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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

II domenica di Quaresima – anno A – 2014

DSCF4900Gen 12,1-4; Sal 33; 1Tim 1,8-10; Mt 17,1-9

L’immagine del monte scandisce il racconto di Matteo: il monte delle tentazioni, la montagna del discorso delle beatitudini, il monte dela trasfigurazione, l’altura del Calvario e infine il monte di Galilea sul quale si chiude l’ultima scena del vangelo: “gli undici discepoli… andarono sul monte che Gesù aveva loro indicato… andate dunque.. ecco io sono con voi”. Il monte è luogo di passaggi che accompagnano a riconoscere la sua via, a scoprire il suo volto e il senso dell’incontro con lui. Il susseguirsi dei monti offre il senso del cammino di Gesù: tutto va letto in rapporto alla sua pasqua.

Gesù conduce tre discepoli su un monte alto e Matteo situa questa salita ‘sei giorni dopo’. E’ un’allusione al manifestarsi di Dio nel Sinai narrato in Es 24,16: “la gloria del Signore dimorò sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni, e il Signore chiamò Mosè, il settimo giorno, di mezzo alla nube”.

Un’esperienza profonda di incontro con Gesù, l’esperienza ricordata e ripensata dopo la sua condanna e crocifissione, e vissuta in modo nuovo nell’incontro con Lui risorto, sta alla radice di questa pagina. E’ racconto che a partire da un nucelo di esperienza profonda si fa narrazione in cui Matteo opera una rilettura intrecciata di rinvii all’evento del manifestarsi di Dio nel Sinai. Come lì, anche qui il monte, la nube, la luce sul volto, la presenza di Mosè, l’illuminazione: al centro la figura di Gesù percepita nella sua umanità come luogo di un rivelarsi della luce di Dio.

Matteo sottolinea che Gesù subì una trasformazione sottolineando come ‘il suo volto cambiò d’aspetto’ e, a differenza di Marco, dice solamente che le sue vesti divennero bianche come la luce. Il suo volto è così associato al volto di Mosè che disceso dal monte: “non si era accorto che la pelle del suo volto era raggiante, per il fatto di aver conversato con Dio” (Es 34,29). Gesù, nuovo Mosè, risplende di una luce che proviene da Dio, e il suo volto è segno di un dialogo in cui la parola di Dio si rende vicina.

Matteo accompagna con un rapido passaggio – ‘ed ecco’ – i lettori ad assumere il punto di vista dei discepoli: essi videro insieme a Gesù altre due figure, Mosè ed Elia. E’ la percezione di un dialogo che vede la figura di Gesù legata ad una storia e inserita in una vicenda di alleanza. Con l’indicazione di Mosè ed Elia Matteo pone tra Gesù i due personaggi rappresentativi dell’intero cammino di Israele come popolo della fede e lo situa neò rapporto alla Legge e ai profeti. La sua vita è compimento dell’intero percorso dell’esodo e della parola dei profeti. La sua vita si inserisce in una storia in cui protagonista è il Dio della grazia e della fedeltà. E sia Mosè sia Elia sono due figure in cui il momento della morte ha una rilevanza particolare: Mosè, prima di compiere l’ingresso nella terra promessa, Elia rapito su di un carro di fuoco avvolto da un turbine (2Re 2).

Il modo in cui Pietro si rivolge a Gesù è con il titolo di ‘Signore’. E’ questo un titolo pasquale (a differenza di Marco e Luca che usano l’espressione ‘rabbi’ e ‘maestro’): “Signore, è bello per noi essere qui”. Pietro si dice disposto a fare lui stesso tre tende, e manifesta così il desiderio di rimanere sul monte di non accettare quella discesa che racchiude il senso di un cammino che passa attraverso il dono il servizio e la morte stessa. Il riferimento alle tende, o capanne, è rinvio alla festa delle capanne, memoria del passaggio dell’esodo. Luca nella sua versione dell’episodio accenna al fatto che il tema del dialogare tra Gesù Mosè e Elia fosse il ‘suo esodo’. Il cammino di Gesù è così posto nella prospettiva dell’esodo, cammino di fatica e attarverso il deserto, ma cammino di liberazione e di incontro con il Dio della libertà.

In questo dialogo irrompe la ‘nube luminosa’, richiamo di quella nube che nell’esodo “appariva come fucoo divorante, agli occhi dei figli d’Israele, sulla cima della montagna” (Es 24,17). E’ nube che copre il luogo della dimora di Dio in mezzo al popolo, la tenda del convegno (cfr. Es 40,34-35). Ora la nube copre i discepoli: la dimora di Dio non ha bisogno di tende, ma la dimora (Shekinah) è nel cuore di coloro che si lasciano coinvolgere nell’ascolto di Gesù, della sua umanità.

