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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “giugno, 2014”

Solennità dei ss. Pietro e Paolo

arton89At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

Piero e Paolo sono accostati in un’unica memoria, in un festa che ricorda le due figure di apostoli, chiamati in modi diversi e inviati dal Signore, che hanno inteso la propria vita in un rapporto profondo vivente e radicale con Gesù.

Il quadro presentato dalla pagina di Matteo è situato all’interno di una parte del vangelo ben strutturata, dove compare la confessione sull’identità di Gesù come messia, il riferimento alla comunità che Gesù voleva alla cui base sta l’incontro con lui e il seguirlo. Pietro è presentato come discepolo, coinvolto nell’incontro con Gesù, capace per dono del Padre di leggere la sua identità di messia, ma appare anche come discepolo chiamato a cambiare la sua idea di messia e viene rimproverato aspramente a ‘rimanere dietro’ al maestro.

Questa sezione del vangelo di Matteo (16,13-17,27) è infatti segnata dai due annunzi della passione (16,21-23; 17,22-23) e dalle parole sulle condizioni per seguire Gesù (16,24-28). Pietro è anche protagonista dell’episodio del tributo che chiude la sezione (17,24-27). Al centro dell’intera sezione è narrato il momento della trasfigurazione (17,1-13): anche lì Pietro ha un ruolo particolare in rapporto a Gesù ed in compagnia degli altri due discepoli. Ma a questo momento di manifestazione fanno seguito, le parole sull’incapacità dei discepoli ad operare guarigioni, e a seguire Gesù (17,14-21), porle che possono essere lette in parallelo al rimprovero di Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente,

L’intera sezione si può dire che ruoti attorno alla tematica di una ricerca dell’identità di Gesù che apre ad un rapporto profondo con lui, ed introduce in un cammino in cui intendere la propria identità nell’incontro di conoscenza vitale. E’ un cammino in cui il profilo di Pietro si distingue come quello del discepolo: se per un verso è presentato con funzione di primo e di guida, viene anche ricondotto alla dimensione fondamentale che regge tutta la sua vita, la fede in Gesù e il camminare dietro a lui. Pietro, colui che è detto ‘beato’ perché disponibile ad accogliere un dono di rivelazione del Padre, è anche rimproverato, è ricondotto a rivedere la sua pretesa di autosufficienza, è detto ‘satana’ e viene invitato a cambiare radicalmente il suo modo di pensare la via di Gesù e la sua stessa vita.

L’episodio della confessione messianica è situato dal punto di vista geografico nel luogo più lontano da Gerusalemme, dalle parti di Cesarea di Filippo nell’estremo nord della Palestina. Una collocazione che intende indicare anche la distanza rispetto alla mentalità sacerdotale del culto di Gerusalemme e alla costruzione di una istituzione, il tempio, che si pone come escludente. La domanda posta da Gesù sull’identità del figlio dell’uomo: “Gli uomini chi dicono che sia il figlio dell’uomo?” richiama la questione che era stata quella di Erode (Mt 14,12).

Si può cogliere in questa domanda già un accostamento alla figura di Gesù con quella del ‘figlio dell’uomo’, espressione che poteva indicare semplicemente ‘un uomo’, ma che era già usata nelle fonti di Matteo per indicare la vicenda di Gesù nella linea della sofferenza e dei tempi ultimi (Mt 8,20). ‘Figlio dell’uomo’ è espressione presente nel libro di Daniele (7,13-14) con rinvio al popolo d’Israele, ma anche indicazione di un personaggio che si è ritrovata in scritti del tempo contemporaneo a Gesù – Enoc e IV Esdra attestati nella biblioteca di Qumran – rinvio ad una figura singola e personale con un particolare funzione in rapporto agli ultimi tempi, al tempo decisivo.

Nelle risposte alla domanda di Gesù non compare solo l’idea già di Erode che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato alla vita, ma compare anche un riferimento al nome di Geremia, il profeta che aveva dovuto subire ingiurie e persecuzione violenta. Proprio Geremia era stato individuato come nemico dalla classe dei sacerdoti e degli anziani per il suo coraggio di profeta. Già la presenza di questi nomi è indicazione di quali sono le vie per scoprire l’identità profonda di Gesù.

Sotteso a tali rinvii sta infatti l’invito a cogliere come Gesù può essere compreso solamente nel tornare alla lettura delle Scritture – così come nell’episodio della trasfigurazione verrà sottolineato nell’accostamento a lui di Mosè ed Elia – e la sua via è drammaticamente in continuità e in rapporto a quella dei profeti che sono stati rifiutati e sono stati vittime di violenza e condanna. Anche testi dell’annuncio della passione relativi alla via del figlio dell’uomo richiamano infatti i passaggi della vicenda stessa di Geremia.

