la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivi per il mese di “agosto, 2014”

XXII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0233Ger 20,7-9;  Rm 12,1-12; Mt 16,21-27

“Da allora Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che era necessario per lui andare a Gerusalemme e molto patire da parte degli anziani e capi dei sacerdoti e scribi ed essere ucciso…”. C’è una potenza drammatica in queste parole che in breve delineano un cammino. Sono anche parole he suscitano domande profonde e non a caso vedono la reazione di Pietro: “non ti accadrà mai una cosa come questa”.

Al cuore di questa pagina sta la questione di quale tipo di messia è Gesù. Dopo il riconoscimento avvenuto di fronte alla domanda ‘voi chi dite che io sia?’, ora si delinea in modo più radicale l’interrogativo ‘quale tipo di messia?’. Figlio di David, re d’Israele, ma cosa significa per Gesù tutto questo?  

Pietro aveva indicato in lui il messia, e Pietro era stato lodato da Gesù perché aveva accolto, come i piccoli, quel dono che non viene da capacità o grandezze umane ma solo da Dio. Pietro era stato così identificato con i piccoli, capaci di accogliere, di lasciarsi prendere dalla sapienza di Dio. Gesù ora comincia a ‘mostrare’ il suo cammino di un messia altro dalle attese e dai progetti di una sapienza umana: è indicazione, non è solamente parola ma tutto il suo agire mostra nello stile della sua vita, nei suoi gesti e scelte.

“Era necessario per lui andare a Gerusalemme”: il suo cammino ha una direzione, va verso il centro della regalità, del tempio. Re d’Israele, ma in modo alternativo: il suo andare non è per un riconoscimento di gratificazione, ma è un andare incontro alla morte, ad un morire ignominioso e umiliante. Dietro a tale immagine di un percorso che a Gerusalemme va incontro al fallimento difficilmente riusciamo a cogliere la forza di questa contrapposizione: Gesù si distanzia da una visione di messia vittorioso, onnipotente nello sconfiggere i nemici, in grado di inaugurare una situazione di potere nuovo. Si pone invece come anti-messia, come colui che deve patire ostilità e opposizione fino alla morte, proprio a Gerusalemme, la città dominata dagli anziani e dai sacerdoti, i detentori del potere religioso. Assume il morire come coerenza fino in fondo e fedeltà alla testimonianza del regno dei cieli.

‘Era necessario’ è espressione che pone problema ed esige di essere compresa: Matteo qui suggerisce un riferimento a quel destino, conosciuto, dei profeti in Israele. Gesù, riconosciuto dalla gente come Geremia o uno dei profeti (Mt 16,14) partecipa della condizione che era stata dei profeti. Il suo essere messia ha il tratto profetico. Come i profeti testimonia una fedeltà a Dio che va contro la pretesa di una religiosità preoccupata di costruire un sistema politico e di potere umano e richiama invece la fedeltà al Dio dell’alleanza che guarda ai poveri. Questo lo fa scontrare contro l’opposizione, il sospetto, il rifiuto dei poteri politico e religioso, al medesimo modo in cui nella storia di Israele molti profeti avevano incontrato la morte: è questo un tema richiamato da Matteo nel quadro del racconto della passione: “Gerusalemme Gerusalemme che uccidi i profeti” (Mt 23,37). “Era necessario”: è una sorta di necessità non come destino già previsto e stabilito da un Dio crudele che avrebbe il volto di un’entità che non lascia spazio la libertà umana e che vuole il male. Piuttosto ‘era necessario’ indica una coerenza che viene colta nello scoprire la continuità tra l’esperienza di Gesù e quella dei profeti. Chi vive nel servizio e nel dono, che è giusto, da fastidio a chi è preoccupato dei propri interessi, del proprio potere e trova l’ostilità (cfr. Sap 1,16-2,20: ‘dissero gli empi… togliamolo di mezzo’). Nelle parole di Gesù c’è anche un annuncio del ‘terzo giorno’, il giorno della liberazione e dell’intervento di Dio più forte della morte.

