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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

XXII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0233Ger 20,7-9;  Rm 12,1-12; Mt 16,21-27

“Da allora Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che era necessario per lui andare a Gerusalemme e molto patire da parte degli anziani e capi dei sacerdoti e scribi ed essere ucciso…”. C’è una potenza drammatica in queste parole che in breve delineano un cammino. Sono anche parole he suscitano domande profonde e non a caso vedono la reazione di Pietro: “non ti accadrà mai una cosa come questa”.

Al cuore di questa pagina sta la questione di quale tipo di messia è Gesù. Dopo il riconoscimento avvenuto di fronte alla domanda ‘voi chi dite che io sia?’, ora si delinea in modo più radicale l’interrogativo ‘quale tipo di messia?’. Figlio di David, re d’Israele, ma cosa significa per Gesù tutto questo?  

Pietro aveva indicato in lui il messia, e Pietro era stato lodato da Gesù perché aveva accolto, come i piccoli, quel dono che non viene da capacità o grandezze umane ma solo da Dio. Pietro era stato così identificato con i piccoli, capaci di accogliere, di lasciarsi prendere dalla sapienza di Dio. Gesù ora comincia a ‘mostrare’ il suo cammino di un messia altro dalle attese e dai progetti di una sapienza umana: è indicazione, non è solamente parola ma tutto il suo agire mostra nello stile della sua vita, nei suoi gesti e scelte.

“Era necessario per lui andare a Gerusalemme”: il suo cammino ha una direzione, va verso il centro della regalità, del tempio. Re d’Israele, ma in modo alternativo: il suo andare non è per un riconoscimento di gratificazione, ma è un andare incontro alla morte, ad un morire ignominioso e umiliante. Dietro a tale immagine di un percorso che a Gerusalemme va incontro al fallimento difficilmente riusciamo a cogliere la forza di questa contrapposizione: Gesù si distanzia da una visione di messia vittorioso, onnipotente nello sconfiggere i nemici, in grado di inaugurare una situazione di potere nuovo. Si pone invece come anti-messia, come colui che deve patire ostilità e opposizione fino alla morte, proprio a Gerusalemme, la città dominata dagli anziani e dai sacerdoti, i detentori del potere religioso. Assume il morire come coerenza fino in fondo e fedeltà alla testimonianza del regno dei cieli.

‘Era necessario’ è espressione che pone problema ed esige di essere compresa: Matteo qui suggerisce un riferimento a quel destino, conosciuto, dei profeti in Israele. Gesù, riconosciuto dalla gente come Geremia o uno dei profeti (Mt 16,14) partecipa della condizione che era stata dei profeti. Il suo essere messia ha il tratto profetico. Come i profeti testimonia una fedeltà a Dio che va contro la pretesa di una religiosità preoccupata di costruire un sistema politico e di potere umano e richiama invece la fedeltà al Dio dell’alleanza che guarda ai poveri. Questo lo fa scontrare contro l’opposizione, il sospetto, il rifiuto dei poteri politico e religioso, al medesimo modo in cui nella storia di Israele molti profeti avevano incontrato la morte: è questo un tema richiamato da Matteo nel quadro del racconto della passione: “Gerusalemme Gerusalemme che uccidi i profeti” (Mt 23,37). “Era necessario”: è una sorta di necessità non come destino già previsto e stabilito da un Dio crudele che avrebbe il volto di un’entità che non lascia spazio la libertà umana e che vuole il male. Piuttosto ‘era necessario’ indica una coerenza che viene colta nello scoprire la continuità tra l’esperienza di Gesù e quella dei profeti. Chi vive nel servizio e nel dono, che è giusto, da fastidio a chi è preoccupato dei propri interessi, del proprio potere e trova l’ostilità (cfr. Sap 1,16-2,20: ‘dissero gli empi… togliamolo di mezzo’). Nelle parole di Gesù c’è anche un annuncio del ‘terzo giorno’, il giorno della liberazione e dell’intervento di Dio più forte della morte.

A questo punto Pietro, il discepolo che era stato lodato perché si era reso piccolo e perciò disponibile ai suggerimenti dello Spirito, ora assume il profilo di un ‘grande’. Rifiuta di accogliere questo volto sconvolgente di un messia che accetta liberamente di subire rifiuto e umiliazione in fedeltà all’annuncio del regno di Dio. Pietro pensa ‘secondo gli uomini’, secondo le categorie di una religiosità del Dio onnipotente e del messia politico. Pietro che era stato chiamato con un nome nuovo, ad indicare la pietra d’angolo, ora è rimproverato da Gesù come ‘pietra che fa inciampare’ (scandalo significa inciampo). Ed è questo un rimprovero rivolto anche ad ogni comunità che scopra di non considerare nessun altro fondamento e nessuna altra pietra se non Gesù stesso (cfr. 1Cor 3,11). Qui Matteo fa intravedere come la tentazione di Gesù, espressa nel racconto agli inizi del vangelo (Mt 4,1-11) sia una costante della sua vita: che tipo di messia? Nell’episodio delle tentazioni Gesù aveva reagito contro il tentatore incalzandolo con un ‘vattene’. Ora di fronte a Pietro, che nel suo modo di pensare non secondo Dio assume il profilo del tentatore, Gesù lo riporta alla condizione del discepolo: “va dietro a me, Satana”. Solo rimanendo al seguito di Gesù, si può comprendere come la sua via si ponga sulla linea del servo (Is 53), del figlio dell’uomo, dei profeti.