La domanda di Gesù rivolta direttamente ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” accentua la richiesta di una presa di posizione diretta, di un coinvolgimento non solo intellettuale, ma di riconoscimento della sua identità come motivo di cambiamento della vita e di accoglienza del rapporto con lui. “Pietro disse: Tu sei il messia, il figlio del Dio vivente”. Tale riconoscimento, che esprime la fede della prima comunità e l’affermazione che Gesù è messia (figlio di Dio) come presenza che apre ad incontrare il volto di Dio Padre, è accolto da Gesù come dono di rivelazione: “Beato sei tu, Simone bar Jonà, perché carne e sangue non te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Queste parole riprendono un testo del Primo Testamento, rinviano al racconto che viene ampliato e applicato ad un contesto nuovo: si tratta di un midrash in relazione a Is 28. Si legge infatti in Is 28,14-18 una dura critica ai capi dei giudei. In polemica con gli uomini arroganti signori del popolo di Gerusalemme che hanno fatto alleanza ‘con gli inferi’ e con la morte scegliendo gli imperi più forti pe combattere l’Assiria e hanno ridotto la città e il tempio ad una costruzione basata sull’ingiustizia, Dio annuncia il suo progetto che è una costruzione nuova: “Ecco io pongo una pietra in sion, un apietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella” (Is 28,16-17).

Nella pagina di Matteo Pietro, che ha colto l’identità del ‘figlio dell’uomo’ è lodato e a lui è affidato un compito che si pone come custodia di tale fede. Pietro è chiamato ad essere pietra solamente in virtù di un dono ricevuto, decentrato rispetto a se stesso. Questo lo mantiene totalmente dipendente da un dono e nella consapevolezza della sua incapacità e piccolezza. Pietro sperimenterà la sua vigliaccheria e il suo tradimento di Gesù, ma sperimenterà anche lo sciogliersi del cuore che avviene nell’accogliere lo sguardo di Gesù quel vangelo dell’accoglienza e del perdono che fu il suo sguardo per lui.

In questo passo sta anche un rinvio ad un altro brano di Matteo (Mt 11,25-30), dove compare l’espressione la preghiera di Gesù di gioia, di ringraziamento al Padre che ha rivelato la conoscenza del figlio non ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli… Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio vorrà rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il giogo sopra di voi … e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Queste parole di lode trovano un parallelismo in quelle rivolte a Pietro: “Beato te Simone… perché carne e sangue non te l’hanno rivelato”: il Padre che ha nascosto tali cose ai sapienti e ai dotti è sorgente di una rivelazione che può solo essere accolta nella fede.

Le parole sul nome di Pietro (kefa) che corrisponde a Pietra, non sono tanto un cambiamento del nome. Matteo già in precedenza aveva usato per lui questo nome. Piuttosto intendono essere una spiegazione ampliata a partire dal riferimento al testo di Is 28,14-18. E’ questo un testo in cui Isaia critica aspramente la scelta di una scelta di potere che pone Israele ad aver fiducia nelle alleanze con i poteri del tempo venendo meno alla fiducia in Dio. In Isaia la pietra angolare posta in Sion è la pietra d’angolo che apre alla ricostruzione del tempio e di Gerusalemme.

In Matteo questa pietra d’angolo è vista come la costruzione di una comunità in cui la vicenda di Pietro ha un ruolo fondamentale, perché la sua esistenza è testimonianza di un affidamento a Gesù come figlio dell’uomo. La sua fede innanzitutto, il suo scoprirsi non forte di un potere proprio ma di un dono che viene dal Padre; la sua debolezza, la chiamata a convertire continuamente il suo rapporto con Gesù sulla base della via scelta dal servo sofferente. E possiamo pensare a tutto il cammino di Pietro, dapprima sicuro di sé e certo di non abbandonare mai Gesù, poi debole e impaurito nei giorni della passione, fino a tradire il suo maestro: la sua esperienza fondamentale di incontro con il Risorto si collega alla consapevolezza di essere guardato con un sguardo di perdono e di amicizia.

L’affidamento delle chiavi per aprire o chiudere ‘le porte del regno’ sono espressione simbolica di una responsabilità affidata: le chiavi sono date a Pietro nel suo percorso paradigmatico di fede e sono anche consegna a tutta la comunità (cfr. Mt 18,18) con riferimento a quello sciogliere che è la possibilità di aprire il regno anche ai pagani. E’ ciò che viene raccontato da Atti dei apostoli nella scoperta, non senza resistenze e stupore, da parte di Pietro stesso guidato e spinto dallo Spirito, che Dio non fa preferenze di persone (At 10) e nella sua opera al concilio di Gerusalemme (At 15): la presenza di Pietro è cosi strettamente connessa ad un cammino di comunità che accoglie il dono di aprire le porte del vangelo.

Per questo sono tolte agli scribi farisei le chiavi perché il modo di intendere l’autorità consisteva nella gestione di un potere e di esclusione e non nella logica di scoprire la fecondità e la apertura del vangelo.