A questo punto Pietro, il discepolo che era stato lodato perché si era reso piccolo e perciò disponibile ai suggerimenti dello Spirito, ora assume il profilo di un ‘grande’. Rifiuta di accogliere questo volto sconvolgente di un messia che accetta liberamente di subire rifiuto e umiliazione in fedeltà all’annuncio del regno di Dio. Pietro pensa ‘secondo gli uomini’, secondo le categorie di una religiosità del Dio onnipotente e del messia politico. Pietro che era stato chiamato con un nome nuovo, ad indicare la pietra d’angolo, ora è rimproverato da Gesù come ‘pietra che fa inciampare’ (scandalo significa inciampo). Ed è questo un rimprovero rivolto anche ad ogni comunità che scopra di non considerare nessun altro fondamento e nessuna altra pietra se non Gesù stesso (cfr. 1Cor 3,11). Qui Matteo fa intravedere come la tentazione di Gesù, espressa nel racconto agli inizi del vangelo (Mt 4,1-11) sia una costante della sua vita: che tipo di messia? Nell’episodio delle tentazioni Gesù aveva reagito contro il tentatore incalzandolo con un ‘vattene’. Ora di fronte a Pietro, che nel suo modo di pensare non secondo Dio assume il profilo del tentatore, Gesù lo riporta alla condizione del discepolo: “va dietro a me, Satana”. Solo rimanendo al seguito di Gesù, si può comprendere come la sua via si ponga sulla linea del servo (Is 53), del figlio dell’uomo, dei profeti.

La parola che segue è parola ai discepoli e rinvia ai criteri del seguire: rinnegare se stessi, prendere la croce. La vita dei discepoli non può essere altro che esperienza di condivisione con il cammino di Gesù stesso: “un discepolo non è più del maestro” (Mt 10,24) e sono ripresa delle indicazioni del brano del cap. 10 (Mt 10,38-39). Rinnegare è ‘non riconoscere’: è attitudine di chi abbandona la preoccupazione di perdere qualcosa, e si libera dalla paura di quell’attaccamento che rende insensibili all’altro e a quanto sta attorno e rende incapaci anche di ascoltare le esigenze più profonde del proprio cuore. Rinegare non è rinuncia alla propria umanità, alle diverse dimensioni della vita. E’ piuttosto fare a meno di tutto ciò che impedisce di vivere lo stile del dono e del servizio di Gesù.

La seconda condizione è quella condividere un cammino: un cammino che assume la croce non come luogo di sofferenza, ma come segno del dono. Questa espressione ha dato adito nella storia a forme di spiritualità intrise di rassegnazione, di ricerca del sacrificio e di ripiegamento nella sofferenza. La croce per Gesù non è stata scelta di soffrire. Gesù non ha cercato la sofferenza e l’ha combattuta nei suoi gesti di liberazione e di cura: ha avuto lui stesso timore dinanzi al soffrire. Ha tuttavia accettato liberamente la croce come conseguenza della sua fedeltà all’amore, al senso profondo della sua esistenza. Ha così condotto la sua missione di salvezza non nonostante la croce, ma passandoci attraverso: ha ‘mostrato’ che anche nell’assurdità del soffrire è presente il dono di amore di Dio e proprio sulla croce l’amore è più forte del male e di tutto ciò che si contrappone alla vita. Prendere la croce è condizione del discepolo: chi segue Gesù è chiamato ad assumere la fedeltà a lui nel dono vissuto nella solidarietà, nello stare dalla parte delle vittime.

Il rinnegare se stessi è accostato ad un breve proverbio che richiama la dinamica del perdere trovare: “chi vuol salvare la propria vita a perderà; chi invece perde la sua vita per causa mia la troverà”. E’ un tema che in Matteo ritorna anche nelle parabole di Gesù che presentano l’opposizione perdere/trovare. Chi è perduto viene ritrovato da un Dio-pastore che ha cura, e non vuole che nessuno si perda di questi piccoli (Mt 18,14). C’è ancora una allusione alla tentazione di ‘guadagnare il mondo intero’ (Mt 4,8) mentre questo tipo di guadagno è perdita de senso profondo della propria esistenza. C’è invece un perdersi che viene attraversato e trasformato dalla gioia di chi trova (Mt 13,44-46) come l’uomo che trova un tesoro nel campo o il mercante di perle che trova una perla di grande valore…

Matteo conclude questo breve discorso di Gesù con il rinvio al figlio dell’uomo che ‘renderà a ciascuno secondo il suo agire’: non un invito ad una spiritualità delle opere come pretesa di salvezza, piuttosto ancora una sottolineatura sull’unico agire richiesto: il seguire Gesù, assumere con libertà la comunione di destino con lui. Non un giudizio minaccioso sulle opere, ma una questione riportata alla rapporto vivente con Gesù.

