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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XIX domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF56011 Re 19,9-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

‘E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca’. Con un passaggio repentino segnalato dall’avverbio ‘subito’ e da un verbo di comando (costrinse) Matteo suggerisce l’atteggiamento di Gesù a seguito del segno del pane condiviso. Ora può congedarsi dalla gente, dopo aver risposto alla fame ma prima indica ai discepoli che non è il loro posto quello in cui si raccoglie la stima o il successo per un grande segno. Gesù li distoglie così dalla logica del miracolo e li ‘costringe’ a precederlo sull’altra riva, ma non vi sarà alcun precedere. Marco (Mc 6,45) puntualizza che si tratta della direzione di Betsaida. Gesù frequenta piccoli villaggi sulle rive del lago. Inizia così una traversata che non giunge a compimento.

Frattanto Gesù sale sul monte da solo, in preghiera. Il cuore della sua vita sta nel rapporto con il Padre e la sua solitudine è ricca di un dialogo racchiuso nel suo silenzio, un dialogo di accoglienza di tutta la sua vita come dono, e di ogni cosa come proveniente dal Padre, come sua benedizione, come i pani accolti e donati perché fossero distribuiti sono accolti come benedizione.

La traversata dei discepoli incontra però una tempesta ed un vento contrario. Matteo nel descrivere la navigazione dei discepoli ha tratti propri rilevabili dal confronto con il racconto originario di Marco: precisa che la barca è lontana ‘diversi stadi’, una distanza assai limitata e ben diversa dalla annotazione di Marco che ‘erano in mezzo al mare’. Matteo inoltre dice che ‘la barca era sballottata’ dalle onde mentre Marco parla della difficoltà dei discepoli nel remare (Mc 6,48). Questi tratti possono suggerire come nella lettura di Matteo non si tratta di descrivere un grande prodigio, ma un racconto che ha un significato per la comunità. Gesù liberamente e per primo viene incontro alla sua comunità, camminando sul mare ‘nella quarta veglia della notte’ cioè sul far del mattino. Il mare è simbolo di tutte le forze del male e il male in tempesta è simbolo delle contrarietà e ostacoli che la comunità sperimenta. Gesù si fa incontro ai discepoli mentre si apre il tempo del mattino. Il suo farsi incontro sul mare richiama il passaggio del mare nel racconto dell’esodo. Lì, ‘alla veglia del mattino’ (Es 14,24) il Signore intervenne procurando il disastro dei carri degli egiziani, suscitando un forte vento d’oriente(Es 14,21) e questo passaggio rimarrà fisso nella memoria di Israele. Il Salmo 77 ad esempio canta la presenza del Signore vicino al suo popolo, che passò sul mare e le sue orme rimasero invisibili. La paura dei discepoli e la parola di Gesù ‘Coraggio, io sono’ sono avvicinabili ai percorsi dell’esodo, all’esperienza di Mosè che nel deserto accoglie la rivelazione del nome ineffabile di Dio come promessa di fedeltà e di compagnia ‘Io sarò con te’ (Es 3,14).

Matteo presenta questo racconto della traversata incompiuta come un incontro con Cristo con tratti che richiamano le esperienze dopo la Pasqua: un’esperienza di Lui che si dà ad incontrare, aprendo ad un nuovo modo di vedere e iniziando la storia di una fiducia che ha lui d’ora in poi come punto di riferimento della vita. Ma Matteo pur riprendendo questo racconto da Marco aggiunge una parte propria: in Marco al centro sta la figura di Gesù e lui solo. In Matteo l’attenzione si sposta anche sui discepoli. Pietro è il discepolo che chiede di camminare sulle acque nell’andare incontro a Gesù. E’ un particolare funzionale a sottolineare la ‘fede piccola’ di Pietro e dei discepoli che poco dopo Gesù rimprovera. Pietro intende porsi in atteggiamento di verifica e intende sottoporre ad una prova: ‘se sei davvero tu…’ Non vive la fiducia in modo pieno. Pietro peraltro vuole fare quello che sta facendo Gesù, ma è una pretesa che non comprende le esigenze del seguire Gesù. Non si tratta di fare quello che compie lui, ma di seguirlo: è questa la chiamata dei discepoli. Pietro pone qui una pretesa di porsi in qualche modo sul piano del maestro. Inizia a scoprire cosa significa seguire Gesù quando grida ‘Signore salvami’. Comprende cosa significa seguirlo quando sperimenta che senza di lui non può fare nulla, non può pretendere di imitare e di compiere gesti pur buoni e eroici. ‘Signore salvami’ è il suo grido e il paradigma di ogni preghiera credente. Nell’afferrarlo Gesù dice una parola sulla fede di Pietro: ‘uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Se Marco sottolineava nella sua versione l’incomprensione dei discepoli, Matteo conclude l’episodio con una professione di fede da parte dei discepoli ‘che erano sulla barca’: ‘Tu sei veramente il figlio di Dio’. E’ una dichiarazione che riporta a livello della comunità quel passaggio costituito dal riconoscimento in Gesù del volto del messia. Ma è un cammino che implica un cambiamento di modo di intendere il messia stesso e di mettersi a seguirlo nel trovare salvezza non nelle forze umane, non nei carri e cavalli, ma nella sola fiducia a lui rivolta, seguendo lui solo.