Questa pagina è stata spesso letta come passo di riferimento e giustificazione di una istituzione chiesa strutturata in modo gerarchico con un capo che possiede le chiavi per escludere o per accogliere, con potere di scomunica o di perdono. La lettura in parallelo del passo di Mt 18,18 apre a comprendere che il potere di legare e sciogliere è affidato alla comunità nella direzione di un mandato per continuare la cura del Padre che non vuole che nessuno si perda dei suoi piccoli: l’autentico potere affidato alla comunità è quello di offrire testimonianza di riconciliazione, e in tale senso di sciogliere tutto quello che può essere di ostacolo all’accoglienza del vangelo per tutti. E anche davanti all’ostinazione del peccatore la chiamata è quella della preghiera comune.

La vicenda di Pietro nello stesso vangelo di Matteo è ben lontana dall’essere la vicenda di un capo che esclude e che gestisce un potere strutturato in gerarchia. La sua missione si collega alla fede e rimane tutta dipendente dal rapporto con Gesù, da quel riconoscerlo figlio dell’uomo, sulla via del dono e della consegna al Padre e agli altri. Pietro si scopre fragile e in questa fragilità ha il ruolo di aprire le porte a sciogliere barriere e legami che escludono. La pagina apre così il riferimento a quel passaggio dell’apertura del vangelo ai pagani che costituisce il motivo di tensione con un’impostazione religiosa che si pone come escludente perché troppo legata all’istituzione, al tempio stabilito e non a quel tempio che è la comunità vivente che pone la sua unica stabilità nel rapporto vivente e esistenziale con Gesù, lasciandosi decentrare e mettere in crisi da lui che vive il cammino del messia che dona la sua vita.

La domanda di Gesù ai discepoli: ‘Ma voi chi dite che io sia?’ riporta in primo piano la grande domanda al cuore del cammino personale e di comunità. Oggi siamo chiamati a riproporre le domande essenziali e attorno a questa domanda ricercare la risposta che sappia dire un coinvolgimento di vita e non solo un sapere intellettuale o distaccato.

Il dialogo tra Gesù e Pietro apre la questione di come Gesù intendeva la sua comunità: non un’istituzione di potere e una costruzione fatta di complesse architetture giuridiche ma il sogno di comunità aperta, in cammino, al seguito del suo unico Signore, chiesa di chiese che sanno coltivare i rapporti da fratelli e sorelle nell’ospitalità e non nell’esclusione. Comunità di discepole e discepole che accolgono il dono che il Padre offre ai piccoli, che coltivano il senso della preghiera, nel seguire Gesù sulla via facendo memoria dello stile concreto della sua vita, delle sue parole e del suo agire.

Ci possiamo chiedere in quali modi costruire una realtà di chiesa non preoccupata di stabilire confini, appartenenze o orgogli di identità, ma tutta presa dalla ricerca della domanda ‘Ma voi chi dite che io sia?’.

Possiamo anche chiederci come vivere esperienze di comunità che offrano il senso della testimonianza fragile della fede come dono ricevuto e da invocare e l’ospitalità come apertura all’altro, oggi, nel tempo delle rivendicazioni identitarie, dei ripiegamenti e delle esclusioni.

Possiamo anche chiederci quali sono oggi i luoghi in cui operare quel passaggio a sciogliere la posibilità di una accoglienza del vangelo come bella notizia di liberazione e di vita: il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia affronterà  questioni che toccano profondamente la vita delle persone. Nela premessa del documento preparatorio ‘Strumento di lavoro’ presentato ieri, si offre una chiave di orientamento: la chiesa anche oggi è chiamata a scoprire come vivere la responsabilità della misericordia  ricevuta e di aprire percorsi di impegno nel seguire Gesù:

“Il Sommo Pontefice, nei suoi incontri con le famiglie, incoraggia sempre a guardare con speranza al proprio futuro, raccomandando quegli stili di vita attraverso i quali si custodisce e si fa crescere l’amore in famiglia: chiedere permesso, ringraziare e chiedere perdono, non lasciando mai tramontare il sole sopra un litigio o un’incomprensione, senza avere l’umiltà di chiedersi scusa. Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francceso ha ribadito: «Dio mai si stanca di perdonarci, mai! […] noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono» (Angelus del 17 marzo 2013). Tale accento sulla misericordia ha suscitato un rilevante impatto anche sulle questioni riguardanti il matrimonio e la famiglia, in quanto, lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso. La misericordia di Dio apre alla continua conversione e alla continua rinascita”.

Alessandro Cortesi op

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Corpo e sangue del Signore – anno A – 2014

Brotvermehrung_Evangeliar_aus_Echternach-_um_1045_0272_thumbDeut 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere…”. Il segno del pane spezzato, l’Eucaristia, si collega al cammino. Il ricordo fondante per Israele è il cammino nel deserto. Quel cammino è paradigma di tanti altri cammini nel deserto. Cammini personali e cammini di popoli. ‘Ricordati’ è imperativo fondamentale a ritornare sui propri passi, per scoprire, lì, nel tessuto della vita, degli eventi non solo quelli positivi ma anche queli negativi e faticosi, nell’intreccio degli incontri e dei percorsi umani che s’incrociano, la presenza di Dio che si rende vicino e si fa conoscere proprio nel cammino, nella vita.

