la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “marzo, 2014”

IV domenica di Quaresima – anno A – 2014

cieco nato-1886887433(affresco sec. XI, scuola campano bizantina, S.Angelo in Formis, Capua)

1Sam 16,1-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Tutto inizia con uno sguardo: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita…”. Il vedere di Gesù non passa oltre, non evita di farsi toccare dallo scandalo di questa presenza. E’ lo scandalo della malattia, dell’handicap, della sofferenza umana. Il suo vedere si ferma ad incontrare l’uomo ferito, si lascia coinvolgere.

‘Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?’. Gesù reagisce con forza a questo modo di ‘vedere’ le cose per cui il male è una punizione del peccato. In tale prospettiva Dio è colui che fa morire, che manda le malattie inguaribili, che dà la sofferenza alle persone. Gesù non risponde con una spiegazione: il male rimane scandalo anche per lui. Di certo esclude l’idea che i discepoli hanno, segno di una incomprensione proofnda della sua stesa persona: ‘non è questione di peccato’. L’unica cosa che Gesù fa è operare ‘finché è giorno’, vivendo fino in fondo il tempo che gli è dato. Usa le sue mani, compie gesti per avvicinarsi al cieco, per togliere quel male. Nei suoi gesti manifesta il volto di Dio che non vuole il male. Di fronte al cieco Gesù vede l’occasione perché ‘si manifestino le opere di Dio’. Tutto questo avviene nel giorno di sabato: una trasgressione della legge che restituisce alla legge stessa il suo più autentico significato di ricordare l’alleanza di un Dio amante dell’uomo. E l’opera di Dio è liberazione da ogni buio e da ogni male.

Gesù contrasta una teologia costruita sulla paura e sul male come castigo di Dio. Non pensa al peccato ma alle opere di Dio, opere di liberazione. Con i suoi gesti apre gli occhi al cieco: non solo poggia il suo sguardo su di lui, ma tocca con le sue mani il cieco, spalma il fango sui suoi occhi, non ha paura di entrare in contatto con lui, fa propria la malattia e la sofferenza di quest’uomo. Toccare il cieco è varcare le soglie dell’impurità, lasciarsi contaminare dal male. Ed è contestazione di una religiosità della separazione che si tiene a distanza dall’impuro, che chiude gli occhi davanti alle sofferenze.

Il suo vedere poi si accompagna ad un agire che evoca l’operare di Dio stesso, l’opera della creazione. La chiave di lettura dell’intero incontro sta nelle parole che introducono ai suoi gesti. Nella dinamica del IV vangelo parole rivelative del significato del suo agire e della sua identità: “Nè lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perchè in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Gesù manda il cieco a lavarsi alla piscina che significa l’Inviato: lo introduce a vivere un cammino per incontrare lui stesso che è l’inviato del Padre.

I suoi occhi e le sue mani si immergono nella vita di quel cieco per liberarlo. Gesù lo accompagna a compiere un cammino di libertà, faticoso, progressivo. I suoi gesti sono una nuova creazione, come Adamo dal fango della terra che aprono a divenire una persona nuova. Al punto che quelli che lo avevano visto prima non lo riconoscono. Il suo cammino indica anche una scoperta passo passo più profonda di “quell’uomo che si chiama Gesù”. Il cieco apre i suoi occhi poco alla volta accogliendo la luce che gli giunge da quell’uomo e ne scorge un profilo che lo manteine nella ricerca. Fino al momento in cui proprio lui, guardato con disprezzo come peccatore, si trova a rispondere ai detentori della religione e della morale e a spiazzarli con parole semplici “Se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla”. La domanda che percorre l’intera pagina è: ‘Dov’è costui? Di dove viene Gesù?’.

C’è un’insistenza ripetuta per sette volte sulla questione di come gli occhi del cieco sono stati aperti: è questo uno dei segni opera del messia. Attorno a questa questione ruota anche la domanda sull’identità di Gesù come messia, che si discosta dal mondo di una religione chiusa nella affermazione di regole e principi che non guardano alle persone e al loro bene: Gesù guarisce di sabato e tocca un cieco e i farisei dicevano: ‘Quest’uomo non può venire da Dio perchè non osserva il sabato’.

Un confronto di due opposti atteggiamenti percorre l’intera pagina: da un lato un cieco senza nome, che viene accompagnato a vedere. Il suo vedere è un recupero di vista esteriore, che corrisponde ad una luce che si fa spazio nel suo cuore. Il suo cammino è approfondimento dell’identità di Gesù indicato in modi diversi: ‘l’uomo che si chiama Gesù’, ‘un profeta’, ‘se sia un peccatore non lo so, una cosa io so, ero cieco e ora ci vedo…’, ‘se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla’. Fino alle parole che esprimono affidamento e divengono un’eco del riconoscimento dei discepoli quando incontrano il Risorto, Signore: “Credo Signore”. In contrasto a questo cammino sta la cecità di chi pretende di vedere.

Con la sottile ironia propria del suo stile, l’autore del IV vangelo esprime l’incapacità di vedere come rifiuto dell’evidenza e dell’ascolto. I ‘giudei’, categoria nella quale sono indicati i detentori del potere religioso, sono coloro che non sono aperti alla ricerca, chiusi nella pretesa di possesso di una verità inscalfibile: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi”. Non si lasciano mettere in discussione ed operano secondo le dinamiche proprie del potere religioso che esclude (la notazione dell’esclusione dalla sinagoga risente dell’atmosfera polemica tra mondo giudaico e comunità cristiane dopo la fine del I secolo). Per contrasto il cieco, che non è riconosciuto, dice ‘Io sono’. In tal modo indica quel nome che i, IV vangelo è culmine della rivelazione di Gesù ed evoca il nome stesso di Dio ‘Io sono’ (cfr. Gv 8,24). E’ una sorta di commento all’affermazione vertice della pagina del prologo: “a quelli che hanno accolto ha dato il poter di diventare figli di Dio”. Proprio il cieco, colui che non ci vedeva, accogliendo Gesù assume il suo nome, si apre a credere nel ‘figlio dell’uomo’ e diviene figlio. L’incontro con Gesù gli ha aperto gli occhi e lo ha trasformato.