Ancora un voce, come al momento del battesimo (Mt 3,17) offre l’indicazione di cammino e il significato profondo di questo evento. La presenza di Gesù è accostata a quella del ‘Figlio’ con un rinvio al Salmo 2: “Tu sei mio Figlio oggi ti ho generato”. Ma anche identifica la figura di Gesù con quella di Isacco, indicato nella narrazione della legatura in Gen 22,2 come ‘il figlio diletto’. E racchiude anche un’interpretazione del cammino di Gesù in rapporto a quello del ‘servo di Jahwè’, la figura presentata nel Secondo Isaia come profeta che vive rifiuto e sofferenza in una fedeltà radicale a Dio. E’ infatti presente nella voce l’eco di Is 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui…”. E’ Gesù ora indicato da Matteo, come il servo nel quale Dio si è compiaciuto.  Il cammino della passione di Gesù è presentato da Matteo come momento in cui si rivela il volto di Dio che fa alleanza, e scende a liberare e vive una fedeltà fino alla fine nell’amore.  Gesù infine è presentato come nuovo Mosè, compimento della promessa di un nuovo profeta pari a Mosè stesso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te un profeta come me: ascoltatelo” (Dt 18,15).

La paura prende i discepoli e Matteo offre una chiave di lettura per leggere la loro esperienza: si tratta di una ‘visione’ come manifestazione in cui la presenza di Gesù è percepita come il venire del Figlio dell’uomo (Dan 7,13-14). E’ una visione che legge nella vicenda umana di Gesù, nel suo cammino di sofferenza la presenza del Risorto, di colui che viene alla fine dei tempi, Signore della sua comunità.

DSCF4929Possiamo accogliere alcuni spunti per leggere la nostra vita alla luce di questa Parola.

Il monte è luogo alto, dove si prendono le distanze dal piano e luogo più vicino al cielo. Il monte è luogo che implica distacco e capacità di lasciare spazio ad un incontro con lui, per lasciarsi coinvolgere dall’esperienza del suo darsi ad incontrare. L’episodio della trasfigurazione può essere anche indicazione per la comunità che s’interroga dove incontrare Cristo risorto. Si tratta di lasciarsi condurre sul monte delle beatitudini, di ascoltare sul monte la sua promessa ‘Io sono con voi’, di accolgiere l’ascolto di lui solo come dimensione fondante del nostro credere.

La nube luminosa: la presenza di Gesù ci immette nel paradosso di un luce che ci raggiunge come ombra. Dimora e presenza che vanno lette nella fragilità del suo cammino umano, nella sua umanità piena. E’ il volto di Gesù che diviene luminoso per Matteo: “La pelle del volto è quella che resta più nuda, più spoglia. La più nuda sebbene di una nudità dignitosa. La più spoglia anche : nel volto c’è una povertà essenziale…” (E. Lévinas, Etica  e infinito, tr. it. Città Nuova  1984 100). Nel volto luminoso di Gesù si apre la scoperta, proprio nella sua povertà, di una luce di Dio. E’ luce che rimane compresnete all’ombra, ed esige la fatica di scorgere una presenza vicina e pur sempre nascosta. Esige di passare lo scandalo di riconoscere nella via del crocifisso il rivelarsi di Dio non della potenza ma dell’amore. E così nel volto degli altri, dell’indifeso, luogo della nudità inerme, va scoperta una luce che fa riferimento a quell’immagine di Dio racchiusa in ogni uomo e donna.

La trasfigurazione è anche trasformazione di sguardo: è passaggio di illuminazione interiore, nella scoperta di una luce che viene da fuori, ma nel contempo è dentro di noi e chiede di essere scoperta e accolta. Ad essa va lasciato spazio nella attitudine a lasciare che la nostra vita sia umanizzata. Ed è indicazione di due attitudini fondamentali da coltivare. Dare tempo all’ascolto, ascolto di Gesù, ma anche ascolto della Parola di Dio che ci raggiunge in tanti modi diversi, alla Parola diffusa ed estesa nella vita.  E saper coltivare uno sguardo capace di legere dentro, capace di lasciarsi colpire dalle luci presenti nelle esistenze che incontriamo, capace di fare spazio ad una sete interiore e ai desideri più profondi delle persone che spesso rimangono nascosti e velati o soffocati.

Illuminazione è il passaggio descritto nelle tradizioni religiose orientali per parlare del raggiungimento di quella consapevolezza di sé che conduce all’immedesimarsi con il tutto, in un senso della presenza divina immanente e trascendente: “Sì questa luce da oltre il firamamento, che brilla al di là di tutto, al di là dei mondi più alti, sì questa luce è la stessa che brilla nel cuore dell’uomo” (Chandogya-upanishad 3,13,7). Si può forse pensare che l’esperienza di trasfigurazione e illuminazione narrata nella pagina di Matteo, che è esperienza pasquale, vi sia accoglienza e legame con tutte le ricerche di luce, con tutte le aperture ad una luce che sta dentro e fuori di noi.

Dare ascolto e maturare uno sguardo: in queste due dimensioni possiamo cogliere un cammino per il credente. Dietrich Bonhoeffer così lo esprineva: “Essere cristiano non significa essere religioso, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo), in base a una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo ma l’uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo” (Resistenza e resa, tr. it. Queriniana 2002, 499).

Alessandro Cortesi op

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