La fede sorge nel cammino vissuto nel deserto. La fede si nutre di cammino e di deserto. Nella condizione di chi vive la precarietà e la prova del cammino nel deserto, senza appoggi e nell’aridità che provoca l’emergere di ogni genere di sete, si può aprire uno sguardo nuovo che fa scoprire le attese più profonde del cuore e la presenza più nascosta. Lì può attuarsi il superamento del senso di autosufficienza, del pensare che la felicità possa esaurirsi in un dominio di cose, di beni, di potereche l’efficienza e la velocità possa estinguere la fame e sete profonde del cuore umano. Il deserto è la critica radicale al dominio di un sistema in cui non c’è spazio per la mancanza, per il senso di inadeguatezza, per la povertà.

Eucaristia come pane del cammino dice che la vita, la quotidianità è eucaristia quando viene vissuta secondo la linea del dono, e del ricordo che la vita provinee da un dono, da acqua ricevuta, da pane accolto.

“Ricordati… nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame”. Il deserto è spazio della fatica, della precarietà, ma anche del ritrovare le dimensioni essenziali dell’esperienza umana, che è cammino non nella solitudine, ma insieme. Nel deserto, nell’esperienza della fame si apre la scoperta di un vuoto che non può essere colmato se non da un dono. La manna, dono inatteso e sorprendente è motivo di ricordo: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane diviene dono che scende in un cuore che si è aperto ad ascoltare tante fami e che non si ferma ad ammassare. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno, non accumulata, non accaparrata. Per lasciar liberi di ascoltare altre fami e di condividere.

‘questo è il mio corpo dato per voi’. Nella cena, Gesù dà il suo corpo: il corpo non è considerato ‘qualcosa’ che gli appartiene, da trattenere, ma Gesù dicendo ‘questo è il mio corpo dato’ si dà ai suoi. In queste parole, che ripetiamo ad ogni celebrazione dell’eucaristia, è racchiuso il senso profondo della vita: un dono che si dà perché non viene da noi, viene da altri, da qualcuno che ci precede.

Il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: c’è una dimensione di universalità insita in questo amore. Il rischio presente sempre nelle relazioni ad ogni livello è quello del possesso e in radice del potere. Il rischio è l’egoismo che non apre agli altri, che non offre ospitalità e accoglienza, che non si lascia sconvolgere da nessun ‘terzo’: è la figura del ‘terzo’ quella che verifica l’amore e la relazione con l’altro. Ed è il terzo che apre ad un senso di relazioni non chiuse nello stretto circuito io-tu ma aperte ad una diversità di presenze, alla dimensione della comunità.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. La chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nel IV vangelo il segno del pane è associato alla vita nella sua fragilità, la carne. Il pane che Gesù ci dà è così la sua vita. Accogliere il segno del pane dice entrare in un rapporto vivente con lui, scoprire che la sua presenza si fa vicina nel dono e nella condivisione. La vita di Gesù è stata una vita vissuta per… per il Padre, per gli altri. Una vita nella gratuità, che per questo rivela lRimanere in lui, vivere per lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sta qui il senso profondo e nascosto di questa festa. Il nostro poter vivere una vita che scopre le sue più profonde radici – la ‘vita eterna’ nel linguaggio del vangelo – sorge da un incontro.

Tre brevi riflessioni per noi oggi.

Se l’Eucaristia è cammino dovrmemo maturare una sensibilità a non rinchiudere l’eucaristia nel rito o in un oggetto sacro separato dalla vita, e a scorgere come la chiamata fondamentale per chi segue Gesù è quella a vivere la liturgia della vita e la vita come liturgia. A scorgere come sono i gesti di ospitalità, di condivisione i veri gesti eucaristici, come là dove c’è dono e condivisione c’è accoglienza del mandato di Gesù ‘Fate questo in memoria di me’.

Il pane spezzato è dono per tutti, non è premio per i buoni, ma è forza in un cammino per chi avverte la fatica e le ferite del cammino. L’Eucaristia che ripete il gesto di Gesù nello spezzare il pane dovrebbe essere annuncio di questa accoglienza senza esclusioni e come motivo per tutti di riconoscere quanto siamo distanti dal compiere una vita nel segno della gratuità.

Eucaristia è ospitalità e condivisione: ha una valenza politica di cambiamento radicale dei rapporti di forza e indica un cammino di comunione che esige di rendersi visibile nel far sì che per tutti vi sia possibilità di vita nella dignità, nel riconoscimento reciproco e comune. Nel tempo in cui prevale l’ideologia della disuguaglianza sociale e dell’iniquità come dato da accettare, spezzare il pane è gesto di profezia e di speranza verso un modo di pensare i rapporti tra i popoli e le persone non nella logica dello scarto, ma nel sentirsi membra gli uni degli altri, custodi della fragilità degli altri.