L’incontro di Gesù con il cieco nato è tessuto attorno al simbolo della luce. Il IV vangelo sin dal prologo presenta Gesù identificandolo con la Parola e con la luce che illumina ogni uomo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9; cfr Gv 8,12; 9,5). Il suo volto è luce che apre a vedere in modo nuovo e cambia. D’altra parte nell’incontro col cieco si fa presente anche l’agire di Gesù come opera che restituisce alla luce interiore, a quel vedere che Giovanni interpreta come il vedere nuovo che è il credere stesso. Ben diverso dalla cecità di una religione chiusa nella dottrina e incapace di guardare la vita delle persone. Restituire alla luce profonda e accogliere un dono di luce apre a quel vedere che è credere, e nella prospettiva giovannea è avere la vita in abbondanza. L’incontro con il cieco è incontro di illuminazione e di liberazione, lasciar spazio alla luce, da accogliere e da scoprire nel profondo della propria vita. Non è chiusura entro gli angusti limiti di una religiosità di ciechi e schiavi, ma apertura ad un vedere che legge la luce al cuore della propria esistenza. L’incontro con Gesù è percorso di umanizzazione.

2014-03-16 05.32.05Quali provocazioni può offrire questa pagina ad una lettura nel nostro presente? ne indicherei alcune tra tante altre possibili.

Leggiamo questa pagina in un tempo in cui sempre più appare la distanza tra modalità religiose di appartenenza e i cammini autentici della fede. Oggi l’esperienza cristiana è chiamata a ripensarsi uscendo dalle forme dell’indottrinamento e della aggregazione di tipo sociologico. Cammini di fede autentici seguono percorsi diversi da quelli delle appartenenze ad un sistema religioso. Oggi il credere sorge nell’esperienza da condividere in un incontro: nel tornare a Gesù. Il dialogo stesso è luogo di un credere che si fa esperienza condivisa, ricerca mai conclusa, incontro che apre sguardo nuovo. Il cammino del cieco è indicazione del cammino di ogni credente fatto di tappe personali, di apertura degli occhi, di incontro progressivo con Gesù. Ben lontano da una appartenenza religiosa che mantiene nella sottomissione e nella paura. Il suo cammino ci dice anche che c’è un’opera di Dio nella vita personale e nelle comunità che dura tutta una vita, è percorso che esige tempo. E’ autentica opera di creazione (il fango, l’acqua) ed anche opera creativa perchè genera qualcosa di nuovo e inedito.

Il dono di luce che sta al cuore di questa pagina indica l’incontro di Gesù come la luce, ma è anche restituzione di una luce interiore: è un’apertura degli occhi. Gesù restituisce una capacità di vedere che è attitudine propria del cieco, lo libera a riconoscere una luce che dall’interno illumina ogni uomo, il senso profondo della sua vita. Si può leggere questa pagina secondo una prospettiva aperta al cammino delle religioni e delle convinzioni umane, tutti i cammini di ricerca che si aprono ad accogliere la luce che illumina ogni uomo. C’è una luce che viene da Dio, luce della Parola, presente in chi vive cammini nelle diverse religioni, in chi si apre alla ricerca del senso della vita, in chi si lascia interrogare dagli altri, dalle esperienze, e si lascia toccare dalla sofferenza altrui. Al credente sta forse oggi il compito di riconoscere le luci disseminate, gioire per chi apre gli occhi, coltivare a vivere uell’opera creativa di coltivare vita. Quante luci sono soffocate perché coloro che le manifestano non appartengono ai ‘nostri’ o perché non corrispondono ad una dottrina stabilita… Gesù apre ad incontrare Dio nei percorsi di liberazione e di luce.

C’è un invito in questa pagina e una forte provocazione a riconoscere le proprie cecità. Proprio chi pretende di vedere non sa vedere. C’è una cecità nel non rendersi conto di situazioni anche vicine a noi di sofferenza e di bisogno. C’è la cecità dell’indifferenza o dell’atteggaimento di superiorità verso i tanti percorsi anche disordinati e spesso contaddittori di giovani e pesone che cercano a tentoni un senso della vita. Saper riconoscere la luce interiore presente nei cuori e compiere le opere di Dio, nella linea di una creazione continua, nel restitutire possibilità di vta questo apre ad un vedere. Riconoscere il signore è affidamento ad un senso della vita che sta racchiuso nel dono.

Aprire gli occhi è indicazione e invito per una ‘spiritualità dagli occhi aperti’ (J.B.Metz), capace di leggere la realtà, di scorgere una chiamata di Dio e la presenza di Dio nelle vicende della storia, nella sofferenza per le tante cecità e indifferenze, nel grido della creazione. E’ una spiritualità diversa da quella degli occhi chiusi, non separa il cielo dalla terra e scopre l’incontro con Dio nell’incontro con il povero concreto e vicino. E’ apertura all’ascolto e alla ricerca, all’impegno nelle difficoltà del presente e al coinvolgimento in cammini di umanizzazione.

