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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Solennità di Pentecoste – anno A – 2014

immagini colori ecumenismoAt 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è festa con radici nella tradizione ebraica: festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle principali nel calendario di Israele (Deut 16,16), una tra le feste gioiose di pellegrinaggio al tempio. Festa di ingresso nell’estate e nel tempo della mietitura, detta anche festa delle settimane: “celebrerai anche la festa della settimana, la festa cioè della primizia della mietitura del frumento e la festa del raccolto al volgere dell’anno” (Es 34,22; cfr Es 23,16). “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). E’ quindi una festa connessa al momento della mietitura, alla gioia comune al momento del raccolto.

In questo sfondo la festa assunse la caratteristica di essere memoria del dono della Torah: per questo la festa delle settimane è strettamante legata alla Pasqua. Il percorso della libertà di cui la Pasqua è memoria e attualizzazione acquista il suo senso nella accoglienza della legge quale parola per seguire Dio, è tutto orientato in vista del servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12). Nella tradizione ebraica pentecoste non è stabilita in una data precisa ma esige il conto dei giorni, a partire da Pasqua: è segno dell’atteggiamento di fronte al dono della Torah perchè contare i giorni implica attendere, rimanere rivolti verso, vivere il presente non da stabiliti ma nella precarietà  che fa ricominciare sempre di nuovo il cammino.

Nel IV vangelo la pentecoste è presentata la sera del giorno di Pasqua quando Gesù presentandosi in mezzo ai discepoli ‘soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). E’ evento che in rapporto alla morte di Gesù, quando ‘consegnò lo spirito’ (Gv 19,30). In quel momento il IV vangelo vede  il dono dello Spirito, consegnato: il soffio non catturabile di una presenza che è forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) A lui, considerato sapiente e maestro in Israele Gesù propone di rinascere di nuovo, di ricominciare: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Lo Spirito è il soffio presente nella creazione quando il soffio di Dio su ogni creatura è stata la ‘prima pentecoste’: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Il soffio della parola di Dio è soffio creativo che genera la realtà di un cosmo (realtà bella) proveniente dalle sue mani. Il soffio della parola di alleanza, la  Legge, costituisce un popolo chiamato ad rimanere in ascolto della Parola di Dio. Il soffio di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita. Nella primavera di quel giardino dov’era collocato un ‘sepolcro nuovo’ Gesù appare come colui che comunica il soffio di una vita nuova in una condizione di libertà dal male e dal peccato, segnata dalla riconciliazione ‘a chi perdonerete… sarà perdonato’ (Gv 20,23).

Al soffio della creazione nel Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella particolare parola che è la parola dei profeti. Ezechiele nel tempo dell’esilio, della desolazione di fronte alla condizione disgregata di un popolo senza speranza, disarticolato come una pianura di ossa aride, è invitato ad annunciare la parola e la promessa di Dio su tale realtà: annuncia l’opera di Dio, il dono dello Spirito che fa rinascere, rialzarsi – è una risurrezione – un popolo oppresso: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Dall’incontro con il Risorto  nasce una comunità chiamata a vivere la relazione e la speranza: Gesù rompe le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio in una nuova situazione di libertà. Il dono dello Spirito nei cuori annunciato da Geremia trova compimento: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto… Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,31) Il dono della Pentecoste è il dono di una parola di relazione nel cuore. Così pure è invio ad essere comunità responsabile per la testimonianza: non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

La Pentecoste è raccontata da Luca a Gerusalemme, nel venire del vento impetuoso e nelle lingue di fuoco. Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ si fanno annunciatori e divengono persone piene di un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli altri. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8) è la domanda sulla bocca di persone di provenienze diverse. Una nuova comunicazione si apre: la promessa di Babele, il progetto di Dio che benedice la diversità, non diviene dispersione e incomunicabilità, ma è luogo di una comprensione e di un dialogo nuovo. Pentecoste non è solo anti-Babele – critica di ogni pretesa di costuire un impero unico con una sola lingua, che si pone al posto di Dio – ma è anche compimento della promessa di Babele, la comunione possibile nelle differenze.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di testimoniare con coraggio l’agire creativo di Dio, che apre vie di relazione, che rinnova speranze, che suscita doni da mettere in circolo.

DSCF5072(nella foto: Pistoia Mercatac – 17 maggio 2014 – promosso da Calcit)

In questi giorni si è tenuta la giornata mondiale per l’ambiente: la devastazione dell’ambiente nello sfruttamento scriteriato delle risorse, nel disprezzo per i beni comuni ambientali,  ci rende più sensibili alla salvaguardia del creato. Nel creato, nelle realtà naturali, nella biodiversità, nelle acque e nell’aria è presente il soffio dello Spirito della creazione. Respirare in ascolto e sintonia con la natura, ascoltarne i ritmi, coglierne il grido di sofferenza (cfr. Rom 8) è entrare in rapporto con lo Spirito che sta al cuore di tutto il creato.

Lo Spirito nella scena di Atti a Gerusalemme scende e genera comunicazione nuova. In questi giorni un grande gesto di preghiera si svolgerà a Roma. Shimon Peres e Abu Mazen, rappresentanti dei due popoli, israeliano e palestinese, in conflitto, si troveranno per pregare per la pace insieme a Francesco e a Bartolomeo. Un momento di preghiera per accogliere il soffio dello Spirito che nell’esperienza dlela preghiera fa riscoprire la grande domanda: dove sei Adamo? dove sei uomo di fronte all’altro? La pace è dono dello Spirito che apre vie di comunicazione nella diversità.

Dovremmo essere attenti a ascoltare la voce dello Spirito che si rende presente non nelle voci dei grandi ma nell’autorità degli umili e degli sconfitti: è questa l’autorità che può aprire la accoglienza del vangelo. “Su tutti effonderò il mio Spirito… e anche sui miei servi e le mie serve in quei giorni effonderò lo spirito” (Gl 3,1-5). C’è un errore di pensare di scorgere lo Spirito nelle realtà eclatanti, nella visibilità e che l’autentica autorità stia nelle gerarchie del potere politico, economico, religioso. C’è un soffio gentile dello Spirito che passa nella quotidianità, che giunge da voci da respiri di volti normali, umili, dalle voci dei dimenticati e dei poveri, l’unica vera autorità da ascoltare che riporta a quella di Gesù che sulla croce si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

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