DSCN0218Alcune riflessioni per noi oggi.

Gesù inizio a ‘mostrare’: è una pedagogia quella di Gesù che non si esaurisce in un momento, è fatta di cammino, di pazienza, di condivisione di vita. Spesso siamo presi dall’urgenza del tutto e subito, dall’incapacità di seguire il percorso di un cammino in cui apprendere non in modo intellettuale, ma nella condivisione e nella vita. Troppo spesso si riduce il seguire Gesù a sapere qualche cosa e non si percepisce il senso del cammino, con le sue tappe, la sua provvisorietà, la fatica, con quell’apprendere che proviene dal condividere.

Viviamo in un’epoca di trasformazioni e di passaggi. Sta venendo meno un modo di essere chiesa, e sta venendo meno un mondo e ci troviamo a vivere l’incertezza di un tempo di trasformazione. Forse in questo oggi possiamo ascoltare una chiamata ad imparare a morire, a lasciar spazio ad un cammino nuovo, a vivere il passaggio della pasqua, che è anche passaggio del patire, del lasciare. Nessuno ha le carte geografiche già delineate del futuro che attende, a livello personale e sociale. Vediamo attorno a noi forme di paura, di ricerca di difesa di assetti stabiliti: sono tutte le forme dei fondamentalismi. La religione dei tagliagole, ma anche la religione di chi ha paura di perdere qualcosa, di chi non intende lasciare e aprirsi alla fiducia di una relazione con Gesù, a pensare in modo alternativo alle categorie del dominio e del possesso, scoprendo solo in lui la pietra di fondamento (tutti rischiamo di essere come Pietro che da piccolo si fa grande).

La chiamata di Gesù è provocazione ad un senso di libertà nuova: imparare a perdere sapendo di essere ritrovati e con la fiducia di trovare. C’è un morire quotidiano da apprendere come stile di partecipazione al cammino di Gesù e da vivere come un lasciare fecondo di vita. Oggi siamo provocati a morire ad un tipo di chiesa, legato a tante forme di controllo, di potere, di privilegio, per divenire chiesa povera, sciolta, liberata da tante zavorre di ricchezza ed anche culturali. Siamo chiamati a morire ogni giorno anche a sogni e progetti che la vita ci cambia tra le mani. Ogni giorno c’è occasione per partecipare alla risurrezione, seguendo le tracce della vita di Gesù, uomo libero perché capace di dono. E’ uno stile di vita: condividere il cammino di Gesù rinvia ad un modo di vivere nel quotidiano, non nell’eccezionalità, ma scoprendo lo spessore del cammino, dell’agire di tutti i giorni.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Annunci

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

XX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0091Is 56,1-7;  Rm 11,13-15.29-32;  Mt 15,21-28

L’episodio narrato da Matteo è un incontro di Gesù con una donna, definita ‘cananea’. Può essere utile il confronto con il passo parallelo di Marco (7,24-30) che Matteo riprende apportando alcune significative modifiche in rapporto con la sua interpretazione della missione di Gesù e della vita della comunità. Marco aveva indicato quella donna come di origine ‘siro-fenicia’, quindi pagana a e aveva collocato l’incontro direttamente in un territorio a nord di Israele, in terra pagana, impura. Matteo invece dice che Gesù si ritira e si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone, ma non vi giunge mai. E’ invece la donna cananea ad essere presentata nel movimento di attraversare i confini per recarsi ad incontrare Gesù riconoscendo in lui il ‘figlio di Davide’, quindi il messia.

