambia e rende capaci di accettarci con le nostre imperfezioni e fatiche. Solo la bontà di Dio, la sua perfezione da leggere come gratuità dell’amore, può rendere la nostra vita luogo di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non covare odio, ma covare tutto ciò che si oppone all’odio, accoglienza, comprensione, dedizione concreta. C’è un covare come un rimanere imprigionati di sentimenti e abitudini che fanno inaridire la vita, la chiudono in un risentimento e nella conflittualità continua. C’è un altro covare possibile, è il rimanere con la pazienza dell’atto di accompagnare una vita che si genera e cresce, il covare che significa custodia e cura di tutto ciò che lascia spazio ai piccoli segni della vita che ha inizio, un custodire gli inizi che segnao una umanità capace di relazione.

La prospettiva di amare il nemico non è indicazione di assuefazione di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, è piuttosto porre energie perché il nemico sia liberato dalla logica dell’inimicizia, per trasformare l’hostis in hospes, il nemico in possibile ospite da incontrare e accogliere. Non è invito a non disturbare i potenti. Nel racconto del IV vangelo Gesù stesso di fronte alla violenza subita non porge l’altra guancia ma chiede ‘perché?’ e oppone la sua parola nonviolenta come sfida al gesto ingiusto. Davanti a Caifa Gesù riceve uno schaiffo da una delle guardie presenti e la sua reazione è significativa: “se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” (Gv 18,22-23). Gesù oppone alla violenza la debolezza della parola, la resistenza di una nonviolenza attiva, come lo stesso Matteo sottolinea nel racconto della passione (Mt 26,52: “Rimetti la tua spada al suo posto perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma reagisce al male con chiarezza. C’è un amore esigente che affronta il conflitto e sa opporsi in modo radicale al male dentro di noi e fuori di noi. Gesù non ha vissuto la ricerca di una tranquillità senza conflitti, ha testimoniato invece la fedeltà al regno di Dio, la coerenza fino in fondo vivendo lo stile di accoglienza e servizio. Gesù ha amato non perché si è piegato ad accettare la logica dei poteri, politico e religioso, che l’hanno condannato, ma ha amato opponendosi alla violenza e all’arroganza del potere con la testimonianza della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

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