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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Corpo e sangue del Signore – anno A – 2014

Brotvermehrung_Evangeliar_aus_Echternach-_um_1045_0272_thumbDeut 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere…”. Il segno del pane spezzato, l’Eucaristia, si collega al cammino. Il ricordo fondante per Israele è il cammino nel deserto. Quel cammino è paradigma di tanti altri cammini nel deserto. Cammini personali e cammini di popoli. ‘Ricordati’ è imperativo fondamentale a ritornare sui propri passi, per scoprire, lì, nel tessuto della vita, degli eventi non solo quelli positivi ma anche queli negativi e faticosi, nell’intreccio degli incontri e dei percorsi umani che s’incrociano, la presenza di Dio che si rende vicino e si fa conoscere proprio nel cammino, nella vita.

La fede sorge nel cammino vissuto nel deserto. La fede si nutre di cammino e di deserto. Nella condizione di chi vive la precarietà e la prova del cammino nel deserto, senza appoggi e nell’aridità che provoca l’emergere di ogni genere di sete, si può aprire uno sguardo nuovo che fa scoprire le attese più profonde del cuore e la presenza più nascosta. Lì può attuarsi il superamento del senso di autosufficienza, del pensare che la felicità possa esaurirsi in un dominio di cose, di beni, di potereche l’efficienza e la velocità possa estinguere la fame e sete profonde del cuore umano. Il deserto è la critica radicale al dominio di un sistema in cui non c’è spazio per la mancanza, per il senso di inadeguatezza, per la povertà.

Eucaristia come pane del cammino dice che la vita, la quotidianità è eucaristia quando viene vissuta secondo la linea del dono, e del ricordo che la vita provinee da un dono, da acqua ricevuta, da pane accolto.

“Ricordati… nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame”. Il deserto è spazio della fatica, della precarietà, ma anche del ritrovare le dimensioni essenziali dell’esperienza umana, che è cammino non nella solitudine, ma insieme. Nel deserto, nell’esperienza della fame si apre la scoperta di un vuoto che non può essere colmato se non da un dono. La manna, dono inatteso e sorprendente è motivo di ricordo: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane diviene dono che scende in un cuore che si è aperto ad ascoltare tante fami e che non si ferma ad ammassare. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno, non accumulata, non accaparrata. Per lasciar liberi di ascoltare altre fami e di condividere.

‘questo è il mio corpo dato per voi’. Nella cena, Gesù dà il suo corpo: il corpo non è considerato ‘qualcosa’ che gli appartiene, da trattenere, ma Gesù dicendo ‘questo è il mio corpo dato’ si dà ai suoi. In queste parole, che ripetiamo ad ogni celebrazione dell’eucaristia, è racchiuso il senso profondo della vita: un dono che si dà perché non viene da noi, viene da altri, da qualcuno che ci precede.

Il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: c’è una dimensione di universalità insita in questo amore. Il rischio presente sempre nelle relazioni ad ogni livello è quello del possesso e in radice del potere. Il rischio è l’egoismo che non apre agli altri, che non offre ospitalità e accoglienza, che non si lascia sconvolgere da nessun ‘terzo’: è la figura del ‘terzo’ quella che verifica l’amore e la relazione con l’altro. Ed è il terzo che apre ad un senso di relazioni non chiuse nello stretto circuito io-tu ma aperte ad una diversità di presenze, alla dimensione della comunità.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. La chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nel IV vangelo il segno del pane è associato alla vita nella sua fragilità, la carne. Il pane che Gesù ci dà è così la sua vita. Accogliere il segno del pane dice entrare in un rapporto vivente con lui, scoprire che la sua presenza si fa vicina nel dono e nella condivisione. La vita di Gesù è stata una vita vissuta per… per il Padre, per gli altri. Una vita nella gratuità, che per questo rivela lRimanere in lui, vivere per lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sta qui il senso profondo e nascosto di questa festa. Il nostro poter vivere una vita che scopre le sue più profonde radici – la ‘vita eterna’ nel linguaggio del vangelo – sorge da un incontro.

Tre brevi riflessioni per noi oggi.

Se l’Eucaristia è cammino dovrmemo maturare una sensibilità a non rinchiudere l’eucaristia nel rito o in un oggetto sacro separato dalla vita, e a scorgere come la chiamata fondamentale per chi segue Gesù è quella a vivere la liturgia della vita e la vita come liturgia. A scorgere come sono i gesti di ospitalità, di condivisione i veri gesti eucaristici, come là dove c’è dono e condivisione c’è accoglienza del mandato di Gesù ‘Fate questo in memoria di me’.

Il pane spezzato è dono per tutti, non è premio per i buoni, ma è forza in un cammino per chi avverte la fatica e le ferite del cammino. L’Eucaristia che ripete il gesto di Gesù nello spezzare il pane dovrebbe essere annuncio di questa accoglienza senza esclusioni e come motivo per tutti di riconoscere quanto siamo distanti dal compiere una vita nel segno della gratuità.

Eucaristia è ospitalità e condivisione: ha una valenza politica di cambiamento radicale dei rapporti di forza e indica un cammino di comunione che esige di rendersi visibile nel far sì che per tutti vi sia possibilità di vita nella dignità, nel riconoscimento reciproco e comune. Nel tempo in cui prevale l’ideologia della disuguaglianza sociale e dell’iniquità come dato da accettare, spezzare il pane è gesto di profezia e di speranza verso un modo di pensare i rapporti tra i popoli e le persone non nella logica dello scarto, ma nel sentirsi membra gli uni degli altri, custodi della fragilità degli altri.

Alessandro Cortesi op

 

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