Secondo i profeti il compito del messia era quello di procurare pane per ognuno dei figli di Israele (cfr. 2 Sam 6,19) e la questione che si apre tra la donna e Gesù riguarda la possibilità di partecipare ad un banchetto in cui il pane sia per tutti. Non si deve dimenticare che questo incontro avviene nel quadro della narrazione di Matteo inserito tra la prima moltiplicazione dei pani e la seconda.

L’atteggiamento di Gesù nei confronti della donna pagana, uscita dai confini, che grida verso di lui comunicando la situazione di bisogno di sua figlia, è di silenzio e di insensibilità: “non le rispose neppure una parola”. Per Matteo Gesù è messia inviato innanzitutto alla casa di Israele e rende esplicito questo passaggio nella risposta posta in bocca a Gesù di fronte alla preghiera dei discepoli “congedala perché ci grida dietro”: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Appare come la preoccupazione prima di Gesù sia all’interno di confini segnati dalla appartenenza al popolo dell’alleanza e delle promesse. La donna insiste e Gesù a lei risponde in modo assai duro: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. L’uso del termine vezzeggiativo in riferimento ai ‘cani’ non elimina la durezza di questa visione esclusiva, senza alcuna apertura. I cani nel linguaggio del tempo era l’indicazione per ‘i pagani’, e la visione di Gesù appare uniformarsi a quella di una salvezza riservata ad alcuni in una logica di esclusione degli altri. Nella versione originale di Marco c’era una sottolineatura diversa. Nell’aggiunta: “Lascia prima che si sazino i figli” Gesù poneva una questione di tempi e di precedenza: prima le pecore perdute di Israele e poi i pagani. In Matteo la posizione appare più dura e in un orizzonte di chiusura radicale. Gesù è presentato così in una presa di posizione assimilata a quella di chi interpretava il disegno di Dio in un orizzonte di esclusività, oppure in queste parole si può intravedere una prospettiva teologica – propria di Matteo – secondo cui solamente dopo la risurrezione Gesù aprirà a tutti la sua missione che nella sua vita si era concentrata sui peccatori di Israele (cfr. Mt 28,19).

Ma è a questo punto che si inserisce nella narrazione una novità e un elemento che porta a cambiare prospettiva. La donna infatti insiste, accetta di essere tra coloro che non hanno diritto, come i pagani, e tuttavia richiama una possibilità aperta: le briciole che avanzano, che sono il sovrappiù, possono essere nutrimento per i cagnolini: “è vero Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. E’ un dibattito che pone la questione del dono del regno, della condivisione del pane, compito del messia, nell’apertura a quelli di fuori, oltre i confini, i pagani. La donna in questa assunzione coraggiosa e forte del dialogo apre Gesù a cogliere qualcosa che stava al cuore del suo agire e del suo messaggio, ma che ancora non era stato espresso. La fede della donna si fonda sulla certezza che Dio non lascia nessuno nel bisogno perché il suo volto è quello dell’amore aperto e senza confini. La sua parola e la sua fede è fonte di vita per Gesù stesso che libera la sua forza di amore. “Avvenga per te come desideri”.

Nella prima moltiplicazione dei pani infatti tutti coloro che erano presenti avevano potuto avere nutrimento ed erano state raccolte dodici ceste di pezzi avanzati. Il pane non è misurato, è in abbondanza e ne avanza. Le parole della donna, il suo coraggio, la sua fede sono forte sollecitazione per Gesù stesso a maturare una percezione più profonda del venire del regno. La donna genera un cambiamento in Gesù stesso, lo aiuta a cogliere che il tempo di una partecipazione dei pagani alla mensa del pane anche soltanto per mezzo di briciole, è già venuto.