Aprire gli occhi è anche scorgere un rinnovamento che deve giungere all’interno della comunità e conduce ad un drammatico scontro contro chi è chiuso nel detenere un potere che vuole sudditi e rifiuta ogni apertura di occhi. Il cieco a cui sono aperti gli occhi diviene capace di coraggio, rinvia a quello che sa, e che proviene a lui dalla vita. E’ indicazione della presa di parola che dovrebbe esserci nella chiesa oggi, in un cammino tutto da compiere di ricerca comune, di ascolto delle esistenze e delle esperienze diverse, nel non rimanere schiavi di una dottrina e della casistica e del coraggio di accogliere l’opera creativa in noi, per affrontare le questioni che toccano le esistenze accogliendo quale è la chiamata del vangelo nel tempo che cambia. La primavera che si sta cogliendo nei gesti e nelle parole nuove di Francesco, vescovo di Roma, frutto del tempo del Concilio, non può rimanere un fatto isolato, una bella esperienza di una personalità eccezionale, ma attende di essere luce nuova condivisa nelle comunità e spirito che innervi percorsi comuni.

Alessandro Cortesi opChagall-Sopra-Witebsk-sd

(Marc Chagall, Sopra Vitebsk, Art Gallery of Ontario, Toronto, 1914)

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L’importanza di ricordare

… ricordare le vittime delle mafie e condividere l’impegno di tutti coloro che operano e lottano per non lasciare spazio all’illegalità.

L’abbraccio di don Ciotti e papa Francesco. Le parole di don Luigi all’incontro dei familiari delle vittime di mafia (chiesa san Gregorio VII Roma – veglia di preghiera promossa dalla fondazione Libera nella ricorrenza della XIX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie)

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“Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza: che il senso di responsabilità piano piano vinca sulla corruzione in ogni parte del mondo e questo deve partire dalle coscienze e da lì risanare le relazioni, le scelte, il tessuto sociale così che la giustizia prenda il posto dell’iniquità” (Francesco)

Le riflessioni e la commozione di don Luigi Ciotti nell’intervista di Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ del 23 marzo 2014 (25 minuti)

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… ricordare e non dimenticare i giusti che rischiano di essere dimenticati: ricordare Paolo Dall’Oglio, gesuita, testimone del dialogo in terra di Siria, rapito otto mesi fa.

Rinvio ad un video e riflessione di Antonio Ferrari (Corriere tv).

(a.c.)

III domenica di Quaresima – anno A – 2014

ges_e_la_samaritana (affresco XI sec., scuola bizantino-campana, Basilica di s.Angelo in Formis, Capua)

Es 17,3-7; Sal 94; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Gesù incontra una donna, straniera. L’incontro è un incrocio di seti diverse: è Gesù che per primo presenta la richiesta ‘dammi da bere’. Questo suo primo passo che suscita la meraviglia della donna perchè i rapporti tra giudei e samaritani erano di ostilità ed anche perchè non dovevano esserci contatti in pubblico tra un uomo e una donna, diviene occasione per l’emergere della sete presente nel cuore della samaritana.

Si tratta così di un incontro che conduce ad entrare in un dialogo e in un lento percorso di conoscenza e di rivelazione: è un darsi ad incontrare di Gesù a questa donna, è scoperta per lei del senso della sua vita, è apertura ad una fede vissuta in spirito e verità. Un incontro che non rinchiude in una religione del monte ma che apre.

Nel IV vangelo le persone che Gesù incontra divengono esempi e paradigmi di percorsi umani con i quali chi legge può identificarsi. E il percorso è scoperta del volto di Gesù: nel conoscere lui si apre un itinerario di scoperta del proprio volto e di apertura ad una comunicazione nuova come la donna sperimentò alla fine con i suoi compaesani (Gv 4,39: “molti samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che testimoniava…”).

L’incontro con la donna di Samaria è innanzitutto memoria degli incontri di Gesù, e della sua accoglienza verso le donne, del suo sconfinare andando oltre le barriere che relegavano le donne in ambiti marginali. Gesù rompe con schemi culturali e religiosi che creavano esclusione e distanza. Ma la donna di Samaria diviene anche simbolo di chi è lontano e straniero. Nel suo profilo si può infatti cogliere la vicenda di ogni lontano e straniero che viene accolto nello spazio di ospitalità di cui Gesù era capace non perché possessore di beni, ma perché aperto nel cuore. Non solo: la donna è qualificata come samaritana, appartiene ad un popolo, i samaritani, ritenuto eretico, lontano dal punto di vista religioso. Nel dialogo l’allusione ai cinque mariti è rinvio alle divinità dei cinque popoli di origini non ebraiche che stavano all’origine del gruppo dei Samaritani (2Re 17,24-41) e che adoravano divinità pagane. Infine la donna può essere vista come figura di tutti coloro che hanno nel cuore una sete, una ricerca profonda senza sapere nemmeno dare ad essa un nome.

Gli incontri di Gesù nel IV vangelo sono letti come itinerari di un credere che apre a percorsi di scoperta di un dono racchiuso nella propria vita, della dignità della propria storia, di accoglienza in un rapporto nuovo.

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(affresco IV sec., Ipogeo di via Dino Compagni Roma, cubicolo F)

Il dialogo si svolge attorno all’acqua, in una serie continua di equivoci: la donna cerca un’acqua materiale, Gesù le propone un’altra acqua, un’acqua viva, che non viene meno come quella del pozzo. Poco alla volta apre lo sguardo della donna a conoscere nella sua vita un dono di Dio e a riconoscere nella sua presenza una risposta alla sua sete. Gesù chiede ‘dammi da bere’, ma la sua sete è altra rispetto al bisogno di acqua del pozzo, è passione per donare salvezza, per far scoprire il dono della vita di Dio nel cuore (cfr. Gv 19,28: ‘ho sete’). Proprio lì vicino al pozzo che nella Bibbia è luogo dell’incontro, di inizio di storie d’amore.