Teaser Mossoul Chrétiens-1Alcune riflessioni per noi oggi

L’interesse principale di Matteo sembra ruotare attorno alla ‘barca’: egli sta probabilmente pensando alla comunità. La barca naviga tra i pericoli, segnata dalla paura e da una fede debole. Nella sua navigazione più che le forze avverse, è scossa dalla paura, dalla scarsa fiducia che impedisce di riconoscere il Signore. Matteo presenta così la più grande debolezza della comunità: il lasciarsi prendere dal timore, il non saper invocare con fede ‘Signore salvami’. La ‘barca’ della comunità può superare la paura ed ogni male solo se si affida al Signore. Gesù, colui che incontra il Padre nel silenzio nella scelta non dell’affermazione e del compromesso con il potere ma nel servizio e nella condivisione.

Viviamo in questi giorni la paura e l’angoscia di comunità cristiane, le antiche comunità cristiane del Medio oriente, dell’Irak, della zona di Ninive (Mosul Qaraqosh) costrette a fuggire perché perseguitate e costrette a lasciare le loro case e i loro beni. Centinaia di migliaia di persone nella piana di Ninive. Una catastrofe umanitaria, una situazione di ingiustizia e di violenza che vede la timidezza e il disinteresse per popolazioni avvertite lontane. Un esodo di persone costrette ad allontanarsi per la loro fede religiosa insieme ad altre minoranze. Enzo Bianchi ha scritto “in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato” (La Stampa 8 agosto 2014).

In queste tempeste della violenza e del male che hanno responsabili e menti direttrici, il grido ‘Signore salvaci’ è appello ad una condivisione di destino e ad una sequela che renda capaci di umanità e di attenzione.

Così per le popolazioni di Gaza da cui proviene l’appello a non pregare solamente per la pace ma a stare accanto a chi soffre in una tempesta di male che vede operatori di crimini e vittime. E’ il grido che proviene dalle comunità cristiana presente a Gaza e che condivide la condizione di oppressione di tutti coloro che vive nella Striscia subendo l’umiliazione e l’aggressione di Israele: “Chiediamo alle chiese di assumersi le loro responsabilità verso la terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici, per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile”

“Siamo i cristiani della parrocchia di Gaza e, come tutti gli altri palestinesi della Striscia, siamo sotto una pioggia di bombe anche quando i vostri giornali parlano di tregua e di ritiro. Lo sapete che anche a noi arrivano le telefonate dell’ IDF che ci chiedono di abbandonare la Chiesa e, visto che non l’abbiamo lasciata, ci hanno bombardato la scuola, terrorizzando gli sfollati e costringendo le suore e i bambini disabili a rintanarsi in chiesa? 8…) Siamo contenti che gli stessi preti che in questi giorni scelgono di tacere, promuovono ogni anno pellegrinaggi in Terra Santa, ma chiediamo loro, di aprire gli occhi sulle conseguenze che da anni l’occupazione e la colonizzazione producono sulla nostra vita di sopravvivenza e umiliazioni” (da un messaggio dei cristiani di Gaza comunicato da don Nandino Capovilla).

Tempeste della storia presente che ci rendono attenti a scoprire il volto di Cristo che ci viene incontro con una chiamata ad essere comunità liberata dai legami con il potere, con il desiderio di comodità e di successo, per seguire il volto del messia che ha percorso la via della vicinanza alle vittime, della croce come dono e solidarietà.

Alessandro Cortesi op

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