Alessandro Cortesi op

 

Solennità della Ss. Trinità – anno A – 2014

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(nella foto: Villa Maria College Chapel – Santiago de Chile)

Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Gesù disse a Nicodemo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

Dalle testimonianze dei vangeli sull’esperienza storica di Gesù emerge il rapporto unico e profondo che lo legava al Padre. La sua preghiera ne era un segno, il suo ritirarsi da solo sul monte per vivere un dialogo personale con l’Abba. E così anche l’orientamento radicale della sua esistenza di compiere unicamente la volontà del Padre. Il suo annuncio e testimonianza si possono sintetizzare nelle parole: ‘il regno di Dio è vicino’. Dopo la Pasqua la comprensione dei discepoli sulla vita di Gesù si apre a dimensioni nuove: essi scorgono allora che nei suoi gesti e nelle sue parole stava nascosto il mistero profondo della sua persona e della sua identità. Scoprono che Gesù non è stato solamente un grande profeta di un passato ormai concluso, ma è vivente, vicino che si dà ad incontrare. L’intera sua sua vita è stata segnata dalla relazione con il Padre, dal sapersi ‘mandato’ dal Padre: “Lo Spirito del Signore è su di me… Egli mi ha scelto per portare ai poveri la bella notizia della salvezza” (Lc 4,18). Ricordano quanto Gesù fece e disse quando era con loro e cercano di esplicitarlo. Nella luce nuova della Pasqua scoprono in modo nuovo che la vita stessa di Gesù affonda le sue più profonde radici nella vita di Dio, anche la sua morte è divenuto luogo dell’affidmaneto più profondo. Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre principio di ogni cosa. A partire dal modo in cui Gesù ha vissuto, dal suo donarsi poco alla volta scorgono il volto di Dio narrato nei suoi gesti e da lui reso vicino: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…”

Il volto di Dio è amore che si dona. Gesù, uomo che ha fatto della sua vita un percorso di dono e di servizio agli altri ha narrato il volto del Padre. Nella sua vita si scorgono dimensioni più profonde di quelle umane: è il messia, l’inviato, il servo che ha compiuto la volontà del Padre che nessuno ha mai visto. E’ lui, dice il IV vangelo, il Figlio del Padre, l’interprete del Padre per noi, colui che lo ha raccontato divenendo parabola di Dio: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).famiglia1

Ricordarono anche le promesse di Gesù che aveva parlato loro di un Consolatore che sarebbe rimasto con loro, lo Spirito di verità.

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio ed in ricerca, Gesù parla del volto di Dio: è il volto di chi ‘dà’. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è opera di una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’, opera non dello sforzo umano ma dello Spirito, da implorare e da accogliere. Così il IV vangelo esprime l’identità di Gesù: ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la sua vita sta sotto il segno del dono per farci entrare in questa comunione di amicizia con il Padre.

Gesù ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché tutto il mondo trovi salvezza. Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono: “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Le ultime parole della seconda lettera ai Corinzi, fanno scorgere il profondo legame tra il volto di Dio comunione e la nostra vita, vita non di schiavi ma di figli (cfr. Gal 4,6-7), chiamata ad accogliere il dono della comunione e a renderlo : “Fratelli, vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

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Il nome e il volto di Dio vanno venerati nel silenzio. E’ questa una attitudine propria degli autentici credenti che percepiscono la delicatezza e il rischio di un parlare su Dio che diviene immancabilmente una chiacchera umana, spesso vuota quando non ambigua. Una delle affermazioni meno considerate di Tommaso d’Aquino è che di Dio è molto più quello che non conosciamo di quello che possiamo pensare di conoscere. Per questo accostarsi a parlare di Dio può essere possibile solamente togliendosi i sandali. Un togliersi i sandali dovuto anche ai rischi del parlare di Dio riducendolo ad una costruzione che giustifica le ideologie umane, i sistemi di potere politico o religioso, le ingiustizie dell’iniquità e dello sfruttamento. In nome di Dio nella storia sono state compiute le violenze e le ingiustizie più atroci. Il suo nome è stato posto sulle bandiere di eserciti, inciso sui cinturoni dei carnefici di Auschwitz, invocato prima di provocare attentati o posto a sigillo di dichiarazioni di guerra fino ai nostri giorni. C’è una pronuncia del nome di Dio invano che è grande peccato del nostro presente quando non si legge il suo nome unito ai nomi dei sofferenti, degli oppressi e di chi chiede giustizia.

Una festa dedicata al volto di Dio Trinità può essere occasione per riflettere sul volto di Dio di Gesù Cristo partendo da quel passaggio fondamentale del prologo del IV vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha raccontato” (Gv 1,18)