Nel dialogo Gesù apre la donna a due grandi orizzonti: il primo è la scoperta che la sua vita non è giudicata, non è tenuta lontana, ma è amata. Il dono di Dio è dono di una vita in cui scoprirsi amati e accolti. L’esistenza di Gesù è il farsi vicino di questo dono.

Ogni persona reca in sè stessa una sete che non può essere placata dall’acqua del pozzo. Gesù accompagna la donna a scoprire la ricerca di amore e di vita che sta nel profondo del suo cuore. La accompagna a scavare nel pozzo della sua vita, a vivere la sua ricerca di un amore che giunge sino alla fine: è quell’amore che Gesù vive nell’amare i suoi fino al segno supremo. Per questo conduce la donna a scoprire il suo volto come quello di profeta, di messia atteso, di salvatore. Lei stessa alla fine diventa testimone presso i suoi compaesani: abbandona l’anfora e va (Gv 4,28).

Il secondo orizzonte che il dialogo sottolinea è che Dio stesso è alla ricerca. La ricerca umana, la sete umana di senso e di amore, è apertura che proviene da un dono e s’incontra con la ricerca di Dio. L’intero dialogo inizia da una richiesta di Gesù che chiede da bere. Così Dio cerca adoratori, persone capaci di riconoscerlo oltre ogni monte. Il monte è luogo in cui si pensa sia racchiusa la presenza di Dio in sistemi religiosi costruzione di uomini. Dio cerca adoratori che accolgano la sfida di un incontro personale, interiore, in Spirito e verità. Spirito è rinvio al dono dell’amore e verità è riferimento all’incontro con Gesù stesso come verità vivente mai esaurita.

DSCF0352Propongo alcuni suggerimenti per una lettura di questa pagina nel nostro presente.

Viviamo un tempo in cui sembra che non vi siano più le grandi domande. E’ il tempo dell’indifferenza, o dell’assopimento di una vita che si accontenta di piccoli cabotaggi, di soddisfare bisogni immediati, senza aperture ad orizzonti di senso globale. L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, ripiegata in una ricerca di un’acqua accettata come indispensabile per andare avanti giorno per giorno senza guardare oltre, apre a considerare come quella sete è spazio di una ricerca e di un’attesa più profonda. Gesù apre ad una ricerca di un’acqua – fonte di vita – che possa soddisfare ricerche interiori, nascoste e spesso lasciate agli angoli dell’esistenza. Gesù non disprezza i percorsi e le seti di ogni persona. Vi si inserisce con una domanda. Non impone ma accompagna lentamente ad un conoscenza che è incontro, per scoprire la gratuità dell’amore: se tu conoscessi il dono di Dio…. Anche nelle piccole seti che popolano la vita di ogni persona sta racchiusa una sete più grande e profonda, la sete del senso stesso della vita.

Gesù si fa incontro ad una donna, straniera. In questo incontro c’è una sorta di approfondimento di quanto è espesso nel Prologo: “veniva tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto, a quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” (Gv 1,11-12). Il IV vangelo presenta la contraddizione di una accoglienza della luce non dei vicini, ma dei lontani, di quanti sono in ricerca e non hanno la pretesa di possedere la verità. Possiamo chiederci in quale modo manteniamo aperta la nostra vita alla ricerca e non ad una fissità che impedisce di ascoltare la richiesta di Gesù che ci fa uscire dalle nostre chiusure e ci fa entrare in una relazione in cui accogliere l’acqua dello Spirito.

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria conduce a riflettere sulla apertura di Gesù all’altro, sulla sua attitudine ad accogliere la domanda al cuore di ogni esistenza, sulla sua scelta di accoglienza delle donne. Viviamo un tempo di violenza a livello globale, che si rende presente in particolare nel rapporto tra uomini e donne. E’ questo un sintomo di una difficoltà a vivere la relazione, ad accogliere chi è diverso: è il frutto malato di una impostazione culturale regolata dalla mentalità maschile del dominio e della competizione in cui non c’è spazio per la gratuità e per l’ascolto. Anche la chiesa ha pesanti responsabilità per questo. Oggi spazi nuovi di presenza delle donne e di crescita di consapevolezza maturate anche indipendentemente dai percorsi ecclesiali sono occasione per scoprire un nuovo modo di intendere la stessa identità, che si costruisce nella relazione, nella capacità di accogliere la diversità, nella fatica e nella gradualità dell’incontro. E’ sfida a superare ogni mentalità di prevaricazione, di pretesa di assimilazione dell’altro, di vivere la pazienza della scoperta mai conclusa dell’altro. L’incontro con la donna di Samaria ci riporta a tornare allo stile di Gesù, alla questione di uscire da mentalità di potere di tipo maschilista che vige nella società e nella chiesa. Si apre l’interrogativo su quali vie percorrere per aprire ad un riconoscimento del contributo delle donne nella vita della società e della chiesa, un riconoscimento che non sia solo retorico in vuote forme di idealizzazione o di elogio che non prevedono percorsi concreti di cambiamento, ma che rechi effettive scelte di attenzione, di ascolto, di spazi riconosciuti, di affidamento di ruoli e responsabilità sinora esclusiva maschile.

Al cuore del dialogo tra Gesù e la donna di Samaria sta la ricerca dell’acqua. L’acqua è elemento che dà vita: l’acqua è realtà che risponde alla sete e poter accedere all’acqua è possibilità di sopravvivenza per persone e popoli. Dovremmo maturare consapevolezza dell’importanza basilare dell’acqua per la vita. Gli sprechi dell’acqua, un modello di vita economica che prevede consumi di acqua che privano popolazioni della possibilità di avere accesso all’acqua potabile pone la questione della attenzione alla vita, non solo dei vicini, ma dei lontani. L’acqua come elemento materiale è connessa anche all’attenzione dello Spirito nella creazione: un rinnovato rapporto con le cose, con i beni comuni apre a vivere l’accoglienza di un dono di Dio per tutti, un dono che va oltre il consumo di beni, ma che implica un modo nuovo di rapportarsi alle cose, di intendere i rapporti con gli altri, nella condivisione.