Ma lo apre anche a scoprire che vanno oltrepassati i confini delle divisioni e delle esclusioni e che il pane, segno della missione del messia, può esserci in abbondanza per tutti. Lei chiede briciole e Gesù si aprirà a vivere un segno che dice abbondanza di pane per tutti, anche per i pagani. Questo è il significato delle sette ceste di pani avanzate nella seconda moltiplicazione (dodici nella prima in rapporto ad una abbondanza nei confronti di Israele, sette nella seconda in riferimento ai pagani). Nel quadro del vangelo di Matteo Gesù non si reca in territorio dei pagani, ed è questa donna che varca i confini che lo provoca al passaggio a considerare anche i lontani, gli esclusi, i pagani, partecipi del banchetto del messia. Gesù riconosce ‘grande è la tua fede’. Questa donna si è avvicinata a Gesù con cuore aperto e Gesù riconosce la grandezza di una fede che di per se stessa è forza di vita nuova “‘Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri’ E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Gesù diviene traghettatore della fede di questa donna ma la cananea stessa è riconosciuta come traghettatirce di una apertura del cuore di Gesù e di liberazione di forze di vita nuova.

Matteo presenta poi Gesù salire sul monte: il monte come quello del discorso al cap. 5 è luogo dove si manifesta l’autorità di Gesù. Questa volta non si siede per insegnare, ma per guarire. E guarisce folle che provengono dal territorio pagano, dalla Decapoli, come quella donna che proveniva dalla terra dei cananei, oltre i confini. Nell’unica terra di Israele, la terra delle promesse, c’è posto per tutti, per una condivisione in cui sperimenatre la salvezza come dono di vita, di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli, capace di un amore senza confini.

DSCN0051

(immagine di san Cristoforo, l’attraversatore, spesso raffigurato nelle pareti esterne delle chiese in Alto Adige)

Alcune riflessioni per noi oggi

La pagina di Matteo parla di confini che sono varcati (in Marco è Gesù il varcatore di soglie e di confini, in Matteo è un donna che ha il coraggio di trasgredire, di passare oltre). Ci possiamo interrogare su come viviamo oggi i confini, quelli visibili e quelli invisibili che dividono anche all’interno dei territori quotidiani coloro che possono stare al banchetto della vita e quelli che vengono considerati esclusi. Possiamo pensare ai modo di vivere la religione che genera confini di separazione, di esclusione, che alimenta sensi si privilegio e superiorità. Questo modo di vivere il confine è il più profondo tradimento della fede. La fede della donna pagana che porta Gesù a crescere, a cogliere dimensioni nuove della sua missione e della sua presenza è traccia di una fede aperta, capace di riconoscimento dell’altro, capace soprattutto di recarsi incontro e di lasciarsi essa stessa cambiare. Fede di attraversatori, di persone capaci di farsi carico e oltrepassare. I modi fondamentalisti di vivere la religione, che oggi si esprimono drammaticamente nelle forme della violenza, della eliminazione degli altri diversi, sono anche presenti laddove la religione è un fatto di appartenenza culturale, costruito su interessi, lobbies, affari e potere sociale, quando non di armi accumulate.

La donna cananea che varca i confini è una provocazione per noi a vivere l’esperienza di fede con la libertà di vivere l’incontro, di saper accogliere la sfida della diversità. E’ la sfida a vivere cammini di umanizzazione varcando confini e scoprendo il confine come luogo di scuola, di apprendimento. Solo nel riconoscimento del proprio limite (limiti personali e collettivi oggi, anche delle chiese e tradizioni), e nella disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro si può incontrare il Dio che va oltre i confini narrato da Gesù.

Diceva Alexander Langer, profeta attraversatore di confini, viaggiatore leggero, nel 1994 ad Assisi: “Io credo che abbiamo due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio, e quindi dire che chi lì non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità, o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio (…) L’altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. (…) Credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico, sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica”.

Alessandro Cortesi op

 

P.S. a questo link lo scritto di Alexander Langer Lettera a san Cristoforo: “… Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare – grazie alla tua forza fisica eccezionale – i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella “Grande Causa” della quale – capivo – eri assetato…”.

XIX domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF56011 Re 19,9-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

‘E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca’. Con un passaggio repentino segnalato dall’avverbio ‘subito’ e da un verbo di comando (costrinse) Matteo suggerisce l’atteggiamento di Gesù a seguito del segno del pane condiviso. Ora può congedarsi dalla gente, dopo aver risposto alla fame ma prima indica ai discepoli che non è il loro posto quello in cui si raccoglie la stima o il successo per un grande segno. Gesù li distoglie così dalla logica del miracolo e li ‘costringe’ a precederlo sull’altra riva, ma non vi sarà alcun precedere. Marco (Mc 6,45) puntualizza che si tratta della direzione di Betsaida. Gesù frequenta piccoli villaggi sulle rive del lago. Inizia così una traversata che non giunge a compimento.