Due immagini nella storia dell’arte presentano la tradizione occidentale e quella orienatle sul volto di Dio di Gesù Cristo. Nell’affresco di Masaccio in santa Maria Novella a Firenze al centro dell’immagine sta il crocifisso: è l’uomo della croce morente che manifesta una umanità affidata totalmente affidata al Padre. La croce è tenuta dalle braccia aperte del Padre raffigurato nella classica iconografia di un anziano di anni, con lo sguardo fisso e la barba bianca. Non un Dio impassibile, ma un Dio della compassione e della sofferenza. Gesù sulla croce parla di “uno della Trinità che ha sofferto” come insistevano nei secoli dei dibattiti cristologici coloro che intendevano porre accento sulla identità divina del Figlio. Sulla croce la morte ha toccato la vita di Dio stesso: lì, nell’evento della morte di Gesù è narrato il volto di Dio. Paolo parla di Gesù come di colui che ‘mi ha amato e si è consegnato per me’ (Gal 2,20): la croce è rivelazione dell’amore che si affida e consegna fino alla fine.
L’affresco di Masaccio suggerisce anche un altro aspetto del volto di Gesù in rapporto al Padre. La centralità della croce nell’immagine parla della storia umana del profeta di Galilea: è una croce piantata sulla terra e dice riferimento all’intero cammino di Gesù. La vicenda di Gesù è segnata da una consegna, dal tradimento di qualcuno tra coloro che aveva scelto per stare con lui, e anche dall’abbandono di tutti gli altri. Gesù è consegnato ma tutta la sua vita nelle sue dimensioni più profonde è una consegna: ad una lettura più profonda si può vedere come Gesù liberamente si è consegnato, ha fatto della sua esistenza una pro-esistenza, un darsi fino alla fine per gli altri e in ascolto al Padre. La croce è evento che dice qualcosa di Gesù come ‘figlio’, presenza che sta in relazione. Ha inteso la sua vita totalmente nella relazione davanti al Padre, con lui e per l’umanità. Dio lo trattò da peccato in nostro favore (2Cor 5,21), è diventato egli stesso maledizione per noi (Gal 3,13;). L’intero percorso di Gesù comincia ad essere compreso dalle prime comunità cristiane dopo la Pasqua come una ‘discesa’: si è svuotato assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,7-8). Nel suo discendere Gesù giunge ad aprire e liberare gli abissi più remoti e lontani dell’esistenza umana: è quanto viene espresso in 1Pt 3,19: ” e nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere”. La sua discesa è svuotamento che giunge a toccare gli inferi, simbolo della solidarietà con tutti gli abbandonati della storia.

L’ora della croce in questo affresco è l’ora della grande rivelazione del Padre e del Figlio: il Figlio narra il volto di un Dio che discende negli abissi della morte, passa attraverso la morte, e si fa carico del peccato umano, vivendo così la vicinanza più radicale con la vicenda dell’umanità. Non un Dio lontano e impassibile ma un Dio che si carica del peccato per liberare l’umanità e aprirla ad una storia nuova. Non c’è più alcun luogo della storia che può dirsi lontano e inascoltato dal Dio di Gesù.
Sulla croce Masaccio presenta anche l’allusione allo Spirito. Nel IV vangelo al momento della morte ‘Gesù consegnò lo Spirito’ (Gv 19,30). Gesù consegna lo Spirito. La sua consegna al Padre, la consegna del Padre che dà il Figlio per la vita del mondo, si fa consegna dello Spirito. E’ dono del soffio che fa nuove tutte le cose, genera comunità, apre alla comunione. Lo Spirito è dono del Risorto per noi: sulla croce è così narrato un volto di Dio non solo come mistero del mondo ma come Dio amore, non solitudine ma relazione: il Padre fonte di ogni relazione e di ogni gratuità, il Figlio che da sempre si è lasciato amare e vive l’ascolto e la gratitudine dell’amore come obbedienza e risposta; lo Spirito vincolo del Padre del Figlio, presenza-dono, che unisce e tesse la comunione.

Nell’affresco di Masaccio il volto di Dio amore si comunica nella croce piantata al cuore della vicenda umana e della storia a coinvolgere una storia di chiesa, di comunità chiamata ad entrare in questa vicenda di incontro. L’uso della tecnica della prospettiva e la presentazione dei personaggi sotto la croce, con le figure dei committenti in un altro piano, è allusione ad un evento che percorre la storia, ad una comunione che unisce storia di Dio  e storia dell’umanità. Coinvolge coloro che, entrando a s.Maria Novella dalla porta di via degli Avelli dopo aver attraversato il piccolo antico cimitero, dopo essere passati attraverso il ricordo della morte, evocata anche nella parte inferiore dell’affresco (nella raffigurazione del cadavere con su scritte le parole: ‘io fui già ciò che voi siete, quel che io sono voi ancor sarete’) , si trovano coinvolti come figli, partecipi di una vicenda di amore, di vita, di risurrezione.

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Nella tradizione orientale una tra le icone che evocano la presenza di Dio descrivendo un evento biblico è l’icona dell’ospitalità di Abramo, opera del monaco Roublev: in essa si possono distinguere tre angeli raffigurati in una immagine che evoca la visita dei tre ospiti ad Abramo alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno (Gen 18). La quercia sullo sfondo e la roccia sono due simboli che ricordano come l’evento di Mamre è momento della rivelazione di Dio che sul monte si rivela e si fa incontrare ad Abramo nel momento dell’ospitalità offerta e ricevuta. In ogni gesto di ospitalità c’è una traccia di Dio.

