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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

V domenica di Quaresima – anno A – 2014

lazzaro(affresco sec. XI, scuola bizantino campana, s.Angelo in Formis, Capua)

Ez 37,12-14; Sal 129; Rom 8,8-11; Gv 11,1-45

La casa di Betania è una casa di amici. A Betania, nome che può significare ‘casa della povertà’ vivono Lazzaro, Marta e Maria. Lazzaro (‘Dio aiuta’) è presentato come amico di Gesù. Maria è identificata all’inizio del racconto con ‘colei che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli’. Questa indicazione collega subito al capitolo 12, conclusione del ‘libro dei segni’ (capp. 1-12 del IV vangelo). Il cap. 12 inizia appunto con la narrazione dell’unzione di Betania e questa annotazione iniziale offre la prospettiva in cui leggere l’intera vicenda di Lazzaro come una anticipazione della morte e risurrezione di Gesù, un segno tutto rivolto alla croce. L’unzione è un gesto che anticipa la morte e risurrezione di Gesù. Gesù sta andando verso un destino di morte, ma la sua morte è evento di vittoria della vita e di trasformazione della morte stessa come manifestazione dell’amore. Il libro dell’ora e della gloria (capp. 13-20) costituisce la seconda parte del vangelo che offrirà il grande segno della croce come rivelazione del volto di Dio, dell’amore più forte della morte.

“Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. A Betania Gesù è posto di fronte all’esperienza della malattia e della morte. La sua reazione alla notizia che Lazzaro, il suo amico, è malato, parole offre un’altra chiave di lettura dell’intera pagina, posta all’inizio: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Come davanti al cieco nato Gesù vede la malattia come luogo in cui manifestare le opere di Dio (Gv 9,3), e l’opera di Dio è l’opera creativa e il dono di vita e liberazione. La malattia di Lazzaro diviene evento in cui si manifesta la ‘gloria’ come realtà più profonda dell’identità di Gesù, ed è momento di una apertura, di una rivelazione della forza dell’amore che vince la morte. La risposta di Dio alla malattia e alla morte è la presenza di Gesù: Gesù che si fa carico della sofferenza e condivide il pianto e la condizione di tutta l’umanità.

Dopo aver sentito che Lazzaro era malato Gesù ‘rimase due giorni nel luogo dov’era’. E’ un’indicazione che lascia perplessi ma ricca di simbologia se situata nel quadro di un racconto in cui tutto è orientato a scorgere in Gesù, nella sua morte e risurrezione, la chiave di lettura. Il suo intervento si situa dopo due giorni, cioè al terzo giorno, e ciò evoca l’intervento di salvezza di Dio nel giorno che assume il profilo del tempo della liberazione: “Venite, ritorniamo al Signore… Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza” (Os 6,1-2). Questa idea del rialzarsi è legata alla metafora presentata nella prima lettura da Ezechiele come un radunarsi del popolo presnentato secondo l’immagine di una risurrezione, un rialzarsi collettivo. E’ questa l’opera del messia secondo i profeti. La risurrezione di Lazzaro diviene così annuncio e anticipazione della risurrezione di Gesù che compie in sè tutta la storia della salvezza, evocata nell’espressione ‘il terzo giorno’.

Accanto a questa notazione è data anche una interpretazione della morte di Lazzaro: “Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. La sua morte è letta come sonno, sonno in cui una azione di Dio opera qualcosa di nuovo, come nel sonno di Adamo. Quella malattia e quella morte divengono ‘segno’. E accanto a questo la decisione di recarsi in Giudea, là dove è presente l’ostilità dei giudei. “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!” Tommaso indica il senso del cammino del discepolo, essere con Gesù là dove è lui, seguirlo per porre i propri passi dove lui è diretto. L’intero racconto presenta un movimento di rivelazione di Gesù, e insieme un cammino di fede e di accoglienza di lui, percorso del discepolo.

Seguono due dialoghi in cui proprio tale percorso di fede viene approfondito, il primo di Marta con Gesù (11,18-27), il secondo di Maria con Gesù (11,28-37). Marta in qualche modo presenta la posizione della credente ebrea che confessa la fiducia nella risurrezione negli ultimi tempi. Ma ella va anche oltre, esprime la certezza che là dove c’è Gesù non può esere presente la morte: ‘Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!’. Eppure Gesù le fa compiere un passaggio oltre questa domanda che è in qualche modo eco dell’invocazione ‘Dov’è Dio nella morte?’. Gesù accompagna Marta ad un incontro personale con lui, a scorgere nella sua presenza amica la vita non solo promessa, ma presente: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gesù accompagna Marta ad un nuovo orizzonte del credere e del vivere. Non solo nel futuro, ma nel presente è già possibile sperimentare l’incontro con la vita e scorgere un senso nuovo della stessa vita nell’incontro con lui. Gesù conduce a scoprire non solo la risurrezione nell’ultimo giorno, ma una vita piena sperimentabile sin dal presente. C’è una vita nella comunione con il Padre che si rende vicina e possiible nell’incontro con Gesù. La sua testimonianza di amore che si da’ sino alla fine è via a questa vita e relazione della vita che vince la morte. Nella sua prima lettera Giovanni dirà: “siamo passati dall morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14). In tal senso Gesù si manifesta come risurrezione e vita. E’ questo il motivo per cui il IV vangelo è stato scritto: “perché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

