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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Solennità della Ss. Trinità – anno A – 2014

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(nella foto: Villa Maria College Chapel – Santiago de Chile)

Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Gesù disse a Nicodemo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

Dalle testimonianze dei vangeli sull’esperienza storica di Gesù emerge il rapporto unico e profondo che lo legava al Padre. La sua preghiera ne era un segno, il suo ritirarsi da solo sul monte per vivere un dialogo personale con l’Abba. E così anche l’orientamento radicale della sua esistenza di compiere unicamente la volontà del Padre. Il suo annuncio e testimonianza si possono sintetizzare nelle parole: ‘il regno di Dio è vicino’. Dopo la Pasqua la comprensione dei discepoli sulla vita di Gesù si apre a dimensioni nuove: essi scorgono allora che nei suoi gesti e nelle sue parole stava nascosto il mistero profondo della sua persona e della sua identità. Scoprono che Gesù non è stato solamente un grande profeta di un passato ormai concluso, ma è vivente, vicino che si dà ad incontrare. L’intera sua sua vita è stata segnata dalla relazione con il Padre, dal sapersi ‘mandato’ dal Padre: “Lo Spirito del Signore è su di me… Egli mi ha scelto per portare ai poveri la bella notizia della salvezza” (Lc 4,18). Ricordano quanto Gesù fece e disse quando era con loro e cercano di esplicitarlo. Nella luce nuova della Pasqua scoprono in modo nuovo che la vita stessa di Gesù affonda le sue più profonde radici nella vita di Dio, anche la sua morte è divenuto luogo dell’affidmaneto più profondo. Il quarto vangelo parla così del ‘Figlio’, colui che da sempre sta in rapporto di accoglienza e di dono nei confronti di Dio, il Padre principio di ogni cosa. A partire dal modo in cui Gesù ha vissuto, dal suo donarsi poco alla volta scorgono il volto di Dio narrato nei suoi gesti e da lui reso vicino: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito…”

Il volto di Dio è amore che si dona. Gesù, uomo che ha fatto della sua vita un percorso di dono e di servizio agli altri ha narrato il volto del Padre. Nella sua vita si scorgono dimensioni più profonde di quelle umane: è il messia, l’inviato, il servo che ha compiuto la volontà del Padre che nessuno ha mai visto. E’ lui, dice il IV vangelo, il Figlio del Padre, l’interprete del Padre per noi, colui che lo ha raccontato divenendo parabola di Dio: ‘Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere’ (Gv 1,18).famiglia1

Ricordarono anche le promesse di Gesù che aveva parlato loro di un Consolatore che sarebbe rimasto con loro, lo Spirito di verità.

Nel colloquio con Nicodemo, un uomo saggio ed in ricerca, Gesù parla del volto di Dio: è il volto di chi ‘dà’. C’è un dono del Padre e il dono del Figlio e tutti sono per la vita e la salvezza dell’uomo. Vivere questo incontro, dice Gesù a Nicodemo, non è questione di capacità o di sapienza umana, ma è opera di una nascita ‘di nuovo’ e ‘dall’alto’, opera non dello sforzo umano ma dello Spirito, da implorare e da accogliere. Così il IV vangelo esprime l’identità di Gesù: ‘io e il Padre siamo una sola cosa’ (Gv 10,30): tutta la sua vita sta sotto il segno del dono per farci entrare in questa comunione di amicizia con il Padre.

Gesù ha reso vicino il volto di Dio comunione: il suo progetto non è giudicare il mondo, ma che il mondo si salvi. E’ un volto affascinante e nuovo: ha i caratteri dell’amore personale, della cura e della passione perché tutto il mondo trovi salvezza. Paolo esprime questo dicendo che lo Spirito è la presenza Dono: “Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha dato” (Rom 5,1-5).

Le ultime parole della seconda lettera ai Corinzi, fanno scorgere il profondo legame tra il volto di Dio comunione e la nostra vita, vita non di schiavi ma di figli (cfr. Gal 4,6-7), chiamata ad accogliere il dono della comunione e a renderlo : “Fratelli, vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13).

