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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

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