Frattanto Gesù sale sul monte da solo, in preghiera. Il cuore della sua vita sta nel rapporto con il Padre e la sua solitudine è ricca di un dialogo racchiuso nel suo silenzio, un dialogo di accoglienza di tutta la sua vita come dono, e di ogni cosa come proveniente dal Padre, come sua benedizione, come i pani accolti e donati perché fossero distribuiti sono accolti come benedizione.

La traversata dei discepoli incontra però una tempesta ed un vento contrario. Matteo nel descrivere la navigazione dei discepoli ha tratti propri rilevabili dal confronto con il racconto originario di Marco: precisa che la barca è lontana ‘diversi stadi’, una distanza assai limitata e ben diversa dalla annotazione di Marco che ‘erano in mezzo al mare’. Matteo inoltre dice che ‘la barca era sballottata’ dalle onde mentre Marco parla della difficoltà dei discepoli nel remare (Mc 6,48). Questi tratti possono suggerire come nella lettura di Matteo non si tratta di descrivere un grande prodigio, ma un racconto che ha un significato per la comunità. Gesù liberamente e per primo viene incontro alla sua comunità, camminando sul mare ‘nella quarta veglia della notte’ cioè sul far del mattino. Il mare è simbolo di tutte le forze del male e il male in tempesta è simbolo delle contrarietà e ostacoli che la comunità sperimenta. Gesù si fa incontro ai discepoli mentre si apre il tempo del mattino. Il suo farsi incontro sul mare richiama il passaggio del mare nel racconto dell’esodo. Lì, ‘alla veglia del mattino’ (Es 14,24) il Signore intervenne procurando il disastro dei carri degli egiziani, suscitando un forte vento d’oriente(Es 14,21) e questo passaggio rimarrà fisso nella memoria di Israele. Il Salmo 77 ad esempio canta la presenza del Signore vicino al suo popolo, che passò sul mare e le sue orme rimasero invisibili. La paura dei discepoli e la parola di Gesù ‘Coraggio, io sono’ sono avvicinabili ai percorsi dell’esodo, all’esperienza di Mosè che nel deserto accoglie la rivelazione del nome ineffabile di Dio come promessa di fedeltà e di compagnia ‘Io sarò con te’ (Es 3,14).

Matteo presenta questo racconto della traversata incompiuta come un incontro con Cristo con tratti che richiamano le esperienze dopo la Pasqua: un’esperienza di Lui che si dà ad incontrare, aprendo ad un nuovo modo di vedere e iniziando la storia di una fiducia che ha lui d’ora in poi come punto di riferimento della vita. Ma Matteo pur riprendendo questo racconto da Marco aggiunge una parte propria: in Marco al centro sta la figura di Gesù e lui solo. In Matteo l’attenzione si sposta anche sui discepoli. Pietro è il discepolo che chiede di camminare sulle acque nell’andare incontro a Gesù. E’ un particolare funzionale a sottolineare la ‘fede piccola’ di Pietro e dei discepoli che poco dopo Gesù rimprovera. Pietro intende porsi in atteggiamento di verifica e intende sottoporre ad una prova: ‘se sei davvero tu…’ Non vive la fiducia in modo pieno. Pietro peraltro vuole fare quello che sta facendo Gesù, ma è una pretesa che non comprende le esigenze del seguire Gesù. Non si tratta di fare quello che compie lui, ma di seguirlo: è questa la chiamata dei discepoli. Pietro pone qui una pretesa di porsi in qualche modo sul piano del maestro. Inizia a scoprire cosa significa seguire Gesù quando grida ‘Signore salvami’. Comprende cosa significa seguirlo quando sperimenta che senza di lui non può fare nulla, non può pretendere di imitare e di compiere gesti pur buoni e eroici. ‘Signore salvami’ è il suo grido e il paradigma di ogni preghiera credente. Nell’afferrarlo Gesù dice una parola sulla fede di Pietro: ‘uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Se Marco sottolineava nella sua versione l’incomprensione dei discepoli, Matteo conclude l’episodio con una professione di fede da parte dei discepoli ‘che erano sulla barca’: ‘Tu sei veramente il figlio di Dio’. E’ una dichiarazione che riporta a livello della comunità quel passaggio costituito dal riconoscimento in Gesù del volto del messia. Ma è un cammino che implica un cambiamento di modo di intendere il messia stesso e di mettersi a seguirlo nel trovare salvezza non nelle forze umane, non nei carri e cavalli, ma nella sola fiducia a lui rivolta, seguendo lui solo.