Alessandro Cortesi op

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Il nome e il volto di Dio vanno venerati nel silenzio. E’ questa una attitudine propria degli autentici credenti che percepiscono la delicatezza e il rischio di un parlare su Dio che diviene immancabilmente una chiacchera umana, spesso vuota quando non ambigua. Una delle affermazioni meno considerate di Tommaso d’Aquino è che di Dio è molto più quello che non conosciamo di quello che possiamo pensare di conoscere. Per questo accostarsi a parlare di Dio può essere possibile solamente togliendosi i sandali. Un togliersi i sandali dovuto anche ai rischi del parlare di Dio riducendolo ad una costruzione che giustifica le ideologie umane, i sistemi di potere politico o religioso, le ingiustizie dell’iniquità e dello sfruttamento. In nome di Dio nella storia sono state compiute le violenze e le ingiustizie più atroci. Il suo nome è stato posto sulle bandiere di eserciti, inciso sui cinturoni dei carnefici di Auschwitz, invocato prima di provocare attentati o posto a sigillo di dichiarazioni di guerra fino ai nostri giorni. C’è una pronuncia del nome di Dio invano che è grande peccato del nostro presente quando non si legge il suo nome unito ai nomi dei sofferenti, degli oppressi e di chi chiede giustizia.

Una festa dedicata al volto di Dio Trinità può essere occasione per riflettere sul volto di Dio di Gesù Cristo partendo da quel passaggio fondamentale del prologo del IV vangelo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha raccontato” (Gv 1,18)

Due immagini nella storia dell’arte presentano la tradizione occidentale e quella orienatle sul volto di Dio di Gesù Cristo. Nell’affresco di Masaccio in santa Maria Novella a Firenze al centro dell’immagine sta il crocifisso: è l’uomo della croce morente che manifesta una umanità affidata totalmente affidata al Padre. La croce è tenuta dalle braccia aperte del Padre raffigurato nella classica iconografia di un anziano di anni, con lo sguardo fisso e la barba bianca. Non un Dio impassibile, ma un Dio della compassione e della sofferenza. Gesù sulla croce parla di “uno della Trinità che ha sofferto” come insistevano nei secoli dei dibattiti cristologici coloro che intendevano porre accento sulla identità divina del Figlio. Sulla croce la morte ha toccato la vita di Dio stesso: lì, nell’evento della morte di Gesù è narrato il volto di Dio. Paolo parla di Gesù come di colui che ‘mi ha amato e si è consegnato per me’ (Gal 2,20): la croce è rivelazione dell’amore che si affida e consegna fino alla fine.
L’affresco di Masaccio suggerisce anche un altro aspetto del volto di Gesù in rapporto al Padre. La centralità della croce nell’immagine parla della storia umana del profeta di Galilea: è una croce piantata sulla terra e dice riferimento all’intero cammino di Gesù. La vicenda di Gesù è segnata da una consegna, dal tradimento di qualcuno tra coloro che aveva scelto per stare con lui, e anche dall’abbandono di tutti gli altri. Gesù è consegnato ma tutta la sua vita nelle sue dimensioni più profonde è una consegna: ad una lettura più profonda si può vedere come Gesù liberamente si è consegnato, ha fatto della sua esistenza una pro-esistenza, un darsi fino alla fine per gli altri e in ascolto al Padre. La croce è evento che dice qualcosa di Gesù come ‘figlio’, presenza che sta in relazione. Ha inteso la sua vita totalmente nella relazione davanti al Padre, con lui e per l’umanità. Dio lo trattò da peccato in nostro favore (2Cor 5,21), è diventato egli stesso maledizione per noi (Gal 3,13;). L’intero percorso di Gesù comincia ad essere compreso dalle prime comunità cristiane dopo la Pasqua come una ‘discesa’: si è svuotato assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,7-8). Nel suo discendere Gesù giunge ad aprire e liberare gli abissi più remoti e lontani dell’esistenza umana: è quanto viene espresso in 1Pt 3,19: ” e nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere”. La sua discesa è svuotamento che giunge a toccare gli inferi, simbolo della solidarietà con tutti gli abbandonati della storia.

L’ora della croce in questo affresco è l’ora della grande rivelazione del Padre e del Figlio: il Figlio narra il volto di un Dio che discende negli abissi della morte, passa attraverso la morte, e si fa carico del peccato umano, vivendo così la vicinanza più radicale con la vicenda dell’umanità. Non un Dio lontano e impassibile ma un Dio che si carica del peccato per liberare l’umanità e aprirla ad una storia nuova. Non c’è più alcun luogo della storia che può dirsi lontano e inascoltato dal Dio di Gesù.
Sulla croce Masaccio presenta anche l’allusione allo Spirito. Nel IV vangelo al momento della morte ‘Gesù consegnò lo Spirito’ (Gv 19,30). Gesù consegna lo Spirito. La sua consegna al Padre, la consegna del Padre che dà il Figlio per la vita del mondo, si fa consegna dello Spirito. E’ dono del soffio che fa nuove tutte le cose, genera comunità, apre alla comunione. Lo Spirito è dono del Risorto per noi: sulla croce è così narrato un volto di Dio non solo come mistero del mondo ma come Dio amore, non solitudine ma relazione: il Padre fonte di ogni relazione e di ogni gratuità, il Figlio che da sempre si è lasciato amare e vive l’ascolto e la gratitudine dell’amore come obbedienza e risposta; lo Spirito vincolo del Padre del Figlio, presenza-dono, che unisce e tesse la comunione.