Gesù infine libera da una religiosità fatta di esteriorità che non genera cambiamento: è la religiosità che chiude la presenza di Dio sui monti contrapposti, a Gerusalemme o nel Garizim. E’ giunto il tempo in cui Dio non deve essere incontrato nei templi, ma in quel tempio che è la vita stessa di Gesù che rinvia al tempio di ogni volto, soprattutto di chi è escluso.

Alessandro Cortesi op DSCF0107

Siria: tre anni di guerra civile

L’attivista e street artist inglese Banksy ha proposto una rivisitazione di una delle sue opere più famose, la bambina con il palloncino a forma di cuore, in occasione del terzo anniversario della guerra civile in Siria. L’autore ha trasformato la protagonista in una piccola rifugiata siriana. L’immagine verrà utilizzata per promuovere la campagna #WithSyria in sostegno delle vittime del conflitto.

104503068-278ae475-2bac-48dc-9208-366830acebf8-1Mideast SyriaQuesta foto è staata scattata il 31 gennaio 2014. I rifugiati del campo di Yarmuk sono in coda per ricevere alimenti e provviste a Damasco, Siria.  La foto è stata rilasciata da UNRWA (AP Photo/UNRWA)

II domenica di Quaresima – anno A – 2014

DSCF4900Gen 12,1-4; Sal 33; 1Tim 1,8-10; Mt 17,1-9

L’immagine del monte scandisce il racconto di Matteo: il monte delle tentazioni, la montagna del discorso delle beatitudini, il monte dela trasfigurazione, l’altura del Calvario e infine il monte di Galilea sul quale si chiude l’ultima scena del vangelo: “gli undici discepoli… andarono sul monte che Gesù aveva loro indicato… andate dunque.. ecco io sono con voi”. Il monte è luogo di passaggi che accompagnano a riconoscere la sua via, a scoprire il suo volto e il senso dell’incontro con lui. Il susseguirsi dei monti offre il senso del cammino di Gesù: tutto va letto in rapporto alla sua pasqua.

Gesù conduce tre discepoli su un monte alto e Matteo situa questa salita ‘sei giorni dopo’. E’ un’allusione al manifestarsi di Dio nel Sinai narrato in Es 24,16: “la gloria del Signore dimorò sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni, e il Signore chiamò Mosè, il settimo giorno, di mezzo alla nube”.

Un’esperienza profonda di incontro con Gesù, l’esperienza ricordata e ripensata dopo la sua condanna e crocifissione, e vissuta in modo nuovo nell’incontro con Lui risorto, sta alla radice di questa pagina. E’ racconto che a partire da un nucelo di esperienza profonda si fa narrazione in cui Matteo opera una rilettura intrecciata di rinvii all’evento del manifestarsi di Dio nel Sinai. Come lì, anche qui il monte, la nube, la luce sul volto, la presenza di Mosè, l’illuminazione: al centro la figura di Gesù percepita nella sua umanità come luogo di un rivelarsi della luce di Dio.

Matteo sottolinea che Gesù subì una trasformazione sottolineando come ‘il suo volto cambiò d’aspetto’ e, a differenza di Marco, dice solamente che le sue vesti divennero bianche come la luce. Il suo volto è così associato al volto di Mosè che disceso dal monte: “non si era accorto che la pelle del suo volto era raggiante, per il fatto di aver conversato con Dio” (Es 34,29). Gesù, nuovo Mosè, risplende di una luce che proviene da Dio, e il suo volto è segno di un dialogo in cui la parola di Dio si rende vicina.

Matteo accompagna con un rapido passaggio – ‘ed ecco’ – i lettori ad assumere il punto di vista dei discepoli: essi videro insieme a Gesù altre due figure, Mosè ed Elia. E’ la percezione di un dialogo che vede la figura di Gesù legata ad una storia e inserita in una vicenda di alleanza. Con l’indicazione di Mosè ed Elia Matteo pone tra Gesù i due personaggi rappresentativi dell’intero cammino di Israele come popolo della fede e lo situa neò rapporto alla Legge e ai profeti. La sua vita è compimento dell’intero percorso dell’esodo e della parola dei profeti. La sua vita si inserisce in una storia in cui protagonista è il Dio della grazia e della fedeltà. E sia Mosè sia Elia sono due figure in cui il momento della morte ha una rilevanza particolare: Mosè, prima di compiere l’ingresso nella terra promessa, Elia rapito su di un carro di fuoco avvolto da un turbine (2Re 2).

Il modo in cui Pietro si rivolge a Gesù è con il titolo di ‘Signore’. E’ questo un titolo pasquale (a differenza di Marco e Luca che usano l’espressione ‘rabbi’ e ‘maestro’): “Signore, è bello per noi essere qui”. Pietro si dice disposto a fare lui stesso tre tende, e manifesta così il desiderio di rimanere sul monte di non accettare quella discesa che racchiude il senso di un cammino che passa attraverso il dono il servizio e la morte stessa. Il riferimento alle tende, o capanne, è rinvio alla festa delle capanne, memoria del passaggio dell’esodo. Luca nella sua versione dell’episodio accenna al fatto che il tema del dialogare tra Gesù Mosè e Elia fosse il ‘suo esodo’. Il cammino di Gesù è così posto nella prospettiva dell’esodo, cammino di fatica e attarverso il deserto, ma cammino di liberazione e di incontro con il Dio della libertà.