Teaser Mossoul Chrétiens-1Alcune riflessioni per noi oggi

L’interesse principale di Matteo sembra ruotare attorno alla ‘barca’: egli sta probabilmente pensando alla comunità. La barca naviga tra i pericoli, segnata dalla paura e da una fede debole. Nella sua navigazione più che le forze avverse, è scossa dalla paura, dalla scarsa fiducia che impedisce di riconoscere il Signore. Matteo presenta così la più grande debolezza della comunità: il lasciarsi prendere dal timore, il non saper invocare con fede ‘Signore salvami’. La ‘barca’ della comunità può superare la paura ed ogni male solo se si affida al Signore. Gesù, colui che incontra il Padre nel silenzio nella scelta non dell’affermazione e del compromesso con il potere ma nel servizio e nella condivisione.

Viviamo in questi giorni la paura e l’angoscia di comunità cristiane, le antiche comunità cristiane del Medio oriente, dell’Irak, della zona di Ninive (Mosul Qaraqosh) costrette a fuggire perché perseguitate e costrette a lasciare le loro case e i loro beni. Centinaia di migliaia di persone nella piana di Ninive. Una catastrofe umanitaria, una situazione di ingiustizia e di violenza che vede la timidezza e il disinteresse per popolazioni avvertite lontane. Un esodo di persone costrette ad allontanarsi per la loro fede religiosa insieme ad altre minoranze. Enzo Bianchi ha scritto “in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato” (La Stampa 8 agosto 2014).

In queste tempeste della violenza e del male che hanno responsabili e menti direttrici, il grido ‘Signore salvaci’ è appello ad una condivisione di destino e ad una sequela che renda capaci di umanità e di attenzione.

Così per le popolazioni di Gaza da cui proviene l’appello a non pregare solamente per la pace ma a stare accanto a chi soffre in una tempesta di male che vede operatori di crimini e vittime. E’ il grido che proviene dalle comunità cristiana presente a Gaza e che condivide la condizione di oppressione di tutti coloro che vive nella Striscia subendo l’umiliazione e l’aggressione di Israele: “Chiediamo alle chiese di assumersi le loro responsabilità verso la terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici, per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile”

“Siamo i cristiani della parrocchia di Gaza e, come tutti gli altri palestinesi della Striscia, siamo sotto una pioggia di bombe anche quando i vostri giornali parlano di tregua e di ritiro. Lo sapete che anche a noi arrivano le telefonate dell’ IDF che ci chiedono di abbandonare la Chiesa e, visto che non l’abbiamo lasciata, ci hanno bombardato la scuola, terrorizzando gli sfollati e costringendo le suore e i bambini disabili a rintanarsi in chiesa? 8…) Siamo contenti che gli stessi preti che in questi giorni scelgono di tacere, promuovono ogni anno pellegrinaggi in Terra Santa, ma chiediamo loro, di aprire gli occhi sulle conseguenze che da anni l’occupazione e la colonizzazione producono sulla nostra vita di sopravvivenza e umiliazioni” (da un messaggio dei cristiani di Gaza comunicato da don Nandino Capovilla).

Tempeste della storia presente che ci rendono attenti a scoprire il volto di Cristo che ci viene incontro con una chiamata ad essere comunità liberata dai legami con il potere, con il desiderio di comodità e di successo, per seguire il volto del messia che ha percorso la via della vicinanza alle vittime, della croce come dono e solidarietà.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo