la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Domenica delle Palme – anno A – 2014

 

Ingresso Gerusalemme-1Ingresso di Gesù a Gerusalemme – mosaico XII-XIII secolo – Monreale (Pa)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo nel suo vangelo suddivide in sette tappe il racconto della passione di Gesù. Il succedersi di questi momenti è da leggere in un orizzonte suggerito sin dall’inizio: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza, di rivelazione di Dio vicino, che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli, è il quadro di riferimento nel quale leggere i vari momenti della passione di Gesù. Matteo offre anche un’altra chiave interpretativa suggerendo sin d’ora il tema della ‘consegna’. Gesù viene tradito, consegnato: questo è un primo livello dell’approccio alla vicenda della passione: tale tradimento, inizio della vicenda del processo e della condanna, si pone sul piano storico. Gesù viene messo nelle mani dei suoi uccisori, e d’altra parte appare come Gesù rimanga libero nell’affrontare questa consegna e lui stesso si dà vivnedo una lucida comsapevolezza del suo percorso: ‘Il mio tempo è vicino’ Mt 26,18). Ad una lettura nella fede, teologica della vicenda storica di Gesù, Matteo evidenzia che si sta portando a compimento in questi eventi una più profonda consegna di Gesù stesso, consegna di sé al Padre e consegna della sua vita nel dono per tutta l’umanità: è lui il servo che giustificherà molti.

Il racconto pasquale inizia con l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Ad esso seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale, seconda scena, in cui Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre e si dà liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati’ (Mt 26,28). Matteo qui suggerisce che nella partecipazione alla vita di Gesù (il sangue nela mentalità semitica è simbolo della vita) si attua il perdono dei peccati e quindi il superamento di tuta la ritualità dei sacrifici che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme.

Il terzo momento è al Getsemani: Gesù raffigurato come il giusto che subisce la prova è presentato nel suo stare in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38). Con i suoi e in preghiera: Matteo insiste sulla preghiera di Gesù in questo momento ma i suoi non lo seguono e non gli stanno vicini nel suo pregare: l’hanno seguito ma non giungono a stare con lui fino alla fine: è fallimento della loro sequela. Proprio prima di essere arrestato Gesù parla di se stesso come pastore e annuncia la dispersione del gregge (Mt 26,31) riprendendo un testo di Zaccaria; ma indica anche un nuvo raduno, dopo la Pasqua, in Galilea. Sarà un inizio nuovo, un seguirlo che sarà diverso e nuovo.

Segue la scena dell’arresto: al centro è ancora Gesù nella sua attitudine di rifiuto radicale della violenza che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): contrapponendosi alla logica della spada invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’, realizzazione di quel disegno di Dio di salvezza e di liberazione che in tutto il Primo Testamento si era svolto.

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione in cui compaiono una serie di titoli, segno della rivelazione di Gesù quale messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ questa una parola che rinvia al testo di Daniele in cui si parla del messia come di una figura che verrà negli ultimi tempi, con funzione di giudice della storia e con una signoria nuova (Dan 7,13).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato, momento in cui si evidenzia la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme, l’indifferenza di Pilato che si lava le mani e l’espressione di simpatia anche da parte pagana nell’intervento della moglie di Pilato (Mt 27,19) che presenta Gesù come ‘quel giusto’. A conclusione del processo ancora un nuovo passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è presentato nel suo essere vulnerabile: lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: è lui qui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. L’utilizzo del linguaggio simbolico apocalittico sta ad indicare che quella morte è evento che segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e tutta l’umanità è liberata: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 pronunciato da Gesù sulla croce è la preghiera di un giusto sofferente, inerme che chiede di essere risparmiato dalla violenza e che abbandona la sua sorte a Dio, lascia a lui l’ultima parola e si apre alla lode dell’azione potente di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. La rivelazione della morte compie la teofania del momento del battesimo (cfr. Mt 3,13-17) e ‘accade la pasqua’. I capitoli della passione si chiudono con la sepoltura e la doppia ‘vigilanza’ di carattere diverso, davanti al sepolcro, quella delle donne (Mt 27,61) e quella – imposta dal potere – delle guardie (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

DSCF3201Suggerisco solamente alcuni punti su cui riflettere oggi.

Nella vicenda di di Gesù e nella sua passione giocano un ruolo decisivo i diversi rappresentanti di poteri, quello civile e quello religioso che in modi diversi, con preoccupazioni e paure diverse convergono nel determinare la sua condanna. Il potere dei sacerdoti vedeva nella predicazione di Gesù una critica fondamentale al proprio sistema religioso, incapace ormai di lasciarsi mettere in crisi per la pretesa di avere le chiavi della Legge, la figura di Pilato evidenzia una politica preoccupata solamente di preservare il controllo e pronta ad inseguire in modo demagogico l’esigenza di sottomissione. Anche oggi forme diverse di potere, politico, economico e finanziario generano vittime e mantengono nella sottomissione. Ed ogni sistema religioso tende a costruirsi come potere che non apre a cammini di liberazione e non dà vita. Ascoltare la passione di Gesù è motivo per maturare scelte per resistere e liberarsi da tali poteri. E’ motivo per indirizzare la vita sulla via di colui che con il suo silenzio e la sua inermità si oppose a chi rifiutava la sua parola e la sua testimonianza di una vita donata sino alla fine.