In questo dialogo irrompe la ‘nube luminosa’, richiamo di quella nube che nell’esodo “appariva come fucoo divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima della montagna” (Es 24,17). E’ nube che copre il luogo della dimora di Dio in mezzo al popolo, la tenda del convegno (cfr. Es 40,34-35). Ora la nube copre i discepoli: la dimora di Dio non ha bisogno di tende, ma la dimora (Shekinah) è nel cuore di coloro che si lasciano coinvolgere nell’ascolto di Gesù, della sua umanità.

Ancora un voce, come al momento del battesimo (Mt 3,17) offre l’indicazione di cammino e il significato profondo di questo evento. La presenza di Gesù è accostata a quella del ‘Figlio’ con un rinvio al Salmo 2: “Tu sei mio Figlio oggi ti ho generato”. Ma anche identifica la figura di Gesù con quella di Isacco, indicato nella narrazione della legatura in Gen 22,2 come ‘il figlio diletto’. E racchiude anche un’interpretazione del cammino di Gesù in rapporto a quello del ‘servo di Jahwè’, la figura presentata nel Secondo Isaia come profeta che vive rifiuto e sofferenza in una fedeltà radicale a Dio. E’ infatti presente nella voce l’eco di Is 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui…”. E’ Gesù ora indicato da Matteo, come il servo nel quale Dio si è compiaciuto.  Il cammino della passione di Gesù è presentato da Matteo come momento in cui si rivela il volto di Dio che fa alleanza, e scende a liberare e vive una fedeltà fino alla fine nell’amore.  Gesù infine è presentato come nuovo Mosè, compimento della promessa di un nuovo profeta pari a Mosè stesso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te un profeta come me: ascoltatelo” (Dt 18,15).

La paura prende i discepoli e Matteo offre una chiave di lettura per leggere la loro esperienza: si tratta di una ‘visione’ come manifestazione in cui la presenza di Gesù è percepita come il venire del Figlio dell’uomo (Dan 7,13-14). E’ una visione che legge nella vicenda umana di Gesù, nel suo cammino di sofferenza la presenza del Risorto, di colui che viene alla fine dei tempi, Signore della sua comunità.

DSCF4929Possiamo accogliere alcuni spunti per leggere la nostra vita alla luce di questa Parola.

Il monte è luogo alto, dove si prendono le distanze dal piano e luogo più vicino al cielo. Il monte è luogo che implica distacco e capacità di lasciare spazio ad un incontro con lui, per lasciarsi coinvolgere dall’esperienza del suo darsi ad incontrare. L’episodio della trasfigurazione può essere anche indicazione per la comunità che s’interroga dove incontrare Cristo risorto. Si tratta di lasciarsi condurre sul monte delle beatitudini, di ascoltare sul monte la sua promessa ‘Io sono con voi’, di accolgiere l’ascolto di lui solo come dimensione fondante del nostro credere.

La nube luminosa: la presenza di Gesù ci immette nel paradosso di un luce che ci raggiunge come ombra. Dimora e presenza che vanno lette nella fragilità del suo cammino umano, nella sua umanità piena. E’ il volto di Gesù che diviene luminoso per Matteo: “La pelle del volto è quella che resta più nuda, più spoglia. La più nuda sebbene di una nudità dignitosa. La più spoglia anche : nel volto c’è una povertà essenziale…” (E. Lévinas, Etica  e infinito, tr. it. Città Nuova  1984 100). Nel volto luminoso di Gesù si apre la scoperta, proprio nella sua povertà, di una luce di Dio. E’ luce che rimane compresnete all’ombra, ed esige la fatica di scorgere una presenza vicina e pur sempre nascosta. Esige di passare lo scandalo di riconoscere nella via del crocifisso il rivelarsi di Dio non della potenza ma dell’amore. E così nel volto degli altri, dell’indifeso, luogo della nudità inerme, va scoperta una luce che fa riferimento a quell’immagine di Dio racchiusa in ogni uomo e donna.

La trasfigurazione è anche trasformazione di sguardo: è passaggio di illuminazione interiore, nella scoperta di una luce che viene da fuori, ma nel contempo è dentro di noi e chiede di essere scoperta e accolta. Ad essa va lasciato spazio nella attitudine a lasciare che la nostra vita sia umanizzata. Ed è indicazione di due attitudini fondamentali da coltivare. Dare tempo all’ascolto, ascolto di Gesù, ma anche ascolto della Parola di Dio che ci raggiunge in tanti modi diversi, alla Parola diffusa ed estesa nella vita.  E saper coltivare uno sguardo capace di legere dentro, capace di lasciarsi colpire dalle luci presenti nelle esistenze che incontriamo, capace di fare spazio ad una sete interiore e ai desideri più profondi delle persone che spesso rimangono nascosti e velati o soffocati.

Illuminazione è il passaggio descritto nelle tradizioni religiose orientali per parlare del raggiungimento di quella consapevolezza di sé che conduce all’immedesimarsi con il tutto, in un senso della presenza divina immanente e trascendente: “Sì questa luce da oltre il firamamento, che brilla al di là di tutto, al di là dei mondi più alti, sì questa luce è la stessa che brilla nel cuore dell’uomo” (Chandogya-upanishad 3,13,7). Si può forse pensare che l’esperienza di trasfigurazione e illuminazione narrata nella pagina di Matteo, che è esperienza pasquale, vi sia accoglienza e legame con tutte le ricerche di luce, con tutte le aperture ad una luce che sta dentro e fuori di noi.

Dare ascolto e maturare uno sguardo: in queste due dimensioni possiamo cogliere un cammino per il credente. Dietrich Bonhoeffer così lo esprineva: “Essere cristiano non significa essere religioso, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo), in base a una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo ma l’uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo” (Resistenza e resa, tr. it. Queriniana 2002, 499).