Nell’affresco di Masaccio il volto di Dio amore si comunica nella croce piantata al cuore della vicenda umana e della storia a coinvolgere una storia di chiesa, di comunità chiamata ad entrare in questa vicenda di incontro. L’uso della tecnica della prospettiva e la presentazione dei personaggi sotto la croce, con le figure dei committenti in un altro piano, è allusione ad un evento che percorre la storia, ad una comunione che unisce storia di Dio  e storia dell’umanità. Coinvolge coloro che, entrando a s.Maria Novella dalla porta di via degli Avelli dopo aver attraversato il piccolo antico cimitero, dopo essere passati attraverso il ricordo della morte, evocata anche nella parte inferiore dell’affresco (nella raffigurazione del cadavere con su scritte le parole: ‘io fui già ciò che voi siete, quel che io sono voi ancor sarete’) , si trovano coinvolti come figli, partecipi di una vicenda di amore, di vita, di risurrezione.

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Nella tradizione orientale una tra le icone che evocano la presenza di Dio descrivendo un evento biblico è l’icona dell’ospitalità di Abramo, opera del monaco Roublev: in essa si possono distinguere tre angeli raffigurati in una immagine che evoca la visita dei tre ospiti ad Abramo alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno (Gen 18). La quercia sullo sfondo e la roccia sono due simboli che ricordano come l’evento di Mamre è momento della rivelazione di Dio che sul monte si rivela e si fa incontrare ad Abramo nel momento dell’ospitalità offerta e ricevuta. In ogni gesto di ospitalità c’è una traccia di Dio.

I tre angeli sono per un verso uguali: i medesimi volti, i medesimi abiti che li coprono – pur se i colori con la loro simbologia, sono diversi – i medesimi troni su cui siedono come sovrani. Ma sono anche diversi: c’è un gioco di sguardi che traccia tra i tre una circolarità. Fonte e sorgente è il volto della figura dell’angelo di sinistra con il mantello dorato segno della trascendenza divina (figura che evoca il Padre) e passa per l’angelo al centro (il Figlio), in tunica blu e mantello rosso (evocazione della divinità, umanità e della passione), che china il capo in segno di accoglienza di una missione e di ascolto. Con la sua mano accenna ad indicare l’agnello posto al centro della mensa che sta nel mezzo. La corrente degli sguardi giunge all’angelo di destra (lo Spirito santo) unito agli altri due dal medesimo colore blu della tunica e con un manto verde, colore della speranza. Unendo i volti dei tre lungo le aureole con una linea si può così disegnare un cerchio e la loro posizione è tale che apre uno spazio di inserimento e di accoglienza da parte di chi si pone davanti all’icona. Ma anche i gesti delle mani e delle dita in qualche modo sono segni di un dialogo profondo e intimo, che avvolge da un lato i tre e dall’altro li apre ad accogliere in una ospitalità che si fa apertura e porto.

trinita-di-rublev-520x245L’unità dell’unico Dio, ci dice questa immagine, non è una realtà immobile senza vita e senza passione. E’ piuttosto un movimento senza posa, una danza di sguardi e di presenze, di parola donata e ricevuta. Il volto di Dio di Gesù Cristo è totale inabitare dell’uno nell’altro; è quella relazione che è nostalgia profonda di ogni relazione umana. Il rimanere l’uno nell’altro in una reciprocità di gioia e di dono. Ed è un continuo muoversi, una danza appunto, che sorge da un donarsi e da un rimanere, espressi nella sensibilità della teologia orientale con il termine ‘pericoresi’ (reciproco stare l’uno nell’altro). Lo Spirito in questa linea di lettura è l’estasi di Dio, colui che apre la relazione del Padre e del Figlio in una circolarità che si allarga. La chiesa è allora icona della Trinità, ma più profondamente tutta la vicenda umana, la struttura stesa dei singoli e delle comunità umane portano un’impronta di questa vita che è relazione come origine e sorgente e come patria e porto a cui tendere.

Alessandro Cortesi op

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