I segni e le parole di Francesco vescovo di Roma offrono un nuovo respiro di semplicità, di lucidità nell’attenzione ai poveri, nell’essere solidali con loro. La sua durissima critica ad un sistema economico che genera iniquità ed è profondamente violento nel promuovere una cultura dello scarto, il suo sguardo a chi è escluso dal punto di vista sociale e culturale, la sua attenzione all’ambiente nell’ottica della giustizia hanno posto in primo piano le autentiche domande su cui l’umanità oggi decide il suo futuro. Le sue parole richiamano la priorità del vangelo come annuncio di liberazione per i poveri. Di qui tante lodi e segni di ammirazione per la sua dirittura e coerenza. Eppure di fronte a tante lodi c’è da chiedersi dov’erano questi elogiatori mentre tanti nel silenzio di un impegno quotidiano vivevano con fatica questi gesti e questa linea di impegno, cercando di costruire comunità capaci di confrontarsi con il vangelo e di vivere testimonianze controcorrente, tacciati di cedere al relativismo perché attenti alle persone e non alle strategie di influenza politica. Riascoltare la passione di Gesù è motivo per riflettere su come seguire Gesù che ha dato la sua vita, vissuta nel segno dell’ospitalità, della vicinanza ai poveri, di una condivisione aperta, della nonviolenza.

Il racconto della passione di Matteo ha una sottolineatura propria che sta nell’attenzione alla vita della comunità ecclesiale. E’ una comunità dove è compreso Isaraele, e che si allarga a comprendere tutti coloro che vivono una sequela nuova nei confronti di Gesù perché partecipano alla sua vita. C’è un versetto che genera difficotà laddove Matteo presenta una affermazione che egli attirbuisce a tutto il popolo di Gerusalemme: ‘il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt 27,25). Nel quadro della narrazione questo grido è l’esito dell’azione di Pilato che ha voluto lasciare ad altri ogni responsabilità per la morte di Gesù. Forse Matteo inserisce questa espressione a sottolineare una distanza che si fa progressiva a fine del I secolo tra la comunità cristiana e quella ebraica. Ma per essere letta in profondità questa affermazione va collegata alle parole dell’ultima cena: quel sangue, cioè la vita stessa di Gesù, non è versato per compiere del male, ma è versato solamente per un perdono da cui nessuno è tenuto fuori. L’unico Giusto diviene sorgente di vita per tutti, rivelazione del volto di Dio dono di amicizia per tutti. Veramente è Gesù l’unico giusto che genera la vita di una comunità nuova dove tutti sono accolti. Ne è segno la cena che è assemblea di peccatori, dove sono presenti coloro che abbandoneranno Gesù e colui che lo tradisce. Ma a tutti, alle moltitudini, Gesù offre la sua vita per aprire una storia nuova. Come far sì che l’eucaristia non sia assemblea che esclude e separa ma luogo della memoria pericolosa di Gesù che si offre e perdona nonostante il rifiuto? La testimonianza credente, la vita delle nostre comunità oggi dovrebbe scoprire e comunicare queste dimensioni di apertura, di dono e di speranza per tutti.

Di fronte alla violenza che penetra anche all’interno della comunità Matteo presenta il volto di Gesù che si oppone all’uso delle armi e della violenza. «Gesù disse: Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52). E’ proposta sconvolgente di un amore mite che non può far uso di armi. La croce è uccisione di colui che fino alla fine rimane fedele nel dare la sua vita per gli altri, rifiutando ogni violenza. Il Dio di Gesù è il Dio che salva gli altri non salva se stesso. Matteo contrappone nella scena finale della passione una vigilanza armata delle guardie, colma di paura, e una vigilanza delle donne, carica di trepidazione, disarmata: ‘lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria’ (Mt 27,61). Come entrare nel cammino delle donne che hanno saputo seguirlo sin dalla Galilea e sono già indicazione di uno stile di seguire Gesù che condurrà ad incontrarlo vivente, oltre la morte?

Nei giorni scorsi a Homs in Siria è stato ucciso da un gruppo armato il gesuita Frans Van der Gut di 76 anni, olandese psicoterapeuta, che da quando era iniziata la guerra non aveva mai pensato di lasciare il popolo con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza – diceva – se adesso il popolo siriano soffre voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. Di fronte alla violenza che imperversa anche oggi testimoni del crocifisso risorto sono piccole luci che con la loro capacità di gratitudine, vissuta nella vicinanza al capezzale di popoli che soffrono, continuano il racconto della passione e tengono viva la speranza della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

27 Giotto - L'ingresso a Gerusalemme part(Giotto, affresco ingresso di Gesù a Gerusalemme (part.) Padova – Cappella degli Scrovegni)

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