Il dialogo con Maria presenta i tratti umanissimi del volto di Gesù, e nel suo profilo il volto di Dio come amico. “Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato,domandò: ‘Dove lo avete posto?’. Davanti alla sofferenza di Maria Gesù piange. Il suo sentimento è espressione dell’amicizia e del legame ma è anche una reazione che esprime turbamento e indignazione nei confronti della ingiustizia della morte. E’ quello che Gesù proverà di fronte alla sua morte (Gv 12,27) e di fronte al tradimento di Giuda (Gv 13,21).

Davanti alla tomba di Lazzaro si svolge una lotta. “Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”. Gesù manifesta la sua profonda relazione con il Padre, vive l’affidamento radicale al Padre e lo ringrazia (cfr. Gv 5,30). La vita della risurrezione, orizzonte della fede ebraica, non è solamente un questione di futuro; già qui, già ora Gesù accompagna a scoprire la forza di una vita nuova già iniziata. L’intero racconto conduce a scoprire nel volto di Gesù l’Inviato del Padre. Gesù è la vita , il pastore che strappa le pecore dalla morte (Gv 10,27-28), colui che farà sì che non vadano perdute.

Dare la vita a Lazzaro diviene per Gesù momento in cui è pronunciata per lui la sentenza di morte (Gv 11,46-53). Egli è colui che dona la sua vita per gli amici. Paradossalmente – e secondo la sottile ironia del IV vangelo – è proprio Caifa il sommo sacerdote a farsi interprete del significato profondo della morte di Gesù, una morte “non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. La morte di Lazzaro e il suo ritorno alla vita è un segno tutto orientato a far cogliere il senso della morte e risurrezione di Gesù. Gesù muore per un raduno di giudei e pagani, di tutta l’umanità (cfr Gv 18,14), che è opera del messia come pastore (Ez 34,23-24), l’opera del servo di Jahwè, dal volto del servo sofferente (Is 49,5; 53,11) venuto per liberare e per raccogliere insieme in un dono di amicizia tutti coloro che si aprono all’amore come senso della propria vita. La parola di Gesù a Lazzaro: ‘Liberatelo e lasciatelo andare’ è indicazione di uno scioglimento di legami. E’ liberazione da orizzonti chiusi per poter andare e scorgere l’incontro con Gesù che rompe con ogni visione religiosa asservita all’ideologia e che apre ad un cammino dove i legami (anche quelli di una religione che lega e impedisce la vita) sono sciolti.

DSCF4979Quali percorsi per noi oggi può suggerire questa pagina?

Un primo pensiero va al senso di amicizia che pervade questo racconto. Gesù è amico di Lazzaro Marta e Maria. E l’intero racconto narra cammni di fede. Ma la stessa fede è sostenuta dall’amicizia. L’amicizia umana, la condivisione è forza che suscita percorsi di fede e di apertura alla vita. La fede diviene così il luogo della risurrezione ed è una fede che ha la caratteristica di essere sostenuta dall’amicizia, di essere cammino vissuto nel dialogo e nell’incontro: nell’incontro di fede con Gesù già è in atto un movimento di risurrezione.

Una seconda riflessione potrebbe collegarsi al passaggio che Gesù fa compiere a Marta: da una speranza rivolta solamente al futuro a scorgere la dimensione presente di una vita nella risurrezione. Siamo già passati dalla risurrezione alla vita nell’esperienza dell’amore che si verifica nell’attenzione agli altri e in una prassi di dedizione. In tale senso la speranza del credente è dimensione da coltivare con tensione al futuro ma anche con sguardo al presente segnato già dall’incontro con Gesù che si è manifestato come ‘Io sono la risurrezione e la vita’.

Le parole di Gesù a Lazzaro: ‘Vieni fuori’ e ‘Liberatelo e lasciatelo andare’ possono far pensare ai cammini di chiesa che ancora stanno davanti a noi. Una parola cara al card.Martini era il riferiemnto ad una ‘chiesa sciolta’, sciolta da tante pastoie di comproemsso con i poteri per cui la stessa teologia diviene una giustificazione dello status quo e della situazione di dominio di alcuni su altri (le varie forme del clericalismo). Ma è anche una indicazione di essere sciolti di fronte a tante forme che mantengono incapaci di cogliere gli appelli del tempo, l’esigenza di una testimonianza del vangelo più semplice, meno legata a formalismi e che parli attraverso una prassi caratterizzata da compassione e gratuità. Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli: questa testimonianza di risurrezione è l’unica che viene percepita. Ma è anche invito a scoprire come poter aprire cammini di liberazione in cui le persone siano liberate per andare, per non essere costrette in una dimensione di morte ma lasciate libere di incontrare la vita nell’esperienza non di una religione che lega e chiude, ma di un’uscita da sè, un decentramento dela vita che fa sperimentare sin d’ora la risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

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