I tre angeli sono per un verso uguali: i medesimi volti, i medesimi abiti che li coprono – pur se i colori con la loro simbologia, sono diversi – i medesimi troni su cui siedono come sovrani. Ma sono anche diversi: c’è un gioco di sguardi che traccia tra i tre una circolarità. Fonte e sorgente è il volto della figura dell’angelo di sinistra con il mantello dorato segno della trascendenza divina (figura che evoca il Padre) e passa per l’angelo al centro (il Figlio), in tunica blu e mantello rosso (evocazione della divinità, umanità e della passione), che china il capo in segno di accoglienza di una missione e di ascolto. Con la sua mano accenna ad indicare l’agnello posto al centro della mensa che sta nel mezzo. La corrente degli sguardi giunge all’angelo di destra (lo Spirito santo) unito agli altri due dal medesimo colore blu della tunica e con un manto verde, colore della speranza. Unendo i volti dei tre lungo le aureole con una linea si può così disegnare un cerchio e la loro posizione è tale che apre uno spazio di inserimento e di accoglienza da parte di chi si pone davanti all’icona. Ma anche i gesti delle mani e delle dita in qualche modo sono segni di un dialogo profondo e intimo, che avvolge da un lato i tre e dall’altro li apre ad accogliere in una ospitalità che si fa apertura e porto.

trinita-di-rublev-520x245L’unità dell’unico Dio, ci dice questa immagine, non è una realtà immobile senza vita e senza passione. E’ piuttosto un movimento senza posa, una danza di sguardi e di presenze, di parola donata e ricevuta. Il volto di Dio di Gesù Cristo è totale inabitare dell’uno nell’altro; è quella relazione che è nostalgia profonda di ogni relazione umana. Il rimanere l’uno nell’altro in una reciprocità di gioia e di dono. Ed è un continuo muoversi, una danza appunto, che sorge da un donarsi e da un rimanere, espressi nella sensibilità della teologia orientale con il termine ‘pericoresi’ (reciproco stare l’uno nell’altro). Lo Spirito in questa linea di lettura è l’estasi di Dio, colui che apre la relazione del Padre e del Figlio in una circolarità che si allarga. La chiesa è allora icona della Trinità, ma più profondamente tutta la vicenda umana, la struttura stesa dei singoli e delle comunità umane portano un’impronta di questa vita che è relazione come origine e sorgente e come patria e porto a cui tendere.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste

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Pistoia, 8 giugno 2014 – ‘Un altro parco in città’

Vieni Spirito Santo,

trasfigura le vie e piazze delle nostre città

rendile spazi di semplicità e di incontro

soffia nella nostra vita, nella vita dei popoli,

là dove c’è guerra e violenza

trasforma i cuori

rendili capaci di mitezza

di parole scambiate, di scelte di giustizia

cambia gli sguardi

dona luce per vedere

ciò che rende più umani

apri le porte chiuse

spalanca le finestre serrate

apri all’avventura sempre nuova dell’ospitalità

data e ricevuta

e della generosità dimenticata

e della gratitudine per l’altro

e dei racconti condivisi

facci sentire la tua presenza nel respiro della creazione

nel silenzio del creato offeso

nella bellezza nascosta nelle cose

Facci accogliere la tua voce

racchiusa in ogni opera delle mani

che reca in sè un dono

di fatica, di impegno

in ogni opera di mente e ingegno

che reca in sè un dono

di ricerca di bellezza

soffia e reca carezze

di consolazione

nei cuori rattristati

scuoti cammini di chiese stanche e ripiegate

apri alla novità del condividere

alla speranza del tuo gemito

nei volti, nella creazione, nelle vite dei piccoli

amen

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Solennità di Pentecoste – anno A – 2014

immagini colori ecumenismoAt 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è festa con radici nella tradizione ebraica: festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle principali nel calendario di Israele (Deut 16,16), una tra le feste gioiose di pellegrinaggio al tempio. Festa di ingresso nell’estate e nel tempo della mietitura, detta anche festa delle settimane: “celebrerai anche la festa della settimana, la festa cioè della primizia della mietitura del frumento e la festa del raccolto al volgere dell’anno” (Es 34,22; cfr Es 23,16). “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). E’ quindi una festa connessa al momento della mietitura, alla gioia comune al momento del raccolto.

In questo sfondo la festa assunse la caratteristica di essere memoria del dono della Torah: per questo la festa delle settimane è strettamante legata alla Pasqua. Il percorso della libertà di cui la Pasqua è memoria e attualizzazione acquista il suo senso nella accoglienza della legge quale parola per seguire Dio, è tutto orientato in vista del servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12). Nella tradizione ebraica pentecoste non è stabilita in una data precisa ma esige il conto dei giorni, a partire da Pasqua: è segno dell’atteggiamento di fronte al dono della Torah perchè contare i giorni implica attendere, rimanere rivolti verso, vivere il presente non da stabiliti ma nella precarietà  che fa ricominciare sempre di nuovo il cammino.