Alessandro Cortesi op

I domenica di quaresima – anno A – 2014

Niccolò cattedrale di Piacenza XII sec
Niccolò – Cattedrale di Piacenza architrave del portale
Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Subito dopo il racconto del battesimo di Gesù, Matteo presenta Gesù che viene sospinto dallo Spirito nel deserto. C’è un primato dello Spirito al cuore di questa scena. Gesù vive nella disponibilità ad accogliere la forza e la chiamata dello Spirito: Matteo con tale annotazione indica che nel deserto si svolge un evento che conduce al rapporto fondamentale di Gesù con il Padre, al respiro profondo della sua vita, alle radici della sua identità.

Il deserto è luogo della prova, è rinvio al percorso dell’esodo: il deserto è anzitutto un ambiente fisico, lontano dal tempio e dai luoghi del potere. L’aridità delle rocce del deserto di Giuda ricorda la distanza dallo splendore dei palazzi di re e sacerdoti e ricorda l’esodo, la fatica e la lunghezza del cammino. Deserto è anche un luogo interiore, è dimensione che dice solitudine e si collega all’esperienza di Israele che nel deserto incontrò un Dio vicino, e visse l’esperienza di un legame unico con lui. Deserto è il luogo in cui Dio si è fatto incontrare parlando cuore a cuore, ed è anche luogo a cui ritornare per vivere ancora e per lasciarsi toccare da quella parola di tenerezza e di rinnovamento (Os 2,16).

Deserto è grande immagine non solo di uno spazio, ma del tempo. Si potrebbe leggere allora questa scena quasi come sintesi, presentatata in un momento determinato, dell’intera esistenza di Gesù. La scena delle tentazioni può così essere accostata non come episodio dai tratti suggestivi e immaginifici di un botta e risposta tra Gesù e il diavolo tentatore.

In questo racconto Matteo intende raccogliere ed esprimere il senso del cammino di tutta la vita di Gesù: lo legge come esposto ad una prova che parla anche alla nostra vita. Per Gesù nel deserto si pone la questione della sua identità, di quel nome ricevuto nel battesimo: Se sei figlio di Dio… Anche noi ci troviamo a vivere non solo le grandi scelte ma le piccole scelte che costruiscono la nostra identità.

Matteo pone alla sua comunità e a noi la grande domanda: Cosa vuol dire per Gesù essere ‘figlio’? E il suo racconto è quasi un accompagnamento a cogliere la scelta progressiva di Gesù di accogliere il dono di essere figlio aprendosi ad un rapporto di amore unico verso il Padre.

La scena nel deserto non mira a proporre una spiritualità di penitenza, di digiuni ripiegata nella paura della tentazione. Parla piuttosto di un’esperienza nello Spirito, di un amore capace di libertà e della gioia della relazione con Dio come Padre che Gesù ha vissuto nella sua vita: un incontro segnato da responsabilità e da libertà e per questo capace di dire ‘no’ perché orientato al grande ‘sì’ della direzione fondamentale della sua vita come dono. E si fa invito anche per noi ad entrare in questa sua vicenda per scoprire cosa significa essere figli nel Figlio.

Gesù si trova di fronte alla prova di realizzare il nome che ha ricevuto nel battesimo, ‘Figlio di Dio’. La logica del ‘tentatore’, personificazione di tutte le realtà che si oppongono alla via scelta da Gesù è diversa, è via che si oppone e presneta strade alternative. Le diverse proposte parlano di un modo d’intendere l’identità stessa di Gesù.

“se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”: è la provocazione a pensare la sua missione come un procurare beni materiali e in quella dimensione esaurire tutta l’esistenza. La risposta ai bisogni, il benessere del compimento delle esigenze primarie come fine ultimo della vita umana. Nella sua risposta Gesù cita la Scrittura (Deut 8,3) e rinvia all’esperienza del dono della manna nel deserto indicando la chiave del suo rifiuto: “Jahwè ti ha umiliato, ti ha fatto soffrire la fame e ti ha dato da mangiare la manna che né tu né tuoi padri avevate mai provato, per mostrarti che l’uomo non vive soltanto di pane ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Jahwè” (Dt 8,3). Israele nel deserto aveva preteso una prova della fedeltà di Dio, non si era fidato. Gesù ora, nel deserto, pone al primo posto la Parola di Dio, la fedeltà a Lui, la libertà di intendere la vita in un orizzonte che va oltre il soddisfacimento dei bisogni. C’è un dimensione che supera ogni altro bene che, per quanto importante, come il pane indispensabile alla vita, non può essere considerato assoluto. Ma soprattutto non può esaurire la sete profonda presente nel cuore della vita umana. La vita non si esaurisce unicamente entro le dimensioni del soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza e di benessere. C’è una apertura radicale e più profonda: è un’apertura alla libertà e a tutte le dimensioni dell’umano che vanno oltre. Gesù intende la sua vita come attenzione alle esigenze di vita alla salute, al pane, e tuttavia apre a considerare chela vita non può esaurirsi in quei beni raggiunti, è aperta ad altro: c’è una parola di Dio, un progetto che va oltre una chiusura su esigenze che possono anche pensate solamente nell’ambito individualistico.