La parola che segue è parola ai discepoli e rinvia ai criteri del seguire: rinnegare se stessi, prendere la croce. La vita dei discepoli non può essere altro che esperienza di condivisione con il cammino di Gesù stesso: “un discepolo non è più del maestro” (Mt 10,24) e sono ripresa delle indicazioni del brano del cap. 10 (Mt 10,38-39). Rinnegare è ‘non riconoscere’: è attitudine di chi abbandona la preoccupazione di perdere qualcosa, e si libera dalla paura di quell’attaccamento che rende insensibili all’altro e a quanto sta attorno e rende incapaci anche di ascoltare le esigenze più profonde del proprio cuore. Rinegare non è rinuncia alla propria umanità, alle diverse dimensioni della vita. E’ piuttosto fare a meno di tutto ciò che impedisce di vivere lo stile del dono e del servizio di Gesù.

La seconda condizione è quella condividere un cammino: un cammino che assume la croce non come luogo di sofferenza, ma come segno del dono. Questa espressione ha dato adito nella storia a forme di spiritualità intrise di rassegnazione, di ricerca del sacrificio e di ripiegamento nella sofferenza. La croce per Gesù non è stata scelta di soffrire. Gesù non ha cercato la sofferenza e l’ha combattuta nei suoi gesti di liberazione e di cura: ha avuto lui stesso timore dinanzi al soffrire. Ha tuttavia accettato liberamente la croce come conseguenza della sua fedeltà all’amore, al senso profondo della sua esistenza. Ha così condotto la sua missione di salvezza non nonostante la croce, ma passandoci attraverso: ha ‘mostrato’ che anche nell’assurdità del soffrire è presente il dono di amore di Dio e proprio sulla croce l’amore è più forte del male e di tutto ciò che si contrappone alla vita. Prendere la croce è condizione del discepolo: chi segue Gesù è chiamato ad assumere la fedeltà a lui nel dono vissuto nella solidarietà, nello stare dalla parte delle vittime.

Il rinnegare se stessi è accostato ad un breve proverbio che richiama la dinamica del perdere trovare: “chi vuol salvare la propria vita a perderà; chi invece perde la sua vita per causa mia la troverà”. E’ un tema che in Matteo ritorna anche nelle parabole di Gesù che presentano l’opposizione perdere/trovare. Chi è perduto viene ritrovato da un Dio-pastore che ha cura, e non vuole che nessuno si perda di questi piccoli (Mt 18,14). C’è ancora una allusione alla tentazione di ‘guadagnare il mondo intero’ (Mt 4,8) mentre questo tipo di guadagno è perdita de senso profondo della propria esistenza. C’è invece un perdersi che viene attraversato e trasformato dalla gioia di chi trova (Mt 13,44-46) come l’uomo che trova un tesoro nel campo o il mercante di perle che trova una perla di grande valore…

Matteo conclude questo breve discorso di Gesù con il rinvio al figlio dell’uomo che ‘renderà a ciascuno secondo il suo agire’: non un invito ad una spiritualità delle opere come pretesa di salvezza, piuttosto ancora una sottolineatura sull’unico agire richiesto: il seguire Gesù, assumere con libertà la comunione di destino con lui. Non un giudizio minaccioso sulle opere, ma una questione riportata alla rapporto vivente con Gesù.

DSCN0218Alcune riflessioni per noi oggi.

Gesù inizio a ‘mostrare’: è una pedagogia quella di Gesù che non si esaurisce in un momento, è fatta di cammino, di pazienza, di condivisione di vita. Spesso siamo presi dall’urgenza del tutto e subito, dall’incapacità di seguire il percorso di un cammino in cui apprendere non in modo intellettuale, ma nella condivisione e nella vita. Troppo spesso si riduce il seguire Gesù a sapere qualche cosa e non si percepisce il senso del cammino, con le sue tappe, la sua provvisorietà, la fatica, con quell’apprendere che proviene dal condividere.

Viviamo in un’epoca di trasformazioni e di passaggi. Sta venendo meno un modo di essere chiesa, e sta venendo meno un mondo e ci troviamo a vivere l’incertezza di un tempo di trasformazione. Forse in questo oggi possiamo ascoltare una chiamata ad imparare a morire, a lasciar spazio ad un cammino nuovo, a vivere il passaggio della pasqua, che è anche passaggio del patire, del lasciare. Nessuno ha le carte geografiche già delineate del futuro che attende, a livello personale e sociale. Vediamo attorno a noi forme di paura, di ricerca di difesa di assetti stabiliti: sono tutte le forme dei fondamentalismi. La religione dei tagliagole, ma anche la religione di chi ha paura di perdere qualcosa, di chi non intende lasciare e aprirsi alla fiducia di una relazione con Gesù, a pensare in modo alternativo alle categorie del dominio e del possesso, scoprendo solo in lui la pietra di fondamento (tutti rischiamo di essere come Pietro che da piccolo si fa grande).

La chiamata di Gesù è provocazione ad un senso di libertà nuova: imparare a perdere sapendo di essere ritrovati e con la fiducia di trovare. C’è un morire quotidiano da apprendere come stile di partecipazione al cammino di Gesù e da vivere come un lasciare fecondo di vita. Oggi siamo provocati a morire ad un tipo di chiesa, legato a tante forme di controllo, di potere, di privilegio, per divenire chiesa povera, sciolta, liberata da tante zavorre di ricchezza ed anche culturali. Siamo chiamati a morire ogni giorno anche a sogni e progetti che la vita ci cambia tra le mani. Ogni giorno c’è occasione per partecipare alla risurrezione, seguendo le tracce della vita di Gesù, uomo libero perché capace di dono. E’ uno stile di vita: condividere il cammino di Gesù rinvia ad un modo di vivere nel quotidiano, non nell’eccezionalità, ma scoprendo lo spessore del cammino, dell’agire di tutti i giorni.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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