Nel IV vangelo la pentecoste è presentata la sera del giorno di Pasqua quando Gesù presentandosi in mezzo ai discepoli ‘soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). E’ evento che in rapporto alla morte di Gesù, quando ‘consegnò lo spirito’ (Gv 19,30). In quel momento il IV vangelo vede  il dono dello Spirito, consegnato: il soffio non catturabile di una presenza che è forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) A lui, considerato sapiente e maestro in Israele Gesù propone di rinascere di nuovo, di ricominciare: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Lo Spirito è il soffio presente nella creazione quando il soffio di Dio su ogni creatura è stata la ‘prima pentecoste’: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Il soffio della parola di Dio è soffio creativo che genera la realtà di un cosmo (realtà bella) proveniente dalle sue mani. Il soffio della parola di alleanza, la  Legge, costituisce un popolo chiamato ad rimanere in ascolto della Parola di Dio. Il soffio di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita. Nella primavera di quel giardino dov’era collocato un ‘sepolcro nuovo’ Gesù appare come colui che comunica il soffio di una vita nuova in una condizione di libertà dal male e dal peccato, segnata dalla riconciliazione ‘a chi perdonerete… sarà perdonato’ (Gv 20,23).

Al soffio della creazione nel Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella particolare parola che è la parola dei profeti. Ezechiele nel tempo dell’esilio, della desolazione di fronte alla condizione disgregata di un popolo senza speranza, disarticolato come una pianura di ossa aride, è invitato ad annunciare la parola e la promessa di Dio su tale realtà: annuncia l’opera di Dio, il dono dello Spirito che fa rinascere, rialzarsi – è una risurrezione – un popolo oppresso: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Dall’incontro con il Risorto  nasce una comunità chiamata a vivere la relazione e la speranza: Gesù rompe le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio in una nuova situazione di libertà. Il dono dello Spirito nei cuori annunciato da Geremia trova compimento: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto… Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,31) Il dono della Pentecoste è il dono di una parola di relazione nel cuore. Così pure è invio ad essere comunità responsabile per la testimonianza: non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

La Pentecoste è raccontata da Luca a Gerusalemme, nel venire del vento impetuoso e nelle lingue di fuoco. Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ si fanno annunciatori e divengono persone piene di un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli altri. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8) è la domanda sulla bocca di persone di provenienze diverse. Una nuova comunicazione si apre: la promessa di Babele, il progetto di Dio che benedice la diversità, non diviene dispersione e incomunicabilità, ma è luogo di una comprensione e di un dialogo nuovo. Pentecoste non è solo anti-Babele – critica di ogni pretesa di costuire un impero unico con una sola lingua, che si pone al posto di Dio – ma è anche compimento della promessa di Babele, la comunione possibile nelle differenze.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di testimoniare con coraggio l’agire creativo di Dio, che apre vie di relazione, che rinnova speranze, che suscita doni da mettere in circolo.

DSCF5072(nella foto: Pistoia Mercatac – 17 maggio 2014 – promosso da Calcit)

In questi giorni si è tenuta la giornata mondiale per l’ambiente: la devastazione dell’ambiente nello sfruttamento scriteriato delle risorse, nel disprezzo per i beni comuni ambientali,  ci rende più sensibili alla salvaguardia del creato. Nel creato, nelle realtà naturali, nella biodiversità, nelle acque e nell’aria è presente il soffio dello Spirito della creazione. Respirare in ascolto e sintonia con la natura, ascoltarne i ritmi, coglierne il grido di sofferenza (cfr. Rom 8) è entrare in rapporto con lo Spirito che sta al cuore di tutto il creato.

Lo Spirito nella scena di Atti a Gerusalemme scende e genera comunicazione nuova. In questi giorni un grande gesto di preghiera si svolgerà a Roma. Shimon Peres e Abu Mazen, rappresentanti dei due popoli, israeliano e palestinese, in conflitto, si troveranno per pregare per la pace insieme a Francesco e a Bartolomeo. Un momento di preghiera per accogliere il soffio dello Spirito che nell’esperienza dlela preghiera fa riscoprire la grande domanda: dove sei Adamo? dove sei uomo di fronte all’altro? La pace è dono dello Spirito che apre vie di comunicazione nella diversità.

Dovremmo essere attenti a ascoltare la voce dello Spirito che si rende presente non nelle voci dei grandi ma nell’autorità degli umili e degli sconfitti: è questa l’autorità che può aprire la accoglienza del vangelo. “Su tutti effonderò il mio Spirito… e anche sui miei servi e le mie serve in quei giorni effonderò lo spirito” (Gl 3,1-5). C’è un errore di pensare di scorgere lo Spirito nelle realtà eclatanti, nella visibilità e che l’autentica autorità stia nelle gerarchie del potere politico, economico, religioso. C’è un soffio gentile dello Spirito che passa nella quotidianità, che giunge da voci da respiri di volti normali, umili, dalle voci dei dimenticati e dei poveri, l’unica vera autorità da ascoltare che riporta a quella di Gesù che sulla croce si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

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