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La seconda prova si accentra sul miracoloso e si accompagna alla citazione del salmo 91,11-12: “ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Vi è qui un’espressione della prova che Gesù visse al momento della croce. Sacerdoti, scribi e anziani dicevano “ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso! E’ re d’Israele, scenda adesso, dalla croce e crederemo in lui… Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). Questo scherno racchiude la richiesta una prova concreta di potenza, una verifica visibile. E’ l’idea di un Dio che toglie ogni responsabilità, che nega la stessa fede come affidamento. E’ pretesa di un messia della potenza che s’impone nell’evidenza, che non passa attraverso il rischio della fede. E per questo anche non si confronta con il rischio dell’amare che esige il coinvolgimento dell’affidarsi ad una presenza e ad una promessa. Gesù risponde richiamando alla prova di Israele quando il popolo si domandò carico di dubbio: “Ma il Signore nostro Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Cita ancora il testo della Scrittura e richiama ancora la logica di un amore che coinvolge tutta la persona ‘amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima’ (Dt 6,16). La sua fiducia nel Padre è abbandono senza riserve. Rifiuta manifestazioni di potenza, rifiuta di compiere il miracolo che susciti stupore ma che toglie la libertà del credere e dell’affidarsi. Rifiuta il miracolo che impedisce la possibilità di scegliere l’amore come esperienza di libertà.

L’oppositore Satana presenta infine a Gesù la prospettiva di vivere la sua identità nel senso del poere religioso o politico: gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria… Tutte queste cose io ti darò se gettandoti ai miei piedi mi adorerai”. La risposta di Gesù è nella linea di affermare un solo amore e un solo Signore: ‘Sta scritto infatti il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto” (Dt 6,16) Gesù si rifiuta così di entrare nella logica del dominio e del potere che racchiude in se stesso una radicale idolatria. La sua scelta è quella del servizio. Nel battesimo era stato designato come ‘Figlio e servo’. Ora viene tentato sulla modalità in cui vivere il suo essere messia. Matteo presenta Gesù che radica la sua vita sulla Scrittura, ripercorre il cammino d’Israele e pone davanti a sé l’orizzonte di un amore senza riserve con l’unica preoccupazione di compiere la volontà del Padre.

La scena delle tentazioni può così essere letta come espressione del rifiuto che Gesù incontrò nel percorrere la sua via. E’ una pagina che parla anche dell’identità di chi segue Gesù, della sua comunità: essere figlie e figli, divenire figlie e figli deve tenere presente innanzitutto che il padre non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli (Mt 18,14)
In questa serenità di fondo, sta anche il grande messaggio che Gesù ha vissuto la prova e in lui possiamo trovare la via da seguire nella vita.

Le tre provocazioni sono al cuore di tre grandi esperienze che costituiscono oggi per noi motivo di svuotamento del riferimento a Cristo. Provo a riprenderle accostando alcuni brani tratti dalla Leggenda del grande inquisitore di F. Dostojevski, che costituisce una lucida interpretazione della pagina delle tentazioni. E’ presentato Gesù che ritorna sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato non possono neppure concepire… Tu promettesti loro il pane celeste, ma può questo pane paragonarsi a quello terreno?…”

La prima provocazione è quella di pensare che tutta la vita si risolva unicamente nel soddisfacimento delle esigenze primarie e dentro l’orizzonte di beni e desideri materiali, pensare che l’orizzonte del desiderio possa essere chiuso solamente nella prospettiva di maggiore benessere, mezzi tecnologici o beni materiali è una attitudine che soffoca l’esistenza, che impedisce la libertà di un cammino che si apre ad altre dimensioni, al rapporto con gli altri, ad un diverso rapporto con le cose, all’ascolto di una parola di Dio per noi nella vita, alla libertà che spinge ad andare oltre.
Così il grande Inquisitore: “Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: ‘Davanti a chi inchinarsi?’. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi”.

La nostra identità più profonda non può essere ridotta ad una ricerca di una efficacia visibile, di avere un riconoscimento di gloria nell’orizzonte del miracolo. E’ realtà che soffoca la vita anche la ricerca di una religione che s’impone e genera cose stupefacenti in modo da poter affermare superiorità sugli altri ed evitare la fatica della fede e del rischio dell’amore in rapporto a Gesù.
Così il grande Inquisitore: “perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: ‘Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu’. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio… E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti”.

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La prova più sottile è quella del potere, del pretendere di essere come dio perché si raggiunge un potere sugli altri di qualsiasi genere. E’ la sottile adorazione di potenze di questo mondo che Matteo vede personificate nel ‘grande oppositore’, ma è anche quel modo di concepire la fede nel legarsi agli interessi e al compromesso con il potere. E’ un modo di vedere la religione come strumento per dominare o come un progetto politico che s’impone con la ricchezza, con l’uso della forza sociale e nel mettersi accanto e abbracciando i poteri e chi esercita il dominio. E’ la linea del fare alleanza con gli imperi della storia per averne ossequio e per ricevere privilegi in cambio di benedizione, privando così del grande dono della libertà del vangelo.

Così ancora il grande Inquisitore: “Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. (per una lettura del nostro tempo: cfr. G.Zagrebelski, La leggenda del grande inquisitore, a cura di G.Caramore, Morcelliana 2003)

Il percorso liturgico verso la Pasqua, il tempo dei quaranta giorni è occasione per entrare a partecipare della vita di Gesù, della sua passione morte e risurrezione: è questo il senso profondo di un cammino che è coinvolgimento nella sua vita, immersione, battesimo in cui accogliere una salvezza come dono di ‘molto di più’. Paolo nella lettera ai Romani presenta la salvezza come dono di Cristo caratterizzata da un ‘molto di più’. C’è il molto di più di Cristo che compie l’attesa di Adamo, il molto di più della grazia che non può essere posta a paragone con il peccato, il ‘molto di più’ del battesimo che genera uomini e donne nuovi a confronto con il vecchio e il ‘molto di più’ di una libertà che apre agli altri e all’Altro. Cristo, Adamo nuovo, è primizia per Paolo di una umanità diversa che vive nella logica del dono e impara a condividerlo.

Alessandro Cortesi op

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